Per come la vedo io


È questo un periodo della mia stagione nella quale mi trovo che non ho niente da fare. Coltivo le virtù benefiche dell’ozio. Beato te, dirà chi mi sta leggendo. Chi se ne frega diranno i più educati. Vattela a pijar in der… , esclamerebbero certi amici romani che conosco.

E forse avrebbero pure ragione, con tutti i drammi che si consumano sotto i nostri occhi. Non avere niente da fare è, a seconda dei punti di vista, un privilegio che solo un nababbo può permettersi, oppure un triste destino di un poveraccio che non sa dove sbattere la testa. Non voglio tirarla per le lunghe, né giustificare la mia posizione, non credo che interessi alcuno. Parto da qui semplicemente perché è la verità allo stato puro, per quanto mi riguarda. Lo dico perché non essere condizionato dai tempi che altri impongono, consente che sia tu a dettare i tempi della tua vita.

Nel mio caso, per esempio, il tempo a disposizione, al netto delle normali operazioni di sopravvivenza umana e alla cura parentale delle persone con le quali mi accompagno, lo dedico alla scrittura. Solo chi ha tanto tempo davanti a sé può permettersi di scrivere. Va da sé che non parlo dei professionisti della scrittura, per definizione essi sono pagati per farlo. Questo, sia detto incidentalmente, mi fa dire che non esistono gli scrittori della domenica. Chi scrive abitualmente per passione o per vocazione, non una tantum, e a prescindere che la sua opera, piccola o grande, abbia un corrispettivo, sia questa una storia o un brano in versi (e sono tantissimi che si cimentano, un esercito incommensurabile) lo fa di solito con normale impegno.

Per come la vedo io, scrivere è innanzi tutto avere cose da dire. Avere per prima cosa un’idea da cui partire per scrivere, che è soprattutto un’intuizione, l’intuizione di un’idea. Perché a quel punto l’autore è come un cieco, e come un cieco deve farsi guidare dalla sua intuizione per scoprire mondi e colori che non ha mai visto, che altri non hanno mai scoperto. Un’idea che, ovviamente, vale la pena di scoprire e che sia interessante per gli altri, che saranno il suo pubblico. E’ questo l’unico obbligo cui deve sottostare l’autore cieco, come diceva Henry James.

E dunque esso avrà un’origine e un compimento. Non è questione di tecnica, che pure sarà necessaria ma, perché avvenga, il cieco dovrà sedersi in ultima fila nel salotto della sua esperienza, attingere dalla sua sensibilità per i ritmi, le sfumature di significato e di linguaggio, i suoni e i colori, dare corsa alla sua vitalità immaginativa, cercare la sua voce oltre il buio che c’è e alla luce che lentamente si fa. E’ il punto critico che combina forma e contenuto, dove origine e compimento si fondono. Ecco, è il momento di farlo. Mi sono lasciato prendere la mano e ho detto anch’io la mia su una cosa che non so. Perché il primo romanzo lo sto scrivendo ora e chissà se mai diventerà un libro. Un libro che sia, ancora una volta, il primo.

Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii http://www.anobii.com/sabic/books

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Il mito e la struttura del tempo


Il mito e la struttura del tempo. Chi può sfuggire alla frusta? 

Come ebbe inizio il mondo? Quando inizia il tempo? Lo spazio è sempre esistito? Niente male, direi. Sono queste le domande da cui parte il saggio problematico che ha un titolo affascinante ed evocativo: IL MULINO DI AMLETO di Giorgio di Santillana e Hertha von Dechend, il primo uno storico della scienza, la seconda un’antropologa. E le risposte che ci offrono non sono affatto scontate. 

Il presupposto necessario è quello di considerare i nostri antenati di un passato lontanissimo non come barbari urlanti che si dipingevano la faccia di blu ma individui pensanti che dovevano aver avuto più conoscenze di astronomia di quanto non ci facciano pensare i loro usi e la loro organizzazione sociale. Considerando i mezzi che avevano a disposizione, sarebbe ragionevole pensare che fossero dotati quanto meno di menti paragonabili alle nostre e capaci di processi razionali.
L’altra domanda è: come si sarebbe comunicato il sapere, se l’uomo arcaico non possedeva un sistema di segni come la scrittura? Sappiamo ora che ciò non poteva che avvenire non altro che con le immagini e con la memoria. Nell’universo arcaico le cose erano segni e segnature l’una dell’altra.

