Il lavoro


Enciclopedia del Novecento

Lavoro

di Jean Fourastié e Gino Giugni

Sommario: 1. Introduzione generale. a) Il ‛fatto’ del lavoro è millenario, il termine ‛lavoro’ è recente. b) Concezione tradizionale e concezione contemporanea del lavoro. 2. Considerazioni generali sul lavoro. Storia del lavoro umano. a) L’umanità senza il lavoro. b) Lavoriamo per produrre. c) Come lavoriamo. d) Le scienze, le tecniche e la produttività del lavoro. 3. L’organizzazione del lavoro. La divisione del lavoro. Costrizioni, gerarchie, subordinazione. a) Preparazione del lavoro e organizzazione del lavoro

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Ora e Sempre Resistenza


Ora e sempre Resistenza di Pietro Calamandrei

Lo avrai camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.



Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.



Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.



Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre Resistenza.

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Il mito e la struttura del tempo


Il mito e la struttura del tempo. Chi può sfuggire alla frusta? 

Come ebbe inizio il mondo? Quando inizia il tempo? Lo spazio è sempre esistito? Niente male, direi. Sono queste le domande da cui parte il saggio problematico che ha un titolo affascinante ed evocativo: IL MULINO DI AMLETO di Giorgio di Santillana e Hertha von Dechend, il primo uno storico della scienza, la seconda un’antropologa. E le risposte che ci offrono non sono affatto scontate. 

Il presupposto necessario è quello di considerare i nostri antenati di un passato lontanissimo non come barbari urlanti che si dipingevano la faccia di blu ma individui pensanti che dovevano aver avuto più conoscenze di astronomia di quanto non ci facciano pensare i loro usi e la loro organizzazione sociale. Considerando i mezzi che avevano a disposizione, sarebbe ragionevole pensare che fossero dotati quanto meno di menti paragonabili alle nostre e capaci di processi razionali.
L’altra domanda è: come si sarebbe comunicato il sapere, se l’uomo arcaico non possedeva un sistema di segni come la scrittura? Sappiamo ora che ciò non poteva che avvenire non altro che con le immagini e con la memoria. Nell’universo arcaico le cose erano segni e segnature l’una dell’altra.

L’interesse agli eventi celesti, sappiamo ancora, formarono la mente degli uomini prima ancora della storia documentata. Ma poiché non esisteva la scrittura la loro conoscenza ai posteri fu tramandata attraverso il mito, giacché questo costituiva l’unica forma di linguaggio tecnico di allora. In effetti tutto il pensiero arcaico è dominato in senso cosmologico i cui echi sarebbero stati ripresi fin nella tarda filosofia classica. Dall’astronomia i Greci ricavarono la matematica e furono gli scienziati arcaici a creare una terminologia del mito, così come regole e fenomeni cosmici erano rappresentati con il linguaggio del mito.

Allora perché Amleto? E cosa c’entra il suo mulino? La storia di Amleto è di origine vichinga, richiama una leggenda irlandese di tradizione celtica e parallela ad altra molto simile di impronta medio-orientale. Il parallelo finlandese, Amleth, è Kullervo nel poema epico, il Kalevala. La similitudine dei buoi che son fatti girare attorno alla macina è conosciuta in oriente quanto in occidente per rappresentare la sfera celeste immaginata come una macina rotante e il polo nord come la boccola entro cui ruota il ferro del mulino. Septemtriones come i sette buoi da trebbia dell’orsa maggiore, Triones da Terere = triturare, trebbiare, macinare.

Gli abitanti della terra abitata sono i pianeti. Qui il termine terra sta per il piano inclinato passante per l’eclittica per i quattro punti dell’anno: Solstizio d’Estate e d’Inverno ed Equinozio di Primavera e Autunno, i loro punti d’intersezione sono chiamati Nodi cioè il Drago e, nella liturgia della chiesa, sono i Quattor Tempora, le astinenze particolari, ovvero i Quattro Pilastri o i Quattro Angoli della Terra. L’indagine del rapporto tra mito e scienza dunque non può che partire da qui. A quei tempi tanto lontani la realtà fisica non poteva essere analitica in senso cartesiano. L’essere in quanto tale è mutamento, ritmo, un moto irresistibilmente circolare del tempo e la fonte principale del mito non poteva che essere l’astronomia. Aristotele sosteneva che gli dei in origine erano astri. E agli astri sono stati dati i nomi degli dei. Prima del 500 ac l’unica realtà era il tempo, Parmenide non aveva ancora scoperto lo spazio.

È il tempo la misura fissa della rivoluzione del cielo. La separazione dei genitori (evirazione) nel mito di Kronos-Saturno che taglia i genitali di Ouranos, il Padre, e li getta in mare da cui nasce Venere – Afrodite rappresenta l’instaurarsi dell’obliquità dell’eclittica, l’inizio  del tempo misurabile.

