Un posto migliore


Sappiamo che il vero cambiamento per il bene di tutti viene sempre dal cuore di un popolo. Con la musica è possibile rendere il nostro piccolo mondo martoriato un posto migliore.

 Ascoltate questi musicisti di talento da tutto il mondo, un’unica musica, il solo orecchio che voglio incantare.

 Questo video è stato creato attraverso una partnership tra Playing For Change e United Nations Millenium Development Goals Achievement Fund.

Mezzogiorno di note


Mi allaccio le stringhe delle scarpe e chiudo la porta di casa. Vado ad ascoltare musica per sfruttare l’attesa, non ho niente da fare. Dunque voglio essere travolto dal blues offerto con parsimonia a una sera d’estate.

Buddy Whittington non m’incanta ma è la musica la regina, onde sonore e non c’è singhiozzo di chitarra che tenga.  

Non sono solo ovviamente. Siamo due, siamo tanti, un lamento andrà bene come un lento salmodiare sincopato. La musica è vertiginosa come una giostra volante di luna park. Muoviamo la testa per tenerci allegri, se sia mezzanotte o mezzogiorno (per pura pazzia) non saprei dire.

Nessuno è risparmiato, eh già, quando guardo la simpatica massa larda, (lo dico con rispetto, sia chiaro) da cui escono quelle note. E penso che sia come me in fondo, che cerco il senso di tutto come egli le corde della sua chitarra.  

Prima di suonare forte stordisce poco per volta come una botta eterea, come un martello debole, ma abbiamo tempo per riprenderci e per godere un mezzogiorno di note. Verrà il tempo che qualcuno troverà la musica arrotolata nel labirinto delle mie orecchie. E capirà che ascolto musica, (è una possibilità) per tenere lontano il buio.

E il tempo intorno come colore a chiazze


Un figlio partito in Bulgaria, l’altro, in clausura esami, suona al piano il suo blues. Ed io abito l’assenza e l’attesa, in un angolo cottura della cucina tra raggi di sole diventati punte smussate di argento brunito. 

Uno scampanio ferruginoso e festante batte le ore, lontano, come la traduzione musicale di un canto in gloria al sole. L’antifurto di un auto è una nenia cantata al nulla ossessivo, abbinato al suono di una sirena che annuncia un dolore. Da qualche parte, lassù, il rombo di un aereo invisibile. 

Sorrido al gatto acquattato su tegole frante dall’afa. 

Vede l’uccello e ridacchia. Quindi striscia, e due occhi grandi come due palle di neve. La bocca freme, nervosa e vorace, i denti non stan più fermi. Mi guarda distratto, furbo e quasi indifferente. Balza, ma quello scocca via, e lui rimane con la strozza bagnata.Poetto

Commenti bastardi 2


John Dos Passos

Consigli per la lettura alla pagina Leggo.
Un John Dos Passos annata 1930 da gustare, meglio, da ammirare come un quadro di un pittore moderno dai colori sfolgoranti. Il mio commento (bastardo) è per Il 42° parallelo romanzo di formazione, sociale, collettivo, sperimentale, d’avanguardia, uno stile originale e attualissimo, insomma da leggere. L’altro libro da consigliare è un interessante Sardinia Hot Jazz,  di Claudio Loi, la nascita del jazz in Sardegna da Antonio Gramsci a Marcello Melis, il sottotitolo è promettente e vale l’interesse, e poi la biografia artistica dei suoi protagonisti – da non perdere, per gli appassionati e non solo. 

Lo sguardo oltre la pagina: la poesia di Paola Fanelli


Nell’antichità la Poesia era musica e canto, evento collettivo che si compiva con grande partecipazione di pubblico. A imitazione della tradizione greca, a Roma, come nei territori dominati, esistevano, si sa, piccoli e grandi anfiteatri che accoglievano i giochi e le lotte dei gladiatori. Qui, insieme agli atleti che facevano mostra di abilità fisica, si cimentavano i cantori, i maestri di retorica, gli oratori, dando vita ad accanite gare (mens sana in corpore sano). Le gare poetiche tanto popolari nei nostri paesi provengono da un costume e una tradizione che si perde lontano nei tempi.

