Mezzogiorno di note


Mi allaccio le stringhe delle scarpe e chiudo la porta di casa. Vado ad ascoltare musica per sfruttare l’attesa, non ho niente da fare. Dunque voglio essere travolto dal blues offerto con parsimonia a una sera d’estate.

Buddy Whittington non m’incanta ma è la musica la regina, onde sonore e non c’è singhiozzo di chitarra che tenga.  

Non sono solo ovviamente. Siamo due, siamo tanti, un lamento andrà bene come un lento salmodiare sincopato. La musica è vertiginosa come una giostra volante di luna park. Muoviamo la testa per tenerci allegri, se sia mezzanotte o mezzogiorno (per pura pazzia) non saprei dire.

Nessuno è risparmiato, eh già, quando guardo la simpatica massa larda, (lo dico con rispetto, sia chiaro) da cui escono quelle note. E penso che sia come me in fondo, che cerco il senso di tutto come egli le corde della sua chitarra.  

Prima di suonare forte stordisce poco per volta come una botta eterea, come un martello debole, ma abbiamo tempo per riprenderci e per godere un mezzogiorno di note. Verrà il tempo che qualcuno troverà la musica arrotolata nel labirinto delle mie orecchie. E capirà che ascolto musica, (è una possibilità) per tenere lontano il buio.

Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida Giulia. 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

 

E il tempo intorno come colore a chiazze


Un figlio partito in Bulgaria, l’altro, in clausura esami, suona al piano il suo blues. Ed io abito l’assenza e l’attesa, in un angolo cottura della cucina tra raggi di sole diventati punte smussate di argento brunito. 

Uno scampanio ferruginoso e festante batte le ore, lontano, come la traduzione musicale di un canto in gloria al sole. L’antifurto di un auto è una nenia cantata al nulla ossessivo, abbinato al suono di una sirena che annuncia un dolore. Da qualche parte, lassù, il rombo di un aereo invisibile. 

Sorrido al gatto acquattato su tegole frante dall’afa. 

Vede l’uccello e ridacchia. Quindi striscia, e due occhi grandi come due palle di neve. La bocca freme, nervosa e vorace, i denti non stan più fermi. Mi guarda distratto, furbo e quasi indifferente. Balza, ma quello scocca via, e lui rimane con la strozza bagnata.Poetto

La montagna e il suo tesoro


In principio era in mezzo a un bosco. Il monte dell’ossidiana, il tesoro nero è qui in Sardegna. È sul monte Arci, lungo sentieri calpestati da uomini come me vissuti settemila anni fa.
Avevo di che cacciare con pietre affilate e aste d’osso puntuto a ogni alzar del sole tra selve rigogliose il mio nutrimento. Sono abile e capace e trasformo e sgamello le mie armi, le mie mani sono esperte e precise.

Successe che un giorno vidi un viaggiatore maneggiare un sasso sporconerastro che prima non avevo mai visto. Lui mi parlò di una montagna in un posto lontano dove trovarne a profusione, una pietra speciale che diventava aguzza se scheggiata con maestria.
Senza indugio lasciai all’alba le mie rive, azzardai il mare per scoprire da dove venisse quella pietra. E così per miglia e miglia camminai e frugacchiai per macchie rossoluminose e foreste verdeggianti nel monte inesplorato. Finché non mi accorsi dei miei passi ricoperti di pietrame lucente e grezzo in grande quantità. 

Un nero ovunque affiora. Spunzono la terra e vedo arnioni che s’inerpicano per il sentiero e altri ancora là in alto sul tacco scosceso chiazze nerobrillanti al sole, qua brancio nel fogliame o ne miro a distanza di una fionda scagliata con destrezza.
Ne colsi una, tra il pietrisco ai miei piedi, le dimensioni di un pugno. La battei senza forza contro la roccia dura e quella si spaccò svelando il cavo nero lucidolucente come valva d’ostrica. Lo toccai, piatto e pulito, ci lisciai il dito e provai a scorrerlo adagio sull’orlo sottilissimo e tagliente della frattura. 

Fu così che da allora quella preziosa pietra varcò il mare in altri lidi distante. Diventò in altre terre punte d’armi come lame arrotate e falcetti e pugnali. Si barattò con legname, pelli e monili.
Tesoro nero in mezzo a un bosco, da toccare con mano. A Pau.

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Il Museo dell’Ossidiana a Pau, l’unico in Europa nel suo genere, è dedicato esclusivamente a questo raro vetro naturale. Esso affronta un viaggio attraverso la natura e le prerogative della fascinosa roccia che le viscere della terra hanno emesso e le le mani dell’uomo preistorico hanno trasformato per produrre strumenti del vivere quotidiano. 

