Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii http://www.anobii.com/sabic/books

Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida G 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

L’ultima parola


Posso dire finalmente. Non più prigioniero delle scorie di parole, d’immagini e voci che hanno albergato per un certo lungo periodo, sento prendere una leggerezza senza filtri e che arriva al cervello. È così alla fine. 

Da quel finale tratto di penna è passato più di un mese, ora introito il senso di tutto ciò che è stato il bello e il brutto di un lavoro, e butto via in una discarica i rifiuti delle parole abbandonate e inutili.

Libero sì, ma ancor più mi assalgono dubbi e ombre mai prima incontrati, e poche certezze. L’unica è il titolo, per definizione e sino a prova contraria, provvisorio, Cammineremo sui ruderi del cielo. È la libertà che ora mi godo finché la creatura non cesserà di essere mia e sarà posseduta da qualcun altro, con quell’accento profetico e un tempo verbale al futuro che prefigura una terra promessa quasi a illuminare i passi dell’uomo di una serenità frutto della coscienza mortale di sé.

Sì lo so, ho scritto (per ora solo per me) un romanzo ambiguo, s-centrato che obbliga a sdoppiare e duplicare il proprio io, ma non si allarmi nessuno, è un finale disturbante, senza lieto fine, solo un gioco narrativo che conduce alla meta, dove il finale è nell’inizio e l’inizio è nel finale, un rivolgimento, un ripiegarsi, se volete un rispecchiamento, una riflessione sulla ciclicità della vita. La vita finisce nell’acqua laddove essa nasce. Non sono in fondo che parole che guazzano nel riflesso di una pozzanghera, in un mondo speculare dove non si sa dove sia il vero e dove il riflesso. 

Romanzo di formazione e di decostruzione mentale, questa l’ambizione. O la presunzione. Come immaginare una realtà sosia di se stessa, rappresentata attraverso una sorta di pseudo-realismo: una realtà deludente per l’io narrante, che fa apprezzare la vita. La vita è un mattino che si ripete tutti i giorni. È grazie al vizio che vive la virtù. Una realtà deludente e oppressiva. Elusa, negata, sublimata in un altrove caratterizzato dal sogno. Il sogno dunque è la proiezione di se stessi, un’ombra, un incubo che usurpa un presente angosciante, illusorio e frustrante di desideri e ambizioni.

Ma non è detta l’ultima parola. 

L’ultima parola in ogni caso l’ho già scritta, ed è la parola fine. Libero, ma non liberato.

 

Proust, questione di sguardi


E così son giunto alla fine di questo lungo viaggio. La lettura di  Alla ricerca del tempo perduto, è stata un viaggio per davvero. Interminabile e tortuoso, a volte accidentato, punteggiato da meravigliosi e incomparabili panorami narrativi, spesso illuminato da segnali che aprono la strada a imprevedibili scenari. Un romanzo bellissimo, commovente, ma folle, a volte faticoso, incredibilmente seducente, mostruosamente contorto, anche se in verità non saprei definirlo con precisione. Certo, inquietante. Ecco, inquietante è forse l’aggettivo secondo me che più lo qualifica. Cosa c’è di più inquietante di un’opera che consuma il suo autore, lo annienta, lo fagocita sino all’ultimo dei suoi giorni? Un’opera che a tratti ne anticipa il destino e che, unico caso, credo, in natura, ha visto applicarsi in concreto il paradosso di Oscar Wilde secondo cui è la vita che imita l’arte e non viceversa. 

 

Questione di sguardi. Sguardi, i miei, d’inquietudine, e le sue parole una sorta di lente d’ingrandimento di cui egli ci ha munito per leggere dentro noi stessi. Leggere dentro se stessi: cosa si scopre di così inquietante, infine? E vorrei dire, se Proust fosse vivo, che sì quelle parole che ho letto, quelle che egli ha scritto hanno raffigurato meglio istanti come tante istantanee della mia vita. In senso generale, più profondo. Intendiamoci. 

In fondo, che dire se non la verità: non credevo, lette le prime venti pagine, di giungere alla ventunesima, ma che arrivato d’un fiato alla centesima mi sono accorto di avere tra le mani un testo che trascendeva quanto avessi mai letto finora. Inquietante perché si riproduceva in me lo stesso meccanismo che fa dire a tanti, ecco questi fatti, seppure nuovi, sembrano già avvenuti in un tempo più o meno remoto, stesse le percezioni. Quelle felici impressioni che avevano in comune il fatto di provarle tanto nel momento attuale quanto nel momento lontano. Esse suscitavano in me non soltanto il duplicato di una percezione, ma la percezione stessa. Se il ricordo, grazie all’oblio, ha mantenuto le sue distanze fra sé e l’istante presente, e di colpo ci fa respirare un’aria nuova è per la precisa ragione che è un’aria respirata in altri tempi.

