Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii http://www.anobii.com/sabic/books

Barche controcorrente


Quando sentiamo parlare di Sogno Americano pensiamo di riferirci a quel particolare sentimento che nasce nell’animo di ogni Yenkee, e che li rende tanto orgogliosi, ossia l’opportunità per ciascuno, qualsiasi siano le condizioni di partenza, di nascita o condizione sociale, di agguantare qualsiasi traguardo e una buona reputazione nella società, purché lo si voglia fortissimamente. 

Un’idea figlia della cultura americana che affonda le proprie radici nelle novelle fine Ottocento di Horatio Alger che favoleggiavano per ciascuno un ideale speranzoso, di sicurezza, di prosperità e benessere ottenuti con il duro lavoro e il sacrificio, valori di cui erano portatrici le classi emergenti dei primi coloni del Nuovo Mondo.  

In un certo senso, è vero che Il Grande Gatsby è il romanzo del Sogno Americano, ma qui Fitzgerald ne dà una lettura tragica, svelandone il significato mistificante. Il lato oscuro dell’American Dream. In realtà si rileva l’aspetto angosciante, alienato di un mito borghese (o tardo-borghese), la sua base è la nevrosi ossessiva del successo, cioè a dire il conseguimento della ricchezza come misura del successo. E dunque della felicità, secondo il paradigma borghese.

In effetti, Fitzgerald mette in scena la fine di un’illusione. Il Grande Gatsby è la rappresentazione della fine di un mito, l’allegoria della morte di un Sogno. Gatsby proviene dai ceti inferiori della società, è figlio di poveri contadini, anche se lo nega, e lo nega per nascondere le sue origini di classe. Sa che potrebbe essere respinto dalle classi alte, cui pure è stato accolto solo per via della ricchezza accumulata, forse anche con affari poco leciti, e che gli valgono incerta fama. Nelle sue lussuose feste che egli stesso organizza per guadagnarsi una reputazione nessuno comunica. Egli stesso non vi partecipa, non gli piacciono. È tremendamente solo. Tutto ciò che egli fa e tutto ciò che avviene nella sua casa è per il solo scopo d’incontrare Daisy, la sua vecchia fiamma. Il lusso che ostenta non può appagarlo, neanche col denaro riuscirà a realizzare il sogno di una vita felice con la ricchissima Daisy. Qui il tema della solitudine, del cinismo, dell’indifferenza – sono temi che interrogano tutta la cultura occidentale per molto tempo, anche oltreoceano, già a partire da quegli anni, e di cui troveremo echi in altre opere di autori, scrittori, registi. La solitudine dunque come sintomo di un disagio più profondo, avvertito da una classe sociale che si sente inadeguata in un mondo inadeguato. Non vede prospettive di futuro, destinata alla sconfitta, cede alla tragedia. 

C’è un’altra ragione più soggettiva, dove il personaggio di Gatsby esprime uno stato d’angoscia ben chiaro, storicizzato e razionale nell’autore, che arrivato a un certo stadio della sua vita è cosciente del disagio cui è giunta la sua esistenza. Un malessere che pervade la sua generazione, di quelli che hanno fallito abbagliati dal mito, o di quelli che coscienti in fondo del mondo irreale e illusorio hanno dovuto o voluto scalare per raggiungerlo e sbatterci contro. Sicché, inadeguati, non sono stati in grado di arrivare alla meta, né di coronare un sogno. Come Gatsy è intriso del senso della colpa e del fallimento e del peccato, così Fitzgerald fa propria tutta la degenerazione e la debolezza umana. 

Le righe finali, magistrale lirica consacrata al vecchio mondo quanto sconosciuto quanto non compreso, sono un epitaffio: così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.

