Il lavoro


Enciclopedia del Novecento

Lavoro

di Jean Fourastié e Gino Giugni

Sommario: 1. Introduzione generale. a) Il ‛fatto’ del lavoro è millenario, il termine ‛lavoro’ è recente. b) Concezione tradizionale e concezione contemporanea del lavoro. 2. Considerazioni generali sul lavoro. Storia del lavoro umano. a) L’umanità senza il lavoro. b) Lavoriamo per produrre. c) Come lavoriamo. d) Le scienze, le tecniche e la produttività del lavoro. 3. L’organizzazione del lavoro. La divisione del lavoro. Costrizioni, gerarchie, subordinazione. a) Preparazione del lavoro e organizzazione del lavoro

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Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii http://www.anobii.com/sabic/books

Lo sguardo oltre la pagina: la poesia di Paola Fanelli


Nell’antichità la Poesia era musica e canto, evento collettivo che si compiva con grande partecipazione di pubblico. A imitazione della tradizione greca, a Roma, come nei territori dominati, esistevano, si sa, piccoli e grandi anfiteatri che accoglievano i giochi e le lotte dei gladiatori. Qui, insieme agli atleti che facevano mostra di abilità fisica, si cimentavano i cantori, i maestri di retorica, gli oratori, dando vita ad accanite gare (mens sana in corpore sano). Le gare poetiche tanto popolari nei nostri paesi provengono da un costume e una tradizione che si perde lontano nei tempi.

Piazza Navona, per esempio, era uno di quei posti. Il nome proviene dal greco agon – onos, ossia, gara, lotta: agone era il luogo ove cui si svolgeva un combattimento o una gara. Oggi diciamo cimentarsi in una contesa, parliamo pure di agone letterario e così via.

 

Oggi, per complesse ragioni che non è opportuno qui dire, la poesia non gode di buona stampa, di certo sono cambiate le modalità di interpretazione. Non è un evento pubblico, più celebrazione intima e personale, mantiene qualcosa della struttura originaria. Aristotele diceva che la poesia è l’universale e l’essenziale. È creazione di immagini, combinazioni armonico di suoni e ritmi che parlano alla ragione e al sentimento.

 

Dunque, la poesia è il luogo. Essa esiste oltre la sensibilità del poeta, dove egli parla con se stesso: un posto riservato al di fuori della pagina dove ritrova la misura di sé.

 

Nel caso di Paola Fanelli è un parlare con la natura e, in queste due poesie dedicate alla luna, si ritrovano quasi le ragioni di sé. Con lei direi che si sollecita un’emozione forte che guarda alla natura, da ricordi che scavano nella nostra infanzia, un senso di gratitudine per questi doni della creazione che esce silente dalle nostre bocche e si perde nell’infinito del cielo.

 

Luna sbilenca

Stasera sorgi stranita
la tua rotondità

è sghimbescia

mi straluna

cerco il tuo disco perfetto

ti guardo a lungo

da ogni lato,

mi sembri triste

consapevole di essere brutta,

vuoi scomparire

al più presto

ti vergogni

non sei più splendida

unica,

mi sento a disagio

non ti guardo più.

Luna malata

Tra le antenne della città

sopra alti palazzi appari

sei tonda come sempre

ma diversa

sembri malata

hai un pallore livido

senza forza

asfissiata da vapori

sporchi, degradanti.

 

Ti prego, lotta

non lasciarti andare

vai più in alto

ma non scomparire.

 

Un cielo senza luna

ci lascia nel buio

la volta stellata non emoziona più
anche noi ci ammaleremo.

 

Cipolle e Libertà


Sono mesi ormai che mi vedo, stante l’attuale stato dell’economia capitalistica mondiale, come uomo della specie caucasica avvertito di pericolo d’estinzione prossima ventura. Per una strana combinazione del caso è di queste settimane l’uscita dell’ultimo controverso e discusso film di Lars Von Trier Melancholia, che sono andato a vedere – vedi nella Vetrina di questo blog – e non ho potuto fare a meno di pensare che è proprio vero: siamo tutti come la protagonista che cerca di acciuffare il pianeta malefico dentro un cerchio di fil di ferro per vedere se si allontana o si avvicina a noi. 

Questi geniacci di artisti… Vedono le cose diecimila chilometri oltre i nostri occhi. 

