Per come la vedo io


È questo un periodo della mia stagione nella quale mi trovo che non ho niente da fare. Coltivo le virtù benefiche dell’ozio. Beato te, dirà chi mi sta leggendo. Chi se ne frega diranno i più educati. Vattela a pijar in der… , esclamerebbero certi amici romani che conosco.

E forse avrebbero pure ragione, con tutti i drammi che si consumano sotto i nostri occhi. Non avere niente da fare è, a seconda dei punti di vista, un privilegio che solo un nababbo può permettersi, oppure un triste destino di un poveraccio che non sa dove sbattere la testa. Non voglio tirarla per le lunghe, né giustificare la mia posizione, non credo che interessi alcuno. Parto da qui semplicemente perché è la verità allo stato puro, per quanto mi riguarda. Lo dico perché non essere condizionato dai tempi che altri impongono, consente che sia tu a dettare i tempi della tua vita.

Nel mio caso, per esempio, il tempo a disposizione, al netto delle normali operazioni di sopravvivenza umana e alla cura parentale delle persone con le quali mi accompagno, lo dedico alla scrittura. Solo chi ha tanto tempo davanti a sé può permettersi di scrivere. Va da sé che non parlo dei professionisti della scrittura, per definizione essi sono pagati per farlo. Questo, sia detto incidentalmente, mi fa dire che non esistono gli scrittori della domenica. Chi scrive abitualmente per passione o per vocazione, non una tantum, e a prescindere che la sua opera, piccola o grande, abbia un corrispettivo, sia questa una storia o un brano in versi (e sono tantissimi che si cimentano, un esercito incommensurabile) lo fa di solito con normale impegno.

Per come la vedo io, scrivere è innanzi tutto avere cose da dire. Avere per prima cosa un’idea da cui partire per scrivere, che è soprattutto un’intuizione, l’intuizione di un’idea. Perché a quel punto l’autore è come un cieco, e come un cieco deve farsi guidare dalla sua intuizione per scoprire mondi e colori che non ha mai visto, che altri non hanno mai scoperto. Un’idea che, ovviamente, vale la pena di scoprire e che sia interessante per gli altri, che saranno il suo pubblico. E’ questo l’unico obbligo cui deve sottostare l’autore cieco, come diceva Henry James.

E dunque esso avrà un’origine e un compimento. Non è questione di tecnica, che pure sarà necessaria ma, perché avvenga, il cieco dovrà sedersi in ultima fila nel salotto della sua esperienza, attingere dalla sua sensibilità per i ritmi, le sfumature di significato e di linguaggio, i suoni e i colori, dare corsa alla sua vitalità immaginativa, cercare la sua voce oltre il buio che c’è e alla luce che lentamente si fa. E’ il punto critico che combina forma e contenuto, dove origine e compimento si fondono. Ecco, è il momento di farlo. Mi sono lasciato prendere la mano e ho detto anch’io la mia su una cosa che non so. Perché il primo romanzo lo sto scrivendo ora e chissà se mai diventerà un libro. Un libro che sia, ancora una volta, il primo.

Il lavoro


Enciclopedia del Novecento

Lavoro

di Jean Fourastié e Gino Giugni

Sommario: 1. Introduzione generale. a) Il ‛fatto’ del lavoro è millenario, il termine ‛lavoro’ è recente. b) Concezione tradizionale e concezione contemporanea del lavoro. 2. Considerazioni generali sul lavoro. Storia del lavoro umano. a) L’umanità senza il lavoro. b) Lavoriamo per produrre. c) Come lavoriamo. d) Le scienze, le tecniche e la produttività del lavoro. 3. L’organizzazione del lavoro. La divisione del lavoro. Costrizioni, gerarchie, subordinazione. a) Preparazione del lavoro e organizzazione del lavoro

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Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii http://www.anobii.com/sabic/books

Pasolini, Joyce (e Gadda) passando per Proust


Nella rubrica di corrispondenza «Dialoghi con Pasolini» che la rivista «Vie Nuove» ospitava settimanalmente a partire dal 1960 sino al 1965, il poeta rispondeva ai lettori che rivolgevano domande sui più svariati argomenti: cinema, letteratura, opinioni sul costume o la morale, ecc. Di alcuni temi riporteremo ampie selezioni di opinioni, convinti della loro pregnanza anche a distanza di mezzo secolo, insegnamento per l’oggi.

