L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida Giulia. 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

 

La montagna e il suo tesoro


In principio era in mezzo a un bosco. Il monte dell’ossidiana, il tesoro nero è qui in Sardegna. È sul monte Arci, lungo sentieri calpestati da uomini come me vissuti settemila anni fa.
Avevo di che cacciare con pietre affilate e aste d’osso puntuto a ogni alzar del sole tra selve rigogliose il mio nutrimento. Sono abile e capace e trasformo e sgamello le mie armi, le mie mani sono esperte e precise.

Successe che un giorno vidi un viaggiatore maneggiare un sasso sporconerastro che prima non avevo mai visto. Lui mi parlò di una montagna in un posto lontano dove trovarne a profusione, una pietra speciale che diventava aguzza se scheggiata con maestria.
Senza indugio lasciai all’alba le mie rive, azzardai il mare per scoprire da dove venisse quella pietra. E così per miglia e miglia camminai e frugacchiai per macchie rossoluminose e foreste verdeggianti nel monte inesplorato. Finché non mi accorsi dei miei passi ricoperti di pietrame lucente e grezzo in grande quantità. 

Un nero ovunque affiora. Spunzono la terra e vedo arnioni che s’inerpicano per il sentiero e altri ancora là in alto sul tacco scosceso chiazze nerobrillanti al sole, qua brancio nel fogliame o ne miro a distanza di una fionda scagliata con destrezza.
Ne colsi una, tra il pietrisco ai miei piedi, le dimensioni di un pugno. La battei senza forza contro la roccia dura e quella si spaccò svelando il cavo nero lucidolucente come valva d’ostrica. Lo toccai, piatto e pulito, ci lisciai il dito e provai a scorrerlo adagio sull’orlo sottilissimo e tagliente della frattura. 

Fu così che da allora quella preziosa pietra varcò il mare in altri lidi distante. Diventò in altre terre punte d’armi come lame arrotate e falcetti e pugnali. Si barattò con legname, pelli e monili.
Tesoro nero in mezzo a un bosco, da toccare con mano. A Pau.

—————————————————-

Il Museo dell’Ossidiana a Pau, l’unico in Europa nel suo genere, è dedicato esclusivamente a questo raro vetro naturale. Esso affronta un viaggio attraverso la natura e le prerogative della fascinosa roccia che le viscere della terra hanno emesso e le le mani dell’uomo preistorico hanno trasformato per produrre strumenti del vivere quotidiano. 

Il percorso espositivo della struttura museale è organizzato secondo il principio della fruizione diretta e partecipata agli aspetti scientifici naturalistici, tecnologici, sociologici e storici dell’ossidiana, intesi nella loro dimensione più generale ed in quella che attiene più specificamente alle caratteristiche regionali, del Monte Arci e del territorio di Pau.

Si ammira una vastissima collezione di reperti geologici ed archeologici. Ogni argomento è spiegato in modo chiaro con supporti multimediali, pannelli, immagini e basi sonore e la guida eventuale di esperti che faranno vivere un’esperienza completa, provare la suggestione di toccare con mano la preistoria.

—————————————————-
 
 

La vita errante


Garance parla e ascolta

Tutto ebbe termine alla fine di quell’estate smorzata dalle calde tegole, dopo un lungo periodo nel quale ero solito mettermi in viaggio ogni sabato mattina insieme con Paul e sua moglie Paulette nei luoghi più disparati, non importava dove, purché si viaggiasse. Ci prefiggevamo una meta qualsiasi ed era sempre una scoperta. Uno dei posti preferiti, vuoi per la vicinanza, vuoi per il richiamo romantico, era Amsterdam e la campagna di Amsterdam. Quei viaggi mi proiettavano in una dimensione che prima vivevo solo nella mia immaginazione. 