 

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Lettore scrittore lettore


Al pari di qualcuno che lo disse più autorevolmente di me, ho la pretesa di vantarmi delle mie letture. Al contrario, di ciò che scrivo non ho, a ben ragione, nulla di che vantarmi. Scrivere è come dare calci a un pallone. Tutti più o meno lo sanno fare. Ci sono quelli che lo fanno per passione e per quattro tiri la domenica, al più giocano in terza categoria. Qualcuno sogna pure di giocare in seria A, non tutti ne hanno la stoffa, anche se credono di essere un top-player, ma da qui a esserlo veramente…  

È vero, lettura e scrittura sono passioni allo stesso livello, e allo stesso modo e con la stessa intensità assorbono buona parte del mio tempo. Spesso sono queste letture obbligate, esclusive – e per me fondamentali e interessanti e piene di fascino letterario quelle che nutrono la vita. Quando si scrive con impegno, o si tenta di scrivere con impegno, leggere è fondamentale, nel mio caso quasi necessario, come un aperitivo prima di pranzo. Tuttavia se l’impegno dello scrivere è superiore, nel mio caso leggere un libro (a seconda del libro che leggo) mi distrae. Nel senso che distoglie l’attenzione dallo scrivere. Subentra la sensazione fantastica, il gioco della fantasia che regala piacere quando si legge. La lettura diventa un rinchiudersi dentro una stanza, entro quel confine della realtà che coglie il frammento d’infinito o di nuovo mondo che si apre davanti a noi. O quel senso di indeterminatezza, di non consolatorio, di dubbio critico che emerge in un testo poetico o prosastico, sia questo una poesia, un racconto o un saggio. La scrittura, il suo gesto, recede a esercizio di segni che riproduce il reale o copia la realtà. Fa andare fuori strada.

In sintesi estrema: se leggo, non scrivo e se scrivo, non leggo. Non sempre è così, ovviamente, ma la regola generale cui, nolente, mi capita di sottostare è questa. 

Sicché ho preso l’abitudine da tempo di fermarmi, ogni tanto. Fermarsi vuol dire, in questo mio specifico caso, divergere dalla norma di leggere gli autori preferiti, qualche testo classico, i contemporanei che prendono cuore e cervello e seminano domande. Divergere è divertirsi anche con i libri che io chiamo di consumo o letteratura di consumo. Mi rendo conto, è una distinzione artificiale e di comodo: se la letteratura non è di consumo, che letteratura è? Insomma, ci sono libri che hanno l’unica pretesa di farsi leggere piacevolmente, magari per te non sono il massimo, ma tengono compagnia per alcune ore nelle fredde serate d’inverno, seduto davanti a un caminetto, o nei pomeriggi di primavera disteso sul prato di un parco. Ma niente di più. Un niente però (anche questo) necessario. Per tirare il fiato, per rientrare nei ranghi del finito e del compiuto.

Se è un romanzo storico (di buona qualità) poi, che è il genere che più si avvicina al mio gusto, tanto meglio. Come il romanzo di Ken Follett, per esempio, La caduta dei giganti, il primo suo romanzo che mi è capitato di leggere di recente (in ossequio, appunto, alla regola di cui sopra). E Ken Follett non è uno scrittore di best seller per caso. Nel suo genere un buon romanzo, il primo di una trilogia del secolo (ventesimo)  dove protagonisti che fanno la Storia, con la S maiuscola, sono personaggi comuni, e quelli storici in secondo piano. Ogni tanto una lettura distensiva, scorrevole, non impegnativa è quella che ci vuole per non fermare lo scorrere della penna. Fuori della tua stanza, leggero. Alla fine, comunque sia, se metti a frutto, tutto scorrerà a tuo vantaggio. 

Letture proustiane e altre ancora


Non saranno pure letture per l’estate, ma perché no? Per un’idea più precisa, vai alla pagina Leggo: un mio commento potrebbe aiutarti.

 

Segnalo: il saggio Ermeneutica di Proust, di Maurizio Ferraris ci sollecita una riflessione su La Recherche. Un’opera, un intreccio di tessere che possono essere disposte in molti modi secondo una fittissima trama nella quale si muovono personaggi con una propria individualità e con qualità personali che stabiliscono relazioni, dunque alterazioni, costituiscono serie riproducibili, aprono su gruppi e galassie diverse, annullano identità che definiscono. Le chiavi interpretative sono in effetti mappe ermeneutiche per chi si è avventurato nel mare aperto della Recherche. Ecco qui interessanti spunti di lettura che Maurizio Ferrari ci offre con un linguaggio accessibile.

Certamente adatto S’è fatta ora, di Antonio Pascale che usa un registro ironico, pur parlando di cose serie: l’amore, il dolore, il lavoro, la politica. Un romanzo di formazione in prima persona. Riflessioni, dissertazioni a tu per tu, un libro che può essere gradevole.