L’interesse agli eventi celesti, sappiamo ancora, formarono la mente degli uomini prima ancora della storia documentata. Ma poiché non esisteva la scrittura la loro conoscenza ai posteri fu tramandata attraverso il mito, giacché questo costituiva l’unica forma di linguaggio tecnico di allora. In effetti tutto il pensiero arcaico è dominato in senso cosmologico i cui echi sarebbero stati ripresi fin nella tarda filosofia classica. Dall’astronomia i Greci ricavarono la matematica e furono gli scienziati arcaici a creare una terminologia del mito, così come regole e fenomeni cosmici erano rappresentati con il linguaggio del mito.

Allora perché Amleto? E cosa c’entra il suo mulino? La storia di Amleto è di origine vichinga, richiama una leggenda irlandese di tradizione celtica e parallela ad altra molto simile di impronta medio-orientale. Il parallelo finlandese, Amleth, è Kullervo nel poema epico, il Kalevala. La similitudine dei buoi che son fatti girare attorno alla macina è conosciuta in oriente quanto in occidente per rappresentare la sfera celeste immaginata come una macina rotante e il polo nord come la boccola entro cui ruota il ferro del mulino. Septemtriones come i sette buoi da trebbia dell’orsa maggiore, Triones da Terere = triturare, trebbiare, macinare.

Gli abitanti della terra abitata sono i pianeti. Qui il termine terra sta per il piano inclinato passante per l’eclittica per i quattro punti dell’anno: Solstizio d’Estate e d’Inverno ed Equinozio di Primavera e Autunno, i loro punti d’intersezione sono chiamati Nodi cioè il Drago e, nella liturgia della chiesa, sono i Quattor Tempora, le astinenze particolari, ovvero i Quattro Pilastri o i Quattro Angoli della Terra. L’indagine del rapporto tra mito e scienza dunque non può che partire da qui. A quei tempi tanto lontani la realtà fisica non poteva essere analitica in senso cartesiano. L’essere in quanto tale è mutamento, ritmo, un moto irresistibilmente circolare del tempo e la fonte principale del mito non poteva che essere l’astronomia. Aristotele sosteneva che gli dei in origine erano astri. E agli astri sono stati dati i nomi degli dei. Prima del 500 ac l’unica realtà era il tempo, Parmenide non aveva ancora scoperto lo spazio.

È il tempo la misura fissa della rivoluzione del cielo. La separazione dei genitori (evirazione) nel mito di Kronos-Saturno che taglia i genitali di Ouranos, il Padre, e li getta in mare da cui nasce Venere – Afrodite rappresenta l’instaurarsi dell’obliquità dell’eclittica, l’inizio  del tempo misurabile.

La teoria di come ebbe inizio il mondo sembra comportare lo spezzarsi di un’armonia, una specie di peccato originale cosmogonico per effetto del quale il cerchio dell’eclittica viene inclinato rispetto all’equatore e dal quale nacquero i cicli del mutamento. I mulino è il cielo, la stella polare ne è il perno. Il sorgere eliaco delle stelle (astronomia delle stelle), la linea dell’orizzonte era il telescopio, la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, così come la cacciata degli angeli dal Paradiso.

L’analisi poi si sposta sulla trasmissione delle tradizioni e al recupero di una cultura perduta, o meglio ancora, al recupero dal lontanissimo passato di una scienza interamente perduta.

Altra domanda, qual è il serbatoio dei miti e delle favole ? Alla luce di una chiarezza superiore, dunque, chi può sfuggire alla frusta? 

Proposte indecenti di lettura


Consigli di lettura per gusti differenti alla pagina Leggo del blog:
Antonio Gramsci e il suo Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce ci consente di rivisitare i temi di un acceso dibattito con uno dei più autorevoli e raffinati intellettuali del secolo scorso. Per approfondire la nostra ricerca sulle radici storiche e culturali delle masse lavoratrici nell’ambito della lotta per l’egemonia culturale tra il blocco sociale dominante e i ceti subalterni.
Carlo Emilio Gadda ci conduce da tutt’altra parte: nel mare agitato e minaccioso della sofferenza. La cognizione del dolore è un testo da digerire, ma la sua prosa inimitabile, così attrattiva, rompe l’asprezza della lettura. Gadda è colui che dà nome alle cose e ci rappacifica con la parola, se mai ci fu guerra. E’ colui che nomina le cose con precisione, dà profondità al pensiero ed è la bellezza.
Per chi ama il romanzo storico La cattedrale del mare di Ildefonso Falcones. Una trama ben congegnata in una solida impalcatura dà convincente tonalità alla storia. Si dilunga spesso in descrizioni di fatti, ancorché romanzati, ma realmente accaduti, ben inseriti nel tessuto narrativo. Il ritmo incalzante, però, a volte, ne risente. Personaggi unidimensionali. Le mie facoltà percettive sensoriali non intercettano la sua cifra stilistica, che al contrario trova gradimento tra i lettori: insomma, un best seller tra i più apprezzati. Almeno induce a fare una visita alla cattedrale a Barcellona per ammirarne l’immensa bellezza.