I quali, invece, dalle nostre parti, scrutano da parte a parte con ottuso e ripetuto sguardo il cerchio di cui sopra a forma di grafico, lo spread che scende, nossignori sale, scusate risale, mamma mia risale ancor più su, il pianeta malefico, ma poi finalmente scende, pur sempre malefico e minaccioso: non capisci però se sia più lontano o più vicino. 

Signori, siamo già in Depressione? Mangeremo in un futuro prossimo cipolle e libertà? Diciamolo sottovoce, le menti più acute non pronunciano la Brutta Parola per la tema che si avveri. Il cammino è lungo per fortuna. O forse non è così, perché non sai se il pianeta malefico si avvicina o si allontana. Meno male che (sempre dalle nostre parti) ci sono quelli che ne capiscono più di noi caucasici, e ce lo vengono pure a spiegare; buontemponi indignati di destra (qui-c’è-sotto-qualcosa, oppure c’è-del-marcio-nella-mafia), corifei di quelli della Grande Bottega del mondo, e draghi di sinistra, (cominciamo-a-bruciare-tutto-poi-si-vedrà), la vedono alla stessa maniera, idee chiarissime: lo spread sale, Berlusconi scende, Letta e Tremonti (iscritti alla Goldman Sachs) perorano Monti che sale, lui iscritto al club Bildberg & Goldman Sachs & Trilaterale (Goldfinger e La Spectre uniti nella lotta), certo Monti sale ma lo spread scende ancora, allora sorpresa, il grande complotto della premiata ditta del S.I.M. (Sistema Internazionale delle Multinazionali) e quello pluto-demo-massonico, nonché sionistico dei banchieri (Gerusalemme! Gerusalemme!), è pronto a farlo ridiscendere da dove ce l’aveva portato. 

Sì, è vero sono screzi e scherzi della Depressione, il pianeta malefico si avvicina pericolosamente. La storia sembra ripetersi due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa, e pare non s’impari mai nulla. 

Ma tranquilli: non sarà il finale di un nuovo film.
Cipolle e libertà per tutti!

Il giorno arrivò lento


Il giorno arrivò lento, il 2 agosto di trentuno anni fa. A Bologna l’orologio si fermò e io non so quanti giornali, di quelli che se ne stettero zitti per anni, scriveranno oggi o domani un editoriale o una riga. Anzi lo so. L’Unione Sarda ne è fulgido esempio. Certo, le Borse vanno a picco, Cappellacci va da Alfano e la Costa Smeralda valgono più che non 85 morti. Stare sul pezzo, per favore: zitti e mosca.

No, non è vero, non è andata come altri anni, una riga d’inchiostro si è sparsa. Nelle pagine interne, magari. Per dire che il governo non andrà alla commemorazione, che questo governo non ha neppure il coraggio di guardare in faccia i parenti delle vittime, e non si prende la sua parte di responsabilità. Attento dove vira il vento e stai sul pezzo. Sì, un bell’articolo di fondo per biasimare il gesto ci sta, ma del resto cosa c’è da aspettarsi da una classe politica così screditata. Non può mica prepararsi il patibolo sul quale impiccarsi.

Giornali di opinione, libri, riviste, articoli dei più incendiari tra quelli che hanno diffuso a piene mani passioni insurrezionali, tentano di coprire uno spazio politico sempre più caotico, si accorgono del malessere e denunciano la sordità della politica di fronte alle sofferenze delle persone. Giro la domanda. Quanti di quei giornali e giornalisti possono sentirsi assolti e domandarsi se hanno fatto il proprio dovere fino in fondo per tenere viva la memoria e la nostra coscienza civica. Leggete quei giornali, sì anche quelli che non vi garbano, domani e dopo domani e dopo ancora, sino al prossimo 2 agosto. Cosa c’è da aspettarsi da chi ha seminato indifferenza e arrivò lento quel giorno del 2 agosto di trentuno anni fa, ma 85 persone non arrivarono mai. 

La Pasqua dei Lavoratori e l’Inno del 1°maggio


Le parole di questo Inno le farei sentire giorno e notte al sindaco dei bottegai di Firenze, Renzi (con tutto il dovuto rispetto per il nobile ceto dei bottegai). Pietro Gori, anarchico, scrisse nel 1892 l’Inno del Primo Maggio sulla base melodica del Va’ pensiero nel carcere milanese di San Vittore dove era stato rinchiuso preventivamente. Qualche anno più tardi si sarebbe trasferito in America dove l’avrebbe riproposto in tante città tra cui Chicago, e con grande successo. Chicago è la città dove furono impiccati cinque anarchici in seguito allo sciopero e alle lotte organizzate per ottenere la giornata lavorativa di otto ore.

