Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii http://www.anobii.com/sabic/books

Barche controcorrente


Quando sentiamo parlare di Sogno Americano pensiamo di riferirci a quel particolare sentimento che nasce nell’animo di ogni Yenkee, e che li rende tanto orgogliosi, ossia l’opportunità per ciascuno, qualsiasi siano le condizioni di partenza, di nascita o condizione sociale, di agguantare qualsiasi traguardo e una buona reputazione nella società, purché lo si voglia fortissimamente. 

Un’idea figlia della cultura americana che affonda le proprie radici nelle novelle fine Ottocento di Horatio Alger che favoleggiavano per ciascuno un ideale speranzoso, di sicurezza, di prosperità e benessere ottenuti con il duro lavoro e il sacrificio, valori di cui erano portatrici le classi emergenti dei primi coloni del Nuovo Mondo.  

In un certo senso, è vero che Il Grande Gatsby è il romanzo del Sogno Americano, ma qui Fitzgerald ne dà una lettura tragica, svelandone il significato mistificante. Il lato oscuro dell’American Dream. In realtà si rileva l’aspetto angosciante, alienato di un mito borghese (o tardo-borghese), la sua base è la nevrosi ossessiva del successo, cioè a dire il conseguimento della ricchezza come misura del successo. E dunque della felicità, secondo il paradigma borghese.

In effetti, Fitzgerald mette in scena la fine di un’illusione. Il Grande Gatsby è la rappresentazione della fine di un mito, l’allegoria della morte di un Sogno. Gatsby proviene dai ceti inferiori della società, è figlio di poveri contadini, anche se lo nega, e lo nega per nascondere le sue origini di classe. Sa che potrebbe essere respinto dalle classi alte, cui pure è stato accolto solo per via della ricchezza accumulata, forse anche con affari poco leciti, e che gli valgono incerta fama. Nelle sue lussuose feste che egli stesso organizza per guadagnarsi una reputazione nessuno comunica. Egli stesso non vi partecipa, non gli piacciono. È tremendamente solo. Tutto ciò che egli fa e tutto ciò che avviene nella sua casa è per il solo scopo d’incontrare Daisy, la sua vecchia fiamma. Il lusso che ostenta non può appagarlo, neanche col denaro riuscirà a realizzare il sogno di una vita felice con la ricchissima Daisy. Qui il tema della solitudine, del cinismo, dell’indifferenza – sono temi che interrogano tutta la cultura occidentale per molto tempo, anche oltreoceano, già a partire da quegli anni, e di cui troveremo echi in altre opere di autori, scrittori, registi. La solitudine dunque come sintomo di un disagio più profondo, avvertito da una classe sociale che si sente inadeguata in un mondo inadeguato. Non vede prospettive di futuro, destinata alla sconfitta, cede alla tragedia. 

C’è un’altra ragione più soggettiva, dove il personaggio di Gatsby esprime uno stato d’angoscia ben chiaro, storicizzato e razionale nell’autore, che arrivato a un certo stadio della sua vita è cosciente del disagio cui è giunta la sua esistenza. Un malessere che pervade la sua generazione, di quelli che hanno fallito abbagliati dal mito, o di quelli che coscienti in fondo del mondo irreale e illusorio hanno dovuto o voluto scalare per raggiungerlo e sbatterci contro. Sicché, inadeguati, non sono stati in grado di arrivare alla meta, né di coronare un sogno. Come Gatsy è intriso del senso della colpa e del fallimento e del peccato, così Fitzgerald fa propria tutta la degenerazione e la debolezza umana. 

Le righe finali, magistrale lirica consacrata al vecchio mondo quanto sconosciuto quanto non compreso, sono un epitaffio: così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.

 

Pasolini, Joyce (e Gadda) passando per Proust


Nella rubrica di corrispondenza «Dialoghi con Pasolini» che la rivista «Vie Nuove» ospitava settimanalmente a partire dal 1960 sino al 1965, il poeta rispondeva ai lettori che rivolgevano domande sui più svariati argomenti: cinema, letteratura, opinioni sul costume o la morale, ecc. Di alcuni temi riporteremo ampie selezioni di opinioni, convinti della loro pregnanza anche a distanza di mezzo secolo, insegnamento per l’oggi.

Nel numero 48 del 3 dicembre 1960, Pasolini risponde a un lettore che gli domanda un giudizio su Joyce e sulla sua opera, Ulisse, da poco tradotta in italiano. Ne riportiamo alcuni stralci.

 (…) In Italia Joyce ha avuto, e ha, il suo grande equivalente in Carlo Emilio Gadda, che non è detto gli sia, in concreto, inferiore. Il monologo interiore – il pensiero incessante del personaggio o dei personaggi, attraverso cui è visto l’ambiente, e in definitiva, il mondo – mentre in Proust era l’oggetto indiretto del racconto, ed era quindi a suo modo oggettivo, in Joyce – e in Gadda – facendosi mimetico, produce un grande sommovimento linguistico. 

Apparentemente è quindi più soggettivo – nel senso corrente di questa parola – ma in realtà, comportando appunto dei personaggi che non siano l’io che racconta come in Proust, è più oggettivo, almeno in quanto richiede che l’autore non monologhi da solo, ma si incarichi di riportare – mimetizzandosi psicologicamente, linguisticamente e quindi anche socialmente – il monologo di un essere umano che vive una sua vita individualmente e storicamente autonoma.

Credo perciò all’enorme importanza di Joyce; esso infatti indica la strada di un tipo di oggettività che non può essere quella ottocentesca, positivistica, scientifica e richiedente una sorta di indiscussa fiducia sulla realtà oggettiva ammessa da tutti della vita umana. (…) Ma poi c’è stata la crisi della borghesia e la sua ideologia letteraria – che dava tanta garanzia di positivistica oggettività – è andata in frantumi: idealismo, relativismo, bergsonismo, decadentismo hanno messo in crisi la sua bella sicurezza ottocentesca. Si è cercata allora l’oggettività entro l’io (Proust, e tutti i poeti del grande Decadentismo europeo) come unico garante di reale e sperimentata esistenza. Joyce ha tentato qualcos’altro: è entrato cioè non nel suo io ma nell’io di un altro uomo, diverso da lui psicologicamente e socialmente: non ha detto cioè né egli fece,egli andò, né io feci, io andai, ma qualcosa che sta in mezzo: la mimetizzazione, la ricostruzione in laboratorio della corrente di pensieri di un altro essere umano studiato nella sua personale realtà. (…) 

Con Ragazzi di vita e Una vita violenta (…) io mi sono messo sulla linea di Verga, di Joyce e di Gadda e questo mi è costato un tremendo sforzo linguistico. (…) mimare il linguaggio interiore di una persona è di una difficoltà atroce, aumentata dal fatto che nel mio caso (…) la mia persona parlava e pensava in dialetto. Bisognava scendere al suo livello linguistico, usando direttamente il dialetto nei discorsi diretti, e usando una difficile contaminazione linguistica nel discorso indiretto: cioè in tutta la parte narrativa, poiché il mondo è sempre come visto dal personaggio. Le stonature in questa operazione sono sempre a un pelo dalla scrittura: basta eccedere anche solo un minimo sia verso la lingua che verso il dialetto che il difficile amalgama si rompe, e addio stile. (…)

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Lettore scrittore lettore


Al pari di qualcuno che lo disse più autorevolmente di me, ho la pretesa di vantarmi delle mie letture. Al contrario, di ciò che scrivo non ho, a ben ragione, nulla di che vantarmi. Scrivere è come dare calci a un pallone. Tutti più o meno lo sanno fare. Ci sono quelli che lo fanno per passione e per quattro tiri la domenica, al più giocano in terza categoria. Qualcuno sogna pure di giocare in seria A, non tutti ne hanno la stoffa, anche se credono di essere un top-player, ma da qui a esserlo veramente…  

È vero, lettura e scrittura sono passioni allo stesso livello, e allo stesso modo e con la stessa intensità assorbono buona parte del mio tempo. Spesso sono queste letture obbligate, esclusive – e per me fondamentali e interessanti e piene di fascino letterario quelle che nutrono la vita. Quando si scrive con impegno, o si tenta di scrivere con impegno, leggere è fondamentale, nel mio caso quasi necessario, come un aperitivo prima di pranzo. Tuttavia se l’impegno dello scrivere è superiore, nel mio caso leggere un libro (a seconda del libro che leggo) mi distrae. Nel senso che distoglie l’attenzione dallo scrivere. Subentra la sensazione fantastica, il gioco della fantasia che regala piacere quando si legge. La lettura diventa un rinchiudersi dentro una stanza, entro quel confine della realtà che coglie il frammento d’infinito o di nuovo mondo che si apre davanti a noi. O quel senso di indeterminatezza, di non consolatorio, di dubbio critico che emerge in un testo poetico o prosastico, sia questo una poesia, un racconto o un saggio. La scrittura, il suo gesto, recede a esercizio di segni che riproduce il reale o copia la realtà. Fa andare fuori strada.

