Barche controcorrente


Quando sentiamo parlare di Sogno Americano pensiamo di riferirci a quel particolare sentimento che nasce nell’animo di ogni Yenkee, e che li rende tanto orgogliosi, ossia l’opportunità per ciascuno, qualsiasi siano le condizioni di partenza, di nascita o condizione sociale, di agguantare qualsiasi traguardo e una buona reputazione nella società, purché lo si voglia fortissimamente. 

Un’idea figlia della cultura americana che affonda le proprie radici nelle novelle fine Ottocento di Horatio Alger che favoleggiavano per ciascuno un ideale speranzoso, di sicurezza, di prosperità e benessere ottenuti con il duro lavoro e il sacrificio, valori di cui erano portatrici le classi emergenti dei primi coloni del Nuovo Mondo.  

In un certo senso, è vero che Il Grande Gatsby è il romanzo del Sogno Americano, ma qui Fitzgerald ne dà una lettura tragica, svelandone il significato mistificante. Il lato oscuro dell’American Dream. In realtà si rileva l’aspetto angosciante, alienato di un mito borghese (o tardo-borghese), la sua base è la nevrosi ossessiva del successo, cioè a dire il conseguimento della ricchezza come misura del successo. E dunque della felicità, secondo il paradigma borghese.

In effetti, Fitzgerald mette in scena la fine di un’illusione. Il Grande Gatsby è la rappresentazione della fine di un mito, l’allegoria della morte di un Sogno. Gatsby proviene dai ceti inferiori della società, è figlio di poveri contadini, anche se lo nega, e lo nega per nascondere le sue origini di classe. Sa che potrebbe essere respinto dalle classi alte, cui pure è stato accolto solo per via della ricchezza accumulata, forse anche con affari poco leciti, e che gli valgono incerta fama. Nelle sue lussuose feste che egli stesso organizza per guadagnarsi una reputazione nessuno comunica. Egli stesso non vi partecipa, non gli piacciono. È tremendamente solo. Tutto ciò che egli fa e tutto ciò che avviene nella sua casa è per il solo scopo d’incontrare Daisy, la sua vecchia fiamma. Il lusso che ostenta non può appagarlo, neanche col denaro riuscirà a realizzare il sogno di una vita felice con la ricchissima Daisy. Qui il tema della solitudine, del cinismo, dell’indifferenza – sono temi che interrogano tutta la cultura occidentale per molto tempo, anche oltreoceano, già a partire da quegli anni, e di cui troveremo echi in altre opere di autori, scrittori, registi. La solitudine dunque come sintomo di un disagio più profondo, avvertito da una classe sociale che si sente inadeguata in un mondo inadeguato. Non vede prospettive di futuro, destinata alla sconfitta, cede alla tragedia. 

C’è un’altra ragione più soggettiva, dove il personaggio di Gatsby esprime uno stato d’angoscia ben chiaro, storicizzato e razionale nell’autore, che arrivato a un certo stadio della sua vita è cosciente del disagio cui è giunta la sua esistenza. Un malessere che pervade la sua generazione, di quelli che hanno fallito abbagliati dal mito, o di quelli che coscienti in fondo del mondo irreale e illusorio hanno dovuto o voluto scalare per raggiungerlo e sbatterci contro. Sicché, inadeguati, non sono stati in grado di arrivare alla meta, né di coronare un sogno. Come Gatsy è intriso del senso della colpa e del fallimento e del peccato, così Fitzgerald fa propria tutta la degenerazione e la debolezza umana. 

Le righe finali, magistrale lirica consacrata al vecchio mondo quanto sconosciuto quanto non compreso, sono un epitaffio: così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.

 

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Proust, questione di sguardi


E così son giunto alla fine di questo lungo viaggio. La lettura di  Alla ricerca del tempo perduto, è stata un viaggio per davvero. Interminabile e tortuoso, a volte accidentato, punteggiato da meravigliosi e incomparabili panorami narrativi, spesso illuminato da segnali che aprono la strada a imprevedibili scenari. Un romanzo bellissimo, commovente, ma folle, a volte faticoso, incredibilmente seducente, mostruosamente contorto, anche se in verità non saprei definirlo con precisione. Certo, inquietante. Ecco, inquietante è forse l’aggettivo secondo me che più lo qualifica. Cosa c’è di più inquietante di un’opera che consuma il suo autore, lo annienta, lo fagocita sino all’ultimo dei suoi giorni? Un’opera che a tratti ne anticipa il destino e che, unico caso, credo, in natura, ha visto applicarsi in concreto il paradosso di Oscar Wilde secondo cui è la vita che imita l’arte e non viceversa. 

 

Questione di sguardi. Sguardi, i miei, d’inquietudine, e le sue parole una sorta di lente d’ingrandimento di cui egli ci ha munito per leggere dentro noi stessi. Leggere dentro se stessi: cosa si scopre di così inquietante, infine? E vorrei dire, se Proust fosse vivo, che sì quelle parole che ho letto, quelle che egli ha scritto hanno raffigurato meglio istanti come tante istantanee della mia vita. In senso generale, più profondo. Intendiamoci. 

In fondo, che dire se non la verità: non credevo, lette le prime venti pagine, di giungere alla ventunesima, ma che arrivato d’un fiato alla centesima mi sono accorto di avere tra le mani un testo che trascendeva quanto avessi mai letto finora. Inquietante perché si riproduceva in me lo stesso meccanismo che fa dire a tanti, ecco questi fatti, seppure nuovi, sembrano già avvenuti in un tempo più o meno remoto, stesse le percezioni. Quelle felici impressioni che avevano in comune il fatto di provarle tanto nel momento attuale quanto nel momento lontano. Esse suscitavano in me non soltanto il duplicato di una percezione, ma la percezione stessa. Se il ricordo, grazie all’oblio, ha mantenuto le sue distanze fra sé e l’istante presente, e di colpo ci fa respirare un’aria nuova è per la precisa ragione che è un’aria respirata in altri tempi.

