Ancora Proust e la Prigioniera


Sono note le suggestioni meta letterarie della Recherche, così come le citazioni e i riferimenti di cui spesso si è detto in altre occasioni. Si è pure accennato al fatto che spesso nella Prigioniera esse acquistano un particolare significato, più di quanto non accada in altre parti del romanzo. A un certo punto, per esempio, Albertine paragona il Narratore al re persiano Assuero, personaggio di un dramma raciniano, Esther, tanto caro a Proust. Assuero sceglie Ester come regina, non sapendo della sua origine ebrea e, quando su istigazione del perfido ministro Aman, ordina lo sterminio del popolo ebraico, si compie la tragedia. Ester confesserà l’appartenenza alla razza maledetta, consapevole che ciò potrebbe suscitare la rabbia omicida del suo sposo. Assuero però ama Ester, la perdona, e dunque le risparmia la vita. Come Ester, Albertine sarà sollecitata dal Narratore a confessare la propria appartenenza all’altra razza maledetta. La differenza con il personaggio raciniano è che Assuero ama veramente la sua sposa nonostante la legge crudele, mentre il Narratore, non solo è incapace di amare, ma è inesorabile, avendo egli un atteggiamento di ottuso disprezzo per gli abitanti di Gomorra, rendendo impossibile la confessione e determinandone di conseguenza la condanna a morte.

Si è pure detto che La Prigioniera è il racconto del grande amore del Narratore per Albertine, di come la giovane sia diventata sua schiava (schiava d’amore), ma di una schiavitù che è sofferenza, dolore, come può esserlo per lui, appunto, l’amore, cioè inquisizione gelosa, inquieto bisogno di tirannia che raddoppia il sentimento. È così che nell’amore si fondono emozione, paura di perdere la fanciulla e incertezza di ritrovarla. E lei, che amiamo, non ne è oggetto d’amore che in minima parte.

L’idea di partenza è questa ed è indicata in uno dei suoi carnet: Proust la esplicita.

La fanciulla sarà rovinata, io la manterrò, ma senza cercare di possederla, per incapacità di essere felice, per impossibilità di essere amato. 

Sicché questa sezione del romanzo, a partire dalla Prigioniera, è tutta incentrata sulla complessa personalità di Albertine, le sue inclinazioni sessuali, la rivelazione della sua amicizia lesbica con M.lle Vinteuil, la gelosia del Narratore, la prigionia, la fuga e la sua morte. Il nucleo narrativo ha il segno claustrofomane della tragedia: sul palcoscenico, per così dire, chiusi in un interno tipicamente classico, sono rappresentati un uomo e una donna, senza amore, senza esterni, soli. Ciò che sta fuori non si vede, ma s’immagina attraverso i gridi che giungono dalla strada (i cris de Paris) dei venditori ambulanti che creano un’aurea poetica, come fosse un intervallo tra due atti.

Sono proprio i gridi di Parigi che ci riportano ai riferimenti allusivi di cui si è detto in premessa. Essi sono, se n’è accennato, simili a enormi ponti che collegano verso approdi più sicuri il territorio incerto, aberrante e tenebroso de La Prigioniera (ma direi ciò vale per tutto quello sterminato continente che è la Recherche). Di queste impalcature, in una serie di passaggi rimasti celebri, si serve Proust utilizzando in sottofondo, quasi una colonna sonora al testo, il richiamo musicale, culinario, erotico e osceno dei gridi per raccontare (una volta tanto) la storia vissuta e sofferta dalla parte di Albertine, vittima di un carnefice stolto e crudele. Essi preparano e anticipano il senso di colpa del Narratore dopo la morte di lei. In un certo senso, è in questa quête (rispetto all’atmosfera di tutto il romanzo) che alberga uno dei temi allusivi più ricchi che ci regalano i gridi: il tema del doppio. La duplicità della natura umana, di Albertine in particolare, è una duplicità anche fisica, e lei, come Giano bifronte, offre una doppia immagine, appunto, specchio della sua bisessualità, giacché ci presenta la fronte che ci piace quando ci abbandona, quella che ci annoia quando è a nostra perpetua disposizione.