 

Questo sentimento d’inquietudine, tuttavia, è cresciuto riga dopo riga, celandosi, nella prima fase della lettura, sotto il velo dell’emozione. Viene la pelle d’oca a pensarci, mentre leggo l’eccitazione del Narratore fanciullo alla vista dei biancospini nel periodo di Combray. L’atmosfera che riesce a creare in quelle pagine fa rinascere il ricordo della mia infanzia trascorsa nei cortili polverosi dietro la via Deffenu a Nuoro; quello della campagna in fiore, la stessa che in primavera accoglieva i giochi ingenui di noi bambini. Ma di episodi così, tanti ne vengono in mente. Come quel particolare, inconfondibile profumo d’acqua di colonia sulla pelle di lei che si materializza improvvisamente nelle mie narici ed evoca i pomeriggi di aprile sul molo di Amalfi, quasi una visione retrospettiva e immaginifica della Balbec proustiana. Così pure le giornate sulla spiaggia di Positano, le notti della luna ridente della sua costa, come se la lanterna magica di Combray proiettasse da dentro la pagina che vado leggendo queste stesse immagini sulla mia parete. E di colpo sono io il narratore.

Un narratore incontra emozioni che colgono di sorpresa, quelle che prendono, lungo strada, forme diverse, scrittura lontana, ma bellissima, e questo martellare ossessivo della parola tempo, e della parola ricordo si è fatto vivo nella mia mente, sicché il tempo si è proprio consumato. Tanto da temere di non riuscire a terminare di leggere un romanzo infinito, che sfidava il tempo della lettura. Che aveva avuto, prima, il tempo della scrittura, quello della sua vita oziosa e perduta di tutti i giorni nel gran mondo del faubourg St.Germain, meschina o nobile, che scorre via e si perde per sempre.

 

 

Questione di sguardi. Quelli che accrescono la mia inquietudine, oggi nell’epoca in cui tutti sembrano vivere nel tentativo, ahimè vano, di respingere i flutti del tempo. E non è necessario frequentare il bel mondo di Proust per incontrare un volto ringiovanito e rifatto che pare aggiungersi a quello di un vecchio o di una vecchia ottuagenaria. Ne abbiamo esempi a grappoli.  

A quanti è capitato di ritrovarsi poi a un convegno di amici o di gente che avevamo frequentato e che non vedevamo da lungo tempo? Capita qualche volta, soprattutto quando si raggiunge, diciamo così, una certa età.  In queste occasioni pare far breccia in noi, a volte, un retro pensiero che riponiamo nell’angolo più remoto della nostra memoria, quando a quel volto ingiallito dell’amico o del conoscente, (per non parlare di coloro per i quali il tempo viaggia come un treno espresso che porta una prematura senescenza), sovrapponiamo una maschera di gesso applicata dalla vecchiaia. A posteriori, ragionandoci, grazie all’intelligenza (come direbbe Proust), non ci meraviglia questo prodigio, frutto del contrasto tra la fissità del ricordo e l’alterazione fisica degli individui.

A volte basta l’intonazione del timbro di una voce amica o conosciuta che sapevamo squillante, e che oggi, resa sferragliante dalla dentiera, ci mostra, in tutta evidenza, l’evoluzione geologica di un volto.

 

È il tempo dunque che parla, attraverso gli altri, anche per me. Il tempo inafferrabile e incolore che, mentre plasma come un capolavoro la fanciulla di cui facciamo conoscenza in treno o a un’assemblea, parallelamente su di me non fa ahimè che il suo lavoro. Per darne un’idea egli ci descrive i caratteri dei suoi personaggi come dovrebbe fare ogni scrittore che ne fa apparire le opposte facce per mostrarne il volume e offrendoci la loro molteplice complessità multidimensionale. Per questo motivo è una questione di sguardi. L’abitudine, come la intende Proust, ci porta a considerare noi stessi una sola persona in tutte le epoche della nostra vita, come se la nostra identità, quella che ci attribuiamo, presupponga l’esistenza di un elemento fisso, un io immutabile e durevole. In realtà, ci dice Proust, essa non è che l’eco, solo un’eco, delle nostre passate percezioni in quelle presenti. Per usare un’immagine del Narratore, se dovessimo incontrare oggi il nostro io di qualche tempo fa, diciamo di trent’anni fa, ossia la persona che siamo stata, volteremmo le spalle a noi stessi come a certuni cui siamo stati legati, ma che non vediamo da tanto tempo. 