 

Questo sentimento d’inquietudine, tuttavia, è cresciuto riga dopo riga, celandosi, nella prima fase della lettura, sotto il velo dell’emozione. Viene la pelle d’oca a pensarci, mentre leggo l’eccitazione del Narratore fanciullo alla vista dei biancospini nel periodo di Combray. L’atmosfera che riesce a creare in quelle pagine fa rinascere il ricordo della mia infanzia trascorsa nei cortili polverosi dietro la via Deffenu a Nuoro; quello della campagna in fiore, la stessa che in primavera accoglieva i giochi ingenui di noi bambini. Ma di episodi così, tanti ne vengono in mente. Come quel particolare, inconfondibile profumo d’acqua di colonia sulla pelle di lei che si materializza improvvisamente nelle mie narici ed evoca i pomeriggi di aprile sul molo di Amalfi, quasi una visione retrospettiva e immaginifica della Balbec proustiana. Così pure le giornate sulla spiaggia di Positano, le notti della luna ridente della sua costa, come se la lanterna magica di Combray proiettasse da dentro la pagina che vado leggendo queste stesse immagini sulla mia parete. E di colpo sono io il narratore.

Un narratore incontra emozioni che colgono di sorpresa, quelle che prendono, lungo strada, forme diverse, scrittura lontana, ma bellissima, e questo martellare ossessivo della parola tempo, e della parola ricordo si è fatto vivo nella mia mente, sicché il tempo si è proprio consumato. Tanto da temere di non riuscire a terminare di leggere un romanzo infinito, che sfidava il tempo della lettura. Che aveva avuto, prima, il tempo della scrittura, quello della sua vita oziosa e perduta di tutti i giorni nel gran mondo del faubourg St.Germain, meschina o nobile, che scorre via e si perde per sempre.

 

 

Questione di sguardi. Quelli che accrescono la mia inquietudine, oggi nell’epoca in cui tutti sembrano vivere nel tentativo, ahimè vano, di respingere i flutti del tempo. E non è necessario frequentare il bel mondo di Proust per incontrare un volto ringiovanito e rifatto che pare aggiungersi a quello di un vecchio o di una vecchia ottuagenaria. Ne abbiamo esempi a grappoli.  

A quanti è capitato di ritrovarsi poi a un convegno di amici o di gente che avevamo frequentato e che non vedevamo da lungo tempo? Capita qualche volta, soprattutto quando si raggiunge, diciamo così, una certa età.  In queste occasioni pare far breccia in noi, a volte, un retro pensiero che riponiamo nell’angolo più remoto della nostra memoria, quando a quel volto ingiallito dell’amico o del conoscente, (per non parlare di coloro per i quali il tempo viaggia come un treno espresso che porta una prematura senescenza), sovrapponiamo una maschera di gesso applicata dalla vecchiaia. A posteriori, ragionandoci, grazie all’intelligenza (come direbbe Proust), non ci meraviglia questo prodigio, frutto del contrasto tra la fissità del ricordo e l’alterazione fisica degli individui.

A volte basta l’intonazione del timbro di una voce amica o conosciuta che sapevamo squillante, e che oggi, resa sferragliante dalla dentiera, ci mostra, in tutta evidenza, l’evoluzione geologica di un volto.

 

È il tempo dunque che parla, attraverso gli altri, anche per me. Il tempo inafferrabile e incolore che, mentre plasma come un capolavoro la fanciulla di cui facciamo conoscenza in treno o a un’assemblea, parallelamente su di me non fa ahimè che il suo lavoro. Per darne un’idea egli ci descrive i caratteri dei suoi personaggi come dovrebbe fare ogni scrittore che ne fa apparire le opposte facce per mostrarne il volume e offrendoci la loro molteplice complessità multidimensionale. Per questo motivo è una questione di sguardi. L’abitudine, come la intende Proust, ci porta a considerare noi stessi una sola persona in tutte le epoche della nostra vita, come se la nostra identità, quella che ci attribuiamo, presupponga l’esistenza di un elemento fisso, un io immutabile e durevole. In realtà, ci dice Proust, essa non è che l’eco, solo un’eco, delle nostre passate percezioni in quelle presenti. Per usare un’immagine del Narratore, se dovessimo incontrare oggi il nostro io di qualche tempo fa, diciamo di trent’anni fa, ossia la persona che siamo stata, volteremmo le spalle a noi stessi come a certuni cui siamo stati legati, ma che non vediamo da tanto tempo. 

 

E allora, dove va il tempo? È vero che il tempo fugge verso l’annullamento di ogni cosa, verso la morte? Non mi sono mai posto questa domanda, finché ho incontrato Gilberte e Odette, Swann e i variopinti personaggi del gran mondo, ho fatto visita alla nonna adorata, ho parlato con la madre castratrice del Narratore (il padre quasi mai nominato e il fratello inesistente), ho ammirato coi suoi occhi le cattedrali e sofferto d’amore e d’inquisizione gelosa per l’ambigua Albertine. È lui che parla, è il Narratore, ma sei tu che soffri e sei senza parole e, come un bambino, senza difese. Ti senti piccolo piccolo, come quando pieno di spocchia credi che una così sofferta, infelice e penosa, profonda esperienza, il cui confine con l’invenzione narrativa è così labile, possa, seppur da lontano, immiserirsi se identificata con la tua pressoché inesistente e misera avventura letteraria, tanto ti sei immedesimato nella sua opera. È il Narratore stesso a fartelo credere. È lui stesso che traccia il solco nel quale ti sei incautamente incamminato, quando usa le parole dell’Ecclesiaste: tutto è vanità sotto il sole. Come dire, tutto è misurato dagli anni, trascinato via dalla velocità del tempo, tutto quanto in te ti esorta a uscire dal tempo e aspirare all’eternità. Il senso del limite umano o, se volete, della miseria umana. 

Sicché, senza volerlo, mi sono trovato come proiettato in una dimensione di decifrazione interiore che non avrei pensato di compiere, questo è certo. Scrivere, si dice, è (anche) un atto terapeutico, e lo è stato anche per Proust, anche se la parola inconscio era quasi sconosciuta ai suoi tempi, e la sua biografia non cita Freud. Eppure quando si dice che scrivere è come un urlo, è proprio ciò che s’intende. Letteralmente e letterariamente. 

