L’ultimo pomeriggio preferii stare con lui


Più riguardo a Una Vita Violenta

UNA VITA VIOLENTA di Pier Paolo Pasolini

Il mio rapporto con Pasolini è stato contrastato agli inizi. Per niente scontato, direi conflittuale. Di certo non un amore a prima vista. Appartengo a quella generazione disincantata che non si lasciava abbindolare facilmente dai falsi miti del neo consumismo, sottoprodotto del capitalismo straccione nostrano che lo stesso Pasolini combatteva. Una gioventù poco oziosa e poco quieta, senza rispetto per le icone che s’innalzavano sulle nuove cattedrali della borghesia. Si sparava ad alzo zero sul quartier generale e fulgido era il sol dell’avvenir. Non si contestava la sua poetica, questo era il punto. Scrivere sul giornale dei padroni quei corsivi corsari apparivano una contraddizione in termini, a essere buoni. Celebre il suo articolo contro gli studenti, quelli con la faccia di papà, sottoposti alla repressione dei poliziotti, proprio loro, i figli di proletari, gente mal pagata, figli della miseria che non dà autorità. Semplificando, al tempo della lotta, vita o morte, per l’affermazione egemonica della cultura operaia, una visione del mondo, nel senso proprio di Weltanschauung, che mettesse al centro il sottoproletariato urbano (lumpenproletariat) una poiesi del sottoproletariato, incapace di sintesi in quanto classe, era mistificazione e inganno, subalternità alla cultura borghese.

Questo tuttavia era solo il contorno, ben poca cosa. C’era anche chi con spocchia piccolo borghese non lo considerava neppure.
Ma altro è il contenuto. Ciò che ha rappresentato Pasolini per la nostra cultura (senza aggettivi) non starò a neanche a dire. È quasi banale soffermarsi. Erano tanti i nemici di Pasolini e non tutto era scontato, appunto, trenta, quaranta anni fa.
Una vita violenta ha rappresentato una svolta per la mia formazione. Un romanzo degli anni cinquanta che sputa sangue, si capisce il motivo di censure e processi e condanne per la mentalità e il pensiero corrente del tempo, si sente scorrere la terra sotto i piedi.
Il gergo nella scrittura, per me, sconvolgente. Non fa del linguaggio un uso da puttana, nessuna derivazione pittoresca e colorata. Una rappresentazione spietata di persone, azioni e ambiente che penetra nella carne come un coltello.
È andata così, con lui non si poteva essere altro. Noi contemporanei del poeta che leggevamo con un sussulto al cuore Le Ceneri di Gramsci e che per suo tramite e a causa sua non avevamo potuto fare a meno di visitare la tomba di Nino al cimitero degli inglesi a Roma. Noi che eravamo accesi di passione alla lettura dei suoi articoli sul Corriere. Noi che avevamo fatto a gara per vedere i suoi film vecchi e nuovi, senza risparmio di ardori, non tralasciandone alcuno. Noi che ci siamo riconciliati con lui dopo la prima pagina di Una vita violenta. Noi che avevamo lui come interlocutore, nonostante tutto. Noi che avevano ucciso nostro padre per legge di natura, abbiamo preferito stare con lui l’ultimo pomeriggio.

(Vedi anche la mia pagina aNobii: http://www.anobii.com/sabic/books)

Ora e Sempre Resistenza


Ora e sempre Resistenza di Pietro Calamandrei

Lo avrai camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.



Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.



Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.



Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre Resistenza.

Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii http://www.anobii.com/sabic/books

Pasolini, Joyce (e Gadda) passando per Proust


Nella rubrica di corrispondenza «Dialoghi con Pasolini» che la rivista «Vie Nuove» ospitava settimanalmente a partire dal 1960 sino al 1965, il poeta rispondeva ai lettori che rivolgevano domande sui più svariati argomenti: cinema, letteratura, opinioni sul costume o la morale, ecc. Di alcuni temi riporteremo ampie selezioni di opinioni, convinti della loro pregnanza anche a distanza di mezzo secolo, insegnamento per l’oggi.

Nel numero 48 del 3 dicembre 1960, Pasolini risponde a un lettore che gli domanda un giudizio su Joyce e sulla sua opera, Ulisse, da poco tradotta in italiano. Ne riportiamo alcuni stralci.

 (…) In Italia Joyce ha avuto, e ha, il suo grande equivalente in Carlo Emilio Gadda, che non è detto gli sia, in concreto, inferiore. Il monologo interiore – il pensiero incessante del personaggio o dei personaggi, attraverso cui è visto l’ambiente, e in definitiva, il mondo – mentre in Proust era l’oggetto indiretto del racconto, ed era quindi a suo modo oggettivo, in Joyce – e in Gadda – facendosi mimetico, produce un grande sommovimento linguistico. 

Apparentemente è quindi più soggettivo – nel senso corrente di questa parola – ma in realtà, comportando appunto dei personaggi che non siano l’io che racconta come in Proust, è più oggettivo, almeno in quanto richiede che l’autore non monologhi da solo, ma si incarichi di riportare – mimetizzandosi psicologicamente, linguisticamente e quindi anche socialmente – il monologo di un essere umano che vive una sua vita individualmente e storicamente autonoma.

Credo perciò all’enorme importanza di Joyce; esso infatti indica la strada di un tipo di oggettività che non può essere quella ottocentesca, positivistica, scientifica e richiedente una sorta di indiscussa fiducia sulla realtà oggettiva ammessa da tutti della vita umana. (…) Ma poi c’è stata la crisi della borghesia e la sua ideologia letteraria – che dava tanta garanzia di positivistica oggettività – è andata in frantumi: idealismo, relativismo, bergsonismo, decadentismo hanno messo in crisi la sua bella sicurezza ottocentesca. Si è cercata allora l’oggettività entro l’io (Proust, e tutti i poeti del grande Decadentismo europeo) come unico garante di reale e sperimentata esistenza. Joyce ha tentato qualcos’altro: è entrato cioè non nel suo io ma nell’io di un altro uomo, diverso da lui psicologicamente e socialmente: non ha detto cioè né egli fece,egli andò, né io feci, io andai, ma qualcosa che sta in mezzo: la mimetizzazione, la ricostruzione in laboratorio della corrente di pensieri di un altro essere umano studiato nella sua personale realtà. (…) 

Con Ragazzi di vita e Una vita violenta (…) io mi sono messo sulla linea di Verga, di Joyce e di Gadda e questo mi è costato un tremendo sforzo linguistico. (…) mimare il linguaggio interiore di una persona è di una difficoltà atroce, aumentata dal fatto che nel mio caso (…) la mia persona parlava e pensava in dialetto. Bisognava scendere al suo livello linguistico, usando direttamente il dialetto nei discorsi diretti, e usando una difficile contaminazione linguistica nel discorso indiretto: cioè in tutta la parte narrativa, poiché il mondo è sempre come visto dal personaggio. Le stonature in questa operazione sono sempre a un pelo dalla scrittura: basta eccedere anche solo un minimo sia verso la lingua che verso il dialetto che il difficile amalgama si rompe, e addio stile. (…)

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Lettore scrittore lettore


Al pari di qualcuno che lo disse più autorevolmente di me, ho la pretesa di vantarmi delle mie letture. Al contrario, di ciò che scrivo non ho, a ben ragione, nulla di che vantarmi. Scrivere è come dare calci a un pallone. Tutti più o meno lo sanno fare. Ci sono quelli che lo fanno per passione e per quattro tiri la domenica, al più giocano in terza categoria. Qualcuno sogna pure di giocare in seria A, non tutti ne hanno la stoffa, anche se credono di essere un top-player, ma da qui a esserlo veramente…  

È vero, lettura e scrittura sono passioni allo stesso livello, e allo stesso modo e con la stessa intensità assorbono buona parte del mio tempo. Spesso sono queste letture obbligate, esclusive – e per me fondamentali e interessanti e piene di fascino letterario quelle che nutrono la vita. Quando si scrive con impegno, o si tenta di scrivere con impegno, leggere è fondamentale, nel mio caso quasi necessario, come un aperitivo prima di pranzo. Tuttavia se l’impegno dello scrivere è superiore, nel mio caso leggere un libro (a seconda del libro che leggo) mi distrae. Nel senso che distoglie l’attenzione dallo scrivere. Subentra la sensazione fantastica, il gioco della fantasia che regala piacere quando si legge. La lettura diventa un rinchiudersi dentro una stanza, entro quel confine della realtà che coglie il frammento d’infinito o di nuovo mondo che si apre davanti a noi. O quel senso di indeterminatezza, di non consolatorio, di dubbio critico che emerge in un testo poetico o prosastico, sia questo una poesia, un racconto o un saggio. La scrittura, il suo gesto, recede a esercizio di segni che riproduce il reale o copia la realtà. Fa andare fuori strada.

In sintesi estrema: se leggo, non scrivo e se scrivo, non leggo. Non sempre è così, ovviamente, ma la regola generale cui, nolente, mi capita di sottostare è questa. 

Sicché ho preso l’abitudine da tempo di fermarmi, ogni tanto. Fermarsi vuol dire, in questo mio specifico caso, divergere dalla norma di leggere gli autori preferiti, qualche testo classico, i contemporanei che prendono cuore e cervello e seminano domande. Divergere è divertirsi anche con i libri che io chiamo di consumo o letteratura di consumo. Mi rendo conto, è una distinzione artificiale e di comodo: se la letteratura non è di consumo, che letteratura è? Insomma, ci sono libri che hanno l’unica pretesa di farsi leggere piacevolmente, magari per te non sono il massimo, ma tengono compagnia per alcune ore nelle fredde serate d’inverno, seduto davanti a un caminetto, o nei pomeriggi di primavera disteso sul prato di un parco. Ma niente di più. Un niente però (anche questo) necessario. Per tirare il fiato, per rientrare nei ranghi del finito e del compiuto.

Se è un romanzo storico (di buona qualità) poi, che è il genere che più si avvicina al mio gusto, tanto meglio. Come il romanzo di Ken Follett, per esempio, La caduta dei giganti, il primo suo romanzo che mi è capitato di leggere di recente (in ossequio, appunto, alla regola di cui sopra). E Ken Follett non è uno scrittore di best seller per caso. Nel suo genere un buon romanzo, il primo di una trilogia del secolo (ventesimo)  dove protagonisti che fanno la Storia, con la S maiuscola, sono personaggi comuni, e quelli storici in secondo piano. Ogni tanto una lettura distensiva, scorrevole, non impegnativa è quella che ci vuole per non fermare lo scorrere della penna. Fuori della tua stanza, leggero. Alla fine, comunque sia, se metti a frutto, tutto scorrerà a tuo vantaggio. 

Una poesia sulla vite maritata di Paola Fanelli


 Il desiderio puro di una pianta è quello di una sposa. Le parole si alzano come per un canto al dolce peso di lei sul suo cuore. In ogni stagione – quando protende verso di lui le verdi ghirlande e concedono vita, quando gli anni si piegano al tempo, lo sposo offre la sua mano forte e sicura. Tessono trame di una storia d’amore.

Lo sposalizio della vite
(al mio sposo)  
Tesse trame leggere
la vite sposata all’olmo,
morbida e sinuosa si lancia
in verdi ghirlande alate
da un albero all’altro
in appiglio sicuro.

Forte e dritto
senza fatica la sostiene
quando il peso dei grappoli
la fa incurvare,
la protegge con la chioma
dal sole e dal vento,
quando perde le foglie
e rimane nuda.

Così fai tu con me
amato olmo.

Paola Fanelli

Lingua Sarda, poesia e diversità


Del Logudorese, del Campidanese, del Nuorese, del Gallurese, del Sassarese e infine dell’Algherese riporto i brani di alcune poesie nei rispettivi dialetti per segnalarne la diversità. 

Inizio con due strofe del famoso canto contro il feudalesimo, pubblicato alla macchia in Corsica nel 1794 dal patriota di Ozieri Francesco Ignazio Mannu. 
Il Logudorese ha marcato più di tutti la parlata volgare sarda. Grazia e scorrevolezza, risonanze di latino e spagnolo.

Procurad’è moderare

barones, sa tirannia,

chi si no’, pro vida mia

torrades a pe’ in terra!

Declarada è già sa gherra

contra de sa prepotenzia,

e cominza sa passienzia

in su pobulu a mancare.

…………………………

No apprettedas s’isprone

a su poveru rinunziu,

ai no in mesu caminu

s’arrempellat appauradu;

Minzi ch’es lanzu e cansadu

e non de pode piusu;

finalmente a fundu in susu

s’imbastu nd’hat a bettare.

Cercate di moderare, 

baroni, la tirannia,

che se no, per la vita mia,

rimetterete piede in terra!

dichiarata è già la guerra

contro la prepotenza

e comicia la pazienza

nel popolo a mancare.

…………………………

Non calcate lo sprone

al povero ronzino,

se no in mezzo al cammino

si ribella impaurito;

badate che è troppo magro e stanco

e non ne può più;

finalmente a fondo in su

il basto potrà gettare.

Propongo ora questa poesia in Campidanese dell’avvocato Cesare Saragat di Sanluri, morto a Cagliari (dove è sepolto) nel 1929, zio di colui che fu Presidente della Repubblica negli anni ’60/’70 del secolo scorso. Brano e traduzione sono di Francesco Alziator tratti da Testi campidanesi di poesie popolareggianti, a cura dello stesso Alziator. Suoni strascicati e lenti, contiene numerosi vocaboli di provenienza iberica. A Cagliari e provincia si fece largo uso dell’aragonese e del castigliano che ha temperato nel dialetto la severità del latino. Un uso della x pronunciata con il suono sg dolce e prolungato.

L’industria forestiera

Su paru furisteri esti uni tiau!

de macchinas su mundu est alluprendi,

su poburu messaiu hati spola;

e macchinas de nou est’imbentendi,

pe podi riprodusi e binu e trigu

a su doppiu, a su triplu de s’antigu.

…………………………..

Candu, in su tempu miu, ne s’agatada

nè macchin’è messai nè de così,

s’omini, mali o beni, s’arrangiada

si prandiad’e si cenada dì po dì

mentras cun su progressu e cun su lussu

oi digiunant custu e crasi cussu.

L’industria forestiera è una diavoleria!

Sta sommergendo il mondo di macchine,

ha ridotto al verde il povero massaro;

ed inventa ancora nuove macchine,

per poter produrre e vino e grano

al doppio e al triplo del passato.

…………………………..

Quando ai miei tempi non c’erano

macchine, nè per mietere, nè per cucire,

la gente, bene o male, s’arrangiava

e pranzava e cenava ogni giorno

mentre con il progresso e con il lusso

oggi digiuna questo e domani quello.

Il Nuorese, variante del logudorese del tutto specifica, è tra quei dialetti che hanno concorso a formare il volgare sardo. Pronuncia gutturale, aspra e ricca di h aspirate alla maniera latina. Come del latino conserva ancora assonanze, parole e frasi. Linguaggio severo ed espressivo. Di seguito un esempio nel sonetto dialettale del poeta Sebastiano Satta: 

Santa Maria

Santa Maria ja est bella a Pasca ‘e aprile,

cando torran sas runchines dae mare;

toccos de gloria e gridos d’allegria

in cada nidu e cada campanile.

Ma prus bella est a bider dae su jannile

sas feminas issinde tott’impare  

artas e bellas, a passu signorile,  

chi paren santas foras de s’artare.

Santas chi riden, santas chi’in zarminos (*)

in bucca; e a chie las amat forte

dant sas gratias e sanat sos dolores.

Nè a tue, pro chi malo hapas ustinos,

t’hana a mancare a cada mala sorte

custos coros, Sardigna, e custos frores.  

Santa Maria, è bello a Pasqua in aprile

quando le rondini ritornano dal mare;

rintocchi di gloria e d’allegria

in ogni nido e in ogni campanile.

Ma più bello è contemplare dalla soglia

le donne che escono tutte insieme,

alte e belle, con passo signorile,

che sembrano sante fuori dall’altare.