Nel numero 48 del 3 dicembre 1960, Pasolini risponde a un lettore che gli domanda un giudizio su Joyce e sulla sua opera, Ulisse, da poco tradotta in italiano. Ne riportiamo alcuni stralci.

 (…) In Italia Joyce ha avuto, e ha, il suo grande equivalente in Carlo Emilio Gadda, che non è detto gli sia, in concreto, inferiore. Il monologo interiore – il pensiero incessante del personaggio o dei personaggi, attraverso cui è visto l’ambiente, e in definitiva, il mondo – mentre in Proust era l’oggetto indiretto del racconto, ed era quindi a suo modo oggettivo, in Joyce – e in Gadda – facendosi mimetico, produce un grande sommovimento linguistico. 

Apparentemente è quindi più soggettivo – nel senso corrente di questa parola – ma in realtà, comportando appunto dei personaggi che non siano l’io che racconta come in Proust, è più oggettivo, almeno in quanto richiede che l’autore non monologhi da solo, ma si incarichi di riportare – mimetizzandosi psicologicamente, linguisticamente e quindi anche socialmente – il monologo di un essere umano che vive una sua vita individualmente e storicamente autonoma.

Credo perciò all’enorme importanza di Joyce; esso infatti indica la strada di un tipo di oggettività che non può essere quella ottocentesca, positivistica, scientifica e richiedente una sorta di indiscussa fiducia sulla realtà oggettiva ammessa da tutti della vita umana. (…) Ma poi c’è stata la crisi della borghesia e la sua ideologia letteraria – che dava tanta garanzia di positivistica oggettività – è andata in frantumi: idealismo, relativismo, bergsonismo, decadentismo hanno messo in crisi la sua bella sicurezza ottocentesca. Si è cercata allora l’oggettività entro l’io (Proust, e tutti i poeti del grande Decadentismo europeo) come unico garante di reale e sperimentata esistenza. Joyce ha tentato qualcos’altro: è entrato cioè non nel suo io ma nell’io di un altro uomo, diverso da lui psicologicamente e socialmente: non ha detto cioè né egli fece,egli andò, né io feci, io andai, ma qualcosa che sta in mezzo: la mimetizzazione, la ricostruzione in laboratorio della corrente di pensieri di un altro essere umano studiato nella sua personale realtà. (…) 

Con Ragazzi di vita e Una vita violenta (…) io mi sono messo sulla linea di Verga, di Joyce e di Gadda e questo mi è costato un tremendo sforzo linguistico. (…) mimare il linguaggio interiore di una persona è di una difficoltà atroce, aumentata dal fatto che nel mio caso (…) la mia persona parlava e pensava in dialetto. Bisognava scendere al suo livello linguistico, usando direttamente il dialetto nei discorsi diretti, e usando una difficile contaminazione linguistica nel discorso indiretto: cioè in tutta la parte narrativa, poiché il mondo è sempre come visto dal personaggio. Le stonature in questa operazione sono sempre a un pelo dalla scrittura: basta eccedere anche solo un minimo sia verso la lingua che verso il dialetto che il difficile amalgama si rompe, e addio stile. (…)

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Una poesia sulla vite maritata di Paola Fanelli


 Il desiderio puro di una pianta è quello di una sposa. Le parole si alzano come per un canto al dolce peso di lei sul suo cuore. In ogni stagione – quando protende verso di lui le verdi ghirlande e concedono vita, quando gli anni si piegano al tempo, lo sposo offre la sua mano forte e sicura. Tessono trame di una storia d’amore.

Lo sposalizio della vite
(al mio sposo)  
Tesse trame leggere
la vite sposata all’olmo,
morbida e sinuosa si lancia
in verdi ghirlande alate
da un albero all’altro
in appiglio sicuro.

Forte e dritto
senza fatica la sostiene
quando il peso dei grappoli
la fa incurvare,
la protegge con la chioma
dal sole e dal vento,
quando perde le foglie
e rimane nuda.

Così fai tu con me
amato olmo.

Paola Fanelli

Cultura è (di Antonio Gramsci)


Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie,  ma la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione immanente con tutti gli altri esseri (…) Cultura è la stessa cosa che la filosofia (…) Ciascuno di noi è un poco filosofo: lo è tanto più quanto è uomo (…) Cultura, filosofia, umanità sono termini che si riducono l’uno a l’altro (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia.
Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stesso il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e su tutti, sforzandosi di capire ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte; penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, di volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore, in modo da essere pronti, secondo la necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato.
(Antonio Gramsci)

Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida G 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio.