Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida Giulia. 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

 

Per un diario della bicicletta


02

Pedalando sino alla spiaggia che ancora oggi mi ostino a chiamare della “Bussola”, (anche se del bar-ristorante in bruttissimo stile cosiddetto mediterraneo sono rimasti soltanto ruderi) penso indifferente all’avvenire. Vorrei immergermi sott’acqua per sentirmi tutt’uno con il mare, ora che con il mare non ho la stessa dimestichezza. A questo pensavo mentre pedalavo. Quelle impressioni benedette che hanno in comune il fatto che si provano tanto nel momento presente quanto in un momento lontano. Esse suscitano non soltanto l’eco, il duplicato di una sensazione, ma la sensazione stessa. Un mare mondano, con la sua voce, sembra sospiri di leggerezza.
Il sempre potrebbe essere breve.

12

La montagna e il suo tesoro


In principio era in mezzo a un bosco. Il monte dell’ossidiana, il tesoro nero è qui in Sardegna. È sul monte Arci, lungo sentieri calpestati da uomini come me vissuti settemila anni fa.
Avevo di che cacciare con pietre affilate e aste d’osso puntuto a ogni alzar del sole tra selve rigogliose il mio nutrimento. Sono abile e capace e trasformo e sgamello le mie armi, le mie mani sono esperte e precise.

Successe che un giorno vidi un viaggiatore maneggiare un sasso sporconerastro che prima non avevo mai visto. Lui mi parlò di una montagna in un posto lontano dove trovarne a profusione, una pietra speciale che diventava aguzza se scheggiata con maestria.
Senza indugio lasciai all’alba le mie rive, azzardai il mare per scoprire da dove venisse quella pietra. E così per miglia e miglia camminai e frugacchiai per macchie rossoluminose e foreste verdeggianti nel monte inesplorato. Finché non mi accorsi dei miei passi ricoperti di pietrame lucente e grezzo in grande quantità. 

Un nero ovunque affiora. Spunzono la terra e vedo arnioni che s’inerpicano per il sentiero e altri ancora là in alto sul tacco scosceso chiazze nerobrillanti al sole, qua brancio nel fogliame o ne miro a distanza di una fionda scagliata con destrezza.
Ne colsi una, tra il pietrisco ai miei piedi, le dimensioni di un pugno. La battei senza forza contro la roccia dura e quella si spaccò svelando il cavo nero lucidolucente come valva d’ostrica. Lo toccai, piatto e pulito, ci lisciai il dito e provai a scorrerlo adagio sull’orlo sottilissimo e tagliente della frattura. 

Fu così che da allora quella preziosa pietra varcò il mare in altri lidi distante. Diventò in altre terre punte d’armi come lame arrotate e falcetti e pugnali. Si barattò con legname, pelli e monili.
Tesoro nero in mezzo a un bosco, da toccare con mano. A Pau.

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Il Museo dell’Ossidiana a Pau, l’unico in Europa nel suo genere, è dedicato esclusivamente a questo raro vetro naturale. Esso affronta un viaggio attraverso la natura e le prerogative della fascinosa roccia che le viscere della terra hanno emesso e le le mani dell’uomo preistorico hanno trasformato per produrre strumenti del vivere quotidiano. 

Il percorso espositivo della struttura museale è organizzato secondo il principio della fruizione diretta e partecipata agli aspetti scientifici naturalistici, tecnologici, sociologici e storici dell’ossidiana, intesi nella loro dimensione più generale ed in quella che attiene più specificamente alle caratteristiche regionali, del Monte Arci e del territorio di Pau.

Si ammira una vastissima collezione di reperti geologici ed archeologici. Ogni argomento è spiegato in modo chiaro con supporti multimediali, pannelli, immagini e basi sonore e la guida eventuale di esperti che faranno vivere un’esperienza completa, provare la suggestione di toccare con mano la preistoria.

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L’ostrica e i due litiganti


Riadattamento da M. Jean de La Fontaine

Sulla spiaggia del Poetto due bastaxius notano la presenza di un’ostrica che nottetempo le onde del mare hanno trascinato in riva. 

Ben presto la discussione tra i due si anima, perché ognuno rivendica per sé il prezioso mollusco giudicando di averlo avvistato per primo. 

Incapaci però di accordarsi, affidano la decisione al loro amico Chicchinu che per caso si trova a transitare nei paraggi. 

Chicchinu accetta e, in qualità di giudice investito della questione, raccoglie l’ostrica dalla sabbia. Quindi, dopo averla esaminata con attenzione, l’apre e se la pappa.

I due litiganti, basiti, chiedono spiegazioni.

Chicchinu non si scompone e, consegnata nelle mani di ciascuno la propria parte di conchiglia, se ne va decretando: «Costa cara l’amministrazione della giustizia!»