Sante che ridono, sante con gelsomini

in bocca; e a chi le ama fortemente

concedono grazie e risanano i dolori.

nè a te, per avverso destino tu abbia,

mancheranno in ogni sventura,

questi cori, Sardegna, e questi fiori.

(*) Zarminos letteralmente gelsomini, ma sono anche dolci a base d’uovo e quindi dello stesso colore e delicatezza dei gelsomini.

Questi che seguono sono mottetti in Gallurese di autore ignoto. In un territorio per lungo tempo dominato dai Pisani, l’influenza toscana è evidente: il linguaggio è dolce e più accessibile. I primi abitanti della Sardegna, provenienti dalla Corsica, si sono fermati prima a Santo Stefano e poi in Gallura dando vita al primo embrione della cultura sarda (i circoli di Arzachena).

Non si poni irrisistì

chisti dui estremi folti:

lu videtti è la me molti,

lu no videtti è murì.

Dunca, palchi la molti

incontru in videtti o no

voddu murì middi olti

basta a videtti però:

chi li to’ bedd’occhi so

più d’amà che di timì.

Tu dì chi mi professi

amori, e veru no è;

comu aggiu a credè a te

si no’ credu a me matessi?

Intendila, cussì è, 

l’amori nostri so’ vani,

so comu l’alba la mani

bugiu chi sta pal finì,

luci chi pari e no’ è.

Non si possono resistere

questi due estremi tormentosi:

il vederti è la mia morte,

il non vederti è morire.

Dunque, poiché la morte

incontro a vederti o no,

voglio morire mille volte

basta vederti però:

chi i tuoi begli occhi sono

più d’amare che da temere.

Tu dici che mi professi

amore, e vero non è;

come posso credere a te

se non credo a me stesso?

Comprendi, così è,

i nostri amori sono vani,

sono come l’alba la mano

buio che sta per finire,

luce che sembra e non è.

Del Sassarese una poesia di uno dei maggiori poeti, Pompeo Calvia. A differenza del Gallurese, questo è più duro, aspro, sanguigno, difficile a volte da comprendere e pronunziare, sebbene pur esso sia un prodotto tardivo, come il gallurese, della cultura toscana. 

I Candelieri

Li candareri farani in piazza

cun li vetti di rasu trimulendi,

fattu fattu li borri cun la mazza

e lu Sindaggu in mezzu, saluddendi.

Tutti saluta senza distinzioni

finza li banderetti di li vinu…

arruglia lu tamburu di continu 

e lu piffaru sona li canzoni.

Lu piffaru chi poni l’allegria

e accompagna li setti cadaveri

finz’a la janna di SAnta Maria.

Inchiddà li in strazzani li vetti 

e zi l’entrani in gesgia più lizzeri

in mezzu a li vaggiani

e a li cuglietti.

I candelieri scendono in piazza

con i nastri di raso tremolanti,

appresso le guardie con la mazza

e il Sindaco in mezzo che saluta.

Tutti saluta senza distinzione

persino le bandierine dei vinai…

rulla il tamburo di continuo

e il piffero suona le canzoni.

Il piffero che mette l’allegria

e accompagna i sette candelieri

sino alla porta di Santa Maria.

Là dentro gli strappano i nastri

e li introducono in chiesa più leggeri

in mezzo alle fanciulle

e ai colletti (dei giovani).

Per ciò che riguarda l’Algherese va detto che esso rappresenta un’isola linguistica di tutto rilievo. La distanza dalle sorgenti originarie del catalano algherese, il suo isolamento rispetto agli altri dialetti parlati nell’isola dai quali si distacca considerevolmente hanno finito per pietrificarlo e lo hanno sottratto a contaminazioni di parole nuove e frasi moderne cui, di converso, costringono gli scambi e i traffici con il resto del Continente europeo il catalano che si parla a Barcellona. Cosicché l’algherese anche oggi è ancora oggetto di attenzione da parte dei filologi spagnoli. 

Questo che segue è un sonetto di un autore ignoto del XVIII secolo:

Una rosa è vista l’altro maitì

tota del llet i sang pintirindda

si no arribessi ama n’en l’accolli

legu la vida mia fora acabada

ni n’he vist, ni  ne veruè

que giressi le mon due mil voltas.