In sintesi estrema: se leggo, non scrivo e se scrivo, non leggo. Non sempre è così, ovviamente, ma la regola generale cui, nolente, mi capita di sottostare è questa. 

Sicché ho preso l’abitudine da tempo di fermarmi, ogni tanto. Fermarsi vuol dire, in questo mio specifico caso, divergere dalla norma di leggere gli autori preferiti, qualche testo classico, i contemporanei che prendono cuore e cervello e seminano domande. Divergere è divertirsi anche con i libri che io chiamo di consumo o letteratura di consumo. Mi rendo conto, è una distinzione artificiale e di comodo: se la letteratura non è di consumo, che letteratura è? Insomma, ci sono libri che hanno l’unica pretesa di farsi leggere piacevolmente, magari per te non sono il massimo, ma tengono compagnia per alcune ore nelle fredde serate d’inverno, seduto davanti a un caminetto, o nei pomeriggi di primavera disteso sul prato di un parco. Ma niente di più. Un niente però (anche questo) necessario. Per tirare il fiato, per rientrare nei ranghi del finito e del compiuto.

Se è un romanzo storico (di buona qualità) poi, che è il genere che più si avvicina al mio gusto, tanto meglio. Come il romanzo di Ken Follett, per esempio, La caduta dei giganti, il primo suo romanzo che mi è capitato di leggere di recente (in ossequio, appunto, alla regola di cui sopra). E Ken Follett non è uno scrittore di best seller per caso. Nel suo genere un buon romanzo, il primo di una trilogia del secolo (ventesimo)  dove protagonisti che fanno la Storia, con la S maiuscola, sono personaggi comuni, e quelli storici in secondo piano. Ogni tanto una lettura distensiva, scorrevole, non impegnativa è quella che ci vuole per non fermare lo scorrere della penna. Fuori della tua stanza, leggero. Alla fine, comunque sia, se metti a frutto, tutto scorrerà a tuo vantaggio. 

Il mito e la struttura del tempo


Il mito e la struttura del tempo. Chi può sfuggire alla frusta? 

Come ebbe inizio il mondo? Quando inizia il tempo? Lo spazio è sempre esistito? Niente male, direi. Sono queste le domande da cui parte il saggio problematico che ha un titolo affascinante ed evocativo: IL MULINO DI AMLETO di Giorgio di Santillana e Hertha von Dechend, il primo uno storico della scienza, la seconda un’antropologa. E le risposte che ci offrono non sono affatto scontate. 

Il presupposto necessario è quello di considerare i nostri antenati di un passato lontanissimo non come barbari urlanti che si dipingevano la faccia di blu ma individui pensanti che dovevano aver avuto più conoscenze di astronomia di quanto non ci facciano pensare i loro usi e la loro organizzazione sociale. Considerando i mezzi che avevano a disposizione, sarebbe ragionevole pensare che fossero dotati quanto meno di menti paragonabili alle nostre e capaci di processi razionali.
L’altra domanda è: come si sarebbe comunicato il sapere, se l’uomo arcaico non possedeva un sistema di segni come la scrittura? Sappiamo ora che ciò non poteva che avvenire non altro che con le immagini e con la memoria. Nell’universo arcaico le cose erano segni e segnature l’una dell’altra.

L’interesse agli eventi celesti, sappiamo ancora, formarono la mente degli uomini prima ancora della storia documentata. Ma poiché non esisteva la scrittura la loro conoscenza ai posteri fu tramandata attraverso il mito, giacché questo costituiva l’unica forma di linguaggio tecnico di allora. In effetti tutto il pensiero arcaico è dominato in senso cosmologico i cui echi sarebbero stati ripresi fin nella tarda filosofia classica. Dall’astronomia i Greci ricavarono la matematica e furono gli scienziati arcaici a creare una terminologia del mito, così come regole e fenomeni cosmici erano rappresentati con il linguaggio del mito.

Allora perché Amleto? E cosa c’entra il suo mulino? La storia di Amleto è di origine vichinga, richiama una leggenda irlandese di tradizione celtica e parallela ad altra molto simile di impronta medio-orientale. Il parallelo finlandese, Amleth, è Kullervo nel poema epico, il Kalevala. La similitudine dei buoi che son fatti girare attorno alla macina è conosciuta in oriente quanto in occidente per rappresentare la sfera celeste immaginata come una macina rotante e il polo nord come la boccola entro cui ruota il ferro del mulino. Septemtriones come i sette buoi da trebbia dell’orsa maggiore, Triones da Terere = triturare, trebbiare, macinare.