Perdersi e ritrovarsi con Proust


Albertine scomparsa (Alla ricerca del tempo perduto

Un’esperienza al di fuori del comunemente letto, un atto di decifrazione interiore, tento di scendere dalla torre del mio ombelico e così, anche solo per gioco, riprendo a leggere dove avevo terminato La Prigioniera e parto con Albertine scomparsa, il secondo volume della Recherche a essere pubblicato postumo.

 Non si può non essere coinvolti, è come trovarsi inaspettatamente inabissati, strato dopo strato, in un territorio che non è quello della pagina scritta che hai sotto gli occhi. Albertine, il grande amore che il Narratore non ha mai saputo amare travolto dall’inquisizione gelosa e dalla gelosia stessa, se n’è andata. È morta come Ippolito nella tragedia di Racine, caduta da cavallo, nei pressi del fiume Vivonne, ossia in una situazione anfibia. 

Albertine, incontrata sulla spiaggia di Balbec, è vista come immagine marina, sfuggente come un pesce, metà brava ragazza, metà creatura del vizio, associata alle acque di Venezia per mezzo del mantello di Fortuny, regalo del Narratore il cui disegno di una sirena riproduce un particolare del quadro del Carpaccio. La sirena, simbolo del desiderio e del fascino ingannevole che porta alla delusione e alla rovina, rappresentazione della doppia personalità e dell’ambiguità sessuale.

Per non amarla più il Narratore deve dimenticarla. C’è come una geometria dello spazio, ma c’è pure una psicologia nel tempo, nella forma dell’oblio, in contraddizione costante con la realtà, strumento stesso di adattamento della realtà così potente che distrugge poco alla volta la sopravvivenza del passato. È il passato che porta a dimenticare e ad attenuare le sofferenze.

Insieme col Narratore discendo negli inferi del suo senso di colpa e della sofferenza, il dolore si trasforma in oblio: come un’intermittenza del cuore può scemare rapidamente per risalire di colpo (come nel caso della morte della nonna), può anche manifestarsi in modo lineare (come nel caso di Albertine). È in quest’universo, dell’infinitamente piccolo dell’interiorità individuale che si combatte la guerra del senso di colpa e del senso del perdono, una battaglia invisibile svelata dai rimandi meta artistico letterari. 

Perché il Narratore ama Albertine negando, nella convinzione che ella detesti chi la insegue e ami chi la respinga. Dietro Albertine/Ippolito (nel Mito e nella Fedra di Racine) non si possono non intravedere i tanti Agostinelli amati da Proust, sicché egli per conservare la loro amicizia e il loro affetto deve negare il sentimento amoroso.

Ciò che oggi accade, si è già verificato tante volte nei secoli passati. Albertine, la nonna, Swann sono morti. Tutti scomparsi. Così come sono morti i modelli reali che sono serviti a Proust per costruire i suoi personaggi immaginari: Alfred Agostinelli, suo segretario e amante, è morto in un incidente aereo, la madre adorata e castratrice che annulla la libertà di chi l’adora, e pretende grosse privazioni regressive, Charles Haas (principale modello di Swann) muore lo stesso giorno in cui viene giù il campanile di San Marco. Tutti, uomini e cose, inghiottiti nel Tempo Perduto.

Compiamo dunque quest’itinerario di purificazione ed espiazione del senso di colpa, lui che da vittima dei tradimenti, delle menzogne e della bisessualità di Albertine si rende conto di esserne il carnefice, attore di un doppio assassinio: quello dell’amata e della nonna (per quel dolore che ha scoperto dentro di sé a distanza di alcuni anni dalla sua morte). Come riconciliarsi con la realtà e con la propria storia, se non attraverso un atto di purificazione che cancelli il peccato e instauri il trionfo del perdono? E dove se non in virtù di quel processo di memoria involontaria che svelerà il significato della vita e il valore assoluto dell’arte? La tappa decisiva è una visita con la madre a Venezia nel Battistero di San Marco che distruggerà il senso di colpa. Giovanni battezza il Cristo immerso nelle acque del Giordano, una colomba dello spirito santo, gli angeli che hanno le mani coperte dalle vesti in segno di rispetto e venerazione e che sembrano uno scialle sul corpo nudo di Gesù. Gesto che, durante la visione dell’opera, la madre compie nei suoi confronti: getta sulle sue spalle uno scialle per ripararlo dal freddo glaciale della basilica. 

Un moto di commozione mi trova esposto. Senza volerlo. Partecipe di un atto liberatorio, come se mi riguardasse. E l’emozione s’eleva quando traduco quei gesti che dalla pagina scritta diventano immagine, un’esperienza immaginativa straordinaria. L’enigma si scioglie. Il battistero di Venezia distrugge il senso di colpa. Il ministro di questo sacramento è la madre del Narratore, la vittima che perdona e che riscalda con uno scialle, affettuosamente, le spalle gelate del figlio. Senza quest’episodio e senza la resurrezione della memoria e la redenzione nella vocazione artistica, il tempo non potrebbe essere ritrovato. 