Piazza Navona, per esempio, era uno di quei posti. Il nome proviene dal greco agon – onos, ossia, gara, lotta: agone era il luogo ove cui si svolgeva un combattimento o una gara. Oggi diciamo cimentarsi in una contesa, parliamo pure di agone letterario e così via.

 

Oggi, per complesse ragioni che non è opportuno qui dire, la poesia non gode di buona stampa, di certo sono cambiate le modalità di interpretazione. Non è un evento pubblico, più celebrazione intima e personale, mantiene qualcosa della struttura originaria. Aristotele diceva che la poesia è l’universale e l’essenziale. È creazione di immagini, combinazioni armonico di suoni e ritmi che parlano alla ragione e al sentimento.

 

Dunque, la poesia è il luogo. Essa esiste oltre la sensibilità del poeta, dove egli parla con se stesso: un posto riservato al di fuori della pagina dove ritrova la misura di sé.

 

Nel caso di Paola Fanelli è un parlare con la natura e, in queste due poesie dedicate alla luna, si ritrovano quasi le ragioni di sé. Con lei direi che si sollecita un’emozione forte che guarda alla natura, da ricordi che scavano nella nostra infanzia, un senso di gratitudine per questi doni della creazione che esce silente dalle nostre bocche e si perde nell’infinito del cielo.

 

Luna sbilenca

Stasera sorgi stranita
la tua rotondità

è sghimbescia

mi straluna

cerco il tuo disco perfetto

ti guardo a lungo

da ogni lato,

mi sembri triste

consapevole di essere brutta,

vuoi scomparire

al più presto

ti vergogni

non sei più splendida

unica,

mi sento a disagio

non ti guardo più.

Luna malata

Tra le antenne della città

sopra alti palazzi appari

sei tonda come sempre

ma diversa

sembri malata

hai un pallore livido

senza forza

asfissiata da vapori

sporchi, degradanti.

 

Ti prego, lotta

non lasciarti andare

vai più in alto

ma non scomparire.

 

Un cielo senza luna

ci lascia nel buio

la volta stellata non emoziona più
anche noi ci ammaleremo.

 

Ancora Proust e la Prigioniera


Sono note le suggestioni meta letterarie della Recherche, così come le citazioni e i riferimenti di cui spesso si è detto in altre occasioni. Si è pure accennato al fatto che spesso nella Prigioniera esse acquistano un particolare significato, più di quanto non accada in altre parti del romanzo. A un certo punto, per esempio, Albertine paragona il Narratore al re persiano Assuero, personaggio di un dramma raciniano, Esther, tanto caro a Proust. Assuero sceglie Ester come regina, non sapendo della sua origine ebrea e, quando su istigazione del perfido ministro Aman, ordina lo sterminio del popolo ebraico, si compie la tragedia. Ester confesserà l’appartenenza alla razza maledetta, consapevole che ciò potrebbe suscitare la rabbia omicida del suo sposo. Assuero però ama Ester, la perdona, e dunque le risparmia la vita. Come Ester, Albertine sarà sollecitata dal Narratore a confessare la propria appartenenza all’altra razza maledetta. La differenza con il personaggio raciniano è che Assuero ama veramente la sua sposa nonostante la legge crudele, mentre il Narratore, non solo è incapace di amare, ma è inesorabile, avendo egli un atteggiamento di ottuso disprezzo per gli abitanti di Gomorra, rendendo impossibile la confessione e determinandone di conseguenza la condanna a morte.

Si è pure detto che La Prigioniera è il racconto del grande amore del Narratore per Albertine, di come la giovane sia diventata sua schiava (schiava d’amore), ma di una schiavitù che è sofferenza, dolore, come può esserlo per lui, appunto, l’amore, cioè inquisizione gelosa, inquieto bisogno di tirannia che raddoppia il sentimento. È così che nell’amore si fondono emozione, paura di perdere la fanciulla e incertezza di ritrovarla. E lei, che amiamo, non ne è oggetto d’amore che in minima parte.