Letture proustiane e altre ancora


Non saranno pure letture per l’estate, ma perché no? Per un’idea più precisa, vai alla pagina Leggo: un mio commento potrebbe aiutarti.

 

Segnalo: il saggio Ermeneutica di Proust, di Maurizio Ferraris ci sollecita una riflessione su La Recherche. Un’opera, un intreccio di tessere che possono essere disposte in molti modi secondo una fittissima trama nella quale si muovono personaggi con una propria individualità e con qualità personali che stabiliscono relazioni, dunque alterazioni, costituiscono serie riproducibili, aprono su gruppi e galassie diverse, annullano identità che definiscono. Le chiavi interpretative sono in effetti mappe ermeneutiche per chi si è avventurato nel mare aperto della Recherche. Ecco qui interessanti spunti di lettura che Maurizio Ferrari ci offre con un linguaggio accessibile.

Certamente adatto S’è fatta ora, di Antonio Pascale che usa un registro ironico, pur parlando di cose serie: l’amore, il dolore, il lavoro, la politica. Un romanzo di formazione in prima persona. Riflessioni, dissertazioni a tu per tu, un libro che può essere gradevole.

Più impegnativo La condizione umana, di André Malraux libro controverso, che introduce i temi dell’incomunicabilità dell’uomo ambientato nella Cina pre-rivoluzionaria, quando le forze nazionaliste di Chiang Kai-shake e quelle comuniste erano alleate nel Kuomintang contro l’invasore giapponese.

Di tutt’altro segno, certo più contemporaneo L’incontro, di Michela Murgia, pirotecnica storia di scaramucce di tre ragazzini in una piccola e unita comunità della costa sarda che improvvisamente divampa sino a diventare un confitto tra due opposte fazioni a colpi di Salve Regina.

Mezzogiorno di note


Mi allaccio le stringhe delle scarpe e chiudo la porta di casa. Vado ad ascoltare musica per sfruttare l’attesa, non ho niente da fare. Dunque voglio essere travolto dal blues offerto con parsimonia a una sera d’estate.

Buddy Whittington non m’incanta ma è la musica la regina, onde sonore e non c’è singhiozzo di chitarra che tenga.  

Non sono solo ovviamente. Siamo due, siamo tanti, un lamento andrà bene come un lento salmodiare sincopato. La musica è vertiginosa come una giostra volante di luna park. Muoviamo la testa per tenerci allegri, se sia mezzanotte o mezzogiorno (per pura pazzia) non saprei dire.

Nessuno è risparmiato, eh già, quando guardo la simpatica massa larda, (lo dico con rispetto, sia chiaro) da cui escono quelle note. E penso che sia come me in fondo, che cerco il senso di tutto come egli le corde della sua chitarra.  

Prima di suonare forte stordisce poco per volta come una botta eterea, come un martello debole, ma abbiamo tempo per riprenderci e per godere un mezzogiorno di note. Verrà il tempo che qualcuno troverà la musica arrotolata nel labirinto delle mie orecchie. E capirà che ascolto musica, (è una possibilità) per tenere lontano il buio.

Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida Giulia. 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

 

Lingua Sarda, poesia e diversità


Del Logudorese, del Campidanese, del Nuorese, del Gallurese, del Sassarese e infine dell’Algherese riporto i brani di alcune poesie nei rispettivi dialetti per segnalarne la diversità. 

Inizio con due strofe del famoso canto contro il feudalesimo, pubblicato alla macchia in Corsica nel 1794 dal patriota di Ozieri Francesco Ignazio Mannu. 
Il Logudorese ha marcato più di tutti la parlata volgare sarda. Grazia e scorrevolezza, risonanze di latino e spagnolo.

Procurad’è moderare

barones, sa tirannia,

chi si no’, pro vida mia

torrades a pe’ in terra!