La visita al Battistero è la metafora cristiana di ciò che per la psicanalisi è il punto critico di riconciliazione tra il mondo interiore e il mondo esterno. Sicché non può esserci battesimo senza immersione nelle acque, e Venezia è adeguata immagine. Venezia è la città dell’inconscio del Narratore, è l’utero della madre che impedisce al figlio una maturazione affettiva, ponendosi in alternativa a una relazione eterosessuale. È il momento della resa di fronte all’ingombrante transfert materno. Il Narratore non può che trovare rifugio nella casa di cura. Ognuno di noi s’affanna invano per celare i propri vizi e smascherare quelli altrui, ma è una fatica sciocca, perché il contrasto tra normalità e diversità è solo apparente e ingannevole. 

 

Così vicino così lontano


Lo avevo visto arrivare improvvisamente, mi aveva porto l’estremità di una fune e mi disse: reggila. Non so se ci sia stato un nesso tra la sua partenza e il mio sogno, ma piace pensare che prima di allora io gli abbia fatto compagnia, seduti a parlare sul prato e davanti il mare. Che fosse un sogno ne ero sicuro, ce n’erano gli ingredienti, circondati come eravamo del gorgoglio delle onde del mare dentro un incantesimo.

Eravamo per davvero noi due. L’inizio si estendeva come un incendio nello spessore di un istante. Delle voci, del sole e della luna non restava che cenere, la stessa del ricordo. Lui aveva in mano il mio romanzo, anche se non so se lo abbia mai letto. Non lo leggeva. Per il vero, nessuno di noi era capace di concentrarsi su un punto qualsiasi delle pagine. Come non assaporare allora la grazia di poter distogliere lo sguardo e di affiancarlo alla vastità del mare, a quella sua profonda indeterminatezza. Spirava un leggero vento di maestro, quello che si leva a una certa ora della giornata sulla spiaggia del Poetto, sicché le pagine del libro si erano messe a scorrere da sole.

Era già quasi il crepuscolo ma noi ci sentivamo leggeri e luminosi. Se fosse passato qualcuno in quel preciso momento di certo la magia sarebbe svanita, ma eravamo completamente soli, e prima ancora di scambiarci una sola parola c’eravamo trovati imbrigliati senza volerlo dentro il labirinto delle nostre storie.

Ciascuno di noi due aveva la sua storia, incredibile come si intrecciassero. A volte per strada, nelle circostanze più diverse e impensabili, ti pare di sentire l’animo strapparsi rapito nella storia di qualcuno che ti è passato proprio lì accanto. La maggior parte della volte quelle storie però vengono presto rimosse e svaniscono, senza che ti renda conto di ciò che si è perso. Resta un leggero rimpianto che in genere si dissolve anch’esso istantaneamente, sebbene possa durare ancora qualche ora come una specie di angoscia. Ed ecco cosa resta, la fine della storia.
Ciao Silvio.

Ricami


L’incanto della musica tra i raggi morenti del pomeriggio. L’ardore di luglio che si spegne nell’alito refrigerante del mare. La Torre de Armas e le scogliere di Calamosca, vale a dire del verde, dell’oro, dei blu e di quel rosso che morde con i suoi grumi il fondo di uno sparito. Natura e musica che ricamano la sinfonia che precede la notte. Immagini.

 

La luce una gioia senza forma


Chiudere gli occhi è viaggiare

La città ha varcato l’alba, ma nella sua mano la solitudine splende.

Già l’oggi appare antiquato, questo anche le stagioni lo capiscono. Chiudere gli occhi è viaggiare. Il mare mi è così vicino che basta allungare le mani. Mi lavo il viso con l’acqua del mare. Non ricordo più il nome di quei soli ridenti che ancora vagano in cielo. 

Il rumore talvolta mi porta un palpito di passi sulle spiagge, ma non è altro che la chiave che aprirà l’ultima porta in cui si nasconde l’infanzia. Vi sono orme di gabbiani sulla sabbia. Penso che i gabbiani fanno il loro lavoro come me. Si lasciano portare per correnti ascensionali, si posano sulla sabbia così con le loro zampette fuggenti, e appaiono calmi. E quando tutto lo spazio qui attorno sarà stato visitato e tutto il dominio mostrato, l’estensione del cuore più piccolo del più piccolo degli esseri umani lo ridurrà a nulla. Sicché i miei giorni, al peggio, saranno vivi.

Orme di gabbiani sulla sabbia

La luce una gioia senza forma

Mare


Mare se in te stanotte potessi ancorare

Capo Comino

Da un altro mare, la distesa ampia della fantasia pesca qualcosa da porre accanto al resto del mio bottino. 

