Dove l’ombra insegue la luce


commento a
TRILOGIA DELLA CITTÀ DI K,  di Agota Kristof

Se la letteratura è la sublime arte della sottrazione, questo testo di Agota Kristof ne è, a mio parere, una delle espressioni più palmari. Non c’è spazio, in questo allucinante romanzo, per i buoni sentimenti e gli orpelli descrittivi. È l’autrice stessa quasi a suggerircelo nelle prime pagine: Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedeli dei fatti.

La prima è una storia disumana, lacerante. Ne Il grande quaderno due gemelli, ancora in tenera età, sfuggono alla guerra degli adulti ingaggiando una lotta violenta contro la vita stessa. Conflitti e privazioni, disperazione e dolore, sesso e morte. Tutti gli ingredienti e i meccanismi drammaturgici sono attivati con sorprendente maestria. Secca, tagliente la lingua della Kristof è una secchiata d’acqua diaccia. Mi ricorda il linguaggio dei bambini che ti dicono pane al pane, al contrario degli adulti che infiocchettano, guarniscono, sovra-strutturano. Il ritmo sincopato è quello a me più congeniale, nella scrittura quanto nella lettura, ma occorre essere abili con la penna cum grano salis, chi legge può stancarsi. 

Qui, non succede. Il secondo racconto, La provamette il lettore con le spalle al muro e lo fa precipitare in un vortice narrativo costruito per non lasciare spazio alcuno alle nuvole dell’immaginazione. Istintivamente, il lettore non avvertito, o quello che per un patto sottinteso con lo scrittore si aspetterebbe una storia consolatoria o dal finale catartico, potrebbe reagire male. Personalmente non mi vanno a genio le storie che abbondano di crimini, di efferatezze o di contesti macabri. Evito. La Kristof, al contrario, instilla nei personaggi una grandezza che la violenza delle situazioni e dei gesti che compiono non attenua ma, viceversa, ne esalta l’umanità. In questo senso c’è una poetica della parola che ci ammonisce. Un messaggio relativo alla condizione umana di chi subisce lo strazio doloroso della guerra e il vissuto dolente del più debole degli uomini. 

Sapevo fin da subito, dunque, che sarei potuto andare a sbattere. Nonostante tutto, masochista come non mai, sono andato avanti. Consapevole che stavo per inoltrarmi in una pista oscura. Altre volte mi era accaduto di frequentare questo tipo di sentieri: ruvidi, sinistri e agghiaccianti. Ma di questi ho imparato a conoscerne gli autori e il territorio narrativo che hanno frequentato, e quando capita d’imbattermi in uno di loro, cerco di saperne di più. Non l’ho fatto con la nostra autrice, e non senza rischio, ma non me ne sono pentito. Anche se, dapprima, la sorpresa e poi la curiosità hanno acceso tutto il mio interesse e l’ammirazione per la sua opera.

Questo romanzo, per come è costruito, ti divora innanzitutto il tempo di lettura. Tanto più è tremendo quanto più ti addentri nei suoi sentieri.  

I personaggi cercano la vita, è l’istinto naturale della sopravvivenza. Si muovono mordendo terra, trovando sangue. Si muovono cercando luce, ma la loro ombra li insegue sino alla fine. Non ci sono sentimenti dorati, stelle cadenti e primavere che sbocciano, niente di positivo. 

Nessuno, però, si aspetti la solita melma fantasy nera paracula. Uno dei due gemelli, Lucas, è solo. Il dopoguerra ha portato nuovi vincitori e la storia acquista un soffio più ampio. Il lettore si risolleva, la prosa è meno cadenzata. Si affacciano personaggi nuovi e nella girandola della vicenda sembra che i due gemelli restino sullo sfondo. Appare l’uno e scompare l’altro che poi riappare. Le storie si specchiano l’una nell’altra, cambia lo sguardo. La terza menzognail titolo del terzo racconto svela paradossalmente una verità. 

Lettore, sei arrivato in fondo al sentiero e lo scenario che hai battuto al tuo passaggio è molto più realistico di qualsiasi fiaba nera che ti può raccontare uno scrittore.

 

Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii http://www.anobii.com/sabic/books

Barche controcorrente


Quando sentiamo parlare di Sogno Americano pensiamo di riferirci a quel particolare sentimento che nasce nell’animo di ogni Yenkee, e che li rende tanto orgogliosi, ossia l’opportunità per ciascuno, qualsiasi siano le condizioni di partenza, di nascita o condizione sociale, di agguantare qualsiasi traguardo e una buona reputazione nella società, purché lo si voglia fortissimamente. 

Un’idea figlia della cultura americana che affonda le proprie radici nelle novelle fine Ottocento di Horatio Alger che favoleggiavano per ciascuno un ideale speranzoso, di sicurezza, di prosperità e benessere ottenuti con il duro lavoro e il sacrificio, valori di cui erano portatrici le classi emergenti dei primi coloni del Nuovo Mondo.  

In un certo senso, è vero che Il Grande Gatsby è il romanzo del Sogno Americano, ma qui Fitzgerald ne dà una lettura tragica, svelandone il significato mistificante. Il lato oscuro dell’American Dream. In realtà si rileva l’aspetto angosciante, alienato di un mito borghese (o tardo-borghese), la sua base è la nevrosi ossessiva del successo, cioè a dire il conseguimento della ricchezza come misura del successo. E dunque della felicità, secondo il paradigma borghese.

In effetti, Fitzgerald mette in scena la fine di un’illusione. Il Grande Gatsby è la rappresentazione della fine di un mito, l’allegoria della morte di un Sogno. Gatsby proviene dai ceti inferiori della società, è figlio di poveri contadini, anche se lo nega, e lo nega per nascondere le sue origini di classe. Sa che potrebbe essere respinto dalle classi alte, cui pure è stato accolto solo per via della ricchezza accumulata, forse anche con affari poco leciti, e che gli valgono incerta fama. Nelle sue lussuose feste che egli stesso organizza per guadagnarsi una reputazione nessuno comunica. Egli stesso non vi partecipa, non gli piacciono. È tremendamente solo. Tutto ciò che egli fa e tutto ciò che avviene nella sua casa è per il solo scopo d’incontrare Daisy, la sua vecchia fiamma. Il lusso che ostenta non può appagarlo, neanche col denaro riuscirà a realizzare il sogno di una vita felice con la ricchissima Daisy. Qui il tema della solitudine, del cinismo, dell’indifferenza – sono temi che interrogano tutta la cultura occidentale per molto tempo, anche oltreoceano, già a partire da quegli anni, e di cui troveremo echi in altre opere di autori, scrittori, registi. La solitudine dunque come sintomo di un disagio più profondo, avvertito da una classe sociale che si sente inadeguata in un mondo inadeguato. Non vede prospettive di futuro, destinata alla sconfitta, cede alla tragedia. 

C’è un’altra ragione più soggettiva, dove il personaggio di Gatsby esprime uno stato d’angoscia ben chiaro, storicizzato e razionale nell’autore, che arrivato a un certo stadio della sua vita è cosciente del disagio cui è giunta la sua esistenza. Un malessere che pervade la sua generazione, di quelli che hanno fallito abbagliati dal mito, o di quelli che coscienti in fondo del mondo irreale e illusorio hanno dovuto o voluto scalare per raggiungerlo e sbatterci contro. Sicché, inadeguati, non sono stati in grado di arrivare alla meta, né di coronare un sogno. Come Gatsy è intriso del senso della colpa e del fallimento e del peccato, così Fitzgerald fa propria tutta la degenerazione e la debolezza umana. 

Le righe finali, magistrale lirica consacrata al vecchio mondo quanto sconosciuto quanto non compreso, sono un epitaffio: così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.

 

Pasolini, Joyce (e Gadda) passando per Proust


Nella rubrica di corrispondenza «Dialoghi con Pasolini» che la rivista «Vie Nuove» ospitava settimanalmente a partire dal 1960 sino al 1965, il poeta rispondeva ai lettori che rivolgevano domande sui più svariati argomenti: cinema, letteratura, opinioni sul costume o la morale, ecc. Di alcuni temi riporteremo ampie selezioni di opinioni, convinti della loro pregnanza anche a distanza di mezzo secolo, insegnamento per l’oggi.

Nel numero 48 del 3 dicembre 1960, Pasolini risponde a un lettore che gli domanda un giudizio su Joyce e sulla sua opera, Ulisse, da poco tradotta in italiano. Ne riportiamo alcuni stralci.