 

E allora, dove va il tempo? È vero che il tempo fugge verso l’annullamento di ogni cosa, verso la morte? Non mi sono mai posto questa domanda, finché ho incontrato Gilberte e Odette, Swann e i variopinti personaggi del gran mondo, ho fatto visita alla nonna adorata, ho parlato con la madre castratrice del Narratore (il padre quasi mai nominato e il fratello inesistente), ho ammirato coi suoi occhi le cattedrali e sofferto d’amore e d’inquisizione gelosa per l’ambigua Albertine. È lui che parla, è il Narratore, ma sei tu che soffri e sei senza parole e, come un bambino, senza difese. Ti senti piccolo piccolo, come quando pieno di spocchia credi che una così sofferta, infelice e penosa, profonda esperienza, il cui confine con l’invenzione narrativa è così labile, possa, seppur da lontano, immiserirsi se identificata con la tua pressoché inesistente e misera avventura letteraria, tanto ti sei immedesimato nella sua opera. È il Narratore stesso a fartelo credere. È lui stesso che traccia il solco nel quale ti sei incautamente incamminato, quando usa le parole dell’Ecclesiaste: tutto è vanità sotto il sole. Come dire, tutto è misurato dagli anni, trascinato via dalla velocità del tempo, tutto quanto in te ti esorta a uscire dal tempo e aspirare all’eternità. Il senso del limite umano o, se volete, della miseria umana. 

Sicché, senza volerlo, mi sono trovato come proiettato in una dimensione di decifrazione interiore che non avrei pensato di compiere, questo è certo. Scrivere, si dice, è (anche) un atto terapeutico, e lo è stato anche per Proust, anche se la parola inconscio era quasi sconosciuta ai suoi tempi, e la sua biografia non cita Freud. Eppure quando si dice che scrivere è come un urlo, è proprio ciò che s’intende. Letteralmente e letterariamente. 

 

La creazione artistica, egli ci dice, è quell’opera di decrittazione di segni sconosciuti che è dato a ciascuno di noi come l’unico vero libro da scrivere. È una questione di sguardi. Che sia veramente così? Quale traccia lasciamo quando non ci saremo più? Dunque è la letteratura, la vocazione letteraria, la vera vita? Non è forse con la scrittura che restituiamo a noi stessi e agli altri tutto il passato della nostra vita, la salviamo dall’oblio inesorabile? Se è un’idea di salvazione, di restituzione di sé, di pacificazione col mondo quella che fa ritrovare il tempo perduto, allora perché non pensare quanto veramente ci si è avvicinati, senza volerlo, a questo concetto? 

 

È questo il punto che sovrasta ogni altra questione. Cosicché il mio sguardo si volge al giorno in cui lei partì per l’ultimo viaggio e la salutai con un biglietto di addio che conservò nel taschino della sua giacca. Le lasciai un filo della mia memoria perché lo portasse sempre con sé e lo srotolasse lungo il suo inconosciuto cammino. Poi mi volto verso il paesaggio del mio primo romanzo che intitolai Le strade perdute, storia di due vite parallele che si credono perdute e che s’incrociano nel tempo. L’esergo che lo accompagnò era tratto da Il paradiso perduto di John Milton, gli angeli puri che per la loro vita disobbediente perdono il loro paradiso e sono condannati al fango della terra. Ora guardo le mie mani che sono come le ultime righe che ho scritto, uno sguardo che pochi conoscono, e che rimandano al tempo ciclico della vita e all’unità dell’uomo con la terra e il suo universo, per cui in realtà tutto è distrutto e tutto si perde, ma tutto si rinnova, trasformandosi. Così anche la vita.

Parafrasando e traducendo il Narratore: ciò che accade oggi è già accaduto tante volte. Se nello spazio curvo le rette divergenti convergono, nel tempo circolare tutto muore, ma tutto laicamente risorge. Cosicché posso far mie le parole e il suggerimento riguardo all’attitudine da tenere di fronte a questo capolavoro: sopportarlo come una fatica, accettarlo come una regola, costruirlo come una chiesa, seguirlo come un regime, vincerlo come un ostacolo, conquistarlo come un’amicizia, sovralimentato come un bambino, crearlo come un mondo, senza trascurare quei misteri che non hanno probabilmente spiegazione se non in altri mondi e il cui presentimento è quanto più ci commuove nella vita come nell’arte.

Vi dirò come sorse un sogno


È stagione calda, ma ho la pelle d’oca. Corro in bici, non sudo, ho soltanto freddo e la sensazione di superare ogni limite oltre il quale c’è il buio. Mentre pedalo forsennatamente cerco di lasciarmi andare e finalmente capisco ciò che devo fare e per quale motivo mi trovo lì. Esito ma poi mi dico: cosa diavolo sei, se non lo fai per lei? In fondo hai deciso di darle tutto quello che si crea in te per merito suo – decisione unilaterale – cosa succede se passa qualcuno e mi vede così? Chiamerà la polizia, mi arresteranno? Sono scoppiato a ridere. Sono prigioniero da una vita e devo preoccuparmi proprio ora? Così mi sono spogliato, anche di scarpe e di pedalini. 