Il Narratore sceglie, per guardarla, quel lato, così bello, del suo viso che non si vede mai, quando, appena un attimo prima, aveva accennato alla lunarità dei suoi capelli. In altri momenti, lei si trasforma in Artemide, la dea cui era devoto Ippolito che, come Albertine, morirà a causa di un incidente equestre. Nel descrivere la duplicità del carattere e del vizio di lei, il Narratore si serve di un paragone offertogli dalla cronaca di quegli anni, quando a Parigi arriva il circo Barnum. Nella cosiddetta galleria di fenomeni, il circo annovera le sorelle siamesi: Radica (Rosita) e Dodica, indiane, attaccate dalla parte dell’addome. È qui che il Narratore trova l’equivalente della doppia personalità della fanciulla ricorrendo al doloroso repertorio del mostruoso, così come più avanti si riferirà a certe ghignanti caricature di Leonardo. Dunque, incombe su Albertine la maledizione di Gomorra e, come le due bambine indiane che moriranno, anche lei è condannata (a morte) dalla sua mostruosità.

Il fondamentale asse semantico del doppio è presente in tutta questa fase dell’ambigua duplicità, sessuale e psicologica, della fanciulla prigioniera quando indosserà una vestaglia dove sono disegnati due uccelli contrapposti; così quando si parlerà della duplicità dei colori delle opere di Vinteuil, un dualismo dei contrapposti inconsci, l’unità degli opposti, che raggiunge la sua epifania, nella filosofia proustiana, nella gloria raggiungibile col fallimento, l’immortalità ottenuta cedendo all’istinto di morte, il bene reso possibile dal male, la pietra di scarto che sarà scelta come pietra angolare. Si può comprendere a questo punto a quale alto livello di assimilazione sia arrivato l’autore con la sua opera. Il paradosso di Oscar Wilde ha ricevuto conferme, la letteratura anticipa sempre la vita, non la copia ma la modella ai suoi fini.

  

Ma per tornare ai gridi, è stato acutamente osservato quanto abbia inciso l’uso dell’argot per la ricchezza dei significati, per la metafora scatologica sottesa, nello svelare al lettore il loro chiarissimo doppio senso. Se da una parte essi provocano il disgusto del Narratore, dall’altra ottengono la mediazione di Albertine, la quale, per contro, ne è sedotta, sino a condurla a una specie di perversa eccitazione, se non di vero e proprio orgasmo verbale. Ma i desideri di Albertine, per quanto inducano al piacere anche il Narratore, sono stroncati sul nascere da lui medesimo, in un impeto neanche tanto velato di sado-masochismo. Se cioè il Narratore è per un verso colui che è stato orgogliosamente l’artefice dell’iniziazione di Albertine nell’arte del linguaggio, in quanto a sensualità e disinvoltura mondana, per contro egli è il castratore dei desideri che lui stesso ha risvegliato. Sta qui l’anticipazione di quel senso di colpa dopo la morte di lei che troveremo magistralmente incisa nella Albertine è scomparsa /(La fuggitiva).

Sembra quindi giusto sottolineare l’importanza dei gridi in questo passaggio, se consideriamo che, al tempo in cui fu scritta la Prigioniera, era molto famosa un’opera dal titolo La Louis, di Gustav Charpentier che, riprendendo i temi della Boheme, Proust prese a modello per narrare i desideri bisessuali di Albertine, e farne quello che oggi chiameremo un remake, da leggere però alla rovescia (trasformandolo alla maniera di uno dei tanti pastiche di cui è abbondante il romanzo). Louise lavora in una sartoria ed è amata da Julien, un artista, che la persuade a lasciare i genitori e andare a vivere da lui. Più tardi la giovane si lascia però convincere a tornare in famiglia a causa di una grave malattia del padre. Ma la nostalgia per la vita e l’amore è troppo grande e in tutti i momenti forti appaiono i cris de Paris che sono come la voce della città che invitano al coraggio di essere liberi e felici. Da leggere alla rovescia, si diceva: Albertine è la Louise che lascia la famiglia (M.me Bontemps) per cercare l’amore e si ritrova invece prigioniera del Narratore (l’anti-Julien) incapace di amare. Pertanto l’invito dei gridi alla felicità risulterà per Alberrtine un’illusione, quindi il fallimento e la morte.