Vieni o Maggio t'aspettan le genti
ti salutano i liberi cuori
dolce Pasqua dei lavoratori
vieni e splendi alla gloria del sol

Squilli un inno di alate speranze
al gran verde che il frutto matura
a la vasta ideal fioritura
in cui freme il lucente avvenir

Disertate o falangi di schiavi
dai cantieri da l'arse officine
via dai campi su da le marine
tregua tregua all'eterno sudor!

Innalziamo le mani incallite
e sian fascio di forze fecondo
noi vogliamo redimere il mondo
dai tiranni de l'ozio e de l'or

Giovinezze dolori ideali
primavere dal fascino arcano
verde maggio del genere umano
date ai petti il coraggio e la fè

Date fiori ai ribelli caduti
collo sguardo rivolto all'aurora
al gagliardo che lotta e lavora
al veggente poeta che muor!

(www.ildeposito.org)

È la bandiera dei tre colori


12 mar 2011

C-Day 12 marzo 2011

Volevo mantenere il contatto il 12 di marzo. C’era un vento che muggiva tra le nuvole caliginose della mia città, questo 12 di marzo. Volevo mantenere il contatto, volevo mantenerlo con il fango della terra e il fango della terra di questo tempo dice che qualcuno vuole stravolgere la Costituzione, vuole farne carta igienica. Te lo sputa in faccia, non ne fa mistero.

Sicché sono salito in piazza questo 12 di marzo in un mare di bandiere. Bandiere. Bandiere tricolori che non avrei mai detto. Bandiere sopra i tetti delle case, sui davanzali alle finestre. C’era un vento che stravolgeva tutte bandiere, un vento così forte, che bandiere garrivano come volessero portarci nel fango della terra.
È il bello del fango della terra. Sai chi è quello che ti sputa in faccia e ti rutta la sua protervia. Vedi subito chi vuole stravolgere la Costituzione. Volevo mantenere il contatto questo 12 di marzo.

Perché qualcuno vuole stravolgere la Costituzione. Che non vive libera nella purezza del cielo, né tra le rime baciate di un poeta. Essa è nata nel fango della terra. Come te, come me, come tutti. È nata dal sangue degli uomini. Come quello di mia madre, di mio padre e di mio nonno. Ebbene, sissignori, sono salito in piazza questo 12 di marzo.

I piccoli Goebbels tra noi


La notizia che un signore, assessore alla cultura della provincia di Venezia, ex missino – forza italiota berlusconiano intenda obbligare le biblioteche veneziane di mettere al bando i libri degli autori che nel 2004 firmarono l’appello dove si chiedeva la scarcerazione di Cesare Battisti è semplicemente, come ha già scritto qualcuno, una porcata. Una di quelle cose che non possono passare sotto silenzio.

Non solo per l’intimazione rivolta ai poveri Bibliotecari di rimuovere i libri di quegli autori dagli scaffali, ma anche per il divieto di organizzare iniziative con i medesimi di cui sopra (da dichiarare persone sgradite): chi non si sottometterà se ne assumerà la responsabilità, cosa che ha ottenuto subito il plauso di un sindacato di polizia (possiamo immaginare lo stato d’animo di quei lavoratori). Insomma, siamo all’Indice e alle liste di proscrizione. Attenzione al trappolone, però. Il caso di Cesare Battisti non soltanto è pretesto, una scusa, ma è anche una provocazione bella e buona. Duemila autori hanno firmato nel 2004 un appello per la sua scarcerazione. Chi non sa o non è sufficiente informato sul caso Battisti è pregato di farlo in altra sede, le fonti non mancano. Non mi interessa il caso Battisti, e non ne parlerò. Non si tratta di essere pro o contro. Dico soltanto che non sono d’accordo su quella petizione, ma se una qualche autorità, piccola o grande, locale o nazionale, impedisce o minaccia di impedire in qualsiasi modo e a qualunque mezzo l’espressione pubblica di un’opinione pur anche contraria alla mia allora non ci sto.