 (…) In Italia Joyce ha avuto, e ha, il suo grande equivalente in Carlo Emilio Gadda, che non è detto gli sia, in concreto, inferiore. Il monologo interiore – il pensiero incessante del personaggio o dei personaggi, attraverso cui è visto l’ambiente, e in definitiva, il mondo – mentre in Proust era l’oggetto indiretto del racconto, ed era quindi a suo modo oggettivo, in Joyce – e in Gadda – facendosi mimetico, produce un grande sommovimento linguistico. 

Apparentemente è quindi più soggettivo – nel senso corrente di questa parola – ma in realtà, comportando appunto dei personaggi che non siano l’io che racconta come in Proust, è più oggettivo, almeno in quanto richiede che l’autore non monologhi da solo, ma si incarichi di riportare – mimetizzandosi psicologicamente, linguisticamente e quindi anche socialmente – il monologo di un essere umano che vive una sua vita individualmente e storicamente autonoma.

Credo perciò all’enorme importanza di Joyce; esso infatti indica la strada di un tipo di oggettività che non può essere quella ottocentesca, positivistica, scientifica e richiedente una sorta di indiscussa fiducia sulla realtà oggettiva ammessa da tutti della vita umana. (…) Ma poi c’è stata la crisi della borghesia e la sua ideologia letteraria – che dava tanta garanzia di positivistica oggettività – è andata in frantumi: idealismo, relativismo, bergsonismo, decadentismo hanno messo in crisi la sua bella sicurezza ottocentesca. Si è cercata allora l’oggettività entro l’io (Proust, e tutti i poeti del grande Decadentismo europeo) come unico garante di reale e sperimentata esistenza. Joyce ha tentato qualcos’altro: è entrato cioè non nel suo io ma nell’io di un altro uomo, diverso da lui psicologicamente e socialmente: non ha detto cioè né egli fece,egli andò, né io feci, io andai, ma qualcosa che sta in mezzo: la mimetizzazione, la ricostruzione in laboratorio della corrente di pensieri di un altro essere umano studiato nella sua personale realtà. (…) 

Con Ragazzi di vita e Una vita violenta (…) io mi sono messo sulla linea di Verga, di Joyce e di Gadda e questo mi è costato un tremendo sforzo linguistico. (…) mimare il linguaggio interiore di una persona è di una difficoltà atroce, aumentata dal fatto che nel mio caso (…) la mia persona parlava e pensava in dialetto. Bisognava scendere al suo livello linguistico, usando direttamente il dialetto nei discorsi diretti, e usando una difficile contaminazione linguistica nel discorso indiretto: cioè in tutta la parte narrativa, poiché il mondo è sempre come visto dal personaggio. Le stonature in questa operazione sono sempre a un pelo dalla scrittura: basta eccedere anche solo un minimo sia verso la lingua che verso il dialetto che il difficile amalgama si rompe, e addio stile. (…)

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Lettore scrittore lettore


Al pari di qualcuno che lo disse più autorevolmente di me, ho la pretesa di vantarmi delle mie letture. Al contrario, di ciò che scrivo non ho, a ben ragione, nulla di che vantarmi. Scrivere è come dare calci a un pallone. Tutti più o meno lo sanno fare. Ci sono quelli che lo fanno per passione e per quattro tiri la domenica, al più giocano in terza categoria. Qualcuno sogna pure di giocare in seria A, non tutti ne hanno la stoffa, anche se credono di essere un top-player, ma da qui a esserlo veramente…  

È vero, lettura e scrittura sono passioni allo stesso livello, e allo stesso modo e con la stessa intensità assorbono buona parte del mio tempo. Spesso sono queste letture obbligate, esclusive – e per me fondamentali e interessanti e piene di fascino letterario quelle che nutrono la vita. Quando si scrive con impegno, o si tenta di scrivere con impegno, leggere è fondamentale, nel mio caso quasi necessario, come un aperitivo prima di pranzo. Tuttavia se l’impegno dello scrivere è superiore, nel mio caso leggere un libro (a seconda del libro che leggo) mi distrae. Nel senso che distoglie l’attenzione dallo scrivere. Subentra la sensazione fantastica, il gioco della fantasia che regala piacere quando si legge. La lettura diventa un rinchiudersi dentro una stanza, entro quel confine della realtà che coglie il frammento d’infinito o di nuovo mondo che si apre davanti a noi. O quel senso di indeterminatezza, di non consolatorio, di dubbio critico che emerge in un testo poetico o prosastico, sia questo una poesia, un racconto o un saggio. La scrittura, il suo gesto, recede a esercizio di segni che riproduce il reale o copia la realtà. Fa andare fuori strada.

In sintesi estrema: se leggo, non scrivo e se scrivo, non leggo. Non sempre è così, ovviamente, ma la regola generale cui, nolente, mi capita di sottostare è questa. 

Sicché ho preso l’abitudine da tempo di fermarmi, ogni tanto. Fermarsi vuol dire, in questo mio specifico caso, divergere dalla norma di leggere gli autori preferiti, qualche testo classico, i contemporanei che prendono cuore e cervello e seminano domande. Divergere è divertirsi anche con i libri che io chiamo di consumo o letteratura di consumo. Mi rendo conto, è una distinzione artificiale e di comodo: se la letteratura non è di consumo, che letteratura è? Insomma, ci sono libri che hanno l’unica pretesa di farsi leggere piacevolmente, magari per te non sono il massimo, ma tengono compagnia per alcune ore nelle fredde serate d’inverno, seduto davanti a un caminetto, o nei pomeriggi di primavera disteso sul prato di un parco. Ma niente di più. Un niente però (anche questo) necessario. Per tirare il fiato, per rientrare nei ranghi del finito e del compiuto.

Se è un romanzo storico (di buona qualità) poi, che è il genere che più si avvicina al mio gusto, tanto meglio. Come il romanzo di Ken Follett, per esempio, La caduta dei giganti, il primo suo romanzo che mi è capitato di leggere di recente (in ossequio, appunto, alla regola di cui sopra). E Ken Follett non è uno scrittore di best seller per caso. Nel suo genere un buon romanzo, il primo di una trilogia del secolo (ventesimo)  dove protagonisti che fanno la Storia, con la S maiuscola, sono personaggi comuni, e quelli storici in secondo piano. Ogni tanto una lettura distensiva, scorrevole, non impegnativa è quella che ci vuole per non fermare lo scorrere della penna. Fuori della tua stanza, leggero. Alla fine, comunque sia, se metti a frutto, tutto scorrerà a tuo vantaggio. 

Il mito e la struttura del tempo


Il mito e la struttura del tempo. Chi può sfuggire alla frusta? 

Come ebbe inizio il mondo? Quando inizia il tempo? Lo spazio è sempre esistito? Niente male, direi. Sono queste le domande da cui parte il saggio problematico che ha un titolo affascinante ed evocativo: IL MULINO DI AMLETO di Giorgio di Santillana e Hertha von Dechend, il primo uno storico della scienza, la seconda un’antropologa. E le risposte che ci offrono non sono affatto scontate. 

Il presupposto necessario è quello di considerare i nostri antenati di un passato lontanissimo non come barbari urlanti che si dipingevano la faccia di blu ma individui pensanti che dovevano aver avuto più conoscenze di astronomia di quanto non ci facciano pensare i loro usi e la loro organizzazione sociale. Considerando i mezzi che avevano a disposizione, sarebbe ragionevole pensare che fossero dotati quanto meno di menti paragonabili alle nostre e capaci di processi razionali.
L’altra domanda è: come si sarebbe comunicato il sapere, se l’uomo arcaico non possedeva un sistema di segni come la scrittura? Sappiamo ora che ciò non poteva che avvenire non altro che con le immagini e con la memoria. Nell’universo arcaico le cose erano segni e segnature l’una dell’altra.

L’interesse agli eventi celesti, sappiamo ancora, formarono la mente degli uomini prima ancora della storia documentata. Ma poiché non esisteva la scrittura la loro conoscenza ai posteri fu tramandata attraverso il mito, giacché questo costituiva l’unica forma di linguaggio tecnico di allora. In effetti tutto il pensiero arcaico è dominato in senso cosmologico i cui echi sarebbero stati ripresi fin nella tarda filosofia classica. Dall’astronomia i Greci ricavarono la matematica e furono gli scienziati arcaici a creare una terminologia del mito, così come regole e fenomeni cosmici erano rappresentati con il linguaggio del mito.