Questa la molteplice chiave di lettura dei gridi dei venditori ambulanti, in ciò tutta la loro magia: la linea musicale che si rifà alle liriche amorose medievali, il canto gregoriano col quale si accompagnano, il folclore popolare insito, il ruolo giocato nel remake della Louise, il cui richiamo apre una finestra pietosa, come se si volesse sbirciare il lato umano della vita di Albertine, poi i doppi sensi, le oscenità, la sensualità, ma anche l’incubo e la nausea che essi provocano, per arrivare al suo opposto richiamo, alla tradizione, anch’essa sì popolare, di una gioia carnale, se non corporale, dagli echi anticlassicisti alla Rabelais.

Non un domani che ne conosca il nome.


La  vita da single ha i suoi vantaggi. Intanto la parola single così straniera esotica, moderna che fa pensare a una vita fuori dai canoni, lontana da regolari abitudini di una vita regolare di coppia, monocorde e monotona. Luoghi comuni e senso comune. Il nome della cosa. Il nome da dare alle cose.

Insomma, single, scapolo, signorino, celibe o altro, è pure vero che predisponi la giornata senza rendere conto a nessuno. Stabilisci tu cosa devi o non devi fare, andare a zonzo, ricevere amici, andare a trovare qualcuno, mettere una lampadina, fare la spesa, mangiare quando ti va. Le possibilità sono tante quante le ore della giornata che hai a disposizione per te, solo per te, unicamente per te.

Ieri ero a cena, a casa di una coppia di amici, ci vediamo di quando in quando ormai, ma ci conosciamo da quaranta anni. Lui è uno scienziato, sempre in giro per il mondo dal Giappone all’Australia dall’Europa agli Usa, lei insegna lingue.

Sono tornato con la mente al periodo di quando, noi tutti ancora studenti, andavo a trovarli a casa il fine settimana. Giovanissimi, avevano già famiglia, lavoravano e studiavano. Ora è come se il tempo si fosse fermato. Sicché coi figli ormai adulti, si cerca di mettere l’orologio indietro e si dice dove eravamo rimasti?

Dopo un po’ che eravamo lì seduti in poltrona a goderci un disco dei Platers, lui mi fa si va be’, avrai i tuoi vantaggi a stare solo ma alla fine non finisci per annoiarti? Sai che pizza, a lungo andare!

È vero ho risposto sono i rischi che si prendono, il classico risvolto della medaglia, girato l’angolo però, sai che puoi fare la cosa più improbabile che ti possa venire in mente.

Come l’altro giorno, ho preso la macchina e sono andato al MAN a vedere una mostra sull’arte aborigena. Mica cose da niente:la più numerosa collezione di lavori aborigeni che abbia mai lasciato l’Australia, una forza iconografica originalissima, i colori ipnotici, archetipi immutati dal tempo del sogno fino a oggi. 

Un gioco di risonanze, di richiami e di rimandi tra la nostra simbologia primitiva identitaria e un linguaggio espressivo così ricco di suggestioni come l’arte di un continente agli antipodi solo geograficamente.

La vetrina


Tutte le mattine faccio colazione nello stesso locale. Oggi un uomo stava dipingendo la vetrina. Decorazioni natalizie tra il profano e il sacro. Pupazzi di neve, campane e campanelli, Babbi Natale, Stelle Comete.

Se ne stava sul marciapiedi, dipingendo nel freddo assiderante, il suo fiato fumante. Pennelli e rulli e colori. Avventori e camerieri dentro il bar lo guardavano mentre stendeva vernice rossa oro bianca e blu. Dietro di lui la pioggia, spinta dal vento, diventava neve, riempendo di lana alabastrina le rughe della strada. La folta chioma ondulata del pittore, fra il rame scuro e il bronzo dorato, era presa d’assalto da batuffoli di cristallo impazziti e la pelle del suo viso, morso dal gelo, si stirava in un rosso carminio.