Più impegnativo La condizione umana, di André Malraux libro controverso, che introduce i temi dell’incomunicabilità dell’uomo ambientato nella Cina pre-rivoluzionaria, quando le forze nazionaliste di Chiang Kai-shake e quelle comuniste erano alleate nel Kuomintang contro l’invasore giapponese.

Di tutt’altro segno, certo più contemporaneo L’incontro, di Michela Murgia, pirotecnica storia di scaramucce di tre ragazzini in una piccola e unita comunità della costa sarda che improvvisamente divampa sino a diventare un confitto tra due opposte fazioni a colpi di Salve Regina.

Intanto ho stretto un’abitudine


Mi chiedono: cosa fai? Rispondo: procaccio cibo per figli a carico, coltivo attenzioni per pochi amici, sfarfallo tra fornelli senza alcuna virtù e per necessità. Poi cerco sempre qualcosa che ammazzi il tedio e innalzi l’ozio. Mi conforto: studio, scrivo, scatto foto, guardo film e tivù, curo il mio blog. Nelle miti giornate d’estate taluno mi sorprende in sella alla mia bici per le vie della mia città. Un modo di guardare il mondo. Per farsi sorprendere dalla vita. Quando il mondo non sorprende più. 

Intanto ho stretto un’abitudine, a Gavoi ci vado io. Là, nei muri delle case, sono appese le storie. Si danno convegno bravi scrittori, cantastorie e paraculi. Mi affascinano i nomi degli scrittori. Nomi al giustoposto. Mamma mia quanto invidio i bei nomi degli scrittori! Nomi adeguati che hanno parole adeguate per tutte le cose. Parole che spiegano altre parole. Parole tetragone che non arretrano. Scrittori che parlano come libri stampati. Scrittori che non inciampano sui loro pensieri. Confesso la mia invidia per loro, come invidio tutto ciò che è qualcosa più di me. 

E così, per alcuni giorni, ho lasciato affiochirsi il rumore della città. Sono andato nel paese dove volano uccelli dal piumaggio nero e dal becco giallo e si ascoltano parole che fanno nascere storie. No, non mi sono sbagliato, anche se il letto che mi accoglie è uno strumento di tortura che fa la differenza. Non sento più niente, ma davvero: tutto. 
C’è gente che sventola ventagli e ritagli di giornali. I soliti capelli a coda di camaleonte oscillano ai lati del viso. Io raccolgo papaveri senza sapere perché lo faccio. Leggo: sai quando non sospetti mai di una persona? Quando parla della morte. Guardo allora la gente che mi passa a fianco e nessuno che mi parli.

Sì, questo è il paese per me: c’è qualcuno che dice del sapere nostalgico e denuncia la retorica dell’apocalisse imperante. Un altro dal palco non le manda a dire, son d’accordo con lui. Ma si sa, io inciampo nel mio stesso pensiero e perfino sulle mie stesse parole. Sono uno che ha fatto il tuo nome senza farlo, uno dal nome sbagliato. Semino lettere al vento, ma nessuno ci badi, è l’invidia che sale.

Smaltisco in uno di quei giorni che non finiscono mai. In piedi, a Mesubidda sul muro davanti, vedo cento occhi che ci guardano e orecchie cespugliose che ci ascoltano, mentre il caldo taglia il respiro. La brava scrittrice ansiogena consiglia libri da consigliare. Aspetto chi consigli un dizionario a qualcuno. E allora è meglio farsi un mirto e confessare l’inconfessabile, il trasgredito, il disturbante, il disatteso. Mi serve il bacio della principessa.

 Sai, quelle notti che passano. Quelle notti di luglio in cui la luna ci fa segno e dentro i suoi occhi vedi un mondo. È l’isola delle storie. È lì che abito per alcuni giorni dove ho stretto un’abitudine.

Commenti bastardi 2


John Dos Passos

Consigli per la lettura alla pagina Leggo.
Un John Dos Passos annata 1930 da gustare, meglio, da ammirare come un quadro di un pittore moderno dai colori sfolgoranti. Il mio commento (bastardo) è per Il 42° parallelo romanzo di formazione, sociale, collettivo, sperimentale, d’avanguardia, uno stile originale e attualissimo, insomma da leggere. L’altro libro da consigliare è un interessante Sardinia Hot Jazz,  di Claudio Loi, la nascita del jazz in Sardegna da Antonio Gramsci a Marcello Melis, il sottotitolo è promettente e vale l’interesse, e poi la biografia artistica dei suoi protagonisti – da non perdere, per gli appassionati e non solo. 