Il percorso espositivo della struttura museale è organizzato secondo il principio della fruizione diretta e partecipata agli aspetti scientifici naturalistici, tecnologici, sociologici e storici dell’ossidiana, intesi nella loro dimensione più generale ed in quella che attiene più specificamente alle caratteristiche regionali, del Monte Arci e del territorio di Pau.

Si ammira una vastissima collezione di reperti geologici ed archeologici. Ogni argomento è spiegato in modo chiaro con supporti multimediali, pannelli, immagini e basi sonore e la guida eventuale di esperti che faranno vivere un’esperienza completa, provare la suggestione di toccare con mano la preistoria.

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Dove tu sei è casa


È stato giorno di festa per Neoneli il 25 di settembre. Giorno di festa per i Tenores, così li conosciamo con i loro nomi: Ivo Marras, Nicola Loi, Beppe Loisu Piras, Tonino Cau. Trentacinque anni è un cammino di mezza vita che si onora con riconoscimenti e giusta fama e applausi, ma non bastano a spiegare con povere parole la loro arte che riproduce il sole nel momento che nasce e sa ripetere un giorno d’estate, in fondo tutto ciò che serve a un umile servo.

Dunque, sono andato a stringere loro la mano perché volevo sentire il respiro della pietra. No, non sono andato a Neoneli solo per ascoltare il loro canto poetico, che richiama l’aurea ancestrale di novelle deleddiane, di un’infanzia prenatale; non perché c’è una montagna che reclama il mio nome, né per fuggire dai demoni che bussano alla mia porta. Perché non è solo canto e boghes lontanas, è dura trachite e carne e sangue. Mi è venuto di andarci perché c’è un azzurro che sorprende nel cielo o nell’intrico di rupi e selve, sono un tessuto di voci, dicerie e leggende che si aggrappano come brune Andromede a tonneri e giare.

Sì, questi Tenores sono fatti come noi della nostra stessa materia. Il moderno respira come l’antico aveva respirato, racconta come lui aveva raccontato. Teniamo a mente i loro nomi, perché essi saranno le nostre pietre, quelle che oggi contano i nostri passi, e domani e dopo ancora terranno all’altro capo i fili tesi da nuove parole antiche.

Neoneli era l’inizio della terra, questa casa solitaria, quasi timida, che sa d’altri tempi, che nasconde a ogni sguardo qualche imperituro segreto di gioia e disincanto.

Applausi


Il 17 agosto scorso, prodotto dal Teatro del Segno, è stato presentato a Santu Lussurgiu uno studio dal titolo ‘B.B.t.B. Una storia di jazz…’ di Giorgio Deidda, adattato e diretto da Stefano Ledda, interpretato dallo stesso Stefano Ledda, con la cantante Daniela Porru e la Route 131 Jazz Quintet (Valter Alberton, sax tenore e contralto – Mauro Medda, tromba e filicorno – Giorgio Deidda, chitarra e banjo – Salvatore Locci, basso acustico e chitarra – Paolo De Liso, batteria e percussioni).

MontiferruLa macchina attraversa la statale 131 fuori dalle multisale, fuori dalla fila ai botteghini dei teatri, dalla fila alle pizzerie, oltre i banchi dei supermercati, oltre gli uffici ministeriali, regionali e i concessionari di automobili, ed entra nelle isolate campagne dal sapore dell’acqua di sorgente e dal profumo dell’elicriso con il cortile della chiesa e le campane che battono l’ora ogni quarto, toccos e ripiccos, dove resta un vago sapore di antico baccano ­e la merda dei cavalli lungo i tratturi. Lascia le linee orizzontali e verticali degli edifici alle sue spalle e penetra nelle riserve di silenzio, tra morbide balze e cortili spenti. 

Vicolo sulla Piazza del Mercato A Santu Lussurgiu, è là che sono diretto, il mio amico presenta il suo spettacolo, una vera sfida. 

Non è solo un valente musicista, il suo sguardo è oltre. Ha scritto il monologo, studio teatrale che è una miscela di linguaggi narrativi fra teatro, musica, canto e video-documentario. Sicché è nella doppia veste di autore e musico che andrò a sentire lui, e a vederlo questo spettacolo concerto che neanche io saprei come definire. 

In questa placida e calda notte di agosto tutto è sincrono. La scena s’illumina, sensazione di quiete ineguagliabile e libera fatalità. Buddy è un anziano trombettista turnista che, seduto al tavolo di un locale, racconta la sua storia personale legata ai grandi musicisti che hanno fatto il jazz. Racconta storie, riferisce aneddoti mentre la musica della band evoca emozioni e le immagini scorrono sullo schermo. 

