Dove tu sei è casa


È stato giorno di festa per Neoneli il 25 di settembre. Giorno di festa per i Tenores, così li conosciamo con i loro nomi: Ivo Marras, Nicola Loi, Beppe Loisu Piras, Tonino Cau. Trentacinque anni è un cammino di mezza vita che si onora con riconoscimenti e giusta fama e applausi, ma non bastano a spiegare con povere parole la loro arte che riproduce il sole nel momento che nasce e sa ripetere un giorno d’estate, in fondo tutto ciò che serve a un umile servo.

Dunque, sono andato a stringere loro la mano perché volevo sentire il respiro della pietra. No, non sono andato a Neoneli solo per ascoltare il loro canto poetico, che richiama l’aurea ancestrale di novelle deleddiane, di un’infanzia prenatale; non perché c’è una montagna che reclama il mio nome, né per fuggire dai demoni che bussano alla mia porta. Perché non è solo canto e boghes lontanas, è dura trachite e carne e sangue. Mi è venuto di andarci perché c’è un azzurro che sorprende nel cielo o nell’intrico di rupi e selve, sono un tessuto di voci, dicerie e leggende che si aggrappano come brune Andromede a tonneri e giare.

Sì, questi Tenores sono fatti come noi della nostra stessa materia. Il moderno respira come l’antico aveva respirato, racconta come lui aveva raccontato. Teniamo a mente i loro nomi, perché essi saranno le nostre pietre, quelle che oggi contano i nostri passi, e domani e dopo ancora terranno all’altro capo i fili tesi da nuove parole antiche.

Neoneli era l’inizio della terra, questa casa solitaria, quasi timida, che sa d’altri tempi, che nasconde a ogni sguardo qualche imperituro segreto di gioia e disincanto.

Il giorno arrivò lento


Il giorno arrivò lento, il 2 agosto di trentuno anni fa. A Bologna l’orologio si fermò e io non so quanti giornali, di quelli che se ne stettero zitti per anni, scriveranno oggi o domani un editoriale o una riga. Anzi lo so. L’Unione Sarda ne è fulgido esempio. Certo, le Borse vanno a picco, Cappellacci va da Alfano e la Costa Smeralda valgono più che non 85 morti. Stare sul pezzo, per favore: zitti e mosca.

No, non è vero, non è andata come altri anni, una riga d’inchiostro si è sparsa. Nelle pagine interne, magari. Per dire che il governo non andrà alla commemorazione, che questo governo non ha neppure il coraggio di guardare in faccia i parenti delle vittime, e non si prende la sua parte di responsabilità. Attento dove vira il vento e stai sul pezzo. Sì, un bell’articolo di fondo per biasimare il gesto ci sta, ma del resto cosa c’è da aspettarsi da una classe politica così screditata. Non può mica prepararsi il patibolo sul quale impiccarsi.

Giornali di opinione, libri, riviste, articoli dei più incendiari tra quelli che hanno diffuso a piene mani passioni insurrezionali, tentano di coprire uno spazio politico sempre più caotico, si accorgono del malessere e denunciano la sordità della politica di fronte alle sofferenze delle persone. Giro la domanda. Quanti di quei giornali e giornalisti possono sentirsi assolti e domandarsi se hanno fatto il proprio dovere fino in fondo per tenere viva la memoria e la nostra coscienza civica. Leggete quei giornali, sì anche quelli che non vi garbano, domani e dopo domani e dopo ancora, sino al prossimo 2 agosto. Cosa c’è da aspettarsi da chi ha seminato indifferenza e arrivò lento quel giorno del 2 agosto di trentuno anni fa, ma 85 persone non arrivarono mai. 

Resistere per restare ancora umani


Sono parole con le quali Vittorio Arrigoni firmava i suoi pezzi, restiamo umani. Le nostre devono capire il senso della sua presenza a Gaza. Una morte di cui conosciamo soltanto la ferocia, come chiamare la belva che l’ha armata, di coloro che usano le atrocità compiute da altri per giustificare le proprie. Prima che gli venissero cavati gli occhi, gli piaceva vedere quanto le altre creature che hanno occhi e altro modo non sanno.