Gli abitanti della terra abitata sono i pianeti. Qui il termine terra sta per il piano inclinato passante per l’eclittica per i quattro punti dell’anno: Solstizio d’Estate e d’Inverno ed Equinozio di Primavera e Autunno, i loro punti d’intersezione sono chiamati Nodi cioè il Drago e, nella liturgia della chiesa, sono i Quattor Tempora, le astinenze particolari, ovvero i Quattro Pilastri o i Quattro Angoli della Terra. L’indagine del rapporto tra mito e scienza dunque non può che partire da qui. A quei tempi tanto lontani la realtà fisica non poteva essere analitica in senso cartesiano. L’essere in quanto tale è mutamento, ritmo, un moto irresistibilmente circolare del tempo e la fonte principale del mito non poteva che essere l’astronomia. Aristotele sosteneva che gli dei in origine erano astri. E agli astri sono stati dati i nomi degli dei. Prima del 500 ac l’unica realtà era il tempo, Parmenide non aveva ancora scoperto lo spazio.

È il tempo la misura fissa della rivoluzione del cielo. La separazione dei genitori (evirazione) nel mito di Kronos-Saturno che taglia i genitali di Ouranos, il Padre, e li getta in mare da cui nasce Venere – Afrodite rappresenta l’instaurarsi dell’obliquità dell’eclittica, l’inizio  del tempo misurabile.

La teoria di come ebbe inizio il mondo sembra comportare lo spezzarsi di un’armonia, una specie di peccato originale cosmogonico per effetto del quale il cerchio dell’eclittica viene inclinato rispetto all’equatore e dal quale nacquero i cicli del mutamento. I mulino è il cielo, la stella polare ne è il perno. Il sorgere eliaco delle stelle (astronomia delle stelle), la linea dell’orizzonte era il telescopio, la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, così come la cacciata degli angeli dal Paradiso.

L’analisi poi si sposta sulla trasmissione delle tradizioni e al recupero di una cultura perduta, o meglio ancora, al recupero dal lontanissimo passato di una scienza interamente perduta.

Altra domanda, qual è il serbatoio dei miti e delle favole ? Alla luce di una chiarezza superiore, dunque, chi può sfuggire alla frusta? 

Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida Giulia. 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

 

Lingua Sarda, poesia e diversità


Del Logudorese, del Campidanese, del Nuorese, del Gallurese, del Sassarese e infine dell’Algherese riporto i brani di alcune poesie nei rispettivi dialetti per segnalarne la diversità. 

Inizio con due strofe del famoso canto contro il feudalesimo, pubblicato alla macchia in Corsica nel 1794 dal patriota di Ozieri Francesco Ignazio Mannu. 
Il Logudorese ha marcato più di tutti la parlata volgare sarda. Grazia e scorrevolezza, risonanze di latino e spagnolo.

Procurad’è moderare

barones, sa tirannia,

chi si no’, pro vida mia

torrades a pe’ in terra!

Declarada è già sa gherra

contra de sa prepotenzia,

e cominza sa passienzia

in su pobulu a mancare.

…………………………

No apprettedas s’isprone

a su poveru rinunziu,

ai no in mesu caminu

s’arrempellat appauradu;

Minzi ch’es lanzu e cansadu

e non de pode piusu;

finalmente a fundu in susu

s’imbastu nd’hat a bettare.

Cercate di moderare, 

baroni, la tirannia,

che se no, per la vita mia,

rimetterete piede in terra!

dichiarata è già la guerra

contro la prepotenza

e comicia la pazienza

nel popolo a mancare.

…………………………

Non calcate lo sprone

al povero ronzino,

se no in mezzo al cammino

si ribella impaurito;

badate che è troppo magro e stanco

e non ne può più;

finalmente a fondo in su

il basto potrà gettare.

Propongo ora questa poesia in Campidanese dell’avvocato Cesare Saragat di Sanluri, morto a Cagliari (dove è sepolto) nel 1929, zio di colui che fu Presidente della Repubblica negli anni ’60/’70 del secolo scorso. Brano e traduzione sono di Francesco Alziator tratti da Testi campidanesi di poesie popolareggianti, a cura dello stesso Alziator. Suoni strascicati e lenti, contiene numerosi vocaboli di provenienza iberica. A Cagliari e provincia si fece largo uso dell’aragonese e del castigliano che ha temperato nel dialetto la severità del latino. Un uso della x pronunciata con il suono sg dolce e prolungato.