A quel punto sono un altro uomo. Tutto in pochi secondi. Un istante prima sei vestito e un istante dopo sei carne, un animale. Come levarsi di dosso coi vestiti la pelle. Di colpo sento il buio venirmi incontro, mi avvolge completamente. Mai provata sensazione simile. Paura e piacere. Come se quel buio impudico s’intrufoli dentro ogni orifizio, mi morda e mi strappi brandelli di carne. Ma ecco, non so come, mi si parano davanti tre enormi cagnacci che sembravano usciti da un ballo celtico. Abbaiano ferocemente come se vogliano rimproverarmi. Mi sono vergognato. Ma non come uomo: come animale. Come si può raccontare a qualcuno una cosa del genere? 

Allora comincio a correre e quelli smettono di abbaiare, indietreggiano e spariscono. Rimango solo, non è una condizione piacevole, più solo di quanto non lo sia mai stato in vita mia. 

Cosa ho fatto dopo? Il ricordo si stempera nella più sorprendente opacità, proprio come nei sogni. Mi annuso l’ascella e ritrovo il mio odore.

Non finisce qui, però. 

Sono ancora un animale, una specie di tigre infreddolita, ansimante per il gran pedalare. Mi scopro che faccio una specie di rito magico avvicinandomi e allontanandomi, una tigre che gira intorno alla tua casa in ampi cerchi. Mi chiedo come hai potuto non sentirmi ansimare? Erano anni che non correvo così, dal periodo del servizio militare. Vedo la tua casa da tutti i lati, il cancello arrugginito, il pergolato con la vite, la terrazza con il barbecue, la bicicletta (può darsi la mia) appoggiata all’albero in giardino e una cuccia per cani senza cane. La tua casa è molto piccola, sembra un capanno nuragico. Un po’ trascurata, non vi è ombra di nessuno e nel giardino non c’è traccia del cane, c’è una finestra rotta sul retro. 

A un certo punto si accende una luce, e spero che sia tu davanti alla finestra mentre guardi fuori nel buio. Chi c’è la? Chi corre così? Avresti capito. Con uno sguardo avresti visto quello che sono: il dandy comune, l’invisibile, l’uomo confuso che ti scrive che vive in una bolla d’aria. Avresti guardato dentro me e mi avresti detto: vieni piccolo rospo che ti concio per le feste. 

Stai bene dentro i miei sogni. Ora però mi viene il dubbio che questo sia veramente un sogno, se questo sogno l’ho fatto per davvero, oppure è nato dentro quel luogo nella mia mente che ritorna in vita grazie a te. 

Il nome del romanzo


Non so mai riconoscere a che punto sono del mio lavoro. Premetto che il mio lavoro non è un lavoro vero, nel senso proprio del termine. Per definizione chi esercita la professione di autore, ossia chi crea col proprio ingegno, un’opera letteraria, artistica o scientifica ricava, grazie a questa attività, quanto occorre al proprio sostentamento. Infatti, non rientrando in questa categoria di autori, mi accontento, io che sono omo sanza lettere, di essere iscritto tra quelli che esercitano per passione. Non lo dico per carpire una facile benevolenza, è per dire le cose come stanno. Ciò chiarito nella forma, resta il contenuto. Avendo scritto e pubblicato (non a pagamento) un paio di romanzi, capita a volte che qualcuno chieda come sarà il prossimo. Richiesta legittima, beninteso, ma posto di fronte a questa domanda, confesso, ho sempre un’incertezza per la risposta impegnativa che ne dovrà seguire.

In realtà il lavoro dello scrivere (e qui, sempre per capirci, intendo scrivere di letteratura, lasciamo perdere se buona o cattiva), è un’attività

teatro marionette Liegi

interno teatro marionette liegi

 complessa che impegna, oltre al tempo, i muscoli e il cervello. E impegnando il cervello, non soltanto nella fase dell’elaborazione creativa, non puoi pensare di arrivarci per opera di manitù. Per scrivere un testo letterario, un racconto breve o lungo o un romanzo, oltre che richiedere tecnica, (come dire: i fondamentali), c’è bisogno di quella particolare alchimia tra forma e contenuto a cui ci si approssima soltanto a certe condizioni: le tue esperienze di vita che sono anche, e non soltanto, le tue letture; la tua capacità di introspezione e di evocazione, e con esse la tua apertura mentale; la tua vitalità immaginativa; la comprensione delle molle narrative; una certa sensibilità per i registri, i ritmi, le sfumature di significato e di linguaggio.

Ora, tutto questo non ha niente a che vedere con l’atto materiale del prendere una penna in mano o pestare sulla tastiera e fare belle lettere. Quando si scrive un racconto di dieci righe o un romanzo di mille pagine si fanno un mucchio di altre cose diverse che scrivere; apparentemente non c’entrano nulla, in realtà ti accorgi che quella cosa che ti è capitata e che è l’avventura della tua vita la puoi usare, immagazzinarla, manipolarla a tuo piacimento e trasformarla in un’esperienza narrativa.