Proust, questione di sguardi


E così son giunto alla fine di questo lungo viaggio. La lettura di  Alla ricerca del tempo perduto, è stata un viaggio per davvero. Interminabile e tortuoso, a volte accidentato, punteggiato da meravigliosi e incomparabili panorami narrativi, spesso illuminato da segnali che aprono la strada a imprevedibili scenari. Un romanzo bellissimo, commovente, ma folle, a volte faticoso, incredibilmente seducente, mostruosamente contorto, anche se in verità non saprei definirlo con precisione. Certo, inquietante. Ecco, inquietante è forse l’aggettivo secondo me che più lo qualifica. Cosa c’è di più inquietante di un’opera che consuma il suo autore, lo annienta, lo fagocita sino all’ultimo dei suoi giorni? Un’opera che a tratti ne anticipa il destino e che, unico caso, credo, in natura, ha visto applicarsi in concreto il paradosso di Oscar Wilde secondo cui è la vita che imita l’arte e non viceversa. 

 

Questione di sguardi. Sguardi, i miei, d’inquietudine, e le sue parole una sorta di lente d’ingrandimento di cui egli ci ha munito per leggere dentro noi stessi. Leggere dentro se stessi: cosa si scopre di così inquietante, infine? E vorrei dire, se Proust fosse vivo, che sì quelle parole che ho letto, quelle che egli ha scritto hanno raffigurato meglio istanti come tante istantanee della mia vita. In senso generale, più profondo. Intendiamoci. 

In fondo, che dire se non la verità: non credevo, lette le prime venti pagine, di giungere alla ventunesima, ma che arrivato d’un fiato alla centesima mi sono accorto di avere tra le mani un testo che trascendeva quanto avessi mai letto finora. Inquietante perché si riproduceva in me lo stesso meccanismo che fa dire a tanti, ecco questi fatti, seppure nuovi, sembrano già avvenuti in un tempo più o meno remoto, stesse le percezioni. Quelle felici impressioni che avevano in comune il fatto di provarle tanto nel momento attuale quanto nel momento lontano. Esse suscitavano in me non soltanto il duplicato di una percezione, ma la percezione stessa. Se il ricordo, grazie all’oblio, ha mantenuto le sue distanze fra sé e l’istante presente, e di colpo ci fa respirare un’aria nuova è per la precisa ragione che è un’aria respirata in altri tempi.

 

Questo sentimento d’inquietudine, tuttavia, è cresciuto riga dopo riga, celandosi, nella prima fase della lettura, sotto il velo dell’emozione. Viene la pelle d’oca a pensarci, mentre leggo l’eccitazione del Narratore fanciullo alla vista dei biancospini nel periodo di Combray. L’atmosfera che riesce a creare in quelle pagine fa rinascere il ricordo della mia infanzia trascorsa nei cortili polverosi dietro la via Deffenu a Nuoro; quello della campagna in fiore, la stessa che in primavera accoglieva i giochi ingenui di noi bambini. Ma di episodi così, tanti ne vengono in mente. Come quel particolare, inconfondibile profumo d’acqua di colonia sulla pelle di lei che si materializza improvvisamente nelle mie narici ed evoca i pomeriggi di aprile sul molo di Amalfi, quasi una visione retrospettiva e immaginifica della Balbec proustiana. Così pure le giornate sulla spiaggia di Positano, le notti della luna ridente della sua costa, come se la lanterna magica di Combray proiettasse da dentro la pagina che vado leggendo queste stesse immagini sulla mia parete. E di colpo sono io il narratore.

Un narratore incontra emozioni che colgono di sorpresa, quelle che prendono, lungo strada, forme diverse, scrittura lontana, ma bellissima, e questo martellare ossessivo della parola tempo, e della parola ricordo si è fatto vivo nella mia mente, sicché il tempo si è proprio consumato. Tanto da temere di non riuscire a terminare di leggere un romanzo infinito, che sfidava il tempo della lettura. Che aveva avuto, prima, il tempo della scrittura, quello della sua vita oziosa e perduta di tutti i giorni nel gran mondo del faubourg St.Germain, meschina o nobile, che scorre via e si perde per sempre.