Il verde luccicante delle colline pigramente declive, il rosso degli abbaini delle casette infiorate di gerani e rose, l’arredo dei villaggi contadini. Per il vero, tutto mi esaltava di quei posti. Come trovarsi

Fiori di fanciulle in fiore

improvvisamente e sorprendentemente al bivio del mondo. Un caleidoscopio di giovani colorati, gente proveniente da ogni parte, un concentrato giovanile della cultura del sacco a pelo con il mito dell’autostop, della musica rock e dell’acido lisergico. Masse di giovani che s’imbevevano di letture on the road e di cinema alla easy reader o alla zabrinsky point. Era come se una generazione facesse segnali servendosi di un faro. La meta era l’India, Kerouac il modello. L’esaltazione era al culmine e faceva lievitare tutto ciò che circondava lo sguardo. Era quello il tempo in cui le piazze europee si assomigliavano un po’ tutte: la mattina o il pomeriggio, a Trafalgar Square come in piazza Dam, alla Grand Place come alla Place de la Concorde o in Piazza di Spagna ragazzi e ragazze provenienti da ogni dove amavano incontrarsi: una promiscuità interclassista che parificava piccolo borghesi elegantissimi a sottoproletari suburbani e a borghesi figli dei fiori; tracce fosforescenti di vesti trasandate, zatteroni e gonne lunghe e lucidissime grassone dalla pelle burro latte con indosso sottanoni rimpannucciati rosa shockinge sandali infradito alla Joan Baez a spasso insieme a splendidi esemplari del genere femminile asiatico dal sedere simbolico, e un lembo di gonna mozzafiato. 

Era come se l’universo fosse esploso e mandasse lucenti segnali. Anche i maschi si radunavano, meglio se provvisti di moto, nuovo feticcio della neo dipendenza consumistica, il torso nudo imbacuccato nei giubbotti di pelle nera. Una generazione che marciava spesso a piedi o con mezzi di fortuna e per proprio piacere come meglio credeva in qualsiasi parte del globo. Da soli o in tribù a Milano, e il giorno dopo a Boulogne sur Mer o in qualsiasi altra città distante centinaia e centinaia di chilometri. Nei concerti di notte o nelle piazze di giorno popolo colorato dell’azzurrino del fumo e con l’utopia di un El Dorado da raggiungere. L’infinito passo del tempo e il desiderio di una felicità sconosciuta.

Van Gogh, mietitore

Con l’arrivo delle prime piogge, i viaggi di quei fine settimana cessarono, e fu allora che tutto ebbe inizio. 

Applausi


Il 17 agosto scorso, prodotto dal Teatro del Segno, è stato presentato a Santu Lussurgiu uno studio dal titolo ‘B.B.t.B. Una storia di jazz…’ di Giorgio Deidda, adattato e diretto da Stefano Ledda, interpretato dallo stesso Stefano Ledda, con la cantante Daniela Porru e la Route 131 Jazz Quintet (Valter Alberton, sax tenore e contralto – Mauro Medda, tromba e filicorno – Giorgio Deidda, chitarra e banjo – Salvatore Locci, basso acustico e chitarra – Paolo De Liso, batteria e percussioni).

MontiferruLa macchina attraversa la statale 131 fuori dalle multisale, fuori dalla fila ai botteghini dei teatri, dalla fila alle pizzerie, oltre i banchi dei supermercati, oltre gli uffici ministeriali, regionali e i concessionari di automobili, ed entra nelle isolate campagne dal sapore dell’acqua di sorgente e dal profumo dell’elicriso con il cortile della chiesa e le campane che battono l’ora ogni quarto, toccos e ripiccos, dove resta un vago sapore di antico baccano ­e la merda dei cavalli lungo i tratturi. Lascia le linee orizzontali e verticali degli edifici alle sue spalle e penetra nelle riserve di silenzio, tra morbide balze e cortili spenti. 

Vicolo sulla Piazza del Mercato A Santu Lussurgiu, è là che sono diretto, il mio amico presenta il suo spettacolo, una vera sfida. 

Non è solo un valente musicista, il suo sguardo è oltre. Ha scritto il monologo, studio teatrale che è una miscela di linguaggi narrativi fra teatro, musica, canto e video-documentario. Sicché è nella doppia veste di autore e musico che andrò a sentire lui, e a vederlo questo spettacolo concerto che neanche io saprei come definire. 

In questa placida e calda notte di agosto tutto è sincrono. La scena s’illumina, sensazione di quiete ineguagliabile e libera fatalità. Buddy è un anziano trombettista turnista che, seduto al tavolo di un locale, racconta la sua storia personale legata ai grandi musicisti che hanno fatto il jazz. Racconta storie, riferisce aneddoti mentre la musica della band evoca emozioni e le immagini scorrono sullo schermo. 