A una cappella la vuldria pintar

pe la veure almanco un’altra volta.

Es morta la sua companyona,

lu sol y la luna rais per l’incoronar:

adios, regalate fins a demà.

I de veura una cosa tanto bella

ne restan ancantades la estrellas.

Una rosa ho visto l’altra mattina

tutta spruzzata di latte e di sangue.

Se non arrivassi a coglierla

presto la mia vita sarebbe finita.

Non ne ho visto nè vedrò

anche se girassi il mondo due mila volte.

In una cappella la vorrei dipingere

per vederla almeno un’altra volta.

E morta la sua compagna,

il sole e la luna raggiano per incontrarla:

addio, riguardati sino a domani.

E di vedere una rosa tanto bella

restano incantate le stelle.

Lingua sarda e un po’ di storia


Prima pagina della Carta de Logu nell’edizione del 1711 a cura del convento di San Domenico in Cagliari, con commento del giurista Gerolamo Olives. La prima edizione di Madrid è del 1576. Il testo è in volgare sardo.

Le lunghe dominazioni cui la Sardegna è stata sottoposta a opera di popoli diversi da ogni parte del Mediterraneo e le derivanti divisioni hanno finito per originare entità etniche a sé stanti spesso separate da enormi e impervie distanze che le rendevano estranee le une alle altre. Ciò ha favorito il formarsi di una molteplicità di dialetti fra loro dissimili anche nell’ambito della stessa zona, e che al di fuori di questa risultano sovente incomprensibili.

Ciò spiega, in larga parte, perché i protosardi continuavano a non saper scrivere e perché la scrittura si diffonde in Sardegna con tanto ritardo, non essendosi manifestata l’utilità di esprimersi per iscritto in un modo che sarebbe stato incomprensibile nella maggior parte del territorio isolano. Ha sopperito per secoli il fenicio prima, il greco poi, ma soprattutto il latino. Come dimostra la stele votiva trilingue (forse per i molti dialetti che essi parlavano) ritrovata a Pauli Gerrei, proveniente da Nora e dedicata allo straniero Esculapio Merre, conservata nel museo nazionale di Torino.

La stele dice:

(in latino) – Cleon, servo dei soci salari (produttori e commercianti di sale), ha fatto dono volentieri a Esculapio Merre (straniero), che continua a elargire la grazia concessagli.

(in greco) – Cleon, servo dei salari, ha levato come dono a Esculapio Merre un altare secondo l’ordine del dio.

(in fenicio) – Al signore Eshmun Merre, l’altare di rame di cento libbre, che offrì per voto Cleon servo dei salari. Il Signore ha uditola sua voce e lo ha risanato. Nell’anno dei Sufeti (nome fenicio dei giudici) Himilkat e Abdeshmun f. di Himilk. (La data è circa il 180 a.c. e i Sufeti sono probabilmente i giudici di Cagliari.)

circoli megalitici li muri arzachena

Circoli megalitici a Li Muri (Arzachena)

Non esiste documentazione di ciò che può essere stato l’uso del linguaggio nelle popolazioni sarde durante il periodo nuragico e a maggior ragione nel pre-nuragico. La scrittura e il volgare sardo si manifestano a partire dal periodo giudicale. Studiosi come il Wagner, il Devoto, il Migliorini, il Pollottino, il Cossu, il Bartoli e altri di scuola più recente sono arrivati alla conclusione che i dialetti della Sardegna possono essere raggruppati in cinque aggregati a ciascuno dei quali corrisponde una o più delle otto sotto-regioni in cui l’isola si suddivide. Come noto, questi dialetti principali sono: il Logudorese parlato nel Logudoro, nella Nurra, nel Goceano e nel Montiferru; il Campidanese nel Campidano, nella Marmilla, nella Trexenta, nel Gerrei, nel Sarrabus e nella Barbagia di Seui; il Nuorese nella Barbagia di Nuoro, che pur essendo di derivazione logudorese ne differisce in maniera sensibile; il Gallurese che è parlato in Gallura e in buona parte dell’Anglona; il Sassarese a Sassari, Sorso e Portotorres.