Tra un colore e l’altro, il pittore si fermava, e il suo corpo flessuoso s’inchinava per bere qualcosa da una bottiglia, così appariva a me la scena. Voci dall’interno commentavano è triste quell’uomo. Uova e pane tostato, un artista fallito. Una tazzina da caffè, uno studio pieno zeppo di quadri invenduti che nessuno ha comprato. È triste quell’uomo. Proprio triste, triste, triste.
Il pittore stendeva i suoi colori. La bianca neve, qualche macchia di rosso, l’oro delle stelle lucenti, il blu delle campane. Qualche contorno, chiazze di verde, alberi di Natale, aggiungeva dettagli e strati di vernice.

E non sono sicuro di quando accadde, ma a un certo punto non lo vidi più lì. I segni, la sua testimonianza. I colori luminosi, le sue orme. Il pittore se n’era andato. Sia che fosse un fallito o un eroe, andato chissà dove. E tutto ciò che vedevo era quella vetrina, la stanza vuota di un’estate.

Autoritratto onirico, il prologo


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il booktrailer del romanzo LA MASCHERA SOTTO LA NEVE è su YouTube (clicca qui)
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La madre mediterranea mi prese da parte. Tu hai raccontato tutte queste storie. Divaghi, sfarfalli, svolazzi ma non ti rendi conto che stai braccando i tuoi sogni senza un ordine preciso? Ti ho dato un paio di forbici, usale! Servono a tagliare i pezzi della tua vita, così, a caso, senza seguire il tempo e a metterli in ordine una volta per tutte. Mi sembra di essere stata chiara.
Ascolta tu invece, ribattei stizzito, mi hai fatto tagliare un fotogramma di uno strano film, e mi fai vedere cose che non ho mai visto. Lasciami, almeno ora, guidare dall’istinto. E poi, dissi indicando l’io riflesso, sei stata tu a mettermi a fianco questo bell’imbusto?
Guarda che quello sei tu, rispose la madre mediterranea, cioè non proprio tu, ma l’io riflesso, ossia ciò che non sei ma ciò che saresti potuto essere, e tante altre cose che è troppo complicato spiegarti adesso.
Ma non mi somiglia per niente, replicai, lui è alto e biondo, ha gli occhi azzurri, è atletico, è un fine dicitore, parla con tutti meno che con me.
Ma non deve assomigliarti!, esclamò la madre mediterranea, non è importante l’aspetto fisico, lui è così perché sei tu che lo vuoi vedere così, è il tuo specchio. Lui deve ricordarti continuamente le tue origini. Non per niente sono la madre mediterranea. Io sono la tua identità… insomma quante spiegazioni! Hai finito ora? Perché dobbiamo fare un viaggio, chissà che tu non capisca finalmente. Ma lo sai che sei un testone? Non ti facevo così.
Mi strattonò con decisione e mi portò via, mentre vedevo l’io riflesso attardarsi con un gruppo di ragazze che lo circondavano e gli facevano gli occhi dolci. Sì, proprio non mi somigliava.
Udii una musica che avevo già sentito molto tempo prima. Ma non ricordavo, ero confuso. Quella melodia l’avevo già udita da qualche parte e cominciavo a vedere cose che non erano nuove per me, che avevo già visto. Eppure era come la prima volta. E volteggiai, non so se sospeso nell’aria o nello spazio o nel cosmo. Non mi sembrava comunque di essere sulla terra. Poi, a poco a poco, tutto si fece più nitido davanti a me. L’io riflesso mi raggiunse e si mise al mio fianco. Mi venne da ridere. Avevo supposto che costui fosse un montato, ma adesso ne avevo la conferma.
Mi smentì alla prova dei fatti.
Non me l’aspettavo, devo confessarlo, esclamai rivolgendomi alla madre mediterranea. L’io riflesso che adesso non vedo più mi ha fatto volare.
Vedi, che ti dicevo?, mi rispose soddisfatta, ti sei sentito trasportare dentro il mio ventre, eri come immerso nel liquido amniotico di tua madre.
Mi sentivo stranamente euforico. Saltavo, gioivo, ridevo, ero felice.
Sei forte, esclamai, ma cosa mi hai fatto fumare?
Niente, rispose, sei tu che ti senti così.
Cercai le forbici. Volevo tagliare la porta di carta, entrare in un altro fotogramma della mia vita. In fondo, era come assistere ad una proiezione cinematografica.
Vengo con te.
L’io riflesso ricomparve e mi seguì.
Il primo taglio di forbici, ricordo, fu fatto che avevo dieci, undici anni. Abbandonai quello che restava delle immagini che rimanevano nel mio cervello. Il monte visto in lontananza dal balcone di casa, la strada acciottolata che portava in campagna, i cortili affollati di bambini. Recisi gli odori di strada, il profumo della resina dei pini, l’olezzo dello sterco sulle strade polverose. Liberai l’infuocato caldo dell’estate, il rigido freddo dell’inverno con la neve sotto casa.