Portico

Gli applausi coprono la sensazione di emozione resa alla notte, gioia di inebriante integrità. Quando si spengono le luci del palco, mi confondo col canto dei grilli che finiscono la loro cucitura sul giorno, sapendo quando l’alba verrà. Ho passato così la notte in un albergo del posto, nella mia camera ho appeso l’immagine del sole. È un’antica casa padronale ristrutturata che dà un’impressione vagamente comica. Scale sulle quali inerpicarsi, pavimenti dalle piastrelle coloratissime e fuori misura, anditi stretti che non sai dove inizino e dove conducano, trentadue porte e altrettante chiavi, si entra e poi si esce in un viottolo, lo attraversi di un passo e sei arrivato a un’altra porta, poi altre scale e altre porte, sei indietro di due secoli, il televisore al plasma fa la differenza.

È come essersi sperduto, e presto caduto in un vortice. Il vortice è il dramma di liberarsi di ogni cosa.

Ho preso in mano il libro, e leggo: (…) si sentiva sempre più lontano dal bisogno di intraprendere azioni ispirate, esprimere giudizi originali, mantenere principi e convinzioni indipendenti, tutti motivi per cui le persone sono incasinate e gli uccelli e i topi no.(*)

E mi sono liberato. Cammino ora attraversando generazioni di pietre e sollevando stupore e schizzi di foglie a ogni passo. 

Montiferru

(*) Dal romanzo di Don DeLillo ‘Cosmopolis’. Un breve commento alla pagine LEGGO di questo stesso blog.

La luce una gioia senza forma


Chiudere gli occhi è viaggiare

La città ha varcato l’alba, ma nella sua mano la solitudine splende.

Già l’oggi appare antiquato, questo anche le stagioni lo capiscono. Chiudere gli occhi è viaggiare. Il mare mi è così vicino che basta allungare le mani. Mi lavo il viso con l’acqua del mare. Non ricordo più il nome di quei soli ridenti che ancora vagano in cielo. 

Il rumore talvolta mi porta un palpito di passi sulle spiagge, ma non è altro che la chiave che aprirà l’ultima porta in cui si nasconde l’infanzia. Vi sono orme di gabbiani sulla sabbia. Penso che i gabbiani fanno il loro lavoro come me. Si lasciano portare per correnti ascensionali, si posano sulla sabbia così con le loro zampette fuggenti, e appaiono calmi. E quando tutto lo spazio qui attorno sarà stato visitato e tutto il dominio mostrato, l’estensione del cuore più piccolo del più piccolo degli esseri umani lo ridurrà a nulla. Sicché i miei giorni, al peggio, saranno vivi.