Logudorese, Campidanese e Nuorese sono gli antichi dialetti che costituiscono l’originario idioma sardo. Un idioma che, fra tutti gli idiomi romangi, ha mantenuto il suo carattere latino anche in relazione a ingredienti morfologici non confondibili con nessun altro, e che in virtù di tali elementi è riconosciuto da tutti i linguisti come una vera e propria lingua. Il Bartoli arriva a dire che il sardo è di gran lunga più caratteristico che il ladino e il franco-provenzale, è forse il più caratteristico fra gli idiomi neolatini.

Il gallurese e il sassarese acquistano rilievo più tardi attorno al 1600 per effetto dell’influenza della lingua toscana trasmessa dai Pisani e dai Corsi. Esistono poi due importanti isole alloglotte: Alghero che parla il catalano, Carloforte e Calasetta che adottano il genovese, come peraltro Stintino. Ad Arborea si parla veneto, a Fertilia il friulano.

In un’altra occasione, perché ci si possa formare meglio un’idea della diversità dei cinque dialetti fondamentali della Sardegna, daremo un esempio della poesia di ciascuno di essi. Per il momento piace riportare uno spunto dell’arch. Alan Batzella riguardo alcuni temi che afferiscono l’evoluzione del rapporto tra la lingua sarda e l’italiano come si è venuto a configurare nel corso storico.

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Lingua Sarda e lingua Italiana di Alan Batzella, Cagliari 4 settembre 2011: 
- “Prima della dominazione iberica, sotto i Giudicati, in Sardegna erano diffuse principalmente tre parlate neolatine: il Campidanese, il Logudorese e il Gallurese o Corsicano. I rapporti con l’Italia (Pisani e Genovesi) avvenivano per il tramite del latino, la lingua ufficiale degli atti pubblici. Con la cacciata dei Pisani da parte dei Catalano-Aragonesi (1326) inizia la dominazione iberica e la diffusione del Catalano come lingua ufficiale nella Sardegna meridionale e, successivamente, del Castigliano che lo soppianterà definitivamente. Con la sconfitta degli ultimi Giudici di Arborea, nel 1478, e il dominio totale della Spagna sulla Sardegna, il Castigliano diventerà la lingua ufficiale che coesisterà per altri trecento anni con le parlate tradizionali, contribuendo naturalmente alla loro evoluzione. Fino all’avvento dei Savoia, nel XVIII secolo, in Sardegna i ceti dominanti parleranno così lo Spagnolo, mentre i ceti popolari continueranno ad utilizzare le tre varianti del sardo sopra indicate. I Savoia, per quanto originariamente francofoni, avviarono l’italianizzazione dell’Isola per sradicarne l’uso del castigliano, fortemente consolidato e sostenuto soprattutto dal potente clero gesuita. E’ solo durante il XVIII secolo che la lingua italiana, non senza fatica, comincia a farsi largo, spesso introdotta con l’ausilio di pubblicazioni religiose o trattati di agraria in testi bilingue (Italiano-Sardo), oltre che con la riapertura delle Università di Cagliari e Sassari con docenti di lingua italiana. L’estirpazione dello spagnolo fu in misura notevole agevolata dalla soppressione, durata mezzo secolo, dell’ordine dei Gesuiti (favorevoli al Castigliano) e il maggior potere conseguito dagli Scolopi, più propensi alla diffusione dell’Italiano. E’ comunque tra la fine del XVIII secolo e il primo quarto del XIX che l’Italiano si sostituirà del tutto allo Spagnolo coesistendo con le tre parlate originarie, formate e sviluppate in totale autonomia e parallelamente al volgare italiano, si da non poterne essere considerate forme dialettali (se non con qualche eccezione per il Gallurese-Corsicano)… [vedi l'ampia sintesi in Italiano del lavoro di Amos Cardia: "S'Italianu in Sardinnia" ediz. ISKRA, Ghilarza 2006]” - (Alan Batzella Cagliari 4 settembre 2011)