 

 

Questione di sguardi. Quelli che accrescono la mia inquietudine, oggi nell’epoca in cui tutti sembrano vivere nel tentativo, ahimè vano, di respingere i flutti del tempo. E non è necessario frequentare il bel mondo di Proust per incontrare un volto ringiovanito e rifatto che pare aggiungersi a quello di un vecchio o di una vecchia ottuagenaria. Ne abbiamo esempi a grappoli.  

A quanti è capitato di ritrovarsi poi a un convegno di amici o di gente che avevamo frequentato e che non vedevamo da lungo tempo? Capita qualche volta, soprattutto quando si raggiunge, diciamo così, una certa età.  In queste occasioni pare far breccia in noi, a volte, un retro pensiero che riponiamo nell’angolo più remoto della nostra memoria, quando a quel volto ingiallito dell’amico o del conoscente, (per non parlare di coloro per i quali il tempo viaggia come un treno espresso che porta una prematura senescenza), sovrapponiamo una maschera di gesso applicata dalla vecchiaia. A posteriori, ragionandoci, grazie all’intelligenza (come direbbe Proust), non ci meraviglia questo prodigio, frutto del contrasto tra la fissità del ricordo e l’alterazione fisica degli individui.

A volte basta l’intonazione del timbro di una voce amica o conosciuta che sapevamo squillante, e che oggi, resa sferragliante dalla dentiera, ci mostra, in tutta evidenza, l’evoluzione geologica di un volto.

 

È il tempo dunque che parla, attraverso gli altri, anche per me. Il tempo inafferrabile e incolore che, mentre plasma come un capolavoro la fanciulla di cui facciamo conoscenza in treno o a un’assemblea, parallelamente su di me non fa ahimè che il suo lavoro. Per darne un’idea egli ci descrive i caratteri dei suoi personaggi come dovrebbe fare ogni scrittore che ne fa apparire le opposte facce per mostrarne il volume e offrendoci la loro molteplice complessità multidimensionale. Per questo motivo è una questione di sguardi. L’abitudine, come la intende Proust, ci porta a considerare noi stessi una sola persona in tutte le epoche della nostra vita, come se la nostra identità, quella che ci attribuiamo, presupponga l’esistenza di un elemento fisso, un io immutabile e durevole. In realtà, ci dice Proust, essa non è che l’eco, solo un’eco, delle nostre passate percezioni in quelle presenti. Per usare un’immagine del Narratore, se dovessimo incontrare oggi il nostro io di qualche tempo fa, diciamo di trent’anni fa, ossia la persona che siamo stata, volteremmo le spalle a noi stessi come a certuni cui siamo stati legati, ma che non vediamo da tanto tempo. 

 

E allora, dove va il tempo? È vero che il tempo fugge verso l’annullamento di ogni cosa, verso la morte? Non mi sono mai posto questa domanda, finché ho incontrato Gilberte e Odette, Swann e i variopinti personaggi del gran mondo, ho fatto visita alla nonna adorata, ho parlato con la madre castratrice del Narratore (il padre quasi mai nominato e il fratello inesistente), ho ammirato coi suoi occhi le cattedrali e sofferto d’amore e d’inquisizione gelosa per l’ambigua Albertine. È lui che parla, è il Narratore, ma sei tu che soffri e sei senza parole e, come un bambino, senza difese. Ti senti piccolo piccolo, come quando pieno di spocchia credi che una così sofferta, infelice e penosa, profonda esperienza, il cui confine con l’invenzione narrativa è così labile, possa, seppur da lontano, immiserirsi se identificata con la tua pressoché inesistente e misera avventura letteraria, tanto ti sei immedesimato nella sua opera. È il Narratore stesso a fartelo credere. È lui stesso che traccia il solco nel quale ti sei incautamente incamminato, quando usa le parole dell’Ecclesiaste: tutto è vanità sotto il sole. Come dire, tutto è misurato dagli anni, trascinato via dalla velocità del tempo, tutto quanto in te ti esorta a uscire dal tempo e aspirare all’eternità. Il senso del limite umano o, se volete, della miseria umana. 