Mi fermai quando vidi due bambini giocare con una bardoffula.
Che fai, ti fermi adesso?, disse l’io riflesso, ti sei pentito di tagliare in quel punto la pellicola.
No, perché dispiaciuto? Mi sono pure conservato le forbici. Mia nonna, che non le era mai piaciuto stare lì, aveva esclamato (mi sembra di sentirla), addio, a mai più! Quasi mi sono offeso, nel sentirle dire quelle parole. Ma pentito, no. Ero eccitato. Questo sì. Dove sarei andato con quelle forbici in tasca sennò? Speravo in cuor mio di non averne più bisogno. Perché, devo confessarlo, non è certo una bella cosa avere un paio di forbici e servirtene per dare un taglio alle cose. E se dai un taglio alle cose è per disfarti di qualcosa che non ti serve più, oppure di qualcosa di spiacevole o inutile, tuo malgrado.
Beh, ti capisco, fece l’io riflesso, ma perché credi che codeste forbici ti facciano pensare ai momenti ostili che verranno? In fondo, esse sono anche la tua salvezza, la tua liberazione. Ti purificano, ti rigenerano, ti risvegliano. L’atto della distruzione è un momento creativo, così come la creazione è un atto distruttivo. Effettivamente, non esiste il puro atto della distruzione, così come non esiste la pura creazione. Quindi, nel momento stesso in cui tagli il passato, in realtà stai assistendo alla tua trasformazione antropologica… Ecco perché non ti dispiace tanto. Mentre te ne andavi via per sempre da quel posto che ti ha visto nascere, io ci sono rimasto, e ti posso raccontare quello che ho visto dopo che te ne sei andato, e che non hai più potuto vedere.
Ma lo sai che sei pieno di sorprese, gli dissi, ti avevo giudicato male. Che cosa è adesso questa storia? Tu sei rimasto…? Ma se sei qui, con me!
Io sono la tua proiezione, mi rispose, quello che saresti potuto essere e non sei stato, oppure il suo contrario, quello che sei stato e non potevi essere. Non lambiccarti la testa.
Cominciavo ad annoiarmi. Non glielo mandai a dire all’io riflesso. Va bene declamare, ma non ero disposto a sorbirmi la tiritera della sua vita.
Aspetta, adesso esageri, protestai, cosa vuoi che mi importi della tua noiosa storia. Cambia registro. Non interessa a nessuno la tua “stirpe”. Mi devi raccontare qualcosa di più interessante. Perché non mi dici di quello che ha perso la faccia e non può radersi la barba, del baro che per vincere a tutti i costi fa carte false. In una strada vicina alla nostra c’è uno che mangia sei chili di cipolle l’anno e un professore che ha scoperto una legge fisica per cui una fetta di pane tostato cade quasi sempre a terra dalla parte imburrata.
Mi guardò offeso. Forse lo avevo interrotto sul più bello. Non disse niente. Improvvisamente, però, si mise a correre. Colto impreparato da quella mossa, non reagii subito.
Aspetta, gli urlai, dove vai adesso?
Ma quello niente. Ormai era partito, il suo scatto da centometrista mi aveva sorpreso.
Eh no, gli strillai dietro, adesso mi devi spiegare… Non fare così, fermati! Niente da fare. Correva e correva e correva. Facevo fatica a stargli dietro. La cosa mi scocciava. Ce la misi tutta, saltava fossi, superava ostacoli e via via che il mondo a fianco sfrecciava a una velocità supersonica, effetto mosso nel fotogramma, un ventesimo di velocità a diaframma aperto, mi accorsi che eravamo quasi fermi. Cioè, a noi sembrava di correre, in realtà erano le cose intorno a noi che sfrecciavano. Il bello era che cominciavo ad essere stanco, con la lingua a terra che mi faceva inciampare ad ogni falcata. Dovetti desistere. Alzai un braccio rivolgendomi a colui che era davanti a me ormai di quattro, cinque lunghezze. Anche l’io riflesso era stanco, l’avevo notato anch’io. E infatti dopo qualche metro, si arrestò anche lui. Io arrancavo. Il fiatone mi sommergeva. Ero piegato in due, quasi inginocchiato per il grande sforzo e quando risollevai lo sguardo, vidi l’io riflesso che mi faceva cenno di raggiungerlo.
Ansimando, lemme lemme mi avvicinai a lui e raggiuntolo, ancora senza fiato, gli chiesi, che c’è, perché sei scappato così? Niente, mi rispose, non sei stato politicamente corretto. Ma non credere di scampartela, riprenderemo il discorso dopo. Adesso voglio farti qualche domanda… diciamo più personale. Perché, finora cos’hai fatto?, gli feci sospettoso.
Stai facendo il filo ad una ragazza vero?
E questo cosa c’entra?