Amore è amore


Il giorno che ti ho incontrato mi sono detto: «Questo è amore.» È cominciata così. Tu mi hai guardato e poi mi hai detto: «Sì, questo è amore.» Ardevi per me. Eri una fiamma ardente, allora. Oh, sì bruciavi d’amore. Eri tutta chick-to-chick. Cosa sia successo dopo, non so. Mi guardi e non mi parli. Io ti guardo, ma sei appassita: una gatta morta che fa l’indifferente. È chiaro che non ti importa più niente di me. Sei riuscita a rendermi corta la vita, e io non so più cosa farmene di te. Un tempo passeggiavamo mano nella mano, eravamo una persona sola. Ti portavo alla torre di Carcangiola, le tue orme sulla rena del Poetto si confondevano con le mie. Camminavamo e dicevamo frasi d’amore. «Questo è amore» mi dicevi. «Sì, è amore» rispondevo. Un cane ci seguiva sino alla prima fermata e poi ci salutava.

Sto qui adesso nella mia stanza e aspetto. Sarai col muso lungo, lo so già, avrai il broncio e io non saprò perché. Entri e non saluti. Scaraventi la borsetta a terra e il cappotto vola dio sa dove. Aprirai la finestra che dà sul ponte della Scaffa e dirai: «Che frago c’è in questo mare!» Una volta c’erano certi ollioni e spirrittu da paura, è vero. Oggi melma e fango. Neanche i gabbiani ci vengono. E i cormorani volano alti. Giuro che un giorno, con una scusa, verrai con me alla Scaffa. Scoprirai che il vento non ce l’ho portato io. Neppure le schifezze. E nemmeno la Rumianca. Confesso, se ci penso, che mi viene spesso voglia di buttarti giù da quel ponte.

Eppure sembra ieri. Ti facevi bella e ti truccavi per me. Sapevi di miele e alla tua pelle profumata di rose io non resistevo. Sesso, libidine, ballo e rock and roll. E quando ti vestivi ammiravo le tue movenze, baby. Ti vestivi per me, ti facevi bella, adorabile che eri! Pane duro e amore puro. Ora giri per la casa ciabattando, brutta e impossibile, bigodini sempre in testa. Ammetti, lo fai apposta. Dio, quanto odio vederti conciata in quel modo, imperdonabile che sei! Se tu sapessi quante volte mi sono detto: «Se almeno ti arrabbiassi, avrei un pretesto.» Ma tu te ne stai sempre muta. Rimugini, rimugini… non sbraiti e non so perché.

Se penso che ti ho amato, amato tanto quando è cominciato tutto. Ho cambiato la mia vita. Ho fatto il lustrascarpe e la mattina a lucidar arance a Villacidro per due zirconi che non ho mai visto penzolare dalle tue orecchie. Ora guarda come sono ridotto, seduto su questa sedia, al tavolo del bar di sotto, al casotto di Fisiotto, che si caga sotto quando vede entrare un poliziotto, pensando che un giorno o l’altro gli faranno un bel filotto, accopperanno lui, la madre ed suo bassotto. Pure lui non sa spiegarsi come ha fatto a perdere la sua donna. «Arrenditi all’evidenza» gli ho detto, «topo di fogna come me, tu sei.»
Ma che dico, adesso, non mi va di parlare d’altri. È a te che penso, nonostante tutto, che sei la mia disperazione. Fisso, assente, il fondo di un bicchiere vuoto di vernaccia per non pensare alla tua faccia assente. Non c’è che dire, io ti ho dato tutto. Tu non mi hai dato niente.

«Era amore» mi dicevo. «Sì, era proprio amore» mi rispondevi. Pane, amore a sazietà. Ero fiero di te, donna, sapevi come conquistarmi. Ti bastava poco, una carezza, un sorriso e io mi squagliavo come neve al sole. Amavo la tua personalità, eri un blues, ora non so dov’è la tua femminilità. Ti facevo fare tutto e non ti ho fatto mancare niente. Una casetta a Giorgino, davanti il mare, semplice e accogliente. Due stanzette, i gerani sul davanzale e i bisogni al naturale. Solo quando il maestrale urlava, qualche tavola volava e qualcuno, se passava… ma divago, sono vago, impreciso, signor giudice, «è amore» mi diceva, «è amore» mi ripeteva «voglio un figlio da te.»