Francoise Allary

Operazione complessa, niente da dire. Ma è quando compri un chilo di mele al mercato, quando appendi un quadro o ripari un rubinetto che porti a casa i migliori risultati. Scrivere è esercizio dello sguardo, scoprire nuovi mondi, si è in fondo un po’ guardoni e un po’ pettegoli.

Ecco perché non so mai di preciso a che punto sono. Prendete il romanzo al quale lavoro. Chiusa la quarta stesura e consegnato il romanzo per un’eventuale manutenzione, mi sono chiesto: è una storia? Ma andiamo con ordine. Il romanzo inizia con una certezza o l’illusione (l’abbaglio, l’inganno) di una certezza: un uomo è stato colpito a morte e giace cadavere in piscina mentre contempla la sua propria vita. Poi arriva un dubbio, messo apposta, che rimarrà sospeso per tutto il romanzo, giacché gli istanti del suo trapasso sono la rievocazione inconscia di un incubo, forse la sua vita, ed è qui che il protagonista fa una scoperta apparentemente banale, ma che per uno che sa di dover morire (e che certamente morirà) è sconcertante: la vita è un mattino che si ripete tutti i giorni. Ora, se questa è la premessa, uno dei problemi che prima o poi dovrò affrontare sarà quello del nome da dare al romanzo. E, come i nomi dei principali personaggi, nulla è frutto del caso. Il suono musicale o il ritmo delle sillabe, per quanto mi riguarda, non è quello che può accendere l’immaginazione, né la sua struttura fonetica, composta di vocali e consonanti che giocano fra loro per catturare l’attenzione del lettore.ingresso teatro

Direi che l’immaginazione si accenderà quando quelle sillabe o quelle lettere evocheranno una determinata dimensione temporale o spaziale. Il fascino del nome è fatto dunque di conoscenza, richiama a sé la patina del tempo fissando un’immagine nel foglio, come uno scavo stratigrafico. Ma arrivati fin qui, non mi sembra di aver compiuto passi avanti. Mi viene il dubbio di aver scritto l’incipit di una storia intitolata fine.

Appuntamento con Proust


L’appuntamento con Proust è oramai come una di quelle visite che il Narratore compie d’abitudine a casa della zia Léonie malata, e della quale infine egli ne descrive la morte.

Scrive Proust nel volume Dalla parte di Swann:

…giacchè alla fine era morta, decretando il trionfo sia di coloro che pretendevano che il suo regime debilitante avrebbe finito con l’ucciderla, sia degli altri che avevano sempre sostenuto che soffriva di una malattia non immaginaria ma organica, alla cui evidenza gli scettici sarebbero ben stati costretti ad arrendersi quando lei ne fosse stata sopraffatta.

 

Sembra il preannuncio della sua propria morte, il cui seguito avvenne giusto nel modo sopra descritto. A parte la stupefacente preveggenza, come volta a volta se ne trova lungo tutto il percorso della Recherche, il contatto con il libro, la lettura della sua opera sono come andare ad assistere il malato che si lamenta di ogni sorta di malattie, e al quale fai fatica a dar credito, finché qualcuno – spesso i curatori, i decifratori, diremmo: coloro che l’hanno avuta in cura (l’opera), ci informa che egli ha studiato su di sé le sofferenze dei suoi personaggi, – come si è visto, tutti veri e, nel contempo, tutti inventati.

 

Prendiamo Le intermittenze del cuore. Il capitolo si apre con il racconto del suo secondo soggiorno a Balbec, la località balneare presso cui il Narratore si reca a ogni stagione per passare l’estate. Al suo arrivo risorge, manifestandosi improvvisamente, e con maggior intensità, il dolore per la nonna deceduta qualche anno prima durante la sua prima permanenza, e che gli sembra di scoprire soltanto ora.

 

Egli trascorre tutto il tempo rinchiuso nella sua stanza a macerarsi lo spirito, senza vedere e sentire nessuno. Rinuncia persino di ricevere colei che sarà di lì a poco il grande amore, Albertine, la fanciulla in fiore che aveva conosciuto nella spiaggia di Balbec e che vorrebbe rincontrarlo a tutti i costi.

 

Succede così che dopo alcuni dei suoi frequenti incubi, al risveglio, è investito dai sensi di colpa e dai rimorsi. Il ricordo provocato dal rumore della forchetta che sbatte contro il piatto durante una merenda di campagna a Combray, al tempo in cui il Narratore era adolescente, scatena in lui la memoria involontaria. Da ciò egli ne ricava una legge generale. Ritiene cioè che i beni interiori, i dolori ma anche le gioie passate, non costituiscano un possesso immutabile, ma sono sottoposti a una sorta di correzione discontinua della memoria, alle intermittenze del cuore. È come se vi fossero tanti io diversi ma corrispondenti, ciascuno dei quali rivive solo se si ricostruisce la cornice di sensazioni entro le quali essi giacevano in una parte sconosciuta della coscienza.