La teoria di come ebbe inizio il mondo sembra comportare lo spezzarsi di un’armonia, una specie di peccato originale cosmogonico per effetto del quale il cerchio dell’eclittica viene inclinato rispetto all’equatore e dal quale nacquero i cicli del mutamento. I mulino è il cielo, la stella polare ne è il perno. Il sorgere eliaco delle stelle (astronomia delle stelle), la linea dell’orizzonte era il telescopio, la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, così come la cacciata degli angeli dal Paradiso.

L’analisi poi si sposta sulla trasmissione delle tradizioni e al recupero di una cultura perduta, o meglio ancora, al recupero dal lontanissimo passato di una scienza interamente perduta.

Altra domanda, qual è il serbatoio dei miti e delle favole ? Alla luce di una chiarezza superiore, dunque, chi può sfuggire alla frusta? 

Il patrimonio storico archeologico di Baunei


di Alan Batzella, architetto, esperto in pianificazione territoriale, ambientale e paesaggistica.


Il presente articolo è tratto da Baunei, Analisi e pianificazione di un territorio di rilevante interesse ambientale, editrice Punto di Fuga (1998), e precisamente dai capitoli – (2.2.) Il patrimonio storico archeologico – (2.2.1.) Preistoria e periodo nuragico e – (2.2.2.) La fase storica.

Il patrimonio storico archeologico
Preistoria e periodo nuragico

Baunei, primitivo centro di pastori, deve probabilmente il suo nome al grecoBaynos, fornace per fondere i metalli, dall’uso che di queste si faceva nella zona. La toponomastica locale è, infatti, ricca di rimandi etimologici alle fornaci (es.: Forrola), e non è improbabile che le stesse “piscine” di Golgo prima che una funzione religiosa avessero un impiego come vasche di raffreddamento del metallo fuso, che vi era immerso utilizzando la rampa in pietra ancora oggi riconoscibile. Secondo il Lilliu nella zona sembra confermata l’esistenza di una o più officine artigianali di fusione e di modellazione del bronzo, ad un livello tecnico elevato.
L’accesso naturale dal retroterra alla valle di Golgo avviene attraverso Genna Arramene(Porta del rame), e può essere non casuale l’attinenza con un componente del bronzo, anche se non è da scartare l’interpretazione secondo cui il rame cui si riferisce il toponimo sia il colore assunto dai monti al tramonto (in analogia con la Serr’e lattone, una falesia sulla costa.
In bronzo, comunque, erano alcune fra le più famose sculture della cultura nuragica (Arciere in riposo, Soldato con scudo sulle spalle e stocco in mano, Lampada con scimmia nel piattello e manico di protome bovina, Navicella con protome bovina), tutte rinvenute nella piana di Golgo, e ancora di recente non del tutto infrequenti sono i ritrovamenti casuali di manufatti per uso muliebre sempre in bronzo.
Le sculture votive di Golgo sembrerebbero inserire l’area baunese all’interno dei movimenti culturali di scambio avvenuti fra Sardi e gli antichi Tirreni, probabilmente attraverso l’accesso a mare di Portu Sisine (l’attuale Cala Sisine).

Le tracce più remote dell’uomo nel territorio di Baunei comunque sono state trovate nel deposito antropozoico della Grotta su marinaiu, a Cala Elune. Strato preistorico contenente elementi di ossidiana, selce e resti di una ciotola in ceramica d’impasto. Dai resti disponibili è presumibile che la caverna fosse frequentata da gente di origine eneolitica fino all’età del bronzo.
Al terzo millennio a.C. risalgono le domus de gianas, grotticelle funerarie scavate nella roccia, di “Coa de campus”, nei pressi del Nuraghe Lovettecannas, di “Tanca de sa Murta”, lungo la via per Lotzorai, e di “Coa de serra” a Golgo. Della religione primitiva di quel periodo ci restano ancora il masso erratico a coppelle di Santa Maria Navarrese ed il betile antropomorfico di Golgo.
Il primo, una singolare pietra altare con scarsissimi riferimenti in tutta l’Isola, rinvenuta nell’area sacra su cui sorge la Chiesa di Santa Maria Navarrese, presenta sulla superficie superiore due incisioni: una rettilinea e l’altra curvata ad arco, contornate sul perimetro della mensa da undici coppelle dal significato misterioso. E’ comunque perlomeno ipotizzabile una collocazione in ambito sacrificale, vista l’attinenza con le canalette e le vasche di raccolta per le offerte liquide e solide di epoca successiva scavate nella pietra in prossimità dei pozzi sacri (es. il pozzo sacro di Santa Vittoria di Serri).