Portico

Gli applausi coprono la sensazione di emozione resa alla notte, gioia di inebriante integrità. Quando si spengono le luci del palco, mi confondo col canto dei grilli che finiscono la loro cucitura sul giorno, sapendo quando l’alba verrà. Ho passato così la notte in un albergo del posto, nella mia camera ho appeso l’immagine del sole. È un’antica casa padronale ristrutturata che dà un’impressione vagamente comica. Scale sulle quali inerpicarsi, pavimenti dalle piastrelle coloratissime e fuori misura, anditi stretti che non sai dove inizino e dove conducano, trentadue porte e altrettante chiavi, si entra e poi si esce in un viottolo, lo attraversi di un passo e sei arrivato a un’altra porta, poi altre scale e altre porte, sei indietro di due secoli, il televisore al plasma fa la differenza.

È come essersi sperduto, e presto caduto in un vortice. Il vortice è il dramma di liberarsi di ogni cosa.

Ho preso in mano il libro, e leggo: (…) si sentiva sempre più lontano dal bisogno di intraprendere azioni ispirate, esprimere giudizi originali, mantenere principi e convinzioni indipendenti, tutti motivi per cui le persone sono incasinate e gli uccelli e i topi no.(*)

E mi sono liberato. Cammino ora attraversando generazioni di pietre e sollevando stupore e schizzi di foglie a ogni passo. 

Montiferru

(*) Dal romanzo di Don DeLillo ‘Cosmopolis’. Un breve commento alla pagine LEGGO di questo stesso blog.

Così vicino così lontano


Lo avevo visto arrivare improvvisamente, mi aveva porto l’estremità di una fune e mi disse: reggila. Non so se ci sia stato un nesso tra la sua partenza e il mio sogno, ma piace pensare che prima di allora io gli abbia fatto compagnia, seduti a parlare sul prato e davanti il mare. Che fosse un sogno ne ero sicuro, ce n’erano gli ingredienti, circondati come eravamo del gorgoglio delle onde del mare dentro un incantesimo.

Eravamo per davvero noi due. L’inizio si estendeva come un incendio nello spessore di un istante. Delle voci, del sole e della luna non restava che cenere, la stessa del ricordo. Lui aveva in mano il mio romanzo, anche se non so se lo abbia mai letto. Non lo leggeva. Per il vero, nessuno di noi era capace di concentrarsi su un punto qualsiasi delle pagine. Come non assaporare allora la grazia di poter distogliere lo sguardo e di affiancarlo alla vastità del mare, a quella sua profonda indeterminatezza. Spirava un leggero vento di maestro, quello che si leva a una certa ora della giornata sulla spiaggia del Poetto, sicché le pagine del libro si erano messe a scorrere da sole.

Era già quasi il crepuscolo ma noi ci sentivamo leggeri e luminosi. Se fosse passato qualcuno in quel preciso momento di certo la magia sarebbe svanita, ma eravamo completamente soli, e prima ancora di scambiarci una sola parola c’eravamo trovati imbrigliati senza volerlo dentro il labirinto delle nostre storie.

Ciascuno di noi due aveva la sua storia, incredibile come si intrecciassero. A volte per strada, nelle circostanze più diverse e impensabili, ti pare di sentire l’animo strapparsi rapito nella storia di qualcuno che ti è passato proprio lì accanto. La maggior parte della volte quelle storie però vengono presto rimosse e svaniscono, senza che ti renda conto di ciò che si è perso. Resta un leggero rimpianto che in genere si dissolve anch’esso istantaneamente, sebbene possa durare ancora qualche ora come una specie di angoscia. Ed ecco cosa resta, la fine della storia.
Ciao Silvio.

Lunga piaga placata


 

 

 

Il racconto di un sogno è sempre una cosa alquanto noiosa. Ma questo sogno è come stare in un luogo sospeso tra cielo e terra, e tra terra e mare. Le persone vagano. Persone che camminano, si muovono, s’incrociano e si parlano, ridono, paiono conoscersi, e io riconosco. Sono amici, parenti stretti e lontani, colleghi e coppie che non mi sembra di conoscere, e tuttavia a me non estranee. E poi strane presenze, strani esseri orribili e mascherati come extraterrestri che si muovono a gruppi di due o tre, come ronde in ispezione e da cui tutti sembrano tenersi alla larga. Vago in questo strano mondo con la mia amica, la vedo sorridere con il sole, in questa piana di muschio sapiente, dentro cui a volte sembra di muovermi come sott’acqua. E nuoto in mezzo agli scogli. Nuoto e cammino. Mi sposto in bicicletta da un punto all’altro, qualcuno mi chiama e io rispondo.