Declarada è già sa gherra

contra de sa prepotenzia,

e cominza sa passienzia

in su pobulu a mancare.

…………………………

No apprettedas s’isprone

a su poveru rinunziu,

ai no in mesu caminu

s’arrempellat appauradu;

Minzi ch’es lanzu e cansadu

e non de pode piusu;

finalmente a fundu in susu

s’imbastu nd’hat a bettare.

Cercate di moderare, 

baroni, la tirannia,

che se no, per la vita mia,

rimetterete piede in terra!

dichiarata è già la guerra

contro la prepotenza

e comicia la pazienza

nel popolo a mancare.

…………………………

Non calcate lo sprone

al povero ronzino,

se no in mezzo al cammino

si ribella impaurito;

badate che è troppo magro e stanco

e non ne può più;

finalmente a fondo in su

il basto potrà gettare.

Propongo ora questa poesia in Campidanese dell’avvocato Cesare Saragat di Sanluri, morto a Cagliari (dove è sepolto) nel 1929, zio di colui che fu Presidente della Repubblica negli anni ’60/’70 del secolo scorso. Brano e traduzione sono di Francesco Alziator tratti da Testi campidanesi di poesie popolareggianti, a cura dello stesso Alziator. Suoni strascicati e lenti, contiene numerosi vocaboli di provenienza iberica. A Cagliari e provincia si fece largo uso dell’aragonese e del castigliano che ha temperato nel dialetto la severità del latino. Un uso della x pronunciata con il suono sg dolce e prolungato.

L’industria forestiera

Su paru furisteri esti uni tiau!

de macchinas su mundu est alluprendi,

su poburu messaiu hati spola;

e macchinas de nou est’imbentendi,

pe podi riprodusi e binu e trigu

a su doppiu, a su triplu de s’antigu.

…………………………..

Candu, in su tempu miu, ne s’agatada

nè macchin’è messai nè de così,

s’omini, mali o beni, s’arrangiada

si prandiad’e si cenada dì po dì

mentras cun su progressu e cun su lussu

oi digiunant custu e crasi cussu.

L’industria forestiera è una diavoleria!

Sta sommergendo il mondo di macchine,

ha ridotto al verde il povero massaro;

ed inventa ancora nuove macchine,

per poter produrre e vino e grano

al doppio e al triplo del passato.

…………………………..

Quando ai miei tempi non c’erano

macchine, nè per mietere, nè per cucire,

la gente, bene o male, s’arrangiava

e pranzava e cenava ogni giorno

mentre con il progresso e con il lusso

oggi digiuna questo e domani quello.

Il Nuorese, variante del logudorese del tutto specifica, è tra quei dialetti che hanno concorso a formare il volgare sardo. Pronuncia gutturale, aspra e ricca di h aspirate alla maniera latina. Come del latino conserva ancora assonanze, parole e frasi. Linguaggio severo ed espressivo. Di seguito un esempio nel sonetto dialettale del poeta Sebastiano Satta: 

Santa Maria

Santa Maria ja est bella a Pasca ‘e aprile,

cando torran sas runchines dae mare;

toccos de gloria e gridos d’allegria

in cada nidu e cada campanile.

Ma prus bella est a bider dae su jannile

sas feminas issinde tott’impare  

artas e bellas, a passu signorile,  

chi paren santas foras de s’artare.

Santas chi riden, santas chi’in zarminos (*)

in bucca; e a chie las amat forte

dant sas gratias e sanat sos dolores.

Nè a tue, pro chi malo hapas ustinos,

t’hana a mancare a cada mala sorte

custos coros, Sardigna, e custos frores.  

Santa Maria, è bello a Pasqua in aprile

quando le rondini ritornano dal mare;

rintocchi di gloria e d’allegria

in ogni nido e in ogni campanile.

Ma più bello è contemplare dalla soglia

le donne che escono tutte insieme,

alte e belle, con passo signorile,

che sembrano sante fuori dall’altare.

Sante che ridono, sante con gelsomini

in bocca; e a chi le ama fortemente

concedono grazie e risanano i dolori.

nè a te, per avverso destino tu abbia,

mancheranno in ogni sventura,

questi cori, Sardegna, e questi fiori.

(*) Zarminos letteralmente gelsomini, ma sono anche dolci a base d’uovo e quindi dello stesso colore e delicatezza dei gelsomini.