Il betile, ancora più misterioso, non ha altri analoghi in Sardegna, mentre presenta vaghe somiglianze con le sculture dedicate ai Shardana, di ben altra fattura e concentrate in numero notevole a Filitosa in Corsica. Il nostro è localizzato nella piana di Golgo, probabilmente il più interessante contesto storico archeologico del territorio baunese, protetto da nuraghi a guardia di ogni accesso naturale, e principale ambito di convogliamento e conservazione delle acque piovane dell’altopiano carsico. Luogo denso di richiami e sensazioni di misteriose presenze, l’Altopiano è noto principalmente per la voragine di Su Sterru, identificata quale luogo dove si compiva l’uccisione degli anziani fra risa rituali, liberatorie, (da cui il termine “riso sardonico”), e frenesie proprie anche del macabro incedere dei Mamuthones, comuni, a detta delPettazzoni, alla sfera spirituale africana. In prossimità della voragine ecco poi le “Piscinas”, naturali conche di raccolta dell’acqua piovana, modificate dall’uomo nella forma a noi giunta, per consentire sia la lavorazione dei metalli, sia i culti magici, animistico naturalistici, come il “giudizio divino” dell’ordalia dell’acqua.

Il territorio di Baunei è costituito, oltre che dal ”salto” baunese originario, anche da corpi appartenenti agli abitati di Osono ed Eltili, scomparsi da secoli.
Nel territorio originario di Baunei troviamo i seguenti nuraghi:

-  nella conca di Golgo, in direzione di Portu SisineCoeserra, Nuraghe Alvo, Orgoduri, Nuragheddu e Lopellai;
- nel Supramonte che domina l’abitato e a poca distanza da questo: Planargia e Punnacci;
- lungo la statale 125, poco dopo Baunei, in prossimità di Triei: il Nuraghe Lopelie.

In quello che una volta era il territorio di Osono, ora sotto la giurisdizione di Ardali (che fino a pochi anni orsono era un’altra frazione di Baunei), lungo una fila quasi rettilinea altri cinque nuraghi: Genn’olidoni, Cugunnaci, Lastrafò, Selimba e Molentina.
Nel territorio invece dello scomparso Ertili troviamo i nuraghi di: Marghini de susu, Nieddu, Solluli, Perdusaccu e Lovettecannas.
Come detto i nuraghi del territorio dello scomparso Osono, si dispongono lungo un allineamento ideale che sembrerebbe ripercorrere il tracciato di una strada antica che, come riporta Don Flavio Cocco nella sua monografia sull’Ogliastra ”dopo aver seguito le rive del rio Pramaera s’inerpica nell’erta detta appunta Bacu Ertili e, raggiunto l’altopiano in s’Abbadorgiu, lo percorre seguendo la cresta di Serra Oseli, la quale scende a strapiombo altissimo e pauroso lungo quasi tutto il percorso sulla sponda destra del rio Codula de luna”.
Coe serra, è probabilmente il più noto fra i nuraghi di Baunei.
Eretto a sentinella dell’altopiano di Golgo, biancheggia su una bassa prominenza rocciosa, alla confluenza di Bacu Tenosili con il canalone che discende da Punta Feullas; dividendo con Pedru saccu il primato della maggiore estensione fra i nuraghi della zona.
Scarsamente studiato, come tutti i resti archeologici di Baunei, meriterebbe una maggior attenzione da parte delle autorità e una qualche sorveglianza che impedisca il progressivo processo di disfacimento a cui, da qualche anno è soggetto a causa di maldestri ricercatori di tesori. Sul bastione meridionale, infatti, è eretta una curiosa costruzione, della stessa natura del Nuraghe, ma in forma vicina al tipo dei templi a megaron, rintracciabili in zona nel villaggio di Serra Orrios di Dorgali, ma particolarmente somigliante al tempietto di Malchittu (Arzachena). La planimetria della nostra costruzione è assai vicina a quella di Arzachena, ma ne diverge per la forma più prossima al quadrato che non al rettangolo. Oltre all’aspetto esterno le assimila la camera a pareti aggettanti e i muri laterali prolungati oltre la linea d’ingresso, a descrivere un piccolo atrio di accesso. Nelle immediate vicinanze una tomba dei giganti e, poco discoste, all’interno del bosco, le rovine di un villaggio nuragico utilizzate dai pastori per ricovero degli animali.

Là dove il Bacu Dolcolce si insinua nella conca di Golgo, sul lato a monte della stretta gola incisa al margine della colata basaltica, su un altro sperone di roccia un nuovo interessantissimo monumento: il Nuraghe Alvo. Prossimo ad una tomba dei giganti e ad una vena d’acqua è poco distante dalla voragine di Sa Nurra Genna Sarmentu, meno profonda di su Sterru, ma altrettanto importante dal punto di vista speleologico.

Questa costruzione, che, a dispetto di una cattiva ma invalsa traduzione del nome è tutt’altro che bianca, presenta un certo interesse nello sviluppo planimetrico con gli spazi esterni articolati con soluzioni architettoniche, forse di epoca successiva, decisamente originali. La sua caratteristica più rilevante è in ogni caso la presenza, nel lato bastionato più accessibile, di conci aggettanti a mo’ di mensole: elementi che parrebbero caratterizzare la costruzione come appartenente ad una tipologia difensiva, analoga a quella del Nuraghe Albucciu di Arzachena. Strettamente collegato ad esso, centocinquanta metri più in alto, il complesso a recinto fortificato di Doladorgiu, da dove si domina l’altopiano del Golgo per tutta la sua estensione, e da una prospettiva opposta a quella di Coeserra, che permette di controllare gli accessi all’altopiano dall’interno (Genna Arramene), e dal mare (Codula di Sisine).