Allora perché Amleto? E cosa c’entra il suo mulino? La storia di Amleto è di origine vichinga, richiama una leggenda irlandese di tradizione celtica e parallela ad altra molto simile di impronta medio-orientale. Il parallelo finlandese, Amleth, è Kullervo nel poema epico, il Kalevala. La similitudine dei buoi che son fatti girare attorno alla macina è conosciuta in oriente quanto in occidente per rappresentare la sfera celeste immaginata come una macina rotante e il polo nord come la boccola entro cui ruota il ferro del mulino. Septemtriones come i sette buoi da trebbia dell’orsa maggiore, Triones da Terere = triturare, trebbiare, macinare.

Gli abitanti della terra abitata sono i pianeti. Qui il termine terra sta per il piano inclinato passante per l’eclittica per i quattro punti dell’anno: Solstizio d’Estate e d’Inverno ed Equinozio di Primavera e Autunno, i loro punti d’intersezione sono chiamati Nodi cioè il Drago e, nella liturgia della chiesa, sono i Quattor Tempora, le astinenze particolari, ovvero i Quattro Pilastri o i Quattro Angoli della Terra. L’indagine del rapporto tra mito e scienza dunque non può che partire da qui. A quei tempi tanto lontani la realtà fisica non poteva essere analitica in senso cartesiano. L’essere in quanto tale è mutamento, ritmo, un moto irresistibilmente circolare del tempo e la fonte principale del mito non poteva che essere l’astronomia. Aristotele sosteneva che gli dei in origine erano astri. E agli astri sono stati dati i nomi degli dei. Prima del 500 ac l’unica realtà era il tempo, Parmenide non aveva ancora scoperto lo spazio.

È il tempo la misura fissa della rivoluzione del cielo. La separazione dei genitori (evirazione) nel mito di Kronos-Saturno che taglia i genitali di Ouranos, il Padre, e li getta in mare da cui nasce Venere – Afrodite rappresenta l’instaurarsi dell’obliquità dell’eclittica, l’inizio  del tempo misurabile.

La teoria di come ebbe inizio il mondo sembra comportare lo spezzarsi di un’armonia, una specie di peccato originale cosmogonico per effetto del quale il cerchio dell’eclittica viene inclinato rispetto all’equatore e dal quale nacquero i cicli del mutamento. I mulino è il cielo, la stella polare ne è il perno. Il sorgere eliaco delle stelle (astronomia delle stelle), la linea dell’orizzonte era il telescopio, la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, così come la cacciata degli angeli dal Paradiso.

L’analisi poi si sposta sulla trasmissione delle tradizioni e al recupero di una cultura perduta, o meglio ancora, al recupero dal lontanissimo passato di una scienza interamente perduta.

Altra domanda, qual è il serbatoio dei miti e delle favole ? Alla luce di una chiarezza superiore, dunque, chi può sfuggire alla frusta? 

Il patrimonio storico archeologico di Baunei


di Alan Batzella, architetto, esperto in pianificazione territoriale, ambientale e paesaggistica.


Il presente articolo è tratto da Baunei, Analisi e pianificazione di un territorio di rilevante interesse ambientale, editrice Punto di Fuga (1998), e precisamente dai capitoli – (2.2.) Il patrimonio storico archeologico – (2.2.1.) Preistoria e periodo nuragico e – (2.2.2.) La fase storica.