 

La distinzione dei tanti io che segnano la nostra sfera emotiva connotano la nostra identità. Non sussiste in noi un elemento fisso, reale e durevole in tutte le epoche della nostra vita. Il passato e i ricordi, allontanandosi, si scolorano e si disgiungono da noi. Rientriamo indirettamente in possesso del nostro passato, ma ci vediamo distaccati e disincantati, come osservatori di noi stessi. La nostra identità non è dunque un dato primitivo e originario, è invece l’eco diretta o indiretta delle nostre percezioni passate in quelle presenti.

 

È così che emergono i rimorsi che angosciano il Narratore dopo la morte della madre, e che egli identifica con la nonna, tanto che confesserà la sensazione di aver commesso un lungo e protratto matricidio, provocato dal dolore per la propria omosessualità. Dunque, la figura ambivalente della forchetta, emersa nel profondo della memoria involontaria della sua coscienza, racchiude al tempo stesso i significati della punizione e del riscatto, della colpa e della resurrezione.

 

Comincia a delinearsi una Recherche come inesorabile, irredimibile discesa verso gli inferi. È chiaro il tragitto interiore di Proust, inverso, se vogliamo, a quello del Poeta con la Divina Commedia. In quest’ultimo caso dalla condizione iniziale di smarrimento l’uomo terreno, cosciente della propria finitudine, dei propri dubbi e prigioniero dei propri peccati, può ambire alla Verità Celeste attraverso un viaggio che dall’inferno porta al purgatorio e infine alla salvazione eterna. Nel caso di Proust, dall’innocente purezza dell’infanzia di Balbec (come un paradiso è Combray) il viaggio è a ritroso e dissociato, ambivalente e senza speranza (nichilista, si è detto) passando dal purgatorio del gran mondo dalle parti di Swann e dei Guermantes (il doppio di sé), proseguendo per l’inferno di Sodoma (il doppio maschio) e Gomorra (la doppia femmina), il climax è assicurato con il passaggio de La Prigioniera e di Albertine è scomparsa / La Fuggitiva per concedere con il Il Tempo Ritrovato la propria redenzione nella scrittura: ma nel momento in cui egli scrive la parola fine al romanzo della sua vita, ecco che sopraggiunge la morte. Per allestire la propria tragedia non ci sarebbe stato migliore interprete che se stesso. Nel primo caso è la salvazione divina, nell’altro la redenzione avviene attraverso la vocazione.

 

E la nozione di Proust sull’eros, direi l’intera nozione, si può comprendere meglio il cenno del Narratore, a un certo punto – in una delle sue citazioni, al discorso di Aristofane nel Simposio di Platone. Dopo aver descritto le tipologie umane primordiali di Sodoma, Gomorra e Androgino si spiega così: il maschio (Sodoma) è figlio del sole, la femmina (Gomorra) è figlia della terra, il maschio e femmina (Androgino) è il figlio della luna e la lunarità cui il Narratore apostrofa Albertine nella Prigioniera richiama la sua bisessualità. E in questo passaggio il Narratore stesso sembra sottolineare la paradossale ironia di Aristofane nell’evidenziare come la bisessualità originaria, quella duplicità primigenia, abbia reso possibile l’eterosessualità degli esseri umani, da cui deriva che sia la prima la normalità, e il diverso e il mostro sia invece la seconda.

 

A questo passaggio si arriva con la Prigioniera, il rapporto ossessivo con Albertine, la gelosia, il suo sequestro e sequestro di se stesso, vittima della sua stessa ossessione e dell’incapacità di amare. Il Narratore offre una coabitazione d’amore ad Albertine, e di fatto è una prigione, non solo materiale, dal momento che la donna è sottoposta a un controllo assiduo e costante, e quando esce di casa è tenuta a vista dall’autista e dall’amica, complici del Narratore (ma a un certo punto di lei dubita che stia alla consegna e che lo inganni), ma è lo stato di cattività, cioè di prigionia e di possesso (connaturati in un rapporto d’amore), che lo impone. E la prigioniera, si badi, è colei che si consegna, disponibile e docile al suo carceriere, priva di fremiti e di volontà.

Albertine in casa procura piacere al suo carceriere per il solo fatto di aver ritirato dal mondo la fanciulla in fiore, dove ciascuno poteva goderne, sicché se non gli dava grandi gioie, almeno ne privava gli altri. Entrano prepotentemente dunque le prime figure allusive: la prigioniera e, con essa, l’abitudine cui seguirà la fuggitiva, cardine del volume successivo: Albertine è scomparsa. Per Proust, i ricordi d’amore rispondono alle leggi generali della memoria regolate dall’abitudine che affievolisce tutto (anche la memoria, dunque), subentra la noia che è il tratto caratterizzante dell’amore. Il gioco è scoperto: l’apparizione di Albertine sulla spiaggia di Balbec ha rotto la monotonia di tutti i giorni, finché il Narratore arriva ad amarla, ma quando smette di essere considerata inaccessibile a lui, concedendosi persino a una coabitazione, e la sua presenza diventa, col tempo, un’abitudine, il Narratore cessa di amarla. È una spirale infernale: arrivando ad amarla, tuttavia, lei non soddisfa più il mistero che l’ha tormentato prima di conoscerla, subentra la noia, ma basta che una bugia, un gesto interpretato male, oppure una parola mal tradotta siano afferrati dal tarlo della gelosia e del sospetto, che subito lei riacquista il suo mistero e torni a essere insondabile.

