E così son giunto alla fine di questo lungo viaggio. La lettura di Alla ricerca del tempo perduto, è stata un viaggio per davvero. Interminabile e tortuoso, a volte accidentato, punteggiato da meravigliosi e incomparabili panorami narrativi, spesso illuminato da segnali che aprono la strada a imprevedibili scenari. Un romanzo bellissimo, commovente, ma folle, a volte faticoso, incredibilmente seducente, mostruosamente contorto, anche se in verità non saprei definirlo con precisione. Certo, inquietante. Ecco, inquietante è forse l’aggettivo secondo me che più lo qualifica. Cosa c’è di più inquietante di un’opera che consuma il suo autore, lo annienta, lo fagocita sino all’ultimo dei suoi giorni? Un’opera che a tratti ne anticipa il destino e che, unico caso, credo, in natura, ha visto applicarsi in concreto il paradosso di Oscar Wilde secondo cui è la vita che imita l’arte e non viceversa.
Questione di sguardi. Sguardi, i miei, d’inquietudine, e le sue parole una sorta di lente d’ingrandimento di cui egli ci ha munito per leggere dentro noi stessi. Leggere dentro se stessi: cosa si scopre di così inquietante, infine? E vorrei dire, se Proust fosse vivo, che sì quelle parole che ho letto, quelle che egli ha scritto hanno raffigurato meglio istanti come tante istantanee della mia vita. In senso generale, più profondo. Intendiamoci. 
In fondo, che dire se non la verità: non credevo, lette le prime venti pagine, di giungere alla ventunesima, ma che arrivato d’un fiato alla centesima mi sono accorto di avere tra le mani un testo che trascendeva quanto avessi mai letto finora. Inquietante perché si riproduceva in me lo stesso meccanismo che fa dire a tanti, ecco questi fatti, seppure nuovi, sembrano già avvenuti in un tempo più o meno remoto, stesse le percezioni. Quelle felici impressioni che avevano in comune il fatto di provarle tanto nel momento attuale quanto nel momento lontano. Esse suscitavano in me non soltanto il duplicato di una percezione, ma la percezione stessa. Se il ricordo, grazie all’oblio, ha mantenuto le sue distanze fra sé e l’istante presente, e di colpo ci fa respirare un’aria nuova è per la precisa ragione che è un’aria respirata in altri tempi.
Questo sentimento d’inquietudine, tuttavia, è cresciuto riga dopo riga, celandosi, nella prima fase della lettura, sotto il velo dell’emozione. Viene la pelle d’oca a pensarci, mentre leggo l’eccitazione del Narratore fanciullo alla vista dei biancospini nel periodo di Combray. L’atmosfera che riesce a creare in quelle pagine fa rinascere il ricordo della mia infanzia trascorsa nei cortili polverosi dietro la via Deffenu a Nuoro; quello della campagna in fiore, la stessa che in primavera accoglieva i giochi ingenui di noi bambini. Ma di episodi così, tanti ne vengono in mente. Come quel particolare, inconfondibile profumo d’acqua di colonia sulla pelle di lei che si materializza improvvisamente nelle mie narici ed evoca i pomeriggi di aprile sul molo di Amalfi, quasi una visione retrospettiva e immaginifica della Balbec proustiana. Così pure le giornate sulla spiaggia di Positano, le notti della luna ridente della sua costa, come se la lanterna magica di Combray proiettasse da dentro la pagina che vado leggendo queste stesse immagini sulla mia parete. E di colpo sono io il narratore.
Un narratore incontra emozioni che colgono di sorpresa, quelle che prendono, lungo strada, forme diverse, scrittura lontana, ma bellissima, e questo martellare ossessivo della parola tempo, e della parola ricordo si è fatto vivo nella mia mente, sicché il tempo si è proprio consumato. Tanto da temere di non riuscire a terminare di leggere un romanzo infinito, che sfidava il tempo della lettura. Che aveva avuto, prima, il tempo della scrittura, quello della sua vita oziosa e perduta di tutti i giorni nel gran mondo del faubourg St.Germain, meschina o nobile, che scorre via e si perde per sempre.
Questione di sguardi. Quelli che accrescono la mia inquietudine, oggi nell’epoca in cui tutti sembrano vivere nel tentativo, ahimè vano, di respingere i flutti del tempo. E non è necessario frequentare il bel mondo di Proust per incontrare un volto ringiovanito e rifatto che pare aggiungersi a quello di un vecchio o di una vecchia ottuagenaria. Ne abbiamo esempi a grappoli.
A quanti è capitato di ritrovarsi poi a un convegno di amici o di gente che avevamo frequentato e che non vedevamo da lungo tempo? Capita qualche volta, soprattutto quando si raggiunge, diciamo così, una certa età. In queste occasioni pare far breccia in noi, a volte, un retro pensiero che riponiamo nell’angolo più remoto della nostra memoria, quando a quel volto ingiallito dell’amico o del conoscente, (per non parlare di coloro per i quali il tempo viaggia come un treno espresso che porta una prematura senescenza), sovrapponiamo una maschera di gesso applicata dalla vecchiaia. A posteriori, ragionandoci, grazie all’intelligenza (come direbbe Proust), non ci meraviglia questo prodigio, frutto del contrasto tra la fissità del ricordo e l’alterazione fisica degli individui.
A volte basta l’intonazione del timbro di una voce amica o conosciuta che sapevamo squillante, e che oggi, resa sferragliante dalla dentiera, ci mostra, in tutta evidenza, l’evoluzione geologica di un volto.