Ora scatti, zitta e muta, irascibile per un nonnulla. Ti apparti e non esisto. Io ti ho persa e non ti vedo. Pane, rabbia, odio e sangue. È vero, riesco a malapena a sopportare la sua presenza, ma so che di lei posso farne a meno. Senza, smetterà di essere la mia maledizione. Dapprima non me ne facevo una ragione, ma adesso ho imparato la lezione. Signor giudice, ne convenga, merito o no l’assoluzione?

Europa per non deragliare


EUROPA di Lars Von Trier

È il terzo capitolo della trilogia europea di Lars von Trier, iniziata con “L’elemento del crimine” ed “Epidemic”. È l’unico dei tre che ho potuto vedere e a scanso di equivoci dico subito che EUROPA è un incubo senza mai fine. Un ragazzo di origine tedesca, cresciuto negli Stati Uniti, torna in Germania nel 1945, trova lavoro come controllore di un vagone letto, conosce e si innamora della figlia del proprietario di un’impresa ferroviaria. Si ritroverà in seguito intrappolato in una rete di corruzione. Sfruttato, perde la sua ideologia, ed è costretto a scegliere tra la complicità o l’asservimento.

Il film è girato in bianco e nero e rende l’idea, come suol dirsi, dei tempi bui di una Germania (Europa) vissuta interiormente, un incubo appunto, tra città ridotte in cumuli di macerie e resistenti nazisti del gruppo terroristico i Lupi Mannari impiccati ai lampioni. E’ un’Europa immersa nelle tenebre della storia. Come se Von Trier ci dicesse cosa potrebbe succedere all’uomo europeo se facesse un viaggio senza memoria, a ritroso nella storia, un viaggio popolato di fantasmi mai rimossi, nel buio della propria coscienza.

L’impressione è che per apprezzare questo genere sia necessario avere presente la filmografia di Von Trier, e in particolare gli altri due della trilogia, pena il rischio di giudizi sbrigativi e sputarci sopra. Una cosa è certa: la carnalità (evidente) che lega questo film al regista, girato con una singolare e chiara ossessione claustrofobica. I personaggi si muovono in interni con le pareti sfondate, tetti squarciati, i muri sbrecciati. La scena della messa di natale, per esempio, in una cattedrale senza tetto sotto la neve che cade, è eccezionale.

Il film si apre, si svolge e si conclude con cadenza ipnotica (il viaggio in treno, già metaforico, richiama la sequenzialità e il ritmo). In apertura la locomotiva in movimento corre verso di noi mentre il narratore ci ipnotizza letteralmente, come capacità di trasportarci nell’inconscio sogno-realtà-sogno.

L’ipnosi dicevo è un geniale espediente narrativo che consente di rappresentare le scene in una visione inconscia, carica, molto carica di simbolismo. In questo senso, l’uso del bianco e nero (più nero che bianco) framezzato raramente con lampi di colore rosso in forma di sangue ci fanno vedere un mondo in costante putrefazione e disfacimento. Dunque, luoghi non riconoscibili, onirici, scorci stretti, campi oscuri, non-luoghi, una scena si fonde e si confonde con l’altra, strutture spaziali che si sovrappongono (i binari che si affianchino e i treni che si inseguono), ovvero spazi privi di senso (il plastico della ferrovia), trappole dove tutto si riconduce al luogo spesso evocato per sineddoche: Europa.

Ma è troppo poco per racchiudere tutta la tematica, che andrebbe altrimenti approfondita e integrata con gli altri due elementi della trilogia.

Buona visione, ma attenzione a non deragliare.