Ridiscesi nella vallata di Golgo, percorrendo l’antica “bia majore” in alcuni punti tra la Chiesa di San Pietro e la voragine, possiamo osservare resti di pavimentazione di epoca probabilmente romana, a testimonianza del collegamento tra Baunei e lo scomparsovillaggio di Orgittala. I resti di quest’insediamento, ancora abbondanti, sono visibili di fronte alla Chiesa di San Pietro in una collinetta poco oltre su Bacu e’ sterru. Proseguendo verso nord, oltrepassati i resti dell’ennesima tomba dei giganti, su un promontorio basaltico dominante il Bacu, ancora un Nuraghe di un certo interesse:Orgoduri, circondato da una fitta macchia e da alberi secolari che lo nascondono alla vista.
Usato fino ad un paio d’anni fa come ricovero per gli animali, da qualche tempo è soggetto ad una campagna di scavo effettuata d’intesa tra Amministrazione Comunale e Soprintendenza archeologica. Prima dell’avvio di queste operazioni, nella primavera dell’83, durante un sopralluogo effettuato con Amministratori comunali e un’Archeologa della Soprintendenza di Nuoro era stato casualmente trovato, a pochi metri dal Nuraghe, uno spillone di bronzo, impreziosito da decori in rilievo, che ha seguito la stessa sorte di tutti i ritrovamenti archeologici ”mobili” avvenuti in questo territorio, attualmente custoditi al Museo di Cagliari o alla Soprintendenza di Nuoro.

Proseguendo oltre, verso la Codula di Sisine, gli altri nuraghi di Golgo non presentano caratteristiche interessanti in quanto totalmente rasi al suolo (Nurageddu) o coperti da una vegetazione impenetrabile (Lopellai).
Dei Nuraghe Fonnacesus e Sa teria, per quanto riportati da alcuni autori, non sono riuscito a trovare traccia, anche se le loro presunte localizzazioni avrebbero magistralmente completato il già notevole apparato difensivo della vallata.
Il fascino di Golgo però non risiede solo nei nuraghi. In prossimità della chiesa campestre diSan Pietro, infatti, una serie di basse colline, se osservate con pazienza e occhio attento e, soprattutto, con la giusta luce, denunciano una conformazione non naturale, a Ziggurat tondeggiante, ottenuta con  filari concentrici di macigni basaltici disposti a sostegno di ripiani, sui quali non è improbabile che i primi abitatori del Golgo praticassero delle vere e proprie forme di coltivazione.
Infine, anche se altre strutture preistoriche come i Pozzi, meriterebbero un accenno di descrizione, ecco la chiesetta di Golgo. Edificata nelle forme attuali nella seconda metà del XVII secolo, in forme tardo gotiche, è dedicata a San Pietro. Come tutte le Chiese antiche collocate in quest’area, denuncia l’esistenza di forme di sincretismo religioso, nuragico-cristiano, riconoscibili per la tipologia a “cumbessias” o” muristenes”.

Sono caratteristica del folclore sardo” scrive Francesco Alziator, “le cosiddette cumbessias o muristenes, piccoli aggregati di ambienti adiacenti a taluni santuari, particolarmente venerati. Si tratta, in sostanza, di stanzette nelle quali i pellegrini passano la notte durante il periodo della sagra. Le cumbessias che vediamo oggi non sono generalmente molto antiche, né lo potrebbero essere, trattandosi di costruzioni assai esposte all’offesa del tempo e degli uomini. Ciò che interessa però non è, nel nostro caso, la loro cronologia ma la loro topografia, in quanto poste sempre presso santuari famosi, i quali a loro volta sono quasi sempre situati là dove sorgevano templi pagani”.

Sorta nel sito di precedenti riti pagani, a pochi metri dai resti di una tomba dei giganti, la Chiesa è circondata da un recinto, su una parte del quale si sviluppa un porticato destinato ad ospitare i pellegrini. Fra le pilastrature del loggiato sono tuttora visibili, impiegati nella muratura come materiale di spoglio, alcuni conci in basalto lavorati con figurazioni geometriche, a righe orizzontali, certamente provenienti da una scomparsa costruzione forse nuragica, insistente sulla stessa località. Vista la scarsità di basalto al di fuori della valle, non è, infatti, pensabile che si importasse da località remote materiali da costruzione reperibili in loco.

Lasciato l’altopiano di Golgo, in direzione di Baunei nel Planu Supramonte troviamo altri due nuraghi privi di interesse perché ridotti a cumuli di rovine. Di un certo interesse risulta invece il sistema difensivo dell’altopiano di Margine, anche questo in prossimità di terreni coltivabili per la presenza di discreti suoli e di vene d’acqua.
Molto particolare il complesso di Pedrusaccu. Posto a dominare un sistema di fertili vallette e doline carsiche da una quota prossima ai mille metri, è un Nuraghe polilobato, intorno al quale sono riconoscibili le rovine di un villaggio, e di cui colpisce in particolare, sul versante in direzione di Lovettecannas, la presenza di un camminamento a trincea scavato nella roccia, presumibilmente a protezione dell’accesso alla fortezza.