È il tempo dunque che parla, attraverso gli altri, anche per me. Il tempo inafferrabile e incolore che, mentre plasma come un capolavoro la fanciulla di cui facciamo conoscenza in treno o a un’assemblea, parallelamente su di me non fa ahimè che il suo lavoro. Per darne un’idea egli ci descrive i caratteri dei suoi personaggi come dovrebbe fare ogni scrittore che ne fa apparire le opposte facce per mostrarne il volume e offrendoci la loro molteplice complessità multidimensionale. Per questo motivo è una questione di sguardi. L’abitudine, come la intende Proust, ci porta a considerare noi stessi una sola persona in tutte le epoche della nostra vita, come se la nostra identità, quella che ci attribuiamo, presupponga l’esistenza di un elemento fisso, un io immutabile e durevole. In realtà, ci dice Proust, essa non è che l’eco, solo un’eco, delle nostre passate percezioni in quelle presenti. Per usare un’immagine del Narratore, se dovessimo incontrare oggi il nostro io di qualche tempo fa, diciamo di trent’anni fa, ossia la persona che siamo stata, volteremmo le spalle a noi stessi come a certuni cui siamo stati legati, ma che non vediamo da tanto tempo. 
E allora, dove va il tempo? È vero che il tempo fugge verso l’annullamento di ogni cosa, verso la morte? Non mi sono mai posto questa domanda, finché ho incontrato Gilberte e Odette, Swann e i variopinti personaggi del gran mondo, ho fatto visita alla nonna adorata, ho parlato con la madre castratrice del Narratore (il padre quasi mai nominato e il fratello inesistente), ho ammirato coi suoi occhi le cattedrali e sofferto d’amore e d’inquisizione gelosa per l’ambigua Albertine. È lui che parla, è il Narratore, ma sei tu che soffri e sei senza parole e, come un bambino, senza difese. Ti senti piccolo piccolo, come quando pieno di spocchia credi che una così sofferta, infelice e penosa, profonda esperienza, il cui confine con l’invenzione narrativa è così labile, possa, seppur da lontano, immiserirsi se identificata con la tua pressoché inesistente e misera avventura letteraria, tanto ti sei immedesimato nella sua opera. È il Narratore stesso a fartelo credere. È lui stesso che traccia il solco nel quale ti sei incautamente incamminato, quando usa le parole dell’Ecclesiaste: tutto è vanità sotto il sole. Come dire, tutto è misurato dagli anni, trascinato via dalla velocità del tempo, tutto quanto in te ti esorta a uscire dal tempo e aspirare all’eternità. Il senso del limite umano o, se volete, della miseria umana.
Sicché, senza volerlo, mi sono trovato come proiettato in una dimensione di decifrazione interiore che non avrei pensato di compiere, questo è certo. Scrivere, si dice, è (anche) un atto terapeutico, e lo è stato anche per Proust, anche se la parola inconscio era quasi sconosciuta ai suoi tempi, e la sua biografia non cita Freud. Eppure quando si dice che scrivere è come un urlo, è proprio ciò che s’intende. Letteralmente e letterariamente.
La creazione artistica, egli ci dice, è quell’opera di decrittazione di segni sconosciuti che è dato a ciascuno di noi come l’unico vero libro da scrivere. È una questione di sguardi. Che sia veramente così? Quale traccia lasciamo quando non ci saremo più? Dunque è la letteratura, la vocazione letteraria, la vera vita? Non è forse con la scrittura che restituiamo a noi stessi e agli altri tutto il passato della nostra vita, la salviamo dall’oblio inesorabile? Se è un’idea di salvazione, di restituzione di sé, di pacificazione col mondo quella che fa ritrovare il tempo perduto, allora perché non pensare quanto veramente ci si è avvicinati, senza volerlo, a questo concetto?
È questo il punto che sovrasta ogni altra questione. Cosicché il mio sguardo si volge al giorno in cui lei partì per l’ultimo viaggio e la salutai con un biglietto di addio che conservò nel taschino della sua giacca. Le lasciai un filo della mia memoria perché lo portasse sempre con sé e lo srotolasse lungo il suo inconosciuto cammino. Poi mi volto verso il paesaggio del mio primo romanzo che intitolai Le strade perdute, storia di due vite parallele che si credono perdute e che s’incrociano nel tempo. L’esergo che lo accompagnò era tratto da Il paradiso perduto di John Milton, gli angeli puri che per la loro vita disobbediente perdono il loro paradiso e sono condannati al fango della terra. Ora guardo le mie mani che sono come le ultime righe che ho scritto, uno sguardo che pochi conoscono, e che rimandano al tempo ciclico della vita e all’unità dell’uomo con la terra e il suo universo, per cui in realtà tutto è distrutto e tutto si perde, ma tutto si rinnova, trasformandosi. Così anche la vita.
Parafrasando e traducendo il Narratore: ciò che accade oggi è già accaduto tante volte. Se nello spazio curvo le rette divergenti convergono, nel tempo circolare tutto muore, ma tutto laicamente risorge. Cosicché posso far mie le parole e il suggerimento riguardo all’attitudine da tenere di fronte a questo capolavoro: sopportarlo come una fatica, accettarlo come una regola, costruirlo come una chiesa, seguirlo come un regime, vincerlo come un ostacolo, conquistarlo come un’amicizia, sovralimentato come un bambino, crearlo come un mondo, senza trascurare quei misteri che non hanno probabilmente spiegazione se non in altri mondi e il cui presentimento è quanto più ci commuove nella vita come nell’arte.
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