Una donna che sfidò l’oscurantismo


Ipazia o Hypatia è una figura tragica, considerata e forse lo è, la prima scienziata della storia, celebre per il suo lavoro nel campo della matematica e dell’astronomia. Una donna del IV secolo d.C. che fu scorticata e fatta a pezzi (e non lapidata) dalle armate cristiane perché insegnava il pensiero scientifico senza piegarlo ai voleri della speculazione religiosa e della fede.

Figura tragica perché seppellita nell’oblio dall’oscurantismo religioso, antico e recente, che ha informato il potere nel corso dei millenni a partire dalla sua morte alla fine del 300. Figura tragica perché inghiottita da una morte atroce per mano di fazioni cristiane, come i parabolani. È a queste sette e ad altre specie fondamentaliste che in quel periodo imperversavano, si deve l’annientamento di intere civiltà in nome di una verità rivelata.

Per il vero poco si sa di questa eroina che osò sfidare il pregiudizio fideista cristiano in nome del libero pensiero. Dei suoi scritti non è rimasto nulla. Si dice che, grazie alla sua immensa conoscenza scientifica, avrebbe intuito la presenza della forma ellittica nel sistema solare prima di Keplero, ossia dodici secoli dopo. Ed è probabile che molte delle teorie che le si attribuiscono non avrebbe potuto formularle per la mancanza di adeguati strumenti di osservazione.

Di certo si conosce il suo insegnamento, soprattutto per il tramite di Sinesio, filosofo, suo allievo cristiano diventato in futuro vescovo. Sinesio, nelle sue opere giovanili, affronta i temi del pensiero della scienziata alessandrina, ossia di colei che chiama «sorella, madre e maestra», la quale a sua volta si ispirava a Plotino. I temi dell’Essere e del Bene, della fragilità della vita, della bellezza della meditazione. E a chi s’innamorava di lei, come Oreste altro suo allievo che si convertì al cristianesimo e potente prefetto romano, mostrava le sue vesti intime macchiate del sangue mestruale a indicare la meschinità della vita e la superiorità dell’amore che deve superare il corpo.

Quanto al conflitto che la oppose al mondo cristiano occorre dire che al tempo la Chiesa non era ancora quel corpo solido e potente che poi mostrò di essere. Non era ancora la cristianità di Galileo, ma quel mondo con le sue sette e i suoi fanatismi non erano dissimili da quelli, mutatis mutandis, che si sarebbero manifestati nel corso dei secoli. Senza ombra di dubbio, l’,alessandrina fu una delle menti più eccezionali del mondo greco-romano. La fama della sua vasta cultura era così prestigiosa che i capi della città spesso la consultavano.

Il conflitto esplose tra la filosofia neoplatonica, che parlava agli uomini colti e ai letterati, e quella cristiana, che si rivolgeva alle menti semplici, ai diseredati. Si sa che la parola del vangelo era diretta soprattutto verso costoro. In tempi segnati dall’angoscia per le guerre e di perdita d’identità, gli ultimi della terra diventavano strumento delle voci più estreme ed eccitate, non avendo che la fede cieca dove rifugiarsi e difendersi.

Le guerre incessanti che seguirono portarono così al massacro di centinaia di intelletti di matrice platonica, specie se ebrei. Tra questi, lei: Ipazia, una letterata, una donna. Una donna così eccezionale da suscitare le più feroci gelosie, una donna che parlava in pubblico e andava sola per le vie della città a predicare la conoscenza e a insegnare la bellezza della filosofia infrangeva antiche leggi e spezzava le misere certezze dei potenti. Lei, una donna.

Donna che, Aristotele a tutti aveva insegnato essere un uomo «diminuito». Lei era il più facile e il più naturale bersaglio dell’odio che covava sotto la paura e la più bieca intolleranza.

Un insegnamento per l’oggi, dopo mille seicento anni, segnato purtroppo dalla stessa intolleranza.

Desamistade


Vi racconto una storia che ho appreso dalla lettura di un libro lasciatomi in eredità dalla zia Irma. È un volume ricco di informazioni. Come dice il sottotitolo, il libro è un contributo del suo autore, Antonio Senes, alla conoscenza della lingua sarda e di altre cose sarde.