L’idea di partenza è questa ed è indicata in uno dei suoi carnet: Proust la esplicita.

La fanciulla sarà rovinata, io la manterrò, ma senza cercare di possederla, per incapacità di essere felice, per impossibilità di essere amato. 

Sicché questa sezione del romanzo, a partire dalla Prigioniera, è tutta incentrata sulla complessa personalità di Albertine, le sue inclinazioni sessuali, la rivelazione della sua amicizia lesbica con M.lle Vinteuil, la gelosia del Narratore, la prigionia, la fuga e la sua morte. Il nucleo narrativo ha il segno claustrofomane della tragedia: sul palcoscenico, per così dire, chiusi in un interno tipicamente classico, sono rappresentati un uomo e una donna, senza amore, senza esterni, soli. Ciò che sta fuori non si vede, ma s’immagina attraverso i gridi che giungono dalla strada (i cris de Paris) dei venditori ambulanti che creano un’aurea poetica, come fosse un intervallo tra due atti.

Sono proprio i gridi di Parigi che ci riportano ai riferimenti allusivi di cui si è detto in premessa. Essi sono, se n’è accennato, simili a enormi ponti che collegano verso approdi più sicuri il territorio incerto, aberrante e tenebroso de La Prigioniera (ma direi ciò vale per tutto quello sterminato continente che è la Recherche). Di queste impalcature, in una serie di passaggi rimasti celebri, si serve Proust utilizzando in sottofondo, quasi una colonna sonora al testo, il richiamo musicale, culinario, erotico e osceno dei gridi per raccontare (una volta tanto) la storia vissuta e sofferta dalla parte di Albertine, vittima di un carnefice stolto e crudele. Essi preparano e anticipano il senso di colpa del Narratore dopo la morte di lei. In un certo senso, è in questa quête (rispetto all’atmosfera di tutto il romanzo) che alberga uno dei temi allusivi più ricchi che ci regalano i gridi: il tema del doppio. La duplicità della natura umana, di Albertine in particolare, è una duplicità anche fisica, e lei, come Giano bifronte, offre una doppia immagine, appunto, specchio della sua bisessualità, giacché ci presenta la fronte che ci piace quando ci abbandona, quella che ci annoia quando è a nostra perpetua disposizione.

Il Narratore sceglie, per guardarla, quel lato, così bello, del suo viso che non si vede mai, quando, appena un attimo prima, aveva accennato alla lunarità dei suoi capelli. In altri momenti, lei si trasforma in Artemide, la dea cui era devoto Ippolito che, come Albertine, morirà a causa di un incidente equestre. Nel descrivere la duplicità del carattere e del vizio di lei, il Narratore si serve di un paragone offertogli dalla cronaca di quegli anni, quando a Parigi arriva il circo Barnum. Nella cosiddetta galleria di fenomeni, il circo annovera le sorelle siamesi: Radica (Rosita) e Dodica, indiane, attaccate dalla parte dell’addome. È qui che il Narratore trova l’equivalente della doppia personalità della fanciulla ricorrendo al doloroso repertorio del mostruoso, così come più avanti si riferirà a certe ghignanti caricature di Leonardo. Dunque, incombe su Albertine la maledizione di Gomorra e, come le due bambine indiane che moriranno, anche lei è condannata (a morte) dalla sua mostruosità.

Il fondamentale asse semantico del doppio è presente in tutta questa fase dell’ambigua duplicità, sessuale e psicologica, della fanciulla prigioniera quando indosserà una vestaglia dove sono disegnati due uccelli contrapposti; così quando si parlerà della duplicità dei colori delle opere di Vinteuil, un dualismo dei contrapposti inconsci, l’unità degli opposti, che raggiunge la sua epifania, nella filosofia proustiana, nella gloria raggiungibile col fallimento, l’immortalità ottenuta cedendo all’istinto di morte, il bene reso possibile dal male, la pietra di scarto che sarà scelta come pietra angolare. Si può comprendere a questo punto a quale alto livello di assimilazione sia arrivato l’autore con la sua opera. Il paradosso di Oscar Wilde ha ricevuto conferme, la letteratura anticipa sempre la vita, non la copia ma la modella ai suoi fini.