Non saresti così nervoso, ti inalberi, gesticoli, farfugli: questo è segno che non sei sicuro di te. Ergo, non sai corteggiare la ragazza che ti interessa corteggiare. Vedi, sei già smanioso di giustificarti, sei sulla difensiva. Rilassati, lo so che ho colto nel segno, a me non la racconti.
Era vero, d’accordo, ma quello che mi aveva appena detto era assurdo, stavo per dirgli che il suo era il discorso più strampalato che avessi mai sentito, ma lui era ormai partito per la tangente. Stavo guardandomi attorno per chiedere aiuto. Questo è proprio pazzo, pensai. Dov’era andata a finire la madre mediterranea?
Corteggiare una donna, proseguì, è come ballare un tango argentino. Per la prima volta il suo eloquio ebbe una pausa. Era inutile, è partito, dissi tra me e me. Lui riprese da dove si era fermato, corteggiare una donna è come ballare un valzer, viennese o inglese poco importa, (scendeva nei dettagli ora, questo ci fa o ci è ?) è come ballare un giaive o un foxtrot. Insomma ragazzo è tutta una scena, un gioco di ruolo tra te e la ragazza. E come in un ballo che si rispetti, tocca al cavaliere, all’uomo, cioè a te, prendere l’iniziativa. Devi fare la prima mossa.
La faccenda buttava male. Come sarebbe, l’iniziativa spetta a me…
Vedi, sentenziò l’io riflesso, il tuo guaio è che non sai molte cose delle donne. Che cosa pretendi? È il prezzo che paghi per il privilegio di pisciare in piedi. Un’orrenda scomodità per le donne. Scommetto che la tua fanciulla in questo momento ti aspetta affacciata ad una finestra, estatica, tipo Giulietta con il suo Romeo. Sogna che tu la sottragga dal suo mondo di giocattoli e bon bon e la trascini in un’incontenibile vortice di lussuria.
Non ne sarei così certo, lo interruppi scettico. Lui mi guardò torvo.
Fattene una ragione, mi disse, a parte le eccezioni, le donne sono più oneste con se stesse riguardo a ciò che vogliono. Male che ti vada, non te lo vengono a dire. Ma è un fatto che sono un rompicapo, una babele. Se le lasci il tempo di pensare non hai scampo.
Non mi diede il tempo di replicare. L’io riflesso si era seduto sul prato con le gambe incrociate alla maniera dei pellerossa. Lo guardavo. Non faceva niente di particolare. Ma ero come ammaliato. Anzi, no. Ero ipnotizzato. Ero incapace di una qualche reazione. Lui tolse dalla tasca un sacchetto di pelle di vitello e una vecchia pipa di radica sarda. Con gesti lenti e misurati, riempì il fornello di avana, prese un prospero e lo accese strofinandolo con un colpo secco sulla suola della scarpa. Indi, inspirò profondamente ampie boccate, finché il tabacco, a contatto della fiamma, prese subitamente fuoco liberando un fumo denso e profumato di toscano purescio. Mancava solo la colonna sonora di uno spaghetti western.
Imbalossito, ripercorrevo la stessa scena di quando avevo la stessa sua età e, con la pipa in bocca, mi davo arie da scettico blu: barba spelacchiata e capelli lunghi, jeans sfrangiati, camicia attillata da me medesimo disegnata a mano con improbabili arabeschi. Mocassini ai piedi e in un attimo, andai, camminai, viaggiai, tornai. Fine del discorso. Altri tempi. Certo che sì, amavo il fumo. Rigorosamente mix di avana e trinciato forte. Mai clan, lo detestavo. Mai hashish, lo aborrivo. Il primo sapeva di decadentismo aristocratico, il secondo puzzava. O viceversa, è lo stesso. Questione di gusti. Mi piaceva accompagnarmi solo con Maria e Giovanna. No. Non è uno scherzo, è proprio così. A loro piaceva la pipa. E stavano con me solo perché la pipa tra le labbra, come dire, donava. Girava così il mondo allora. Che farci? Bastava giocare da intellettuale incompreso con l’aria malinconica e un po’ blasé, da menefreghista vissuto, onnisciente e detestato dalla società perbenista che avevi Maria e Giovanna ai tuoi piedi. Taluno acchiappava con la chitarra. Io non avevo bisogno della chitarra. In quel mondo on the road le incontravi a grappoli e facevano branco con te e, a dispetto della neo rivoluzione sessuale, ti eleggevano a capo-branco. Le ho incontrate semplicemente così, ma si era nell’universo mettete dei fiori nei vostri cannoni e quelli del fate l’amore e non la guerra, e il fumo della pipa era la quintessenza della libidine.
Ecco, allora, dove ero rimasto? Ah, sì. L’io riflesso. Dunque, si era acceso la sua bella pipa di radica e, con un gesto della mano, mi fece cenno di sedermi di fronte a lui.
Ancora due leggere boccate e cominciò a raccontare.