In Marghini de susu, come già a Golgo, troviamo un certo numero di tombe dei giganti concentrate in prossimità dei nuraghi di Solluli, Pedrusaccu e Lovettecannas.
Notevole l’interesse di un’area invece poco nota e costituita dal piccolo altopiano basaltico di Bidunnie. Poco oltre la discesa di Su Boschittu, provenendo da Margine attraverso Sa sedda de Compudadorgius, una strada a tratti lastricata, a tratti scavata nella viva roccia, conduce al Cuile Bidunnie: una pinnetta ricavata in cima ad una torre nuragica diroccata, un tempo sentinella di quello che è probabilmente l’insediamento nuragico più affascinante e meno conosciuto del territorio di Baunei. Difeso naturalmente dalla scura forra di Bacu Pigas, dalla quale biancheggiante emerge un impressionante ed altissimo monolito di calcare, lontano da vie di comunicazione sia naturali sia artificiali, il piccolo altopiano degrada precipitosamente verso il Riu Bacu Bidunnie, e, in direzione della Codula di Elune, con una successione di muraglie e terrazzamenti che rendono arduo l’avvicinamento dal basso.
Il villaggio, attualmente popolato da una mandria di impertinenti bovini, è coperto da una macchia di ginepri, che rendono provvidenzialmente tormentosa l’opera dei curiosi; dovunque sono infatti visibili (e a portata di mano) frammenti di terracotta, betili, ecc.; il reperto più sorprendente consiste in una pavimentazione realizzata con pietre di diverso colore, e raffigurante, parrebbe, un sole raggiante.

La fase storica.

Molto limitata e povera per contro la consistenza del patrimonio storico artistico di epoche successive. Del periodo romano restano, oltre ad alcune monete, i resti di un minuscolo “vicus” in pessimo stato di conservazione tra Surele e Masolce, a poca distanza dai resti di un Nuraghe privo di denominazione ed interessante solo per la sua inconsueta vicinanza al mare (anche se solo in linea d’aria).
Altro elemento romano di un certo interesse, ma secondo un’ottica di pura documentazione storica, è il reperimento recente di tratti di viabilità che lascerebbero supporre un collegamento locale con la strada romana “progenitrice” dell’attuale Orientale sarda. Non è improbabile che la strada romana ripercorresse a sua volta un tracciato già punico, ma per verificarne l’eventuale percorso rimando a quanto già scritto da Don Flavio Cocco nella richiamata monografia sull’Ogliastra. Di epoca medioevale, oltre alla già richiamata chiesa di San Pietro, sono le chiese di San Giovanni di Eltili e di Santa Maria Navarrese, anch’esse dotate di Cumbessias e quindi probabilmente costruite in luogo di precedenti strutture pagane.

Della prima va aggiunto che è l’unica costruzione rimasta dello scomparso villaggio di Eltili, abbandonato in periodo spagnolo e distrutto definitivamente dagli interventi di forestazione di questo secolo.
Della chiesa di Santa Maria, legata con i circostanti olivi millenari al ricordo del naufragio della Principessa di Navarra, va aggiunto che la struttura originaria negli anni sessanta è stata alterata da un “originale restauro interpretativo” che ha prodotto una Chiesa totalmente nuova.
Non dissimile fra l’altro è stata la sorte della Parrocchiale di BauneiSan Nicola, travolta dal modernismo di un prete architetto, che ha provveduto a mutarne l’assetto originario. Fortunatamente, nel caso di San Nicola, l’originale reinterpretazione ottocentesca del “recinto” non ha prodotto importanti stravolgimenti. Interessante, per la iconografica connotazione paesaggistica, è la Torre spagnola di Santa Maria Navarrese. Brutalizzata nel recente passato da usi e manutenzioni poco rispettosi, è attualmente soggetta ad un intervento di recupero condotto con la necessaria sensibilità. Di un qualche interesse per la storia civica locale, la vecchia Fontana di Usuonu, situata nella parte bassa di Baunei, a valle della Strada nazionale.
(Alan Batzella)

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Alan Batzella ha pubblicato, oltre  Baunei, Analisi e pianificazione di un territorio di rilevante interesse ambientale, Editrice Punto di Fuga (1998), anche Baunei selvaggia (2000) della medesima casa editrice.

 

 

 

Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida G 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

Per un diario della bicicletta


02

Pedalando sino alla spiaggia che ancora oggi mi ostino a chiamare della “Bussola”, (anche se del bar-ristorante in bruttissimo stile cosiddetto mediterraneo sono rimasti soltanto ruderi) penso indifferente all’avvenire. Vorrei immergermi sott’acqua per sentirmi tutt’uno con il mare, ora che con il mare non ho la stessa dimestichezza. A questo pensavo mentre pedalavo. Quelle impressioni benedette che hanno in comune il fatto che si provano tanto nel momento presente quanto in un momento lontano. Esse suscitano non soltanto l’eco, il duplicato di una sensazione, ma la sensazione stessa. Un mare mondano, con la sua voce, sembra sospiri di leggerezza.
Il sempre potrebbe essere breve.