  

Ma per tornare ai gridi, è stato acutamente osservato quanto abbia inciso l’uso dell’argot per la ricchezza dei significati, per la metafora scatologica sottesa, nello svelare al lettore il loro chiarissimo doppio senso. Se da una parte essi provocano il disgusto del Narratore, dall’altra ottengono la mediazione di Albertine, la quale, per contro, ne è sedotta, sino a condurla a una specie di perversa eccitazione, se non di vero e proprio orgasmo verbale. Ma i desideri di Albertine, per quanto inducano al piacere anche il Narratore, sono stroncati sul nascere da lui medesimo, in un impeto neanche tanto velato di sado-masochismo. Se cioè il Narratore è per un verso colui che è stato orgogliosamente l’artefice dell’iniziazione di Albertine nell’arte del linguaggio, in quanto a sensualità e disinvoltura mondana, per contro egli è il castratore dei desideri che lui stesso ha risvegliato. Sta qui l’anticipazione di quel senso di colpa dopo la morte di lei che troveremo magistralmente incisa nella Albertine è scomparsa /(La fuggitiva).

Sembra quindi giusto sottolineare l’importanza dei gridi in questo passaggio, se consideriamo che, al tempo in cui fu scritta la Prigioniera, era molto famosa un’opera dal titolo La Louis, di Gustav Charpentier che, riprendendo i temi della Boheme, Proust prese a modello per narrare i desideri bisessuali di Albertine, e farne quello che oggi chiameremo un remake, da leggere però alla rovescia (trasformandolo alla maniera di uno dei tanti pastiche di cui è abbondante il romanzo). Louise lavora in una sartoria ed è amata da Julien, un artista, che la persuade a lasciare i genitori e andare a vivere da lui. Più tardi la giovane si lascia però convincere a tornare in famiglia a causa di una grave malattia del padre. Ma la nostalgia per la vita e l’amore è troppo grande e in tutti i momenti forti appaiono i cris de Paris che sono come la voce della città che invitano al coraggio di essere liberi e felici. Da leggere alla rovescia, si diceva: Albertine è la Louise che lascia la famiglia (M.me Bontemps) per cercare l’amore e si ritrova invece prigioniera del Narratore (l’anti-Julien) incapace di amare. Pertanto l’invito dei gridi alla felicità risulterà per Alberrtine un’illusione, quindi il fallimento e la morte.

Questa la molteplice chiave di lettura dei gridi dei venditori ambulanti, in ciò tutta la loro magia: la linea musicale che si rifà alle liriche amorose medievali, il canto gregoriano col quale si accompagnano, il folclore popolare insito, il ruolo giocato nel remake della Louise, il cui richiamo apre una finestra pietosa, come se si volesse sbirciare il lato umano della vita di Albertine, poi i doppi sensi, le oscenità, la sensualità, ma anche l’incubo e la nausea che essi provocano, per arrivare al suo opposto richiamo, alla tradizione, anch’essa sì popolare, di una gioia carnale, se non corporale, dagli echi anticlassicisti alla Rabelais.

La vita errante


Garance parla e ascolta

Tutto ebbe termine alla fine di quell’estate smorzata dalle calde tegole, dopo un lungo periodo nel quale ero solito mettermi in viaggio ogni sabato mattina insieme con Paul e sua moglie Paulette nei luoghi più disparati, non importava dove, purché si viaggiasse. Ci prefiggevamo una meta qualsiasi ed era sempre una scoperta. Uno dei posti preferiti, vuoi per la vicinanza, vuoi per il richiamo romantico, era Amsterdam e la campagna di Amsterdam. Quei viaggi mi proiettavano in una dimensione che prima vivevo solo nella mia immaginazione. 