(a questo punto vai alla pagina AUTORITRATTO)

Questa non la bevo


Ho lasciato tutto e me ne sono andato. Stasera avrei voluto trascorrerla con te. Ti ho cercata, non ti ho trovata e ho desistito. Un vero peccato. Ti avrei proposto di andare a vedere Pasolini, Teorema, uno sballo, vedi mai che troviamo la soluzione. Il cielo mandava forti segnali di pioggia e, poiché il cinema era all’aperto, sarebbe saltato tutto. Sicché avrei optato, che so, per il teatro, tu mi avresti detto no il teatro oggi non mi va, e poi sei sicuro che ci sia teatro? C’è una mostra in galleria, di quel pittore che ti piace tanto. E tu, crudele, ma se non sai distinguere un Picasso da un Perugino. Ti porto in discoteca se ti va. Per chi mi hai preso, avresti risposto, ci vanno i quindicenni e poi c’è un giro strano lì. Hai ragione, circola troppa merda. Allora guarda, a questo punto è meglio andare a casa mia, così posso finalmente farti vedere la mia collezione di lepidotteri. Tu mi avresti guardato in un certo modo che mi fa impazzire e io mi sarei sciolto all’istante. Questa non la bevo, avresti detto risentita. Avresti girato le spalle e te ne saresti andata via a passo svelto pensando chissà che.


Io ti avrei inseguito, no ma che hai capito, ho veramente una collezione di lepidotteri, scusa volevo dire di fotografie, mi sono sbagliato, non capita a te? Non mi avresti neanche risposto, saresti corsa via e io a gridarti dietro con affanno aspetta, aspetta. Ma tu più veloce, non avresti inteso ragione, sempre avanti a me. Pioveva, non ti avrei mai raggiunto, vuoi tornartene a casa tua, adesso? Il tuo orgoglioso silenzio avrebbe, chissà come, tolto polvere dal mio cervello in panne. Antiche riminiscenze scolastiche: l’amata spada in se stessa contorse, Petrarca e dintorni, sarebbe stato come mangiare una scatola di sardine, scatola compresa. Sicché, per l’ansia di raggiungerti sarei scivolato a terra e spiaccicato sul marciapiede già viscido per la pioggia. Mi sarei sentito come uno scarafaggio che grida disperato, agitando le zampette e a pancia in su. Confuso, mi sarei alzato col mal di testa davanti a uno schermo tutto scritto. Mi sono detto, perché fuggo da te?