12

Alessandro Piperno legge Proust


Un uomo che dorme tiene in cerchio intorno a sé il filo delle ore, l’ordine degli anni e dei mondi.
Svegliandosi li consulta d’istinto e vi legge in un attimo il punto che occupa sulla terra, il tempo che è trascorso fino al suo risveglio; ma i loro ranghi possono spezzarsi, confondersi. (M. Proust – “Combray”)

Un essere umano che sognasse la sua esistenza invece di viverla terrebbe senza dubbio sotto il suo sguardo, in ogni momento, la moltitudine infinita dei dettagli della sua storia passata. (H. Bergson – “Materia e Memoria”)

La montagna e il suo tesoro


In principio era in mezzo a un bosco. Il monte dell’ossidiana, il tesoro nero è qui in Sardegna. È sul monte Arci, lungo sentieri calpestati da uomini come me vissuti settemila anni fa.
Avevo di che cacciare con pietre affilate e aste d’osso puntuto a ogni alzar del sole tra selve rigogliose il mio nutrimento. Sono abile e capace e trasformo e sgamello le mie armi, le mie mani sono esperte e precise.

Successe che un giorno vidi un viaggiatore maneggiare un sasso sporconerastro che prima non avevo mai visto. Lui mi parlò di una montagna in un posto lontano dove trovarne a profusione, una pietra speciale che diventava aguzza se scheggiata con maestria.
Senza indugio lasciai all’alba le mie rive, azzardai il mare per scoprire da dove venisse quella pietra. E così per miglia e miglia camminai e frugacchiai per macchie rossoluminose e foreste verdeggianti nel monte inesplorato. Finché non mi accorsi dei miei passi ricoperti di pietrame lucente e grezzo in grande quantità. 

Un nero ovunque affiora. Spunzono la terra e vedo arnioni che s’inerpicano per il sentiero e altri ancora là in alto sul tacco scosceso chiazze nerobrillanti al sole, qua brancio nel fogliame o ne miro a distanza di una fionda scagliata con destrezza.
Ne colsi una, tra il pietrisco ai miei piedi, le dimensioni di un pugno. La battei senza forza contro la roccia dura e quella si spaccò svelando il cavo nero lucidolucente come valva d’ostrica. Lo toccai, piatto e pulito, ci lisciai il dito e provai a scorrerlo adagio sull’orlo sottilissimo e tagliente della frattura. 

Fu così che da allora quella preziosa pietra varcò il mare in altri lidi distante. Diventò in altre terre punte d’armi come lame arrotate e falcetti e pugnali. Si barattò con legname, pelli e monili.
Tesoro nero in mezzo a un bosco, da toccare con mano. A Pau.

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Il Museo dell’Ossidiana a Pau, l’unico in Europa nel suo genere, è dedicato esclusivamente a questo raro vetro naturale. Esso affronta un viaggio attraverso la natura e le prerogative della fascinosa roccia che le viscere della terra hanno emesso e le le mani dell’uomo preistorico hanno trasformato per produrre strumenti del vivere quotidiano. 

Il percorso espositivo della struttura museale è organizzato secondo il principio della fruizione diretta e partecipata agli aspetti scientifici naturalistici, tecnologici, sociologici e storici dell’ossidiana, intesi nella loro dimensione più generale ed in quella che attiene più specificamente alle caratteristiche regionali, del Monte Arci e del territorio di Pau.

Si ammira una vastissima collezione di reperti geologici ed archeologici. Ogni argomento è spiegato in modo chiaro con supporti multimediali, pannelli, immagini e basi sonore e la guida eventuale di esperti che faranno vivere un’esperienza completa, provare la suggestione di toccare con mano la preistoria.

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Proust, questione di sguardi


E così son giunto alla fine di questo lungo viaggio. La lettura di  Alla ricerca del tempo perduto, è stata un viaggio per davvero. Interminabile e tortuoso, a volte accidentato, punteggiato da meravigliosi e incomparabili panorami narrativi, spesso illuminato da segnali che aprono la strada a imprevedibili scenari. Un romanzo bellissimo, commovente, ma folle, a volte faticoso, incredibilmente seducente, mostruosamente contorto, anche se in verità non saprei definirlo con precisione. Certo, inquietante. Ecco, inquietante è forse l’aggettivo secondo me che più lo qualifica. Cosa c’è di più inquietante di un’opera che consuma il suo autore, lo annienta, lo fagocita sino all’ultimo dei suoi giorni? Un’opera che a tratti ne anticipa il destino e che, unico caso, credo, in natura, ha visto applicarsi in concreto il paradosso di Oscar Wilde secondo cui è la vita che imita l’arte e non viceversa. 