Se passa l’idea che sia lecito compilare liste nere, epurare gli scrittori sgraditi e adeguarsi al pensiero unico dominante di chi governa il nostro paese o amministra le nostre provincie regioni e città, è un segno del livello di regressione culturale che non risparmia la nostra società e della volgarità cui si è arrivati. Un brutto segno che non deve farci commettere l’errore di sottovalutarne o minimizzarne la portata. Né farci pensare che sia stata l’idea solitaria e isolata di uno che l’ha sparata grossa per farsi propaganda. Perché se la classe dirigente che esprimiamo è questa, occorre rendersi conto che essa non è che lo specchio del Paese. Un degrado etico e morale presente in tutti coloro che non s’indignano davanti alle porcate del nostro capo di governo, nelle vecchiette (e non soltanto) che, in barba a una morale ipocrita e bigotta indotta spesso – occorre dirlo – dalla Chiesa, si formano un’opinione davanti alla tivù e sotto i pulpiti, e che dicono sì non è uno stinco di santo, ma è tanto simpatico!, nei giovani cresciuti a pane e «Uomini e Donne», nei padri che rispondono «Magari!» alla domanda se la figlia è la fidanzata del presidente. Basta poco, perché ciò che si è visto e sentito in questi giorni induca a tenere alta la guardia e la vigilanza.

Ci sono tanti piccoli Goebbels tra noi che confidano nella narcolessia mentale che hanno prodotto venti anni di pensiero unico, per portarci alla scomparsa più o meno indolore e graduale della libertà d’opinione.

Attenzione ai piccoli Gobbles, perché in questo caso si è andati oltre. Qui non si teorizza di bruciare i libri di quegli scrittori per quello che hanno scritto, avendo scritto d’altro, ma per il fatto di pensarla diversamente dal piccolo Goebbels. È questa idea imbecille che non deve passare.

 