solo le donne un po’ difficili, quelle che non riusciamo a possedere subito, quelle che non sappiamo nemmeno, in principio, se possiamo mai possedere, sono davvero interessanti…Le donne che incontriamo per la prima volta da una mezzana non sono interessanti, poiché rimangono invariabili. (…)

 

 

Non un domani che ne conosca il nome.


La  vita da single ha i suoi vantaggi. Intanto la parola single così straniera esotica, moderna che fa pensare a una vita fuori dai canoni, lontana da regolari abitudini di una vita regolare di coppia, monocorde e monotona. Luoghi comuni e senso comune. Il nome della cosa. Il nome da dare alle cose.

Insomma, single, scapolo, signorino, celibe o altro, è pure vero che predisponi la giornata senza rendere conto a nessuno. Stabilisci tu cosa devi o non devi fare, andare a zonzo, ricevere amici, andare a trovare qualcuno, mettere una lampadina, fare la spesa, mangiare quando ti va. Le possibilità sono tante quante le ore della giornata che hai a disposizione per te, solo per te, unicamente per te.

Ieri ero a cena, a casa di una coppia di amici, ci vediamo di quando in quando ormai, ma ci conosciamo da quaranta anni. Lui è uno scienziato, sempre in giro per il mondo dal Giappone all’Australia dall’Europa agli Usa, lei insegna lingue.

Sono tornato con la mente al periodo di quando, noi tutti ancora studenti, andavo a trovarli a casa il fine settimana. Giovanissimi, avevano già famiglia, lavoravano e studiavano. Ora è come se il tempo si fosse fermato. Sicché coi figli ormai adulti, si cerca di mettere l’orologio indietro e si dice dove eravamo rimasti?

Dopo un po’ che eravamo lì seduti in poltrona a goderci un disco dei Platers, lui mi fa si va be’, avrai i tuoi vantaggi a stare solo ma alla fine non finisci per annoiarti? Sai che pizza, a lungo andare!

È vero ho risposto sono i rischi che si prendono, il classico risvolto della medaglia, girato l’angolo però, sai che puoi fare la cosa più improbabile che ti possa venire in mente.

Come l’altro giorno, ho preso la macchina e sono andato al MAN a vedere una mostra sull’arte aborigena. Mica cose da niente:la più numerosa collezione di lavori aborigeni che abbia mai lasciato l’Australia, una forza iconografica originalissima, i colori ipnotici, archetipi immutati dal tempo del sogno fino a oggi. 

Un gioco di risonanze, di richiami e di rimandi tra la nostra simbologia primitiva identitaria e un linguaggio espressivo così ricco di suggestioni come l’arte di un continente agli antipodi solo geograficamente.

Cecilia vende cera


Irene Castle

Ho un tale bisogno di te in questo momento. Dall’Inferno all’Infinito. Mi sono svegliato oggi che tamburi battevano il petto. Ti ho portato con me e ti parlavo a bassa voce. Ti parlavo, forse era la bellezza delle crete senesi, conversavamo non ricordo cosa. Nel mio apparato cardiocircolatorio viaggia un essere invisibile, ma concreto e potente. La maggior parte del tempo non penso a lui. La maggior parte del tempo non penso a niente. Ma ogni volta che passa dalle parti del cuore apre gli occhi, ti vede, vede da fuori il paesaggio che ti circonda, ti saluta e vorrebbe attraversare quel confine ed entrare nella tua terra. Non penso mai al motivo che mi ha portato sin qui. Se qualcuno mi chiedesse perché sono qui dovrei fare uno sforzo per ricordarmelo. Perché sono qui? Perché ho un impegno da sbrigare. Quale impegno? Non so, non ricordo, quando accadrà lo saprò. Dall’Inferno all’Infinito.

David Graux - L'eco di un sogno

Spalancherò una finestra e il panorama cambierà. Scomparirà il cortile, spariranno i fili del bucato con la biancheria e le lenzuola lise. I bidoni di latta all’angolo di strada e i gatti sulle tegole. Persino l’odore della varechina svanirà. Entrerà l’aria che hai portato. Magari tenterai di farmi ridere un po’. Mi rimprovererai, ma con dolcezza – e poi..