Il patrimonio storico archeologico
Preistoria e periodo nuragico

Baunei, primitivo centro di pastori, deve probabilmente il suo nome al grecoBaynos, fornace per fondere i metalli, dall’uso che di queste si faceva nella zona. La toponomastica locale è, infatti, ricca di rimandi etimologici alle fornaci (es.: Forrola), e non è improbabile che le stesse “piscine” di Golgo prima che una funzione religiosa avessero un impiego come vasche di raffreddamento del metallo fuso, che vi era immerso utilizzando la rampa in pietra ancora oggi riconoscibile. Secondo il Lilliu nella zona sembra confermata l’esistenza di una o più officine artigianali di fusione e di modellazione del bronzo, ad un livello tecnico elevato.
L’accesso naturale dal retroterra alla valle di Golgo avviene attraverso Genna Arramene(Porta del rame), e può essere non casuale l’attinenza con un componente del bronzo, anche se non è da scartare l’interpretazione secondo cui il rame cui si riferisce il toponimo sia il colore assunto dai monti al tramonto (in analogia con la Serr’e lattone, una falesia sulla costa.
In bronzo, comunque, erano alcune fra le più famose sculture della cultura nuragica (Arciere in riposo, Soldato con scudo sulle spalle e stocco in mano, Lampada con scimmia nel piattello e manico di protome bovina, Navicella con protome bovina), tutte rinvenute nella piana di Golgo, e ancora di recente non del tutto infrequenti sono i ritrovamenti casuali di manufatti per uso muliebre sempre in bronzo.
Le sculture votive di Golgo sembrerebbero inserire l’area baunese all’interno dei movimenti culturali di scambio avvenuti fra Sardi e gli antichi Tirreni, probabilmente attraverso l’accesso a mare di Portu Sisine (l’attuale Cala Sisine).

Le tracce più remote dell’uomo nel territorio di Baunei comunque sono state trovate nel deposito antropozoico della Grotta su marinaiu, a Cala Elune. Strato preistorico contenente elementi di ossidiana, selce e resti di una ciotola in ceramica d’impasto. Dai resti disponibili è presumibile che la caverna fosse frequentata da gente di origine eneolitica fino all’età del bronzo.
Al terzo millennio a.C. risalgono le domus de gianas, grotticelle funerarie scavate nella roccia, di “Coa de campus”, nei pressi del Nuraghe Lovettecannas, di “Tanca de sa Murta”, lungo la via per Lotzorai, e di “Coa de serra” a Golgo. Della religione primitiva di quel periodo ci restano ancora il masso erratico a coppelle di Santa Maria Navarrese ed il betile antropomorfico di Golgo.
Il primo, una singolare pietra altare con scarsissimi riferimenti in tutta l’Isola, rinvenuta nell’area sacra su cui sorge la Chiesa di Santa Maria Navarrese, presenta sulla superficie superiore due incisioni: una rettilinea e l’altra curvata ad arco, contornate sul perimetro della mensa da undici coppelle dal significato misterioso. E’ comunque perlomeno ipotizzabile una collocazione in ambito sacrificale, vista l’attinenza con le canalette e le vasche di raccolta per le offerte liquide e solide di epoca successiva scavate nella pietra in prossimità dei pozzi sacri (es. il pozzo sacro di Santa Vittoria di Serri).

Il betile, ancora più misterioso, non ha altri analoghi in Sardegna, mentre presenta vaghe somiglianze con le sculture dedicate ai Shardana, di ben altra fattura e concentrate in numero notevole a Filitosa in Corsica. Il nostro è localizzato nella piana di Golgo, probabilmente il più interessante contesto storico archeologico del territorio baunese, protetto da nuraghi a guardia di ogni accesso naturale, e principale ambito di convogliamento e conservazione delle acque piovane dell’altopiano carsico. Luogo denso di richiami e sensazioni di misteriose presenze, l’Altopiano è noto principalmente per la voragine di Su Sterru, identificata quale luogo dove si compiva l’uccisione degli anziani fra risa rituali, liberatorie, (da cui il termine “riso sardonico”), e frenesie proprie anche del macabro incedere dei Mamuthones, comuni, a detta delPettazzoni, alla sfera spirituale africana. In prossimità della voragine ecco poi le “Piscinas”, naturali conche di raccolta dell’acqua piovana, modificate dall’uomo nella forma a noi giunta, per consentire sia la lavorazione dei metalli, sia i culti magici, animistico naturalistici, come il “giudizio divino” dell’ordalia dell’acqua.

Il territorio di Baunei è costituito, oltre che dal ”salto” baunese originario, anche da corpi appartenenti agli abitati di Osono ed Eltili, scomparsi da secoli.
Nel territorio originario di Baunei troviamo i seguenti nuraghi:

-  nella conca di Golgo, in direzione di Portu SisineCoeserra, Nuraghe Alvo, Orgoduri, Nuragheddu e Lopellai;
- nel Supramonte che domina l’abitato e a poca distanza da questo: Planargia e Punnacci;
- lungo la statale 125, poco dopo Baunei, in prossimità di Triei: il Nuraghe Lopelie.