I favolosi anni della nostra vita


Tutti ricordano i favolosi anni della propria vita per me è stato facile ricordare i favolosi anni della mia vita per me è stato facile ricordare dieci anni e poi dieci anni e ancora dieci alla fine degli anni cinquanta avevo dieci anni avevo soltanto dieci anni una bicicletta legnano e il profumo dei pini di sant’onofrio e il cortile di casa ma ho fatto appena in tempo a crescere che ero già partito dalla mia città natale non da solo ovviamente ero con la mia famiglia ed ero partito da Nuoro da qualche mese da Nuoro che è la mia città natale e ci sono stato sino all’età di dieci anni con la mia famiglia sono andato a Sassari agli inizi degli anni sessanta iniziavano allora i favolosi anni sessanta se li ricordano tutti i favolosi anni sessanta io me li ricordo ancora perché avevo dieci anni e iniziavano gli anni sessanta io me li ricordo perché erano gli anni che avevo tanti amici a Sassari le ragazze di piazza d’Italia degli anni sessanta erano carine e cominciavano a piacermi ma avevo appena cominciato a conoscerle che me ne sono dovuto andare e non le ho viste più le ragazze di piazza d’Italia degli anni sessanta e quando sono arrivato a Cagliari ho visto che c’erano altre ragazze e tante altre cose ma negli anni sessanta non c’erano solo le ragazze c’era anche molto vento negli anni sessanta il vento arrivava dal nord che qui chiamano maestrale anche se arriva da nord ovest e poi c’era il vento che viene dal mare che qui chiamano levante che è poi il vento dell’est che qui chiamano levante sono arrivate anche le manifestazioni degli operai e una macchina fotografica e poi le bombe di piazza fontana che non c’entrano niente con la macchina fotografica ma chissà perché associo la fine degli anni sessanta con le bombe di piazza fontana e la macchina fotografica ma alla fine degli anni sessanta io avevo ventanni e mi sembrava di averne cento di anni anche se non era vero perché alla fine degli anni sessanta avevo solo ventanni e a me sembrava di averne cento avevo soltanto la patente dell’auto gigi riva il giro d’europa a piedi in venti giorni e un diploma che non sapevo cosa farmene perché iniziavano gli anni settanta e con gli anni settanta non si scherzava non erano come gli anni sessanta che era morto luigi tenco e c’era stato il viet nam e tutte le manifestazioni contro la guerra non erano come gli anni cinquanta che ricordavano la bomba atomica e marilyn monroe erano morti fred buscaglione e james dean e mi chiedevo chi sarebbe morto negli anni settanta insomma l’avete capito cominciava ad esserci un po’ di confusione ma per fortuna che il vento dell’est degli anni settanta non aveva smesso di soffiare perché venne qualcuno che disse di non preoccuparsi se sotto il cielo c’era confusione ci disse proprio così di non preoccuparsi perché se c’era confusione allora voleva dire che la situazione era eccellente non sapevi cosa voleva dire ma ho verificato io stesso che era vero che negli anni settanta il vento soffiava più forte e la situazione era eccellente il vento soffiava e la storia correva e correva e bisognava acchiapparla negli anni settanta e ogni cinque minuti mi innamoravo e trovavo il tempo per fare tutto innamorarsi e viaggiare e studiare e trovare lavoro cazzo perché negli anni settanta bisognava essere puntuali all’appuntamento con la Storia si vabbè qualcuno s’era messo a correre così tanto che andò di matto dissotterrò l’ascia di guerra Cocis Geronimo e Nuvola Rossa siamo giovani alla riscossa in quegli anni settanta manganelli piombo brigate rosse e stragi ce n’era per tutti anche pasolini se lo presero indovinate chi e non ci furono più occhi per piangere alla fine egli anni settanta perché arrivavano di corsa gli anni ottanta avevo trentanni e con gli anni ottanta non si scherzava non erano come gli anni settanta che c’erano le radio libere berlinguer e i viet cong che vincevano né come gli anni sessanta che c’era il boom economico la lambretta e anche bob kennedy e martin luther king ce li siamo giocati qui signori arrivavano gli anni ottanta e gli anni ottanta volevano dire edonismo reaganiano e milano da bere e riflusso non c’era da scherzare negli anni ottanta li ricordo ancora gli anni ottanta chi non ricorda gli anni ottanta si salvi chi può il privato pubblico e il pubblico privato mica cazzi ma erano gli anni ottanta e bisognava resistere sissignori anche se il mondo cambiava il sopra sotto e il sotto sopra negli anni ottanta c’era l’ombrello nel culo di cipputi negli anni ottanta fu inventato un nuovo mestiere perché negli anni ottanta il nuovo era vecchio e il vecchio era nuovo il semplice si complica e il complicato si semplifica c’era da rompersi la testa negli anni ottanta incontri strana gente negli anni ottanta incontri quelli che negli anni settanta quando c’era da fare la rivoluzione erano i moderati pappa e ciccia col pci e guai a toccare le acli non li smuovevi di là negli anni settanta ora negli anni ottanta sono diventati oppositori duri e puri contro il pci hanno l’orologio fermo mentre io sono pappa e ciccia col pci ed è così che negli anni ottanta un papa diventa una via di mezzo tra una rock star e un guerriero della notte io ho già quarantanni e non posso lasciare che gli anni passino così leggeri sulla terra mi dò da fare alla fine degli anni ottanta ho il mutuo da pagare e il contributo sindacale da onorare alla fine degli anni ottanta drive-in ingroppa il cervello a tutti e il cagliari è in serie C ma quelli che come noi che sono nati negli anni cinquanta non possono lasciar passare le cose come se marx sia morto invano eh no devono prepararsi agli anni novanta coi mondiali di calcio e la corruzione il cagliari in serie B che sono là che aspettano ora ho moglie e figli da mantenere negli anni novanta questo per la verità era successo anche negli anni ottanta ma è lo stesso ora che le stragi sono di mafia o di camorra o di ndrangheta perché è vero che ci sono più aiuole negli anni novanta mi faccio pure le vacanze al mare negli anni novanta ma il potere della Grande Bottega del Mondo si è già preso la sua rivincita da un pezzo, gli ex fascisti sono nel salotto buono sdoganati e la dc e il psi continuano a governare anche se ora alla fine degli anni novanta non si chiamano più dc e psi anzi non ci sono proprio più ma ci siamo capiti c’è qualcuno che si è fatto carico ma mi sono preso una soddisfazione alla fine degli anni novanta il cagliari è in serie A e ha giocato pure la semifinale di coppa uefa queste sono soddisfazioni alla fine degli anni novanta un millennio si avvicina il duemila è già arrivato e dieci anni dopo dieci anni sono arrivato che ho cinquantanni e dieci anni dopo dieci anni ho ricominciato a contare non mi sono accorto che siamo negli anni dieci sembra ieri che erano gli anni sessanta e avevo dieci anni ora sono gli anni dieci e di anni ne faccio sessanta.