L’industria forestiera

Su paru furisteri esti uni tiau!

de macchinas su mundu est alluprendi,

su poburu messaiu hati spola;

e macchinas de nou est’imbentendi,

pe podi riprodusi e binu e trigu

a su doppiu, a su triplu de s’antigu.

…………………………..

Candu, in su tempu miu, ne s’agatada

nè macchin’è messai nè de così,

s’omini, mali o beni, s’arrangiada

si prandiad’e si cenada dì po dì

mentras cun su progressu e cun su lussu

oi digiunant custu e crasi cussu.

L’industria forestiera è una diavoleria!

Sta sommergendo il mondo di macchine,

ha ridotto al verde il povero massaro;

ed inventa ancora nuove macchine,

per poter produrre e vino e grano

al doppio e al triplo del passato.

…………………………..

Quando ai miei tempi non c’erano

macchine, nè per mietere, nè per cucire,

la gente, bene o male, s’arrangiava

e pranzava e cenava ogni giorno

mentre con il progresso e con il lusso

oggi digiuna questo e domani quello.

Il Nuorese, variante del logudorese del tutto specifica, è tra quei dialetti che hanno concorso a formare il volgare sardo. Pronuncia gutturale, aspra e ricca di h aspirate alla maniera latina. Come del latino conserva ancora assonanze, parole e frasi. Linguaggio severo ed espressivo. Di seguito un esempio nel sonetto dialettale del poeta Sebastiano Satta: 

Santa Maria

Santa Maria ja est bella a Pasca ‘e aprile,

cando torran sas runchines dae mare;

toccos de gloria e gridos d’allegria

in cada nidu e cada campanile.

Ma prus bella est a bider dae su jannile

sas feminas issinde tott’impare  

artas e bellas, a passu signorile,  

chi paren santas foras de s’artare.

Santas chi riden, santas chi’in zarminos (*)

in bucca; e a chie las amat forte

dant sas gratias e sanat sos dolores.

Nè a tue, pro chi malo hapas ustinos,

t’hana a mancare a cada mala sorte

custos coros, Sardigna, e custos frores.  

Santa Maria, è bello a Pasqua in aprile

quando le rondini ritornano dal mare;

rintocchi di gloria e d’allegria

in ogni nido e in ogni campanile.

Ma più bello è contemplare dalla soglia

le donne che escono tutte insieme,

alte e belle, con passo signorile,

che sembrano sante fuori dall’altare.

Sante che ridono, sante con gelsomini

in bocca; e a chi le ama fortemente

concedono grazie e risanano i dolori.

nè a te, per avverso destino tu abbia,

mancheranno in ogni sventura,

questi cori, Sardegna, e questi fiori.

(*) Zarminos letteralmente gelsomini, ma sono anche dolci a base d’uovo e quindi dello stesso colore e delicatezza dei gelsomini.

Questi che seguono sono mottetti in Gallurese di autore ignoto. In un territorio per lungo tempo dominato dai Pisani, l’influenza toscana è evidente: il linguaggio è dolce e più accessibile. I primi abitanti della Sardegna, provenienti dalla Corsica, si sono fermati prima a Santo Stefano e poi in Gallura dando vita al primo embrione della cultura sarda (i circoli di Arzachena).

Non si poni irrisistì

chisti dui estremi folti:

lu videtti è la me molti,

lu no videtti è murì.

Dunca, palchi la molti

incontru in videtti o no

voddu murì middi olti

basta a videtti però:

chi li to’ bedd’occhi so

più d’amà che di timì.

Tu dì chi mi professi

amori, e veru no è;

comu aggiu a credè a te

si no’ credu a me matessi?

Intendila, cussì è, 

l’amori nostri so’ vani,

so comu l’alba la mani

bugiu chi sta pal finì,

luci chi pari e no’ è.

Non si possono resistere

questi due estremi tormentosi:

il vederti è la mia morte,

il non vederti è morire.

Dunque, poiché la morte

incontro a vederti o no,

voglio morire mille volte

basta vederti però:

chi i tuoi begli occhi sono

più d’amare che da temere.

Tu dici che mi professi

amore, e vero non è;

come posso credere a te

se non credo a me stesso?

Comprendi, così è,

i nostri amori sono vani,

sono come l’alba la mano

buio che sta per finire,

luce che sembra e non è.