 

La creazione artistica, egli ci dice, è quell’opera di decrittazione di segni sconosciuti che è dato a ciascuno di noi come l’unico vero libro da scrivere. È una questione di sguardi. Che sia veramente così? Quale traccia lasciamo quando non ci saremo più? Dunque è la letteratura, la vocazione letteraria, la vera vita? Non è forse con la scrittura che restituiamo a noi stessi e agli altri tutto il passato della nostra vita, la salviamo dall’oblio inesorabile? Se è un’idea di salvazione, di restituzione di sé, di pacificazione col mondo quella che fa ritrovare il tempo perduto, allora perché non pensare quanto veramente ci si è avvicinati, senza volerlo, a questo concetto? 

 

È questo il punto che sovrasta ogni altra questione. Cosicché il mio sguardo si volge al giorno in cui lei partì per l’ultimo viaggio e la salutai con un biglietto di addio che conservò nel taschino della sua giacca. Le lasciai un filo della mia memoria perché lo portasse sempre con sé e lo srotolasse lungo il suo inconosciuto cammino. Poi mi volto verso il paesaggio del mio primo romanzo che intitolai Le strade perdute, storia di due vite parallele che si credono perdute e che s’incrociano nel tempo. L’esergo che lo accompagnò era tratto da Il paradiso perduto di John Milton, gli angeli puri che per la loro vita disobbediente perdono il loro paradiso e sono condannati al fango della terra. Ora guardo le mie mani che sono come le ultime righe che ho scritto, uno sguardo che pochi conoscono, e che rimandano al tempo ciclico della vita e all’unità dell’uomo con la terra e il suo universo, per cui in realtà tutto è distrutto e tutto si perde, ma tutto si rinnova, trasformandosi. Così anche la vita.

Parafrasando e traducendo il Narratore: ciò che accade oggi è già accaduto tante volte. Se nello spazio curvo le rette divergenti convergono, nel tempo circolare tutto muore, ma tutto laicamente risorge. Cosicché posso far mie le parole e il suggerimento riguardo all’attitudine da tenere di fronte a questo capolavoro: sopportarlo come una fatica, accettarlo come una regola, costruirlo come una chiesa, seguirlo come un regime, vincerlo come un ostacolo, conquistarlo come un’amicizia, sovralimentato come un bambino, crearlo come un mondo, senza trascurare quei misteri che non hanno probabilmente spiegazione se non in altri mondi e il cui presentimento è quanto più ci commuove nella vita come nell’arte.

Perdersi e ritrovarsi con Proust


Albertine scomparsa (Alla ricerca del tempo perduto

Un’esperienza al di fuori del comunemente letto, un atto di decifrazione interiore, tento di scendere dalla torre del mio ombelico e così, anche solo per gioco, riprendo a leggere dove avevo terminato La Prigioniera e parto con Albertine scomparsa, il secondo volume della Recherche a essere pubblicato postumo.

 Non si può non essere coinvolti, è come trovarsi inaspettatamente inabissati, strato dopo strato, in un territorio che non è quello della pagina scritta che hai sotto gli occhi. Albertine, il grande amore che il Narratore non ha mai saputo amare travolto dall’inquisizione gelosa e dalla gelosia stessa, se n’è andata. È morta come Ippolito nella tragedia di Racine, caduta da cavallo, nei pressi del fiume Vivonne, ossia in una situazione anfibia. 

Albertine, incontrata sulla spiaggia di Balbec, è vista come immagine marina, sfuggente come un pesce, metà brava ragazza, metà creatura del vizio, associata alle acque di Venezia per mezzo del mantello di Fortuny, regalo del Narratore il cui disegno di una sirena riproduce un particolare del quadro del Carpaccio. La sirena, simbolo del desiderio e del fascino ingannevole che porta alla delusione e alla rovina, rappresentazione della doppia personalità e dell’ambiguità sessuale.

Per non amarla più il Narratore deve dimenticarla. C’è come una geometria dello spazio, ma c’è pure una psicologia nel tempo, nella forma dell’oblio, in contraddizione costante con la realtà, strumento stesso di adattamento della realtà così potente che distrugge poco alla volta la sopravvivenza del passato. È il passato che porta a dimenticare e ad attenuare le sofferenze.

Insieme col Narratore discendo negli inferi del suo senso di colpa e della sofferenza, il dolore si trasforma in oblio: come un’intermittenza del cuore può scemare rapidamente per risalire di colpo (come nel caso della morte della nonna), può anche manifestarsi in modo lineare (come nel caso di Albertine). È in quest’universo, dell’infinitamente piccolo dell’interiorità individuale che si combatte la guerra del senso di colpa e del senso del perdono, una battaglia invisibile svelata dai rimandi meta artistico letterari. 

Perché il Narratore ama Albertine negando, nella convinzione che ella detesti chi la insegue e ami chi la respinga. Dietro Albertine/Ippolito (nel Mito e nella Fedra di Racine) non si possono non intravedere i tanti Agostinelli amati da Proust, sicché egli per conservare la loro amicizia e il loro affetto deve negare il sentimento amoroso.

Ciò che oggi accade, si è già verificato tante volte nei secoli passati. Albertine, la nonna, Swann sono morti. Tutti scomparsi. Così come sono morti i modelli reali che sono serviti a Proust per costruire i suoi personaggi immaginari: Alfred Agostinelli, suo segretario e amante, è morto in un incidente aereo, la madre adorata e castratrice che annulla la libertà di chi l’adora, e pretende grosse privazioni regressive, Charles Haas (principale modello di Swann) muore lo stesso giorno in cui viene giù il campanile di San Marco. Tutti, uomini e cose, inghiottiti nel Tempo Perduto.