Sicché, senza volerlo, mi sono trovato come proiettato in una dimensione di decifrazione interiore che non avrei pensato di compiere, questo è certo. Scrivere, si dice, è (anche) un atto terapeutico, e lo è stato anche per Proust, anche se la parola inconscio era quasi sconosciuta ai suoi tempi, e la sua biografia non cita Freud. Eppure quando si dice che scrivere è come un urlo, è proprio ciò che s’intende. Letteralmente e letterariamente. 

 

La creazione artistica, egli ci dice, è quell’opera di decrittazione di segni sconosciuti che è dato a ciascuno di noi come l’unico vero libro da scrivere. È una questione di sguardi. Che sia veramente così? Quale traccia lasciamo quando non ci saremo più? Dunque è la letteratura, la vocazione letteraria, la vera vita? Non è forse con la scrittura che restituiamo a noi stessi e agli altri tutto il passato della nostra vita, la salviamo dall’oblio inesorabile? Se è un’idea di salvazione, di restituzione di sé, di pacificazione col mondo quella che fa ritrovare il tempo perduto, allora perché non pensare quanto veramente ci si è avvicinati, senza volerlo, a questo concetto? 

 

È questo il punto che sovrasta ogni altra questione. Cosicché il mio sguardo si volge al giorno in cui lei partì per l’ultimo viaggio e la salutai con un biglietto di addio che conservò nel taschino della sua giacca. Le lasciai un filo della mia memoria perché lo portasse sempre con sé e lo srotolasse lungo il suo inconosciuto cammino. Poi mi volto verso il paesaggio del mio primo romanzo che intitolai Le strade perdute, storia di due vite parallele che si credono perdute e che s’incrociano nel tempo. L’esergo che lo accompagnò era tratto da Il paradiso perduto di John Milton, gli angeli puri che per la loro vita disobbediente perdono il loro paradiso e sono condannati al fango della terra. Ora guardo le mie mani che sono come le ultime righe che ho scritto, uno sguardo che pochi conoscono, e che rimandano al tempo ciclico della vita e all’unità dell’uomo con la terra e il suo universo, per cui in realtà tutto è distrutto e tutto si perde, ma tutto si rinnova, trasformandosi. Così anche la vita.

Parafrasando e traducendo il Narratore: ciò che accade oggi è già accaduto tante volte. Se nello spazio curvo le rette divergenti convergono, nel tempo circolare tutto muore, ma tutto laicamente risorge. Cosicché posso far mie le parole e il suggerimento riguardo all’attitudine da tenere di fronte a questo capolavoro: sopportarlo come una fatica, accettarlo come una regola, costruirlo come una chiesa, seguirlo come un regime, vincerlo come un ostacolo, conquistarlo come un’amicizia, sovralimentato come un bambino, crearlo come un mondo, senza trascurare quei misteri che non hanno probabilmente spiegazione se non in altri mondi e il cui presentimento è quanto più ci commuove nella vita come nell’arte.

Perdersi e ritrovarsi con Proust


Albertine scomparsa (Alla ricerca del tempo perduto

Un’esperienza al di fuori del comunemente letto, un atto di decifrazione interiore, tento di scendere dalla torre del mio ombelico e così, anche solo per gioco, riprendo a leggere dove avevo terminato La Prigioniera e parto con Albertine scomparsa, il secondo volume della Recherche a essere pubblicato postumo.

 Non si può non essere coinvolti, è come trovarsi inaspettatamente inabissati, strato dopo strato, in un territorio che non è quello della pagina scritta che hai sotto gli occhi. Albertine, il grande amore che il Narratore non ha mai saputo amare travolto dall’inquisizione gelosa e dalla gelosia stessa, se n’è andata. È morta come Ippolito nella tragedia di Racine, caduta da cavallo, nei pressi del fiume Vivonne, ossia in una situazione anfibia. 

Albertine, incontrata sulla spiaggia di Balbec, è vista come immagine marina, sfuggente come un pesce, metà brava ragazza, metà creatura del vizio, associata alle acque di Venezia per mezzo del mantello di Fortuny, regalo del Narratore il cui disegno di una sirena riproduce un particolare del quadro del Carpaccio. La sirena, simbolo del desiderio e del fascino ingannevole che porta alla delusione e alla rovina, rappresentazione della doppia personalità e dell’ambiguità sessuale.