Questi che seguono sono mottetti in Gallurese di autore ignoto. In un territorio per lungo tempo dominato dai Pisani, l’influenza toscana è evidente: il linguaggio è dolce e più accessibile. I primi abitanti della Sardegna, provenienti dalla Corsica, si sono fermati prima a Santo Stefano e poi in Gallura dando vita al primo embrione della cultura sarda (i circoli di Arzachena).

Non si poni irrisistì

chisti dui estremi folti:

lu videtti è la me molti,

lu no videtti è murì.

Dunca, palchi la molti

incontru in videtti o no

voddu murì middi olti

basta a videtti però:

chi li to’ bedd’occhi so

più d’amà che di timì.

Tu dì chi mi professi

amori, e veru no è;

comu aggiu a credè a te

si no’ credu a me matessi?

Intendila, cussì è, 

l’amori nostri so’ vani,

so comu l’alba la mani

bugiu chi sta pal finì,

luci chi pari e no’ è.

Non si possono resistere

questi due estremi tormentosi:

il vederti è la mia morte,

il non vederti è morire.

Dunque, poiché la morte

incontro a vederti o no,

voglio morire mille volte

basta vederti però:

chi i tuoi begli occhi sono

più d’amare che da temere.

Tu dici che mi professi

amore, e vero non è;

come posso credere a te

se non credo a me stesso?

Comprendi, così è,

i nostri amori sono vani,

sono come l’alba la mano

buio che sta per finire,

luce che sembra e non è.

Del Sassarese una poesia di uno dei maggiori poeti, Pompeo Calvia. A differenza del Gallurese, questo è più duro, aspro, sanguigno, difficile a volte da comprendere e pronunziare, sebbene pur esso sia un prodotto tardivo, come il gallurese, della cultura toscana. 

I Candelieri

Li candareri farani in piazza

cun li vetti di rasu trimulendi,

fattu fattu li borri cun la mazza

e lu Sindaggu in mezzu, saluddendi.

Tutti saluta senza distinzioni

finza li banderetti di li vinu…

arruglia lu tamburu di continu 

e lu piffaru sona li canzoni.

Lu piffaru chi poni l’allegria

e accompagna li setti cadaveri

finz’a la janna di SAnta Maria.

Inchiddà li in strazzani li vetti 

e zi l’entrani in gesgia più lizzeri

in mezzu a li vaggiani

e a li cuglietti.

I candelieri scendono in piazza

con i nastri di raso tremolanti,

appresso le guardie con la mazza

e il Sindaco in mezzo che saluta.

Tutti saluta senza distinzione

persino le bandierine dei vinai…

rulla il tamburo di continuo

e il piffero suona le canzoni.

Il piffero che mette l’allegria

e accompagna i sette candelieri

sino alla porta di Santa Maria.

Là dentro gli strappano i nastri

e li introducono in chiesa più leggeri

in mezzo alle fanciulle

e ai colletti (dei giovani).

Per ciò che riguarda l’Algherese va detto che esso rappresenta un’isola linguistica di tutto rilievo. La distanza dalle sorgenti originarie del catalano algherese, il suo isolamento rispetto agli altri dialetti parlati nell’isola dai quali si distacca considerevolmente hanno finito per pietrificarlo e lo hanno sottratto a contaminazioni di parole nuove e frasi moderne cui, di converso, costringono gli scambi e i traffici con il resto del Continente europeo il catalano che si parla a Barcellona. Cosicché l’algherese anche oggi è ancora oggetto di attenzione da parte dei filologi spagnoli. 

Questo che segue è un sonetto di un autore ignoto del XVIII secolo:

Una rosa è vista l’altro maitì

tota del llet i sang pintirindda

si no arribessi ama n’en l’accolli

legu la vida mia fora acabada

ni n’he vist, ni  ne veruè

que giressi le mon due mil voltas.

A una cappella la vuldria pintar

pe la veure almanco un’altra volta.

Es morta la sua companyona,

lu sol y la luna rais per l’incoronar:

adios, regalate fins a demà.

I de veura una cosa tanto bella

ne restan ancantades la estrellas.

Una rosa ho visto l’altra mattina

tutta spruzzata di latte e di sangue.

Se non arrivassi a coglierla

presto la mia vita sarebbe finita.

Non ne ho visto nè vedrò

anche se girassi il mondo due mila volte.

In una cappella la vorrei dipingere

per vederla almeno un’altra volta.

E morta la sua compagna,

il sole e la luna raggiano per incontrarla:

addio, riguardati sino a domani.

E di vedere una rosa tanto bella

restano incantate le stelle.