Compiamo dunque quest’itinerario di purificazione ed espiazione del senso di colpa, lui che da vittima dei tradimenti, delle menzogne e della bisessualità di Albertine si rende conto di esserne il carnefice, attore di un doppio assassinio: quello dell’amata e della nonna (per quel dolore che ha scoperto dentro di sé a distanza di alcuni anni dalla sua morte). Come riconciliarsi con la realtà e con la propria storia, se non attraverso un atto di purificazione che cancelli il peccato e instauri il trionfo del perdono? E dove se non in virtù di quel processo di memoria involontaria che svelerà il significato della vita e il valore assoluto dell’arte? La tappa decisiva è una visita con la madre a Venezia nel Battistero di San Marco che distruggerà il senso di colpa. Giovanni battezza il Cristo immerso nelle acque del Giordano, una colomba dello spirito santo, gli angeli che hanno le mani coperte dalle vesti in segno di rispetto e venerazione e che sembrano uno scialle sul corpo nudo di Gesù. Gesto che, durante la visione dell’opera, la madre compie nei suoi confronti: getta sulle sue spalle uno scialle per ripararlo dal freddo glaciale della basilica. 

Un moto di commozione mi trova esposto. Senza volerlo. Partecipe di un atto liberatorio, come se mi riguardasse. E l’emozione s’eleva quando traduco quei gesti che dalla pagina scritta diventano immagine, un’esperienza immaginativa straordinaria. L’enigma si scioglie. Il battistero di Venezia distrugge il senso di colpa. Il ministro di questo sacramento è la madre del Narratore, la vittima che perdona e che riscalda con uno scialle, affettuosamente, le spalle gelate del figlio. Senza quest’episodio e senza la resurrezione della memoria e la redenzione nella vocazione artistica, il tempo non potrebbe essere ritrovato. 

La visita al Battistero è la metafora cristiana di ciò che per la psicanalisi è il punto critico di riconciliazione tra il mondo interiore e il mondo esterno. Sicché non può esserci battesimo senza immersione nelle acque, e Venezia è adeguata immagine. Venezia è la città dell’inconscio del Narratore, è l’utero della madre che impedisce al figlio una maturazione affettiva, ponendosi in alternativa a una relazione eterosessuale. È il momento della resa di fronte all’ingombrante transfert materno. Il Narratore non può che trovare rifugio nella casa di cura. Ognuno di noi s’affanna invano per celare i propri vizi e smascherare quelli altrui, ma è una fatica sciocca, perché il contrasto tra normalità e diversità è solo apparente e ingannevole. 

 

Il nome del romanzo


Non so mai riconoscere a che punto sono del mio lavoro. Premetto che il mio lavoro non è un lavoro vero, nel senso proprio del termine. Per definizione chi esercita la professione di autore, ossia chi crea col proprio ingegno, un’opera letteraria, artistica o scientifica ricava, grazie a questa attività, quanto occorre al proprio sostentamento. Infatti, non rientrando in questa categoria di autori, mi accontento, io che sono omo sanza lettere, di essere iscritto tra quelli che esercitano per passione. Non lo dico per carpire una facile benevolenza, è per dire le cose come stanno. Ciò chiarito nella forma, resta il contenuto. Avendo scritto e pubblicato (non a pagamento) un paio di romanzi, capita a volte che qualcuno chieda come sarà il prossimo. Richiesta legittima, beninteso, ma posto di fronte a questa domanda, confesso, ho sempre un’incertezza per la risposta impegnativa che ne dovrà seguire.

In realtà il lavoro dello scrivere (e qui, sempre per capirci, intendo scrivere di letteratura, lasciamo perdere se buona o cattiva), è un’attività

teatro marionette Liegi

interno teatro marionette liegi

 complessa che impegna, oltre al tempo, i muscoli e il cervello. E impegnando il cervello, non soltanto nella fase dell’elaborazione creativa, non puoi pensare di arrivarci per opera di manitù. Per scrivere un testo letterario, un racconto breve o lungo o un romanzo, oltre che richiedere tecnica, (come dire: i fondamentali), c’è bisogno di quella particolare alchimia tra forma e contenuto a cui ci si approssima soltanto a certe condizioni: le tue esperienze di vita che sono anche, e non soltanto, le tue letture; la tua capacità di introspezione e di evocazione, e con esse la tua apertura mentale; la tua vitalità immaginativa; la comprensione delle molle narrative; una certa sensibilità per i registri, i ritmi, le sfumature di significato e di linguaggio.

Ora, tutto questo non ha niente a che vedere con l’atto materiale del prendere una penna in mano o pestare sulla tastiera e fare belle lettere. Quando si scrive un racconto di dieci righe o un romanzo di mille pagine si fanno un mucchio di altre cose diverse che scrivere; apparentemente non c’entrano nulla, in realtà ti accorgi che quella cosa che ti è capitata e che è l’avventura della tua vita la puoi usare, immagazzinarla, manipolarla a tuo piacimento e trasformarla in un’esperienza narrativa.

Francoise Allary

Operazione complessa, niente da dire. Ma è quando compri un chilo di mele al mercato, quando appendi un quadro o ripari un rubinetto che porti a casa i migliori risultati. Scrivere è esercizio dello sguardo, scoprire nuovi mondi, si è in fondo un po’ guardoni e un po’ pettegoli.

Ecco perché non so mai di preciso a che punto sono. Prendete il romanzo al quale lavoro. Chiusa la quarta stesura e consegnato il romanzo per un’eventuale manutenzione, mi sono chiesto: è una storia? Ma andiamo con ordine. Il romanzo inizia con una certezza o l’illusione (l’abbaglio, l’inganno) di una certezza: un uomo è stato colpito a morte e giace cadavere in piscina mentre contempla la sua propria vita. Poi arriva un dubbio, messo apposta, che rimarrà sospeso per tutto il romanzo, giacché gli istanti del suo trapasso sono la rievocazione inconscia di un incubo, forse la sua vita, ed è qui che il protagonista fa una scoperta apparentemente banale, ma che per uno che sa di dover morire (e che certamente morirà) è sconcertante: la vita è un mattino che si ripete tutti i giorni. Ora, se questa è la premessa, uno dei problemi che prima o poi dovrò affrontare sarà quello del nome da dare al romanzo. E, come i nomi dei principali personaggi, nulla è frutto del caso. Il suono musicale o il ritmo delle sillabe, per quanto mi riguarda, non è quello che può accendere l’immaginazione, né la sua struttura fonetica, composta di vocali e consonanti che giocano fra loro per catturare l’attenzione del lettore.ingresso teatro

Direi che l’immaginazione si accenderà quando quelle sillabe o quelle lettere evocheranno una determinata dimensione temporale o spaziale. Il fascino del nome è fatto dunque di conoscenza, richiama a sé la patina del tempo fissando un’immagine nel foglio, come uno scavo stratigrafico. Ma arrivati fin qui, non mi sembra di aver compiuto passi avanti. Mi viene il dubbio di aver scritto l’incipit di una storia intitolata fine.