Ebbene, è qui riportata, come dicevo, una battorina come questa:

Carmine Corraine
Bellesa rara e fine
Su péjus de s’ereu
Hat mortu a frate meu!

Carmine Corràine
Di bellezza rara e fine
Il peggiore della sua stirpe
Hanno ammazzato un mio fratello!

Si racconta che la quartina fosse cantata dalla sorella di Carmine, Bannedda Corraine, quasi come un’imprecazione per dell’uccisione del fratello. Uccisione avvenuta nella primavera del 1907 nelle campagne di San Vero Milis per opera del cugino Egidio, detto Ziliu o Ezidiu, Podda Chiolu. Dal suo assassinio ha avuto origine la cosiddetta desamistade di Orgosolo, una lunga catena di omicidi, circa quaranta, che ha visto coinvolta ora l’una ora l’altra fazione della stessa famiglia (s’ereu, dal latino heres, heredis) e che si è protratta per oltre 60 anni. Una triste e lunga scia di sangue e vendette maturate in una terra antica governata in passato da un codice tribale non scritto, tanto feroce quanto difficile da estirpare.

Carmine Corraine e Ziliu Chiolu erano cugini, ma i rapporti fra loro e le rispettive famiglie s’incrinarono a un certo punto per la contesa eredità di un comune parente, Diego Moro, che aveva favorito i Corraine a discapito degli altri del parentado.

Comunque sia, i due continuavano a frequentarsi, senza che succedesse nulla d’importante anche quando avvenivano sconfinamenti di bestiame di una famiglia nei pascoli dell’altra. Infatti, era questo un evento quasi inevitabile che in genere non produceva effetti, perché in definitiva si aveva una sorta di compensazione degli eventuali danni subiti dalle parti.

Nel caso specifico, tuttavia, avvenne che i due si trovassero a più di 100 chilometri di distanza da Orgosolo, e precisamente a San Vero Milis, vicino a Oristano, a far pascere i loro greggi. E accadde che per una questione così futile di sconfinamento, Ziliu ebbe un alterco col fratello di Carmine, Serafino Corràine, un giorno di aprile del 1907. Carmine intervenne per calmare gli animi e per trascinar via Serafino. Mentre entrambi si allontanavano, una fucilata colpì alle spalle non Serafino, ma Carmine, che morì dopo un mese di agonia. Ziliu Podda Chiolu fu arrestato, processato dalla Corte d’Assise di Oristano e infine assolto per legittima difesa.

Naturalmente, il verdetto non appagò mai la sete di giustizia della famiglia di Carmine. Al contrario, acuì un sentimento di vendetta che dette inizio a una tremenda faida famigliare. Una triste vicenda che si trascinò per decenni, mieté numerose vittime e sconvolse la vita di Orgosolo. Fatti drammatici e tragici che talvolta si colorarono di toni epici, di profonda umanità. Per molto tempo a Nuoro e dintorni, e non solo, questi accadimenti rimasero nella memoria della popolazione e nei loro racconti. Sicché, gli “eroi” di questa desamistade appaiono simili a quelli cantati dal poemi omerici, personaggi da tragedia greca o da saga shakespeariana.

Ironia del caso, Ziliu, colui che innescò le ostilità e gli odi che sconquassarono il paese, sopravvisse alla furia selvaggia dei vendicatori de su fradile: abbandonò la vita di ricco pastore e si dette alla macchia. Più di una volta fu oggetto di attentati e agguati. Grazie alla sua proverbiale prudenza, di animo imperterrito e tutto d’un pezzo, seppe sempre cavarsela, anche quando, nel 1922, fu raggiunto da una fucilata. Data la sua fortissima fibra, si rimise in forze e non gli successe più nulla per altri tre decenni. Sembrava scomparso, fino a quando, agli inizi degli anni ’60, alla sua famiglia fu fatto recapitare, per vie misteriose, il suo portafoglio e chiesta una somma per il suo rilascio.

Le cronache non riferiscono il seguito, forse per l’omertà che circondò la vicenda. Si disse solo che la famiglia probabilmente pagò l’estorsione, ma di Ziliu non si seppe più nulla, non fu trovato né vivo, né morto.