Orme di gabbiani sulla sabbia

La luce una gioia senza forma

I favolosi anni della nostra vita


Tutti ricordano i favolosi anni della propria vita per me è stato facile ricordare i favolosi anni della mia vita per me è stato facile ricordare dieci anni e poi dieci anni e ancora dieci alla fine degli anni cinquanta avevo dieci anni avevo soltanto dieci anni una bicicletta legnano e il profumo dei pini di sant’onofrio e il cortile di casa ma ho fatto appena in tempo a crescere che ero già partito dalla mia città natale non da solo ovviamente ero con la mia famiglia ed ero partito da Nuoro da qualche mese da Nuoro che è la mia città natale e ci sono stato sino all’età di dieci anni con la mia famiglia sono andato a Sassari agli inizi degli anni sessanta iniziavano allora i favolosi anni sessanta se li ricordano tutti i favolosi anni sessanta io me li ricordo ancora perché avevo dieci anni e iniziavano gli anni sessanta io me li ricordo perché erano gli anni che avevo tanti amici a Sassari le ragazze di piazza d’Italia degli anni sessanta erano carine e cominciavano a piacermi ma avevo appena cominciato a conoscerle che me ne sono dovuto andare e non le ho viste più le ragazze di piazza d’Italia degli anni sessanta e quando sono arrivato a Cagliari ho visto che c’erano altre ragazze e tante altre cose ma negli anni sessanta non c’erano solo le ragazze c’era anche molto vento negli anni sessanta il vento arrivava dal nord che qui chiamano maestrale anche se arriva da nord ovest e poi c’era il vento che viene dal mare che qui chiamano levante che è poi il vento dell’est che qui chiamano levante sono arrivate anche le manifestazioni degli operai e una macchina fotografica e poi le bombe di piazza fontana che non c’entrano niente con la macchina fotografica ma chissà perché associo la fine degli anni sessanta con le bombe di piazza fontana e la macchina fotografica ma alla fine degli anni sessanta io avevo ventanni e mi sembrava di averne cento di anni anche se non era vero perché alla fine degli anni sessanta avevo solo ventanni e a me sembrava di averne cento avevo soltanto la patente dell’auto gigi riva il giro d’europa a piedi in venti giorni e un diploma che non sapevo cosa farmene perché iniziavano gli anni settanta e con gli anni settanta non si scherzava non erano come gli anni sessanta che era morto luigi tenco e c’era stato il viet nam e tutte le manifestazioni contro la guerra non erano come gli anni cinquanta che ricordavano la bomba atomica e marilyn monroe erano morti fred buscaglione e james dean e mi chiedevo chi sarebbe morto negli anni settanta insomma l’avete capito cominciava ad esserci un po’ di confusione ma per fortuna che il vento dell’est degli anni settanta non aveva smesso di soffiare perché venne qualcuno che disse di non preoccuparsi se sotto il cielo c’era confusione ci disse proprio così di non preoccuparsi perché se c’era confusione allora voleva dire che la situazione era eccellente non sapevi cosa voleva dire ma ho verificato io stesso che era vero che negli anni settanta il vento soffiava più forte e la situazione era eccellente il vento soffiava e la storia correva e correva e bisognava acchiapparla negli anni settanta e ogni cinque minuti mi innamoravo e trovavo il tempo per fare tutto innamorarsi e viaggiare e studiare e trovare lavoro cazzo perché negli anni settanta bisognava essere puntuali all’appuntamento con la Storia si vabbè qualcuno s’era messo a correre così tanto che andò di matto dissotterrò l’ascia di guerra Cocis Geronimo e Nuvola Rossa siamo giovani alla riscossa in quegli anni settanta manganelli piombo brigate rosse e stragi ce n’era per tutti anche pasolini se lo presero indovinate chi e non ci furono più occhi per piangere alla fine egli anni settanta perché arrivavano di corsa gli anni ottanta avevo trentanni e con gli anni ottanta non si scherzava non erano come gli anni settanta che c’erano le radio libere berlinguer e i viet cong che vincevano né come gli anni sessanta che c’era il boom economico la lambretta e anche bob kennedy e martin luther king ce li siamo giocati qui signori arrivavano gli anni ottanta e gli anni ottanta volevano dire edonismo reaganiano e milano da bere e riflusso non c’era da scherzare negli anni ottanta li ricordo ancora gli anni ottanta chi non ricorda gli anni ottanta si salvi chi può il privato pubblico e il pubblico privato mica cazzi ma erano gli anni ottanta e bisognava resistere sissignori anche se il mondo cambiava il sopra sotto e il sotto sopra negli anni ottanta c’era l’ombrello nel culo di cipputi negli anni ottanta fu inventato un nuovo mestiere perché negli anni ottanta il nuovo era vecchio e il vecchio era nuovo il semplice si complica e il complicato si semplifica c’era da rompersi la testa negli anni ottanta incontri strana gente negli anni ottanta incontri quelli che negli anni settanta quando c’era da fare la rivoluzione erano i moderati pappa e ciccia col pci e guai a toccare le acli non li smuovevi di là negli anni settanta ora negli anni ottanta sono diventati oppositori duri e puri contro il pci hanno l’orologio fermo mentre io sono pappa e ciccia col pci ed è così che negli anni ottanta un papa diventa una via di mezzo tra una rock star e un guerriero della notte io ho già quarantanni e non posso lasciare che gli anni passino così leggeri sulla terra mi dò da fare alla fine degli anni ottanta ho il mutuo da pagare e il contributo sindacale da onorare alla fine degli anni ottanta drive-in ingroppa il cervello a tutti e il cagliari è in serie C ma quelli che come noi che sono nati negli anni cinquanta non possono lasciar passare le cose come se marx sia morto invano eh no devono prepararsi agli anni novanta coi mondiali di calcio e la corruzione il cagliari in serie B che sono là che aspettano ora ho moglie e figli da mantenere negli anni novanta questo per la verità era successo anche negli anni ottanta ma è lo stesso ora che le stragi sono di mafia o di camorra o di ndrangheta perché è vero che ci sono più aiuole negli anni novanta mi faccio pure le vacanze al mare negli anni novanta ma il potere della Grande Bottega del Mondo si è già preso la sua rivincita da un pezzo, gli ex fascisti sono nel salotto buono sdoganati e la dc e il psi continuano a governare anche se ora alla fine degli anni novanta non si chiamano più dc e psi anzi non ci sono proprio più ma ci siamo capiti c’è qualcuno che si è fatto carico ma mi sono preso una soddisfazione alla fine degli anni novanta il cagliari è in serie A e ha giocato pure la semifinale di coppa uefa queste sono soddisfazioni alla fine degli anni novanta un millennio si avvicina il duemila è già arrivato e dieci anni dopo dieci anni sono arrivato che ho cinquantanni e dieci anni dopo dieci anni ho ricominciato a contare non mi sono accorto che siamo negli anni dieci sembra ieri che erano gli anni sessanta e avevo dieci anni ora sono gli anni dieci e di anni ne faccio sessanta.