Una sosta breve e compare davanti a me colei che ha mescolato il suo nome al mio, e non è più. Bella, lei che bella non era. Solare, lei che fu spesso piuttosto umbratile. Elegante, con uno spolverino rosso scintillante e leggero che le sta a pennello. Ha labbra disabituate e timide. Si sfila il soprabito, e il viso si contrae in una smorfia di rabbia. Si muove a scatti, nervosa come spesso le capitava. Dice cose che non capisco. Di certo è irritata. Essere là per lei è normale. Non lo è per me, per noi, per tutta quella gente che ci gira attorno e ci fa corona, per tutti noi che l’abbiamo vista sbucare all’improvviso non si sa come.

Mi avvicino a mia suocera, che è stata sua madre, e dunque qualcosa dovrà pur sapere come è arrivata qui e ora è con noi. Vedi tu quello che vedo io? Lei mi fa cenno di sì ed è sbalordita quanto me. Mi rivolgo alla mia amica senza più parole. Il tempo è un tempo illuso. Si regge il gioco, tutti amici parenti e colleghi reggono il gioco. E lei vede, e saluta, quando le va. Meno male che sei arrivato, mia fa. E io sto a chiedermi ancora una volta se sia reale tutto ciò che vedo, non mi rendo affatto conto dove ora sono, il cielo sopra me è beffardo. L’avete vista anche voi, urlo.

Lei sempre sempre sempre nervosa. Non è contenta, si è accorta di stare bene, il mal di testa che la infastidiva è scomparso. Non soffre più e questo pare la esasperi. Non soffrendo più di quel mal di testa decide d’improvviso che tanto vale… stare bene. La assecondo come sempre ho cercato di fare, accenno a qualche passo di danza o forse è lei che inizia a ballare, forse foxtrotboogie boogie. Si uniscono amici parenti colleghi. Persino la nostra maestra di ballo non ha alcun problema a mostrarle qualche passo di cui si è scordata. Mi son distratto, la bicicletta mi è stata rubata. Sono preso dal panico. Lo confesso alla mia amica. Sono preso dal panico, ma non lo do a vedere, non faccio drammi, né scenate.

Non ho tempo però di spiegarle tutto. È troppo tardi.
Quegli esseri mascherati, spaventosi extraterrestri sono alle mie calcagna, mi danno la caccia. Fuggo. Loro mi vengono dietro di corsa. Faccio fatica a distanziarli. Più loro si avvicinano, più cresce l’angoscia. Le mie gambe faticano a muoversi. Sono esausto. Mi sveglio stanco ed esausto. Piango, piango come un vitello pensando al sogno, pensando a lei, il piacere prezioso che scaldava le mie mani.

Pensando a lei d’un tratto. D’un tratto ho chiaro cosa vuole dire il sogno.
Quando non avrai nessuno che ti piangerà.
È così che ho capito perché scrivere. Sistemare le cose e rimetterle al proprio posto, e vincere. Prove contro il silenzio. Da allora per me scrivere è stato come un rivelarsi, mettere a nudo le proprie ferite, e mostrare le cicatrici. Sicché succede sempre che l’ultimo romanzo scritto è la mia cicatrice, lunga piaga placata.



 



Ricami


L’incanto della musica tra i raggi morenti del pomeriggio. L’ardore di luglio che si spegne nell’alito refrigerante del mare. La Torre de Armas e le scogliere di Calamosca, vale a dire del verde, dell’oro, dei blu e di quel rosso che morde con i suoi grumi il fondo di uno sparito. Natura e musica che ricamano la sinfonia che precede la notte. Immagini.

 

La luce una gioia senza forma


Chiudere gli occhi è viaggiare

La città ha varcato l’alba, ma nella sua mano la solitudine splende.

Già l’oggi appare antiquato, questo anche le stagioni lo capiscono. Chiudere gli occhi è viaggiare. Il mare mi è così vicino che basta allungare le mani. Mi lavo il viso con l’acqua del mare. Non ricordo più il nome di quei soli ridenti che ancora vagano in cielo. 

Il rumore talvolta mi porta un palpito di passi sulle spiagge, ma non è altro che la chiave che aprirà l’ultima porta in cui si nasconde l’infanzia. Vi sono orme di gabbiani sulla sabbia. Penso che i gabbiani fanno il loro lavoro come me. Si lasciano portare per correnti ascensionali, si posano sulla sabbia così con le loro zampette fuggenti, e appaiono calmi. E quando tutto lo spazio qui attorno sarà stato visitato e tutto il dominio mostrato, l’estensione del cuore più piccolo del più piccolo degli esseri umani lo ridurrà a nulla. Sicché i miei giorni, al peggio, saranno vivi.

Orme di gabbiani sulla sabbia

La luce una gioia senza forma