Del Sassarese una poesia di uno dei maggiori poeti, Pompeo Calvia. A differenza del Gallurese, questo è più duro, aspro, sanguigno, difficile a volte da comprendere e pronunziare, sebbene pur esso sia un prodotto tardivo, come il gallurese, della cultura toscana. 

I Candelieri

Li candareri farani in piazza

cun li vetti di rasu trimulendi,

fattu fattu li borri cun la mazza

e lu Sindaggu in mezzu, saluddendi.

Tutti saluta senza distinzioni

finza li banderetti di li vinu…

arruglia lu tamburu di continu 

e lu piffaru sona li canzoni.

Lu piffaru chi poni l’allegria

e accompagna li setti cadaveri

finz’a la janna di SAnta Maria.

Inchiddà li in strazzani li vetti 

e zi l’entrani in gesgia più lizzeri

in mezzu a li vaggiani

e a li cuglietti.

I candelieri scendono in piazza

con i nastri di raso tremolanti,

appresso le guardie con la mazza

e il Sindaco in mezzo che saluta.

Tutti saluta senza distinzione

persino le bandierine dei vinai…

rulla il tamburo di continuo

e il piffero suona le canzoni.

Il piffero che mette l’allegria

e accompagna i sette candelieri

sino alla porta di Santa Maria.

Là dentro gli strappano i nastri

e li introducono in chiesa più leggeri

in mezzo alle fanciulle

e ai colletti (dei giovani).

Per ciò che riguarda l’Algherese va detto che esso rappresenta un’isola linguistica di tutto rilievo. La distanza dalle sorgenti originarie del catalano algherese, il suo isolamento rispetto agli altri dialetti parlati nell’isola dai quali si distacca considerevolmente hanno finito per pietrificarlo e lo hanno sottratto a contaminazioni di parole nuove e frasi moderne cui, di converso, costringono gli scambi e i traffici con il resto del Continente europeo il catalano che si parla a Barcellona. Cosicché l’algherese anche oggi è ancora oggetto di attenzione da parte dei filologi spagnoli. 

Questo che segue è un sonetto di un autore ignoto del XVIII secolo:

Una rosa è vista l’altro maitì

tota del llet i sang pintirindda

si no arribessi ama n’en l’accolli

legu la vida mia fora acabada

ni n’he vist, ni  ne veruè

que giressi le mon due mil voltas.

A una cappella la vuldria pintar

pe la veure almanco un’altra volta.

Es morta la sua companyona,

lu sol y la luna rais per l’incoronar:

adios, regalate fins a demà.

I de veura una cosa tanto bella

ne restan ancantades la estrellas.

Una rosa ho visto l’altra mattina

tutta spruzzata di latte e di sangue.

Se non arrivassi a coglierla

presto la mia vita sarebbe finita.

Non ne ho visto nè vedrò

anche se girassi il mondo due mila volte.

In una cappella la vorrei dipingere

per vederla almeno un’altra volta.

E morta la sua compagna,

il sole e la luna raggiano per incontrarla:

addio, riguardati sino a domani.

E di vedere una rosa tanto bella

restano incantate le stelle.

Lingua sarda e un po’ di storia


Prima pagina della Carta de Logu nell’edizione del 1711 a cura del convento di San Domenico in Cagliari, con commento del giurista Gerolamo Olives. La prima edizione di Madrid è del 1576. Il testo è in volgare sardo.

Le lunghe dominazioni cui la Sardegna è stata sottoposta a opera di popoli diversi da ogni parte del Mediterraneo e le derivanti divisioni hanno finito per originare entità etniche a sé stanti spesso separate da enormi e impervie distanze che le rendevano estranee le une alle altre. Ciò ha favorito il formarsi di una molteplicità di dialetti fra loro dissimili anche nell’ambito della stessa zona, e che al di fuori di questa risultano sovente incomprensibili.

Ciò spiega, in larga parte, perché i protosardi continuavano a non saper scrivere e perché la scrittura si diffonde in Sardegna con tanto ritardo, non essendosi manifestata l’utilità di esprimersi per iscritto in un modo che sarebbe stato incomprensibile nella maggior parte del territorio isolano. Ha sopperito per secoli il fenicio prima, il greco poi, ma soprattutto il latino. Come dimostra la stele votiva trilingue (forse per i molti dialetti che essi parlavano) ritrovata a Pauli Gerrei, proveniente da Nora e dedicata allo straniero Esculapio Merre, conservata nel museo nazionale di Torino.

La stele dice:

(in latino) – Cleon, servo dei soci salari (produttori e commercianti di sale), ha fatto dono volentieri a Esculapio Merre (straniero), che continua a elargire la grazia concessagli.