 

La balena che aspetta di essere liberata


Mi sto convincendo che non sono io a dover dire qualcosa, ma è il mondo che vuole mandarmi segnali. La valutazione probabilistica del rischio è una metodologia sistematica complessa. In un lampo decido il mio piano. Devo superare il fiume. Il cielo grigio perla mi attrae come un’esca. Volo forse solo per provare un sentimento di vertigine. Come precipitare da un mondo all’altro. Lascio alle mie spalle le trombe d’aria e supero come un relitto la linea di confine.

È inutile che lo nasconda, sono arrivato sin qua per incontrarla standone lontano. Sarà cambiata? mi chiedo. Sicché ogni cosa che vedo mi sembra carica di significato, messaggi difficili da tradurre in parole. Presagi che riguardano me, non eventi esterni, estranei all’esistenza. Abbaini sui tetti spioventi color carbone, guglie appuntite di chiese anonime, fattorie, mucche e ciminiere. Non mi accorgo che la Mosa è là a indicarmi la strada.

È già notte quando da una sontuosa residenza ai margini del fiume i miei occhi scorrono con inquietudine sulle scritte dei tabelloni luminosi cercando le sue forme come se mi aspettassi di vederla apparire. Ho fame, una taverna di fronte a un ristorante cinese Mac Lam soddisfa la mia curiosità. Dentro, pochi avventori parlano sottovoce, un televisore appollaiato sulla parete dice qualcosa. Si sente nell’aria un aroma che avevo dimenticato, profumi che evocano sospiri. Non saprei come descriverli.

In questa giornata placida vedo altre facce, ascolto un’altra lingua, sento altre parole, respiro un’altra aria, calpesto altri marciapiedi. Il mio francese è un disastro. Scopro che in pont d’s âtches i suoi figli hanno incrociato le loro lance per un nuovo termidoro. Entro in puits-en-sock e i profumi caramellosi m’inseguono, ossessivi. Cammino per la roture. Inquietante, se non ci fossero le bandierine che annunciano la festa. Indiani silk col turbante rosa acceso si aggirano insieme a uomini scuri con caftano e sandali ai piedi. Donne obese con sabot e bambine col velo e stangone bionde tutti colori e due individui di pelle nera, borsalino e jeans appena giunti dalla Louisiana. Città multicolore, città multiversa, città arcobaleno.

Mi siedo al tavolo di un ristorante greco all’aperto, nella piazza dove una banda rock fa le prove microfono a centomila decibel sparati nell’aria torbida. Mangio greco. Un uomo basso e grasso con due grandi baffi rossi a manubrio, sembra il gestore, parla a voce alta e amichevole con due clienti alla loro tavola. Smette, e intrattiene un gruppo di poliziotti con cani lupo al guinzaglio che passano lì per caso o forse no. Dopo mezzora quelli se ne vanno, pacche sulle spalle e risate. Il grassone fa per entrare nel suo ristorante quando una vecchia che aiuta il suo cammino col bastone attraversa il suo angolo visuale e il suo faccione si colora di rosso. Un uomo calvo, assorto, aspetta il cameriere.

Accende una sigaretta, imitato da un altro suo compare. Fumano tutti, fumo anche io. Due donne e tre uomini slavi chiacchierano mentre il bus va. Gli argomenti non sono gli stessi. Quel profumo mi rincorre anche qui dentro, lo sento ovunque ormai. Eccomi a vinâve d’ile. Ma le targhe delle vie sono sponsorizzate? Pittori di strada abbozzano quadri nella piazza esplosiva di fiori.