Ancora Proust e la Prigioniera


Sono note le suggestioni meta letterarie della Recherche, così come le citazioni e i riferimenti di cui spesso si è detto in altre occasioni. Si è pure accennato al fatto che spesso nella Prigioniera esse acquistano un particolare significato, più di quanto non accada in altre parti del romanzo. A un certo punto, per esempio, Albertine paragona il Narratore al re persiano Assuero, personaggio di un dramma raciniano, Esther, tanto caro a Proust. Assuero sceglie Ester come regina, non sapendo della sua origine ebrea e, quando su istigazione del perfido ministro Aman, ordina lo sterminio del popolo ebraico, si compie la tragedia. Ester confesserà l’appartenenza alla razza maledetta, consapevole che ciò potrebbe suscitare la rabbia omicida del suo sposo. Assuero però ama Ester, la perdona, e dunque le risparmia la vita. Come Ester, Albertine sarà sollecitata dal Narratore a confessare la propria appartenenza all’altra razza maledetta. La differenza con il personaggio raciniano è che Assuero ama veramente la sua sposa nonostante la legge crudele, mentre il Narratore, non solo è incapace di amare, ma è inesorabile, avendo egli un atteggiamento di ottuso disprezzo per gli abitanti di Gomorra, rendendo impossibile la confessione e determinandone di conseguenza la condanna a morte.

Si è pure detto che La Prigioniera è il racconto del grande amore del Narratore per Albertine, di come la giovane sia diventata sua schiava (schiava d’amore), ma di una schiavitù che è sofferenza, dolore, come può esserlo per lui, appunto, l’amore, cioè inquisizione gelosa, inquieto bisogno di tirannia che raddoppia il sentimento. È così che nell’amore si fondono emozione, paura di perdere la fanciulla e incertezza di ritrovarla. E lei, che amiamo, non ne è oggetto d’amore che in minima parte.

L’idea di partenza è questa ed è indicata in uno dei suoi carnet: Proust la esplicita.

La fanciulla sarà rovinata, io la manterrò, ma senza cercare di possederla, per incapacità di essere felice, per impossibilità di essere amato. 

Sicché questa sezione del romanzo, a partire dalla Prigioniera, è tutta incentrata sulla complessa personalità di Albertine, le sue inclinazioni sessuali, la rivelazione della sua amicizia lesbica con M.lle Vinteuil, la gelosia del Narratore, la prigionia, la fuga e la sua morte. Il nucleo narrativo ha il segno claustrofomane della tragedia: sul palcoscenico, per così dire, chiusi in un interno tipicamente classico, sono rappresentati un uomo e una donna, senza amore, senza esterni, soli. Ciò che sta fuori non si vede, ma s’immagina attraverso i gridi che giungono dalla strada (i cris de Paris) dei venditori ambulanti che creano un’aurea poetica, come fosse un intervallo tra due atti.

Sono proprio i gridi di Parigi che ci riportano ai riferimenti allusivi di cui si è detto in premessa. Essi sono, se n’è accennato, simili a enormi ponti che collegano verso approdi più sicuri il territorio incerto, aberrante e tenebroso de La Prigioniera (ma direi ciò vale per tutto quello sterminato continente che è la Recherche). Di queste impalcature, in una serie di passaggi rimasti celebri, si serve Proust utilizzando in sottofondo, quasi una colonna sonora al testo, il richiamo musicale, culinario, erotico e osceno dei gridi per raccontare (una volta tanto) la storia vissuta e sofferta dalla parte di Albertine, vittima di un carnefice stolto e crudele. Essi preparano e anticipano il senso di colpa del Narratore dopo la morte di lei. In un certo senso, è in questa quête (rispetto all’atmosfera di tutto il romanzo) che alberga uno dei temi allusivi più ricchi che ci regalano i gridi: il tema del doppio. La duplicità della natura umana, di Albertine in particolare, è una duplicità anche fisica, e lei, come Giano bifronte, offre una doppia immagine, appunto, specchio della sua bisessualità, giacché ci presenta la fronte che ci piace quando ci abbandona, quella che ci annoia quando è a nostra perpetua disposizione.

Il Narratore sceglie, per guardarla, quel lato, così bello, del suo viso che non si vede mai, quando, appena un attimo prima, aveva accennato alla lunarità dei suoi capelli. In altri momenti, lei si trasforma in Artemide, la dea cui era devoto Ippolito che, come Albertine, morirà a causa di un incidente equestre. Nel descrivere la duplicità del carattere e del vizio di lei, il Narratore si serve di un paragone offertogli dalla cronaca di quegli anni, quando a Parigi arriva il circo Barnum. Nella cosiddetta galleria di fenomeni, il circo annovera le sorelle siamesi: Radica (Rosita) e Dodica, indiane, attaccate dalla parte dell’addome. È qui che il Narratore trova l’equivalente della doppia personalità della fanciulla ricorrendo al doloroso repertorio del mostruoso, così come più avanti si riferirà a certe ghignanti caricature di Leonardo. Dunque, incombe su Albertine la maledizione di Gomorra e, come le due bambine indiane che moriranno, anche lei è condannata (a morte) dalla sua mostruosità.