(in greco) – Cleon, servo dei salari, ha levato come dono a Esculapio Merre un altare secondo l’ordine del dio.

(in fenicio) – Al signore Eshmun Merre, l’altare di rame di cento libbre, che offrì per voto Cleon servo dei salari. Il Signore ha uditola sua voce e lo ha risanato. Nell’anno dei Sufeti (nome fenicio dei giudici) Himilkat e Abdeshmun f. di Himilk. (La data è circa il 180 a.c. e i Sufeti sono probabilmente i giudici di Cagliari.)

circoli megalitici li muri arzachena

Circoli megalitici a Li Muri (Arzachena)

Non esiste documentazione di ciò che può essere stato l’uso del linguaggio nelle popolazioni sarde durante il periodo nuragico e a maggior ragione nel pre-nuragico. La scrittura e il volgare sardo si manifestano a partire dal periodo giudicale. Studiosi come il Wagner, il Devoto, il Migliorini, il Pollottino, il Cossu, il Bartoli e altri di scuola più recente sono arrivati alla conclusione che i dialetti della Sardegna possono essere raggruppati in cinque aggregati a ciascuno dei quali corrisponde una o più delle otto sotto-regioni in cui l’isola si suddivide. Come noto, questi dialetti principali sono: il Logudorese parlato nel Logudoro, nella Nurra, nel Goceano e nel Montiferru; il Campidanese nel Campidano, nella Marmilla, nella Trexenta, nel Gerrei, nel Sarrabus e nella Barbagia di Seui; il Nuorese nella Barbagia di Nuoro, che pur essendo di derivazione logudorese ne differisce in maniera sensibile; il Gallurese che è parlato in Gallura e in buona parte dell’Anglona; il Sassarese a Sassari, Sorso e Portotorres.

Logudorese, Campidanese e Nuorese sono gli antichi dialetti che costituiscono l’originario idioma sardo. Un idioma che, fra tutti gli idiomi romangi, ha mantenuto il suo carattere latino anche in relazione a ingredienti morfologici non confondibili con nessun altro, e che in virtù di tali elementi è riconosciuto da tutti i linguisti come una vera e propria lingua. Il Bartoli arriva a dire che il sardo è di gran lunga più caratteristico che il ladino e il franco-provenzale, è forse il più caratteristico fra gli idiomi neolatini.

Il gallurese e il sassarese acquistano rilievo più tardi attorno al 1600 per effetto dell’influenza della lingua toscana trasmessa dai Pisani e dai Corsi. Esistono poi due importanti isole alloglotte: Alghero che parla il catalano, Carloforte e Calasetta che adottano il genovese, come peraltro Stintino. Ad Arborea si parla veneto, a Fertilia il friulano.

In un’altra occasione, perché ci si possa formare meglio un’idea della diversità dei cinque dialetti fondamentali della Sardegna, daremo un esempio della poesia di ciascuno di essi. Per il momento piace riportare uno spunto dell’arch. Alan Batzella riguardo alcuni temi che afferiscono l’evoluzione del rapporto tra la lingua sarda e l’italiano come si è venuto a configurare nel corso storico.