Poi mi ucciderai.
Colpa mia. Volevo conoscere i rivoli in cui scorrono i tuoi sentimenti e i tuoi istinti, quelli visibili e quelli nascosti. Ho capito troppo tardi che tu non avevi bisogno di me. Dall’Inferno all’Infinito. Forse è lì che andrò. Dall’Infinito all’Inferno.

Archeologia arte cultura


Maura Quartu e Roberto Sirigu sono gli artefici di questo bell’opuscolo Archeologia arte cultura, imbandito di gradevoli immagini, che si possono apprezzare anche in DVD grazie all’arte grafica e fotografica dello Studio Baldini & Baldini. La pubblicazione, realizzata sotto gli auspici della Provincia di Cagliari, è stata presentata ufficialmente nella sala Consiliare del Palazzo Regio di Cagliari il 6 luglio scorso dall’Assessore alla Cultura ed è stata impreziosita dalle letture di Elio Turno Arthemalle. La meritoria iniziativa nondimeno può essere chiamata esente da alcuni rilievi critici: per non aver messo in sufficiente risalto l’opera dei due autori (che addirittura scompaiono dal sito della Provincia che pubblicizza il lavoro), e – cosa ancor più grave – per non aver previsto un’edizione confacente ai non vedenti, come è stato peraltro rilevato pubblicamente nell’occasione.

Ciò che rileva, a mio parere, è lo sforzo narrativo dei due autori, storica dell’arte la prima e archeologo il secondo, che

hanno messo in comune le proprie raffinate sensibilità di studiosi offrendoci una proposta di viaggio, che è unione di memoria storica e letteraria insieme, un invito a mimetizzarci nelle magnificenze del territorio e nella misura espressiva del nostro popolo.

Un territorio che ha ossa antiche. Dalle pietre emerse, le sue sono le più arcaiche. Dal di dentro ha lavorato il fuoco, i venti gelidi hanno aiutato a forgiare paesaggi granitici. Tutta quella segreta e incessante industria sotterranea arrecò grandi tesori che richiamarono genti straniere con notevoli conseguenze per la nostra storia. Una storia che ha ci ha coinvolto in un flusso di integrazioni, connessioni, interdipendenze che dal Mediterraneo si è dilatato, passando per l’Italia, verso l’Europa e tutti i Continenti.

L’opuscolo racconta di sette itinerari turistico culturali che racchiudono simbolicamente la complessa realtà storica artistica archeologica della nostra terra, ognuno abbinato a un’opera letteraria inserita in brevissime storie che sono per l’osservatore, sia esso viandante, ricercatore o sognatore, come una terrazza da cui sporgersi per intessere un dialogo con il passato.

Sicché Il castello dei destini incrociati di Calvino è accompagnato all’itinerario che parte da Maracalagonis, Quartucciu, Burcei, Castiadas e Villasimius e che si apre con Il Leone seguito dal secondo itinerario verso Capoterra, Sarroch, Villa San Pietro, Pula, Domus De Maria e Teulada con l’Odissea e Antigori; dal terzo con Elmas, Assemini, Decimomannu, Uta, Villaspeciosa, Siliqua, Vallermosa, Decimoputzu, Villasor e San Sperate con Il Paesaggio Sonoro di R. Murray Schaffer e Diario di Bordo; L’infinito di Leopardi e Il colle introducono il quarto itinerario comprendente Cagliari, Quartu S.E., Settimo S.P., Monserrato, Selargius, Sestu e Sinnai; I Fiori Blu di R. Queneau e Sogni ci portano verso il quinto itinerario; con Se una notte d’inverno un viaggiatore ancora di Calvino e Metastoria ci avviamo verso il sesto itinerario attraversando Monastir, Ussana, Nuraminis, Pimentel, Barrali, Samatzai, Senorbì, Suelli, Selegas, Guamaggiore, Guasila, Ortacesus, San Basilio, Goni e Gesico; concludendo il nostro viaggio verso nord a Mandas, Serri, Escolca, Gerrei, Isili, Nurallao, Nuragus, Seulo, Sadali, Esterzili, Nurri, Orroli, Siurgus D., Escalaplano e Villanovatulo con La vita istruzioni

per l’uso di G. Perec e La cattura.

É dunque un esplicito invito a sfogliare queste pagine posando gli occhi dove essi possano perdersi. Come se a ogni viaggio cominciassimo a vedere la nostra terra leopardianamente dall’alto di un colle, e avvertissimo il desiderio di superare l’ostacolo di una siepe, questa barriera non alta che chiude lo sguardo su tanta parte dell’ultimo orizzonte. Il desiderio di vivere quei luoghi, interpretarne i segni e aprirsi insieme al desiderio d’infinito, perché in luogo della vista possa lavorare l’immaginazione, il fantastico che sottrae il reale. Ci figuriamo i segni di questo territorio: torri, chiese, case che quella siepe nascondono attraversando il pensiero degli interminati spazi e dei sovrumani silenzi, mondi innumerevoli che li colmano.