Per non amarla più il Narratore deve dimenticarla. C’è come una geometria dello spazio, ma c’è pure una psicologia nel tempo, nella forma dell’oblio, in contraddizione costante con la realtà, strumento stesso di adattamento della realtà così potente che distrugge poco alla volta la sopravvivenza del passato. È il passato che porta a dimenticare e ad attenuare le sofferenze.

Insieme col Narratore discendo negli inferi del suo senso di colpa e della sofferenza, il dolore si trasforma in oblio: come un’intermittenza del cuore può scemare rapidamente per risalire di colpo (come nel caso della morte della nonna), può anche manifestarsi in modo lineare (come nel caso di Albertine). È in quest’universo, dell’infinitamente piccolo dell’interiorità individuale che si combatte la guerra del senso di colpa e del senso del perdono, una battaglia invisibile svelata dai rimandi meta artistico letterari. 

Perché il Narratore ama Albertine negando, nella convinzione che ella detesti chi la insegue e ami chi la respinga. Dietro Albertine/Ippolito (nel Mito e nella Fedra di Racine) non si possono non intravedere i tanti Agostinelli amati da Proust, sicché egli per conservare la loro amicizia e il loro affetto deve negare il sentimento amoroso.

Ciò che oggi accade, si è già verificato tante volte nei secoli passati. Albertine, la nonna, Swann sono morti. Tutti scomparsi. Così come sono morti i modelli reali che sono serviti a Proust per costruire i suoi personaggi immaginari: Alfred Agostinelli, suo segretario e amante, è morto in un incidente aereo, la madre adorata e castratrice che annulla la libertà di chi l’adora, e pretende grosse privazioni regressive, Charles Haas (principale modello di Swann) muore lo stesso giorno in cui viene giù il campanile di San Marco. Tutti, uomini e cose, inghiottiti nel Tempo Perduto.

Compiamo dunque quest’itinerario di purificazione ed espiazione del senso di colpa, lui che da vittima dei tradimenti, delle menzogne e della bisessualità di Albertine si rende conto di esserne il carnefice, attore di un doppio assassinio: quello dell’amata e della nonna (per quel dolore che ha scoperto dentro di sé a distanza di alcuni anni dalla sua morte). Come riconciliarsi con la realtà e con la propria storia, se non attraverso un atto di purificazione che cancelli il peccato e instauri il trionfo del perdono? E dove se non in virtù di quel processo di memoria involontaria che svelerà il significato della vita e il valore assoluto dell’arte? La tappa decisiva è una visita con la madre a Venezia nel Battistero di San Marco che distruggerà il senso di colpa. Giovanni battezza il Cristo immerso nelle acque del Giordano, una colomba dello spirito santo, gli angeli che hanno le mani coperte dalle vesti in segno di rispetto e venerazione e che sembrano uno scialle sul corpo nudo di Gesù. Gesto che, durante la visione dell’opera, la madre compie nei suoi confronti: getta sulle sue spalle uno scialle per ripararlo dal freddo glaciale della basilica. 

Un moto di commozione mi trova esposto. Senza volerlo. Partecipe di un atto liberatorio, come se mi riguardasse. E l’emozione s’eleva quando traduco quei gesti che dalla pagina scritta diventano immagine, un’esperienza immaginativa straordinaria. L’enigma si scioglie. Il battistero di Venezia distrugge il senso di colpa. Il ministro di questo sacramento è la madre del Narratore, la vittima che perdona e che riscalda con uno scialle, affettuosamente, le spalle gelate del figlio. Senza quest’episodio e senza la resurrezione della memoria e la redenzione nella vocazione artistica, il tempo non potrebbe essere ritrovato. 

La visita al Battistero è la metafora cristiana di ciò che per la psicanalisi è il punto critico di riconciliazione tra il mondo interiore e il mondo esterno. Sicché non può esserci battesimo senza immersione nelle acque, e Venezia è adeguata immagine. Venezia è la città dell’inconscio del Narratore, è l’utero della madre che impedisce al figlio una maturazione affettiva, ponendosi in alternativa a una relazione eterosessuale. È il momento della resa di fronte all’ingombrante transfert materno. Il Narratore non può che trovare rifugio nella casa di cura. Ognuno di noi s’affanna invano per celare i propri vizi e smascherare quelli altrui, ma è una fatica sciocca, perché il contrasto tra normalità e diversità è solo apparente e ingannevole.