In quello che una volta era il territorio di Osono, ora sotto la giurisdizione di Ardali (che fino a pochi anni orsono era un’altra frazione di Baunei), lungo una fila quasi rettilinea altri cinque nuraghi: Genn’olidoni, Cugunnaci, Lastrafò, Selimba e Molentina.
Nel territorio invece dello scomparso Ertili troviamo i nuraghi di: Marghini de susu, Nieddu, Solluli, Perdusaccu e Lovettecannas.
Come detto i nuraghi del territorio dello scomparso Osono, si dispongono lungo un allineamento ideale che sembrerebbe ripercorrere il tracciato di una strada antica che, come riporta Don Flavio Cocco nella sua monografia sull’Ogliastra ”dopo aver seguito le rive del rio Pramaera s’inerpica nell’erta detta appunta Bacu Ertili e, raggiunto l’altopiano in s’Abbadorgiu, lo percorre seguendo la cresta di Serra Oseli, la quale scende a strapiombo altissimo e pauroso lungo quasi tutto il percorso sulla sponda destra del rio Codula de luna”.
Coe serra, è probabilmente il più noto fra i nuraghi di Baunei.
Eretto a sentinella dell’altopiano di Golgo, biancheggia su una bassa prominenza rocciosa, alla confluenza di Bacu Tenosili con il canalone che discende da Punta Feullas; dividendo con Pedru saccu il primato della maggiore estensione fra i nuraghi della zona.
Scarsamente studiato, come tutti i resti archeologici di Baunei, meriterebbe una maggior attenzione da parte delle autorità e una qualche sorveglianza che impedisca il progressivo processo di disfacimento a cui, da qualche anno è soggetto a causa di maldestri ricercatori di tesori. Sul bastione meridionale, infatti, è eretta una curiosa costruzione, della stessa natura del Nuraghe, ma in forma vicina al tipo dei templi a megaron, rintracciabili in zona nel villaggio di Serra Orrios di Dorgali, ma particolarmente somigliante al tempietto di Malchittu (Arzachena). La planimetria della nostra costruzione è assai vicina a quella di Arzachena, ma ne diverge per la forma più prossima al quadrato che non al rettangolo. Oltre all’aspetto esterno le assimila la camera a pareti aggettanti e i muri laterali prolungati oltre la linea d’ingresso, a descrivere un piccolo atrio di accesso. Nelle immediate vicinanze una tomba dei giganti e, poco discoste, all’interno del bosco, le rovine di un villaggio nuragico utilizzate dai pastori per ricovero degli animali.

Là dove il Bacu Dolcolce si insinua nella conca di Golgo, sul lato a monte della stretta gola incisa al margine della colata basaltica, su un altro sperone di roccia un nuovo interessantissimo monumento: il Nuraghe Alvo. Prossimo ad una tomba dei giganti e ad una vena d’acqua è poco distante dalla voragine di Sa Nurra Genna Sarmentu, meno profonda di su Sterru, ma altrettanto importante dal punto di vista speleologico.

Questa costruzione, che, a dispetto di una cattiva ma invalsa traduzione del nome è tutt’altro che bianca, presenta un certo interesse nello sviluppo planimetrico con gli spazi esterni articolati con soluzioni architettoniche, forse di epoca successiva, decisamente originali. La sua caratteristica più rilevante è in ogni caso la presenza, nel lato bastionato più accessibile, di conci aggettanti a mo’ di mensole: elementi che parrebbero caratterizzare la costruzione come appartenente ad una tipologia difensiva, analoga a quella del Nuraghe Albucciu di Arzachena. Strettamente collegato ad esso, centocinquanta metri più in alto, il complesso a recinto fortificato di Doladorgiu, da dove si domina l’altopiano del Golgo per tutta la sua estensione, e da una prospettiva opposta a quella di Coeserra, che permette di controllare gli accessi all’altopiano dall’interno (Genna Arramene), e dal mare (Codula di Sisine).