 

Questione di sguardi. Sguardi, i miei, d’inquietudine, e le sue parole una sorta di lente d’ingrandimento di cui egli ci ha munito per leggere dentro noi stessi. Leggere dentro se stessi: cosa si scopre di così inquietante, infine? E vorrei dire, se Proust fosse vivo, che sì quelle parole che ho letto, quelle che egli ha scritto hanno raffigurato meglio istanti come tante istantanee della mia vita. In senso generale, più profondo. Intendiamoci. 

In fondo, che dire se non la verità: non credevo, lette le prime venti pagine, di giungere alla ventunesima, ma che arrivato d’un fiato alla centesima mi sono accorto di avere tra le mani un testo che trascendeva quanto avessi mai letto finora. Inquietante perché si riproduceva in me lo stesso meccanismo che fa dire a tanti, ecco questi fatti, seppure nuovi, sembrano già avvenuti in un tempo più o meno remoto, stesse le percezioni. Quelle felici impressioni che avevano in comune il fatto di provarle tanto nel momento attuale quanto nel momento lontano. Esse suscitavano in me non soltanto il duplicato di una percezione, ma la percezione stessa. Se il ricordo, grazie all’oblio, ha mantenuto le sue distanze fra sé e l’istante presente, e di colpo ci fa respirare un’aria nuova è per la precisa ragione che è un’aria respirata in altri tempi.

 

Questo sentimento d’inquietudine, tuttavia, è cresciuto riga dopo riga, celandosi, nella prima fase della lettura, sotto il velo dell’emozione. Viene la pelle d’oca a pensarci, mentre leggo l’eccitazione del Narratore fanciullo alla vista dei biancospini nel periodo di Combray. L’atmosfera che riesce a creare in quelle pagine fa rinascere il ricordo della mia infanzia trascorsa nei cortili polverosi dietro la via Deffenu a Nuoro; quello della campagna in fiore, la stessa che in primavera accoglieva i giochi ingenui di noi bambini. Ma di episodi così, tanti ne vengono in mente. Come quel particolare, inconfondibile profumo d’acqua di colonia sulla pelle di lei che si materializza improvvisamente nelle mie narici ed evoca i pomeriggi di aprile sul molo di Amalfi, quasi una visione retrospettiva e immaginifica della Balbec proustiana. Così pure le giornate sulla spiaggia di Positano, le notti della luna ridente della sua costa, come se la lanterna magica di Combray proiettasse da dentro la pagina che vado leggendo queste stesse immagini sulla mia parete. E di colpo sono io il narratore.

Un narratore incontra emozioni che colgono di sorpresa, quelle che prendono, lungo strada, forme diverse, scrittura lontana, ma bellissima, e questo martellare ossessivo della parola tempo, e della parola ricordo si è fatto vivo nella mia mente, sicché il tempo si è proprio consumato. Tanto da temere di non riuscire a terminare di leggere un romanzo infinito, che sfidava il tempo della lettura. Che aveva avuto, prima, il tempo della scrittura, quello della sua vita oziosa e perduta di tutti i giorni nel gran mondo del faubourg St.Germain, meschina o nobile, che scorre via e si perde per sempre.

 

 

Questione di sguardi. Quelli che accrescono la mia inquietudine, oggi nell’epoca in cui tutti sembrano vivere nel tentativo, ahimè vano, di respingere i flutti del tempo. E non è necessario frequentare il bel mondo di Proust per incontrare un volto ringiovanito e rifatto che pare aggiungersi a quello di un vecchio o di una vecchia ottuagenaria. Ne abbiamo esempi a grappoli.  

A quanti è capitato di ritrovarsi poi a un convegno di amici o di gente che avevamo frequentato e che non vedevamo da lungo tempo? Capita qualche volta, soprattutto quando si raggiunge, diciamo così, una certa età.  In queste occasioni pare far breccia in noi, a volte, un retro pensiero che riponiamo nell’angolo più remoto della nostra memoria, quando a quel volto ingiallito dell’amico o del conoscente, (per non parlare di coloro per i quali il tempo viaggia come un treno espresso che porta una prematura senescenza), sovrapponiamo una maschera di gesso applicata dalla vecchiaia. A posteriori, ragionandoci, grazie all’intelligenza (come direbbe Proust), non ci meraviglia questo prodigio, frutto del contrasto tra la fissità del ricordo e l’alterazione fisica degli individui.

A volte basta l’intonazione del timbro di una voce amica o conosciuta che sapevamo squillante, e che oggi, resa sferragliante dalla dentiera, ci mostra, in tutta evidenza, l’evoluzione geologica di un volto.