Il fondamentale asse semantico del doppio è presente in tutta questa fase dell’ambigua duplicità, sessuale e psicologica, della fanciulla prigioniera quando indosserà una vestaglia dove sono disegnati due uccelli contrapposti; così quando si parlerà della duplicità dei colori delle opere di Vinteuil, un dualismo dei contrapposti inconsci, l’unità degli opposti, che raggiunge la sua epifania, nella filosofia proustiana, nella gloria raggiungibile col fallimento, l’immortalità ottenuta cedendo all’istinto di morte, il bene reso possibile dal male, la pietra di scarto che sarà scelta come pietra angolare. Si può comprendere a questo punto a quale alto livello di assimilazione sia arrivato l’autore con la sua opera. Il paradosso di Oscar Wilde ha ricevuto conferme, la letteratura anticipa sempre la vita, non la copia ma la modella ai suoi fini.

  

Ma per tornare ai gridi, è stato acutamente osservato quanto abbia inciso l’uso dell’argot per la ricchezza dei significati, per la metafora scatologica sottesa, nello svelare al lettore il loro chiarissimo doppio senso. Se da una parte essi provocano il disgusto del Narratore, dall’altra ottengono la mediazione di Albertine, la quale, per contro, ne è sedotta, sino a condurla a una specie di perversa eccitazione, se non di vero e proprio orgasmo verbale. Ma i desideri di Albertine, per quanto inducano al piacere anche il Narratore, sono stroncati sul nascere da lui medesimo, in un impeto neanche tanto velato di sado-masochismo. Se cioè il Narratore è per un verso colui che è stato orgogliosamente l’artefice dell’iniziazione di Albertine nell’arte del linguaggio, in quanto a sensualità e disinvoltura mondana, per contro egli è il castratore dei desideri che lui stesso ha risvegliato. Sta qui l’anticipazione di quel senso di colpa dopo la morte di lei che troveremo magistralmente incisa nella Albertine è scomparsa /(La fuggitiva).

Sembra quindi giusto sottolineare l’importanza dei gridi in questo passaggio, se consideriamo che, al tempo in cui fu scritta la Prigioniera, era molto famosa un’opera dal titolo La Louis, di Gustav Charpentier che, riprendendo i temi della Boheme, Proust prese a modello per narrare i desideri bisessuali di Albertine, e farne quello che oggi chiameremo un remake, da leggere però alla rovescia (trasformandolo alla maniera di uno dei tanti pastiche di cui è abbondante il romanzo). Louise lavora in una sartoria ed è amata da Julien, un artista, che la persuade a lasciare i genitori e andare a vivere da lui. Più tardi la giovane si lascia però convincere a tornare in famiglia a causa di una grave malattia del padre. Ma la nostalgia per la vita e l’amore è troppo grande e in tutti i momenti forti appaiono i cris de Paris che sono come la voce della città che invitano al coraggio di essere liberi e felici. Da leggere alla rovescia, si diceva: Albertine è la Louise che lascia la famiglia (M.me Bontemps) per cercare l’amore e si ritrova invece prigioniera del Narratore (l’anti-Julien) incapace di amare. Pertanto l’invito dei gridi alla felicità risulterà per Alberrtine un’illusione, quindi il fallimento e la morte.

Questa la molteplice chiave di lettura dei gridi dei venditori ambulanti, in ciò tutta la loro magia: la linea musicale che si rifà alle liriche amorose medievali, il canto gregoriano col quale si accompagnano, il folclore popolare insito, il ruolo giocato nel remake della Louise, il cui richiamo apre una finestra pietosa, come se si volesse sbirciare il lato umano della vita di Albertine, poi i doppi sensi, le oscenità, la sensualità, ma anche l’incubo e la nausea che essi provocano, per arrivare al suo opposto richiamo, alla tradizione, anch’essa sì popolare, di una gioia carnale, se non corporale, dagli echi anticlassicisti alla Rabelais.

Appuntamento con Proust


L’appuntamento con Proust è oramai come una di quelle visite che il Narratore compie d’abitudine a casa della zia Léonie malata, e della quale infine egli ne descrive la morte.

Scrive Proust nel volume Dalla parte di Swann:

…giacchè alla fine era morta, decretando il trionfo sia di coloro che pretendevano che il suo regime debilitante avrebbe finito con l’ucciderla, sia degli altri che avevano sempre sostenuto che soffriva di una malattia non immaginaria ma organica, alla cui evidenza gli scettici sarebbero ben stati costretti ad arrendersi quando lei ne fosse stata sopraffatta.

 

Sembra il preannuncio della sua propria morte, il cui seguito avvenne giusto nel modo sopra descritto. A parte la stupefacente preveggenza, come volta a volta se ne trova lungo tutto il percorso della Recherche, il contatto con il libro, la lettura della sua opera sono come andare ad assistere il malato che si lamenta di ogni sorta di malattie, e al quale fai fatica a dar credito, finché qualcuno – spesso i curatori, i decifratori, diremmo: coloro che l’hanno avuta in cura (l’opera), ci informa che egli ha studiato su di sé le sofferenze dei suoi personaggi, – come si è visto, tutti veri e, nel contempo, tutti inventati.

 

Prendiamo Le intermittenze del cuore. Il capitolo si apre con il racconto del suo secondo soggiorno a Balbec, la località balneare presso cui il Narratore si reca a ogni stagione per passare l’estate. Al suo arrivo risorge, manifestandosi improvvisamente, e con maggior intensità, il dolore per la nonna deceduta qualche anno prima durante la sua prima permanenza, e che gli sembra di scoprire soltanto ora.

 

Egli trascorre tutto il tempo rinchiuso nella sua stanza a macerarsi lo spirito, senza vedere e sentire nessuno. Rinuncia persino di ricevere colei che sarà di lì a poco il grande amore, Albertine, la fanciulla in fiore che aveva conosciuto nella spiaggia di Balbec e che vorrebbe rincontrarlo a tutti i costi.