santa-sabina-nuraghe

Lingua Sarda e lingua Italiana di Alan Batzella, Cagliari 4 settembre 2011: 
- “Prima della dominazione iberica, sotto i Giudicati, in Sardegna erano diffuse principalmente tre parlate neolatine: il Campidanese, il Logudorese e il Gallurese o Corsicano. I rapporti con l’Italia (Pisani e Genovesi) avvenivano per il tramite del latino, la lingua ufficiale degli atti pubblici. Con la cacciata dei Pisani da parte dei Catalano-Aragonesi (1326) inizia la dominazione iberica e la diffusione del Catalano come lingua ufficiale nella Sardegna meridionale e, successivamente, del Castigliano che lo soppianterà definitivamente. Con la sconfitta degli ultimi Giudici di Arborea, nel 1478, e il dominio totale della Spagna sulla Sardegna, il Castigliano diventerà la lingua ufficiale che coesisterà per altri trecento anni con le parlate tradizionali, contribuendo naturalmente alla loro evoluzione. Fino all’avvento dei Savoia, nel XVIII secolo, in Sardegna i ceti dominanti parleranno così lo Spagnolo, mentre i ceti popolari continueranno ad utilizzare le tre varianti del sardo sopra indicate. I Savoia, per quanto originariamente francofoni, avviarono l’italianizzazione dell’Isola per sradicarne l’uso del castigliano, fortemente consolidato e sostenuto soprattutto dal potente clero gesuita. E’ solo durante il XVIII secolo che la lingua italiana, non senza fatica, comincia a farsi largo, spesso introdotta con l’ausilio di pubblicazioni religiose o trattati di agraria in testi bilingue (Italiano-Sardo), oltre che con la riapertura delle Università di Cagliari e Sassari con docenti di lingua italiana. L’estirpazione dello spagnolo fu in misura notevole agevolata dalla soppressione, durata mezzo secolo, dell’ordine dei Gesuiti (favorevoli al Castigliano) e il maggior potere conseguito dagli Scolopi, più propensi alla diffusione dell’Italiano. E’ comunque tra la fine del XVIII secolo e il primo quarto del XIX che l’Italiano si sostituirà del tutto allo Spagnolo coesistendo con le tre parlate originarie, formate e sviluppate in totale autonomia e parallelamente al volgare italiano, si da non poterne essere considerate forme dialettali (se non con qualche eccezione per il Gallurese-Corsicano)… [vedi l'ampia sintesi in Italiano del lavoro di Amos Cardia: "S'Italianu in Sardinnia" ediz. ISKRA, Ghilarza 2006]” - (Alan Batzella Cagliari 4 settembre 2011) 

Intanto ho stretto un’abitudine


Mi chiedono: cosa fai? Rispondo: procaccio cibo per figli a carico, coltivo attenzioni per pochi amici, sfarfallo tra fornelli senza alcuna virtù e per necessità. Poi cerco sempre qualcosa che ammazzi il tedio e innalzi l’ozio. Mi conforto: studio, scrivo, scatto foto, guardo film e tivù, curo il mio blog. Nelle miti giornate d’estate taluno mi sorprende in sella alla mia bici per le vie della mia città. Un modo di guardare il mondo. Per farsi sorprendere dalla vita. Quando il mondo non sorprende più. 

Intanto ho stretto un’abitudine, a Gavoi ci vado io. Là, nei muri delle case, sono appese le storie. Si danno convegno bravi scrittori, cantastorie e paraculi. Mi affascinano i nomi degli scrittori. Nomi al giustoposto. Mamma mia quanto invidio i bei nomi degli scrittori! Nomi adeguati che hanno parole adeguate per tutte le cose. Parole che spiegano altre parole. Parole tetragone che non arretrano. Scrittori che parlano come libri stampati. Scrittori che non inciampano sui loro pensieri. Confesso la mia invidia per loro, come invidio tutto ciò che è qualcosa più di me. 

E così, per alcuni giorni, ho lasciato affiochirsi il rumore della città. Sono andato nel paese dove volano uccelli dal piumaggio nero e dal becco giallo e si ascoltano parole che fanno nascere storie. No, non mi sono sbagliato, anche se il letto che mi accoglie è uno strumento di tortura che fa la differenza. Non sento più niente, ma davvero: tutto. 
C’è gente che sventola ventagli e ritagli di giornali. I soliti capelli a coda di camaleonte oscillano ai lati del viso. Io raccolgo papaveri senza sapere perché lo faccio. Leggo: sai quando non sospetti mai di una persona? Quando parla della morte. Guardo allora la gente che mi passa a fianco e nessuno che mi parli.

Sì, questo è il paese per me: c’è qualcuno che dice del sapere nostalgico e denuncia la retorica dell’apocalisse imperante. Un altro dal palco non le manda a dire, son d’accordo con lui. Ma si sa, io inciampo nel mio stesso pensiero e perfino sulle mie stesse parole. Sono uno che ha fatto il tuo nome senza farlo, uno dal nome sbagliato. Semino lettere al vento, ma nessuno ci badi, è l’invidia che sale.

Smaltisco in uno di quei giorni che non finiscono mai. In piedi, a Mesubidda sul muro davanti, vedo cento occhi che ci guardano e orecchie cespugliose che ci ascoltano, mentre il caldo taglia il respiro. La brava scrittrice ansiogena consiglia libri da consigliare. Aspetto chi consigli un dizionario a qualcuno. E allora è meglio farsi un mirto e confessare l’inconfessabile, il trasgredito, il disturbante, il disatteso. Mi serve il bacio della principessa.

 Sai, quelle notti che passano. Quelle notti di luglio in cui la luna ci fa segno e dentro i suoi occhi vedi un mondo. È l’isola delle storie. È lì che abito per alcuni giorni dove ho stretto un’abitudine.