 

È il tempo dunque che parla, attraverso gli altri, anche per me. Il tempo inafferrabile e incolore che, mentre plasma come un capolavoro la fanciulla di cui facciamo conoscenza in treno o a un’assemblea, parallelamente su di me non fa ahimè che il suo lavoro. Per darne un’idea egli ci descrive i caratteri dei suoi personaggi come dovrebbe fare ogni scrittore che ne fa apparire le opposte facce per mostrarne il volume e offrendoci la loro molteplice complessità multidimensionale. Per questo motivo è una questione di sguardi. L’abitudine, come la intende Proust, ci porta a considerare noi stessi una sola persona in tutte le epoche della nostra vita, come se la nostra identità, quella che ci attribuiamo, presupponga l’esistenza di un elemento fisso, un io immutabile e durevole. In realtà, ci dice Proust, essa non è che l’eco, solo un’eco, delle nostre passate percezioni in quelle presenti. Per usare un’immagine del Narratore, se dovessimo incontrare oggi il nostro io di qualche tempo fa, diciamo di trent’anni fa, ossia la persona che siamo stata, volteremmo le spalle a noi stessi come a certuni cui siamo stati legati, ma che non vediamo da tanto tempo. 

 

E allora, dove va il tempo? È vero che il tempo fugge verso l’annullamento di ogni cosa, verso la morte? Non mi sono mai posto questa domanda, finché ho incontrato Gilberte e Odette, Swann e i variopinti personaggi del gran mondo, ho fatto visita alla nonna adorata, ho parlato con la madre castratrice del Narratore (il padre quasi mai nominato e il fratello inesistente), ho ammirato coi suoi occhi le cattedrali e sofferto d’amore e d’inquisizione gelosa per l’ambigua Albertine. È lui che parla, è il Narratore, ma sei tu che soffri e sei senza parole e, come un bambino, senza difese. Ti senti piccolo piccolo, come quando pieno di spocchia credi che una così sofferta, infelice e penosa, profonda esperienza, il cui confine con l’invenzione narrativa è così labile, possa, seppur da lontano, immiserirsi se identificata con la tua pressoché inesistente e misera avventura letteraria, tanto ti sei immedesimato nella sua opera. È il Narratore stesso a fartelo credere. È lui stesso che traccia il solco nel quale ti sei incautamente incamminato, quando usa le parole dell’Ecclesiaste: tutto è vanità sotto il sole. Come dire, tutto è misurato dagli anni, trascinato via dalla velocità del tempo, tutto quanto in te ti esorta a uscire dal tempo e aspirare all’eternità. Il senso del limite umano o, se volete, della miseria umana. 

Sicché, senza volerlo, mi sono trovato come proiettato in una dimensione di decifrazione interiore che non avrei pensato di compiere, questo è certo. Scrivere, si dice, è (anche) un atto terapeutico, e lo è stato anche per Proust, anche se la parola inconscio era quasi sconosciuta ai suoi tempi, e la sua biografia non cita Freud. Eppure quando si dice che scrivere è come un urlo, è proprio ciò che s’intende. Letteralmente e letterariamente. 

 

La creazione artistica, egli ci dice, è quell’opera di decrittazione di segni sconosciuti che è dato a ciascuno di noi come l’unico vero libro da scrivere. È una questione di sguardi. Che sia veramente così? Quale traccia lasciamo quando non ci saremo più? Dunque è la letteratura, la vocazione letteraria, la vera vita? Non è forse con la scrittura che restituiamo a noi stessi e agli altri tutto il passato della nostra vita, la salviamo dall’oblio inesorabile? Se è un’idea di salvazione, di restituzione di sé, di pacificazione col mondo quella che fa ritrovare il tempo perduto, allora perché non pensare quanto veramente ci si è avvicinati, senza volerlo, a questo concetto? 

 

È questo il punto che sovrasta ogni altra questione. Cosicché il mio sguardo si volge al giorno in cui lei partì per l’ultimo viaggio e la salutai con un biglietto di addio che conservò nel taschino della sua giacca. Le lasciai un filo della mia memoria perché lo portasse sempre con sé e lo srotolasse lungo il suo inconosciuto cammino. Poi mi volto verso il paesaggio del mio primo romanzo che intitolai Le strade perdute, storia di due vite parallele che si credono perdute e che s’incrociano nel tempo. L’esergo che lo accompagnò era tratto da Il paradiso perduto di John Milton, gli angeli puri che per la loro vita disobbediente perdono il loro paradiso e sono condannati al fango della terra. Ora guardo le mie mani che sono come le ultime righe che ho scritto, uno sguardo che pochi conoscono, e che rimandano al tempo ciclico della vita e all’unità dell’uomo con la terra e il suo universo, per cui in realtà tutto è distrutto e tutto si perde, ma tutto si rinnova, trasformandosi. Così anche la vita.

Parafrasando e traducendo il Narratore: ciò che accade oggi è già accaduto tante volte. Se nello spazio curvo le rette divergenti convergono, nel tempo circolare tutto muore, ma tutto laicamente risorge. Cosicché posso far mie le parole e il suggerimento riguardo all’attitudine da tenere di fronte a questo capolavoro: sopportarlo come una fatica, accettarlo come una regola, costruirlo come una chiesa, seguirlo come un regime, vincerlo come un ostacolo, conquistarlo come un’amicizia, sovralimentato come un bambino, crearlo come un mondo, senza trascurare quei misteri che non hanno probabilmente spiegazione se non in altri mondi e il cui presentimento è quanto più ci commuove nella vita come nell’arte.