UNA VITA VIOLENTA di Pier Paolo Pasolini
Il mio rapporto con Pasolini è stato contrastato agli inizi. Per niente scontato, direi conflittuale. Di certo non un amore a prima vista. Appartengo a quella generazione disincantata che non si lasciava abbindolare facilmente dai falsi miti del neo consumismo, sottoprodotto del capitalismo straccione nostrano che lo stesso Pasolini combatteva. Una gioventù poco oziosa e poco quieta, senza rispetto per le icone che s’innalzavano sulle nuove cattedrali della borghesia. Si sparava ad alzo zero sul quartier generale e fulgido era il sol dell’avvenir. Non si contestava la sua poetica, questo era il punto. Scrivere sul giornale dei padroni quei corsivi corsari apparivano una contraddizione in termini, a essere buoni. Celebre il suo articolo contro gli studenti, quelli con la faccia di papà, sottoposti alla repressione dei poliziotti, proprio loro, i figli di proletari, gente mal pagata, figli della miseria che non dà autorità. Semplificando, al tempo della lotta, vita o morte, per l’affermazione egemonica della cultura operaia, una visione del mondo, nel senso proprio di Weltanschauung, che mettesse al centro il sottoproletariato urbano (lumpenproletariat) una poiesi del sottoproletariato, incapace di sintesi in quanto classe, era mistificazione e inganno, subalternità alla cultura borghese.
Questo tuttavia era solo il contorno, ben poca cosa. C’era anche chi con spocchia piccolo borghese non lo considerava neppure.
Ma altro è il contenuto. Ciò che ha rappresentato Pasolini per la nostra cultura (senza aggettivi) non starò a neanche a dire. È quasi banale soffermarsi. Erano tanti i nemici di Pasolini e non tutto era scontato, appunto, trenta, quaranta anni fa.
Una vita violenta ha rappresentato una svolta per la mia formazione. Un romanzo degli anni cinquanta che sputa sangue, si capisce il motivo di censure e processi e condanne per la mentalità e il pensiero corrente del tempo, si sente scorrere la terra sotto i piedi.
Il gergo nella scrittura, per me, sconvolgente. Non fa del linguaggio un uso da puttana, nessuna derivazione pittoresca e colorata. Una rappresentazione spietata di persone, azioni e ambiente che penetra nella carne come un coltello.
È andata così, con lui non si poteva essere altro. Noi contemporanei del poeta che leggevamo con un sussulto al cuore Le Ceneri di Gramsci e che per suo tramite e a causa sua non avevamo potuto fare a meno di visitare la tomba di Nino al cimitero degli inglesi a Roma. Noi che eravamo accesi di passione alla lettura dei suoi articoli sul Corriere. Noi che avevamo fatto a gara per vedere i suoi film vecchi e nuovi, senza risparmio di ardori, non tralasciandone alcuno. Noi che ci siamo riconciliati con lui dopo la prima pagina di Una vita violenta. Noi che avevamo lui come interlocutore, nonostante tutto. Noi che avevano ucciso nostro padre per legge di natura, abbiamo preferito stare con lui l’ultimo pomeriggio.
(Vedi anche la mia pagina aNobii: http://www.anobii.com/sabic/books)


