Succede, a volte e non sempre, di leggere o ascoltare qualcuno che improvvisamente accende una luce. Per l’interesse che la materia suscita, per il rigore e la chiarezza dell’esposizione, per la serietà dell’approccio. L’articolo dell’archeologo Roberto Sirigu in questo blog La scomparsa dei “Nuragici”, analisi archeologica di un lapsus freudiano, è stata una di quelle volte. Egli, con dovizia di dimostrazioni a sostegno di dati e attenendosi soltanto a questi, parte da un fatto: il manifestarsi di un lapsus (dimenticanza – atto mancato) nella brochure di presentazione di un convegno di studi. Ossia l’omissione di una parola che è l’oggetto stesso del discorrere. Con ciò cambiando dunque l’argomento del dibattito di segno e senso.
E valuta che ciò non sia un caso, un errore o una disattenzione, ma – addentrandosi nell’analisi – esso risponda a motivi più profondi, inconsci, cioè a un impulso in contrasto con ciò che si sarebbe voluto scrivere o dire. Non ritorno sull’argomento. In buona sostanza, però ciò che preme dire è che alla fine di questo ragionamento, tra i diversi aspetti interessanti, egli ci mette in guardia sui pericoli che ne deriverebbero se dovessimo smettere di valutare il nostro passato, e dunque anche il presente, con il metro della ragion critica. Il fatto che ci è stato illustrato è emblematico e ha portata ben più generale di quanto si pensi. Per questo l’articolo di Roberto Sirigu mi induce ad alcune riflessioni oltre lo specifico trattato.
In sintesi, come giustamente si fa notare, risulterebbe ben difficile dialogare con un monumento del pensiero nella sua dimensione sovrumana e totemica (nel caso di specie il Lilliu è calzante). Della stessa chiusura comunicativa saremmo vittime se dovessimo applicare lo stesso parametro, al di là delle nostre intenzioni si badi, all’artista, al letterato, all’economista o allo statista. A tutti i livelli e a ognuno di noi. Mi verrebbe da dire anche al nostro professore, in una classe di studenti; al nostro general manager di strategie industriali in un’azienda. Cioè a dire, varrebbe in tutte quelle situazione nelle quali si partecipa alla battaglia delle idee. Nella cultura in generale ma anche nella politica come nell’economia. Che poi è sempre battaglia culturale. Guai a fare dunque della scienza un Talmud e abdicare al pensiero critico. Ciò appare quasi banale, ma è meno scontato di quanto sembri. Con una differenza, peraltro, (che cito a memoria, sottolineata non ricordo più da chi) tra l’essere la scienza l’infaticabile interpretazione interrogante della realtà e l’arte, la letteratura, la religione e il mito – del senso della realtà.
Ciò rimanda a un sotto insieme di altre questioni a essa collegate. E riguardano non gli specialisti, ma noi cittadini. In generale la classe dirigente a tutti i livelli e in tutte le sue articolazioni e diramazioni statuali. In particolare gli operatori culturali e i decisori politici. In estrema sintesi, basta riferirsi allo stato della cultura e, nello specifico, della cultura scientifica e dall’altro alla divulgazione scientifica. Purtroppo in giro ci sono molti ciarlatani che propalano a man salva ogni genere di suggestive ipotesi e hanno ottima stampa (e di esempi ne abbiamo anche in casa nostra dai shardana sino ad atlantide). Per semplificare purtroppo, del mondo, dell’universo e della sua storia si hanno concetti informi e visioni confuse, che si vogliono corredare con idee arbitrarie, creatrici di suggestioni pericolose.
Qui la questione però si dilata perché abbraccia un processo di dealfabetizzazione culturale del nostro popolo che parte da un tempo ahimè lontano (mi riferisco a quanto hanno ampiamente denunciato Consolo e Pasolini – parliamo quindi a partire dagli anni sessanta) e che prosegue la sua corsa in un piano inclinato disperante. Gilles Deleuze parlava di verità come disguido, un lapsus, appunto. La verità non si concede, si tradisce. Non si comunica, s’interpreta. Non è voluta, è involontaria. E forse, e sottolineo forse, il lapsus cui hai fatto richiamo l’archeologo Roberto Sirigu soddisfa queste tre condizioni. Viviamo quel tempo.
In tutti i casi, anche se l’ultima proposizione fosse denegata, ciò non ci assolve, né ci rassegna.
Impegnarsi in questa battaglia quotidiana a riguardo, dovrà essere dovere di cittadini innanzitutto. Ognuno secondo la propria sensibilità e competenza.
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