 

Succede così che dopo alcuni dei suoi frequenti incubi, al risveglio, è investito dai sensi di colpa e dai rimorsi. Il ricordo provocato dal rumore della forchetta che sbatte contro il piatto durante una merenda di campagna a Combray, al tempo in cui il Narratore era adolescente, scatena in lui la memoria involontaria. Da ciò egli ne ricava una legge generale. Ritiene cioè che i beni interiori, i dolori ma anche le gioie passate, non costituiscano un possesso immutabile, ma sono sottoposti a una sorta di correzione discontinua della memoria, alle intermittenze del cuore. È come se vi fossero tanti io diversi ma corrispondenti, ciascuno dei quali rivive solo se si ricostruisce la cornice di sensazioni entro le quali essi giacevano in una parte sconosciuta della coscienza.

 

La distinzione dei tanti io che segnano la nostra sfera emotiva connotano la nostra identità. Non sussiste in noi un elemento fisso, reale e durevole in tutte le epoche della nostra vita. Il passato e i ricordi, allontanandosi, si scolorano e si disgiungono da noi. Rientriamo indirettamente in possesso del nostro passato, ma ci vediamo distaccati e disincantati, come osservatori di noi stessi. La nostra identità non è dunque un dato primitivo e originario, è invece l’eco diretta o indiretta delle nostre percezioni passate in quelle presenti.

 

È così che emergono i rimorsi che angosciano il Narratore dopo la morte della madre, e che egli identifica con la nonna, tanto che confesserà la sensazione di aver commesso un lungo e protratto matricidio, provocato dal dolore per la propria omosessualità. Dunque, la figura ambivalente della forchetta, emersa nel profondo della memoria involontaria della sua coscienza, racchiude al tempo stesso i significati della punizione e del riscatto, della colpa e della resurrezione.

 

Comincia a delinearsi una Recherche come inesorabile, irredimibile discesa verso gli inferi. È chiaro il tragitto interiore di Proust, inverso, se vogliamo, a quello del Poeta con la Divina Commedia. In quest’ultimo caso dalla condizione iniziale di smarrimento l’uomo terreno, cosciente della propria finitudine, dei propri dubbi e prigioniero dei propri peccati, può ambire alla Verità Celeste attraverso un viaggio che dall’inferno porta al purgatorio e infine alla salvazione eterna. Nel caso di Proust, dall’innocente purezza dell’infanzia di Balbec (come un paradiso è Combray) il viaggio è a ritroso e dissociato, ambivalente e senza speranza (nichilista, si è detto) passando dal purgatorio del gran mondo dalle parti di Swann e dei Guermantes (il doppio di sé), proseguendo per l’inferno di Sodoma (il doppio maschio) e Gomorra (la doppia femmina), il climax è assicurato con il passaggio de La Prigioniera e di Albertine è scomparsa / La Fuggitiva per concedere con il Il Tempo Ritrovato la propria redenzione nella scrittura: ma nel momento in cui egli scrive la parola fine al romanzo della sua vita, ecco che sopraggiunge la morte. Per allestire la propria tragedia non ci sarebbe stato migliore interprete che se stesso. Nel primo caso è la salvazione divina, nell’altro la redenzione avviene attraverso la vocazione.

 

E la nozione di Proust sull’eros, direi l’intera nozione, si può comprendere meglio il cenno del Narratore, a un certo punto – in una delle sue citazioni, al discorso di Aristofane nel Simposio di Platone. Dopo aver descritto le tipologie umane primordiali di Sodoma, Gomorra e Androgino si spiega così: il maschio (Sodoma) è figlio del sole, la femmina (Gomorra) è figlia della terra, il maschio e femmina (Androgino) è il figlio della luna e la lunarità cui il Narratore apostrofa Albertine nella Prigioniera richiama la sua bisessualità. E in questo passaggio il Narratore stesso sembra sottolineare la paradossale ironia di Aristofane nell’evidenziare come la bisessualità originaria, quella duplicità primigenia, abbia reso possibile l’eterosessualità degli esseri umani, da cui deriva che sia la prima la normalità, e il diverso e il mostro sia invece la seconda.

 

A questo passaggio si arriva con la Prigioniera, il rapporto ossessivo con Albertine, la gelosia, il suo sequestro e sequestro di se stesso, vittima della sua stessa ossessione e dell’incapacità di amare. Il Narratore offre una coabitazione d’amore ad Albertine, e di fatto è una prigione, non solo materiale, dal momento che la donna è sottoposta a un controllo assiduo e costante, e quando esce di casa è tenuta a vista dall’autista e dall’amica, complici del Narratore (ma a un certo punto di lei dubita che stia alla consegna e che lo inganni), ma è lo stato di cattività, cioè di prigionia e di possesso (connaturati in un rapporto d’amore), che lo impone. E la prigioniera, si badi, è colei che si consegna, disponibile e docile al suo carceriere, priva di fremiti e di volontà.

Albertine in casa procura piacere al suo carceriere per il solo fatto di aver ritirato dal mondo la fanciulla in fiore, dove ciascuno poteva goderne, sicché se non gli dava grandi gioie, almeno ne privava gli altri. Entrano prepotentemente dunque le prime figure allusive: la prigioniera e, con essa, l’abitudine cui seguirà la fuggitiva, cardine del volume successivo: Albertine è scomparsa. Per Proust, i ricordi d’amore rispondono alle leggi generali della memoria regolate dall’abitudine che affievolisce tutto (anche la memoria, dunque), subentra la noia che è il tratto caratterizzante dell’amore. Il gioco è scoperto: l’apparizione di Albertine sulla spiaggia di Balbec ha rotto la monotonia di tutti i giorni, finché il Narratore arriva ad amarla, ma quando smette di essere considerata inaccessibile a lui, concedendosi persino a una coabitazione, e la sua presenza diventa, col tempo, un’abitudine, il Narratore cessa di amarla. È una spirale infernale: arrivando ad amarla, tuttavia, lei non soddisfa più il mistero che l’ha tormentato prima di conoscerla, subentra la noia, ma basta che una bugia, un gesto interpretato male, oppure una parola mal tradotta siano afferrati dal tarlo della gelosia e del sospetto, che subito lei riacquista il suo mistero e torni a essere insondabile.

solo le donne un po’ difficili, quelle che non riusciamo a possedere subito, quelle che non sappiamo nemmeno, in principio, se possiamo mai possedere, sono davvero interessanti…Le donne che incontriamo per la prima volta da una mezzana non sono interessanti, poiché rimangono invariabili. (…)

 

 

Una vacca che contempla il crepuscolo


Provate a leggere d’un fiato questo testo di Gabriel Garzia Marquez tratto da L’autunno del Patriarca (1975) e giocate, cercando di trasferivi con il pensiero nell’attualità del nostro paese.