Sedersi sui gradini di un’aiuola e sentire le inflessioni gergali della mia lingua. Guardare la gente che passa, che mi cammina davanti, che mi sorride. Un film già visto. Riavvolgere il tempo e rivedersi come in un flashback. Una distinta signora morde un panino, cammin mangiando. Una vecchia con la sporta in mano. Un signore non si accorge che il suo cane vuole pisciare. Alcuni adolescenti coi pantaloni scesi sino all’inguine si spintonano, scherzano, ridono. Adolescenti di tutto il mondo, unitevi! Tanti occhi mi guardano. Io guardo i loro occhi, voglio penetrare quegli sguardi e immaginare le loro storie. Mi nutrirò di quest’aria, dovrò digerirla. Lasciarsi andare. Andare. Andare. Una ragazza mi è davanti, altera. Ruota pupille che sono parvenza di fiaccole occulte. Muove le labbra sbieche, un velo di rossetto. Tra scrosci di risa scrolla un fulgore di riccioli. Vedo le mani fiere abbandonarsi. Non l’alterigia di un cuore superbo. Il sole indossa il suo cappello, il cielo si fa grigio e piove. La polvere torna al suo posto tra le crepe dei marciapiedi.

Dentro una casa rotta le tubature perdono. Pozzanghere d’acqua fetida sul pavimento. Tende cadenti, sporcizia dappertutto. C’è muffa alle pareti, bottiglie rotte sparse in giro, mobili tarlati, sedie sgangherate e una giornata bagnata. Si può essere più sfigati? Ma è il solito profumo che mi ossessiona, che sento solo qui. Come possono questi odori richiamare un tempo e un luogo? Sosto a lungo sulla panchina che guarda la Mosa. Il rumore del traffico, il suono di una sirena, il rintocco di una campana lontana. Passa il tempo. I gabbiani oziano sulla superficie del fiume. Una coppia parla arabo sulla panchina a fianco alla mia. Lei pare che pianga. Lui sembra dirle, perché piangi? Forse ieri gemeva, la testa posata sulla sua spalla. Un uomo nel frattempo sfreccia in bicicletta sulla banchina alberata. La coppia araba si alza e se ne va. Scatto qualche foto, scrivo appunti.

Piove ancora. Mi abbandono allora sul pavè calpestato, mi arrampico sulle facciate delle case, su questo cielo grigio anche ad agosto, in braccio a una città che si avvicina e si allontana, eppure vicina, sfuggente come una donna che non si vuol far prendere. Il tempo cambia forma, i giorni si dilatano e diventa un unico giorno. Lo spazio denso non lascia spiragli alle parole. Attendo il momento in cui le maglie della rete si sarebbero allargate e il suo sguardo aperto. Aspetto che socchiuda gli occhi per strisciare nell’oscurità delle sue ciglia abbassate, mi nascondo nel buio delle palpebre di lei. Frugo. Trovo. Rubo.

Devo lasciare il palco quando comincio appena a conoscerla. Il controllo bagagli è solo una questione di fortuna. Sto per entrare nel palcoscenico conosciuto. Quindi, giù il sipario e andiamo a impiccare la realtà!

Attraverserò il mare


Sono solo nell’ascensore che mi porta verso i piani superiori alla ricerca di libri che non ho finito di leggere. Più che un ascensore, questo è un montacarichi a gabbia che si apre con un cancello pieghevole. A ogni piano appare una prospettiva di locali deserti, le pareti con graffiti che rimandano ad allegoriche eiaculazioni, i muri scoloriti con i segni dei mobili scomparsi e i solai marciti. Armeggio con le dita per fermare l’ascensore tra due piani. A questo punto tre pensieri si contendono simultaneamente il mio spirito. Sono pronto a partire immantinente, varcare l’oceano, mettere piede sul continente inesplorato che immagino colorato, la rintraccio e ottengo da lei il seguito dei romanzi interrotti. Nello stesso tempo mi viene in mente di tornare indietro e chiedere la stessa cosa all’amico di sempre che mi saprebbe consigliare. Non correrei il rischio di cimentarmi in una attraversata densa di incognite e dall’esito incerto. Ma sarebbe un rimandare invano. Prima o poi attraverserò il mare.