Il verde luccicante delle colline pigramente declive, il rosso degli abbaini delle casette infiorate di gerani e rose, l’arredo dei villaggi contadini. Per il vero, tutto mi esaltava di quei posti. Come trovarsi

Fiori di fanciulle in fiore

improvvisamente e sorprendentemente al bivio del mondo. Un caleidoscopio di giovani colorati, gente proveniente da ogni parte, un concentrato giovanile della cultura del sacco a pelo con il mito dell’autostop, della musica rock e dell’acido lisergico. Masse di giovani che s’imbevevano di letture on the road e di cinema alla easy reader o alla zabrinsky point. Era come se una generazione facesse segnali servendosi di un faro. La meta era l’India, Kerouac il modello. L’esaltazione era al culmine e faceva lievitare tutto ciò che circondava lo sguardo. Era quello il tempo in cui le piazze europee si assomigliavano un po’ tutte: la mattina o il pomeriggio, a Trafalgar Square come in piazza Dam, alla Grand Place come alla Place de la Concorde o in Piazza di Spagna ragazzi e ragazze provenienti da ogni dove amavano incontrarsi: una promiscuità interclassista che parificava piccolo borghesi elegantissimi a sottoproletari suburbani e a borghesi figli dei fiori; tracce fosforescenti di vesti trasandate, zatteroni e gonne lunghe e lucidissime grassone dalla pelle burro latte con indosso sottanoni rimpannucciati rosa shockinge sandali infradito alla Joan Baez a spasso insieme a splendidi esemplari del genere femminile asiatico dal sedere simbolico, e un lembo di gonna mozzafiato. 

Era come se l’universo fosse esploso e mandasse lucenti segnali. Anche i maschi si radunavano, meglio se provvisti di moto, nuovo feticcio della neo dipendenza consumistica, il torso nudo imbacuccato nei giubbotti di pelle nera. Una generazione che marciava spesso a piedi o con mezzi di fortuna e per proprio piacere come meglio credeva in qualsiasi parte del globo. Da soli o in tribù a Milano, e il giorno dopo a Boulogne sur Mer o in qualsiasi altra città distante centinaia e centinaia di chilometri. Nei concerti di notte o nelle piazze di giorno popolo colorato dell’azzurrino del fumo e con l’utopia di un El Dorado da raggiungere. L’infinito passo del tempo e il desiderio di una felicità sconosciuta.

Van Gogh, mietitore

Con l’arrivo delle prime piogge, i viaggi di quei fine settimana cessarono, e fu allora che tutto ebbe inizio. 

Dove tu sei è casa


È stato giorno di festa per Neoneli il 25 di settembre. Giorno di festa per i Tenores, così li conosciamo con i loro nomi: Ivo Marras, Nicola Loi, Beppe Loisu Piras, Tonino Cau. Trentacinque anni è un cammino di mezza vita che si onora con riconoscimenti e giusta fama e applausi, ma non bastano a spiegare con povere parole la loro arte che riproduce il sole nel momento che nasce e sa ripetere un giorno d’estate, in fondo tutto ciò che serve a un umile servo.

Dunque, sono andato a stringere loro la mano perché volevo sentire il respiro della pietra. No, non sono andato a Neoneli solo per ascoltare il loro canto poetico, che richiama l’aurea ancestrale di novelle deleddiane, di un’infanzia prenatale; non perché c’è una montagna che reclama il mio nome, né per fuggire dai demoni che bussano alla mia porta. Perché non è solo canto e boghes lontanas, è dura trachite e carne e sangue. Mi è venuto di andarci perché c’è un azzurro che sorprende nel cielo o nell’intrico di rupi e selve, sono un tessuto di voci, dicerie e leggende che si aggrappano come brune Andromede a tonneri e giare.

Sì, questi Tenores sono fatti come noi della nostra stessa materia. Il moderno respira come l’antico aveva respirato, racconta come lui aveva raccontato. Teniamo a mente i loro nomi, perché essi saranno le nostre pietre, quelle che oggi contano i nostri passi, e domani e dopo ancora terranno all’altro capo i fili tesi da nuove parole antiche.

Neoneli era l’inizio della terra, questa casa solitaria, quasi timida, che sa d’altri tempi, che nasconde a ogni sguardo qualche imperituro segreto di gioia e disincanto.