(…) s’erano impadroniti delle fattorie e della mandrie degli antichi signori proscritti e si erano divisi il paese in province autonome con argomento inappellabile che questo è federalismo, signor generale, per questo abbiamo sparso il sangue delle nostre vene, ed erano re assoluti nelle loro terre, con le loro leggi proprie, le loro feste patrie personali, la carta moneta firmata di loro pugno, le loro uniformi di gala con sciabole ornate di pietre preziose e dolman con alamari doro e tricorni con pennacchi di code di pavone copiati da antiche stampe di viceré della patria prima di lui, ed erano selvatici e sentimentali, signore, entravano, nella casa presidenziale dalla porta grande senza permesso di nessuno perché la patria è di tutti signor generale, è per quello che abbiamo sacrificato la vita per lei, si accampavano nella sala delle feste coi loro serragli figliati e con gli animali da cortile dei tributi della pace che esigevano al loro passaggio in ogni parte di modo che mai gli mancasse da mangiare, si portavano dietro una scorta personale di mercenari barbari che invece di stivali si proteggevano i piedi con brandelli di stracci e sapevano a malapena esprimersi in lingua cristiana ma erano sapienti in imbrogli di dadi e feroci e destri nel maneggio delle armi da guerra, di maniera che la casa del potere sembrava un accampamento di zingari, signore, aveva un odore denso di piena di fiume, gli ufficiali di stato maggiore si erano portati nelle loro fattorie i mobili della repubblica, si giocavano a domino i privilegi del governo indifferenti alle suppliche di una madre Benedicion Alvarado che non aveva un istante di requie cercando di spazzare tanto pattume da fiera, cercando almeno di mettere un po’ di ordine nel naufragio, poiché lei era l’unica che aveva cercato di resistere all’invilimento delle gesta liberali, soltanto lei aveva cercato di scacciarli a scopate quando vide la casa pervertita da quei reprobi del mal vivere che si disputavano le poltrone del comando supremo in alterchi di carte da gioco, li vide fare commerci di sodomia dietro il piano, li vide mentre cagavano nelle anfore di alabastro nonostante lei li avesse avvertiti che no, signore, che non erano gabinetti portatili bensì anfore ricuperate dai mari di Pantelleria, ma loro insistevano che erano pitali di ricchi, signore, non ci fu potere umano capace di dissuaderli, né ci fu potere divino (…)

Gabriel Garzia Marquez – L’autunno del Patriarca -

Maschera tragica a Elmas


Josto, nella solitudine del lutto filiale, abbraccia la quercia, simbolo della memoria adolescenziale. La quercia il luogo di un’infanzia turbata da vicende oscure (la violenza del padre sul figlio, forse il tradimento della madre Fannuccia nei confronti del padre Vindice), da situazioni inconfessabili (la solitudine dei due fratelli, il desiderio incestuoso di Gilla, i sospetti di Marina e di Vindice) e di un’età adulta su cui pesa un vero e proprio blocco vitale, quasi un’invocazione, la fuga, la solitudine se non la morte.

Se il presente dei protagonisti è oscuro, l’inconscio di Josto e Gilla è invece chiarissimo, antiche e profonde sono le ragioni del loro turbamento, fondato sull’adolescenza trascorsa insieme, e sulle segrete pulsioni, tuttora coltivate da Gilla ma respinte da Josto.

Così vicino così lontano


Lo avevo visto arrivare improvvisamente, mi aveva porto l’estremità di una fune e mi disse: reggila. Non so se ci sia stato un nesso tra la sua partenza e il mio sogno, ma piace pensare che prima di allora io gli abbia fatto compagnia, seduti a parlare sul prato e davanti il mare. Che fosse un sogno ne ero sicuro, ce n’erano gli ingredienti, circondati come eravamo del gorgoglio delle onde del mare dentro un incantesimo.

Eravamo per davvero noi due. L’inizio si estendeva come un incendio nello spessore di un istante. Delle voci, del sole e della luna non restava che cenere, la stessa del ricordo. Lui aveva in mano il mio romanzo, anche se non so se lo abbia mai letto. Non lo leggeva. Per il vero, nessuno di noi era capace di concentrarsi su un punto qualsiasi delle pagine. Come non assaporare allora la grazia di poter distogliere lo sguardo e di affiancarlo alla vastità del mare, a quella sua profonda indeterminatezza. Spirava un leggero vento di maestro, quello che si leva a una certa ora della giornata sulla spiaggia del Poetto, sicché le pagine del libro si erano messe a scorrere da sole.

Era già quasi il crepuscolo ma noi ci sentivamo leggeri e luminosi. Se fosse passato qualcuno in quel preciso momento di certo la magia sarebbe svanita, ma eravamo completamente soli, e prima ancora di scambiarci una sola parola c’eravamo trovati imbrigliati senza volerlo dentro il labirinto delle nostre storie.

Ciascuno di noi due aveva la sua storia, incredibile come si intrecciassero. A volte per strada, nelle circostanze più diverse e impensabili, ti pare di sentire l’animo strapparsi rapito nella storia di qualcuno che ti è passato proprio lì accanto. La maggior parte della volte quelle storie però vengono presto rimosse e svaniscono, senza che ti renda conto di ciò che si è perso. Resta un leggero rimpianto che in genere si dissolve anch’esso istantaneamente, sebbene possa durare ancora qualche ora come una specie di angoscia. Ed ecco cosa resta, la fine della storia.
Ciao Silvio.