Il mare è sprofondato nel porfido rosso e le rocce hanno tutte le rughe di una pancia.

Capo Comino

Forbici


Seduto su una panchina di viale Buon Cammino, mi rosolavo al sole. Il rigoglioso momento di mezza estate era finito, mentre la terra correva verso un altro clima. Stavo da dio, sospeso tra gli azzurri di due cieli. Gli uccelli cinguettavano all’ombra tenera degli alberi, un gatto bigio scalava il parapetto di una terrazza specchiata e si acquattava tra due tegole spioventi come volesse restarvi per sempre. Tre vecchietti si accompagnavano lentamente per il viale di pini contorti. Un militare, cravatta al vento, attraversava di corsa il mio guscio visivo. Alle mie spalle, Porta Cristina ingoiava il serpente di lamiere d’auto che avanzava lentamente verso la città bassa, librando nell’aria nuvole di ossido di carbonio. Poco distanti, torme di bambini vocianti si rincorrevano, incuranti degli sguardi distratti di madri intente a parlarsi senza ascoltarsi. Alzai lo sguardo e fui accecato dal sole. Mi ripresi. Mi sembrava di stare in cima a un naturale anfiteatro. La città sotto di me si distendeva. Palazzi bianchi, tetti rossi, strade nere. E poi un argento ovunque, la Quarta Regia, il vecchio ponte della Scafa. Ancora il mare e le sue onde che si scagliavano contro la muraglia lungo la strada della scogliera, quel tanto di vita estiva che sopravviveva, funi di sabbia festanti sotto il maestrale. In lontananza, i monti azzurrini si specchiavano nella laguna. Fenicotteri e macchie rosa sullo stagno. Il tè nel deserto, ricordo come in un lampo, il tè nel deserto e il profumo levantino di questa terrazza sul golfo. Mi sentivo in cima ad una gigantesca terrazza affacciata sul golfo.


Il sole mi inebriava. Mi domandavo, quale è stato il centro gravitazionale della tua vita? Mi sentivo un languido Battiato in quel momento, ma in cuor mio aspiravo a Richard Gere. Cercalo il centro, mi dissi. Parti da lì e traccia una riga, poi fai la somma. Scoprirai l’io riflesso. Davanti a me il porto di quiete.
Mi sono svegliato, e in testa l’immagine latente di un sogno fuggitivo. Verrà il momento in cui il guscio che mi tiene prigioniero si spaccherà. Portai in cucina, ancora addormentato, la mia vecchia carcassa e mi son fatto un caffè. Lascerò la tribù e mi tufferò nella danza del mondo e allora pensare, ballare o fare quello che a uno gli va di fare, sarà un atto liberatorio e, al centro, sarà la vita. Quel sogno continuava a tormentarmi. Uomini col colbacco assaltavano caravelle; capitani d’industria conversavano con scialbe puttane che sostavano lungo i freddi viali della notte; principesse della notte scappate da un film di Fellini con addosso scarpette rosse dai tacchi a spillo. Come adoro i tacchi a spillo! Prestigiatori intabarrati volteggiavano nell’aria. In alto, liberi, nell’aria, in alto, sulle nuvole dove i clown facevano scherzi ai domatori, che si domandavano che ci facciamo qui? E poi nani e ballerine, come adoro le ballerine!, che arrestavano improvvisamente la loro danza per correre insieme a uomini di colore, gialli, neri, verdi, rosa e blu. Tutti: amazzoni e operai, prostitute e domatori, perdigiorno e giornalisti, tutti insieme verso un grande buco.

Duomo Orvieto particolare facciata 1981

E più correvano, più il buco diventava piccolo, il buco di una serratura di una porta, ma una strana porta, una porta senza niente, o meglio era solo una porta con il buco della serratura, senza serratura. Tutti volevano vedere dal buco, anche se non sarebbe stato necessario, bastava guardare oltre la porta, ma ugualmente tutti volevano vedere da quel buco. Basta! disse infine la madre mediterranea alzando in alto la grossa mano. Datemi un paio di forbici. Tutti, ma proprio tutti, si fermarono a bocca aperta e le fecero cerchio attorno, curiosi. Il clown in prima fila, alle sue spalle, e gli altri a seguire. Tutti la guardavano interessati con gli occhi spalancati. Il prestigiatore, che era lì, le porse le forbici. Il donnone le prese e, con fare solenne, come se fosse all’inaugurazione di un evento eccezionale, cominciò a tagliare la porta, una porta di carta. Quando ebbe finito, me le porse, ma io dissi non sono mie. Prendile e guarda, rispose. Guardai oltre la porta di carta e, con mia sorpresa, varcandola, mi accorsi che c’era tutta la mia vita.