Ridiscesi nella vallata di Golgo, percorrendo l’antica “bia majore” in alcuni punti tra la Chiesa di San Pietro e la voragine, possiamo osservare resti di pavimentazione di epoca probabilmente romana, a testimonianza del collegamento tra Baunei e lo scomparsovillaggio di Orgittala. I resti di quest’insediamento, ancora abbondanti, sono visibili di fronte alla Chiesa di San Pietro in una collinetta poco oltre su Bacu e’ sterru. Proseguendo verso nord, oltrepassati i resti dell’ennesima tomba dei giganti, su un promontorio basaltico dominante il Bacu, ancora un Nuraghe di un certo interesse:Orgoduri, circondato da una fitta macchia e da alberi secolari che lo nascondono alla vista.
Usato fino ad un paio d’anni fa come ricovero per gli animali, da qualche tempo è soggetto ad una campagna di scavo effettuata d’intesa tra Amministrazione Comunale e Soprintendenza archeologica. Prima dell’avvio di queste operazioni, nella primavera dell’83, durante un sopralluogo effettuato con Amministratori comunali e un’Archeologa della Soprintendenza di Nuoro era stato casualmente trovato, a pochi metri dal Nuraghe, uno spillone di bronzo, impreziosito da decori in rilievo, che ha seguito la stessa sorte di tutti i ritrovamenti archeologici ”mobili” avvenuti in questo territorio, attualmente custoditi al Museo di Cagliari o alla Soprintendenza di Nuoro.

Proseguendo oltre, verso la Codula di Sisine, gli altri nuraghi di Golgo non presentano caratteristiche interessanti in quanto totalmente rasi al suolo (Nurageddu) o coperti da una vegetazione impenetrabile (Lopellai).
Dei Nuraghe Fonnacesus e Sa teria, per quanto riportati da alcuni autori, non sono riuscito a trovare traccia, anche se le loro presunte localizzazioni avrebbero magistralmente completato il già notevole apparato difensivo della vallata.
Il fascino di Golgo però non risiede solo nei nuraghi. In prossimità della chiesa campestre diSan Pietro, infatti, una serie di basse colline, se osservate con pazienza e occhio attento e, soprattutto, con la giusta luce, denunciano una conformazione non naturale, a Ziggurat tondeggiante, ottenuta con  filari concentrici di macigni basaltici disposti a sostegno di ripiani, sui quali non è improbabile che i primi abitatori del Golgo praticassero delle vere e proprie forme di coltivazione.
Infine, anche se altre strutture preistoriche come i Pozzi, meriterebbero un accenno di descrizione, ecco la chiesetta di Golgo. Edificata nelle forme attuali nella seconda metà del XVII secolo, in forme tardo gotiche, è dedicata a San Pietro. Come tutte le Chiese antiche collocate in quest’area, denuncia l’esistenza di forme di sincretismo religioso, nuragico-cristiano, riconoscibili per la tipologia a “cumbessias” o” muristenes”.

Sono caratteristica del folclore sardo” scrive Francesco Alziator, “le cosiddette cumbessias o muristenes, piccoli aggregati di ambienti adiacenti a taluni santuari, particolarmente venerati. Si tratta, in sostanza, di stanzette nelle quali i pellegrini passano la notte durante il periodo della sagra. Le cumbessias che vediamo oggi non sono generalmente molto antiche, né lo potrebbero essere, trattandosi di costruzioni assai esposte all’offesa del tempo e degli uomini. Ciò che interessa però non è, nel nostro caso, la loro cronologia ma la loro topografia, in quanto poste sempre presso santuari famosi, i quali a loro volta sono quasi sempre situati là dove sorgevano templi pagani”.

Sorta nel sito di precedenti riti pagani, a pochi metri dai resti di una tomba dei giganti, la Chiesa è circondata da un recinto, su una parte del quale si sviluppa un porticato destinato ad ospitare i pellegrini. Fra le pilastrature del loggiato sono tuttora visibili, impiegati nella muratura come materiale di spoglio, alcuni conci in basalto lavorati con figurazioni geometriche, a righe orizzontali, certamente provenienti da una scomparsa costruzione forse nuragica, insistente sulla stessa località. Vista la scarsità di basalto al di fuori della valle, non è, infatti, pensabile che si importasse da località remote materiali da costruzione reperibili in loco.

Lasciato l’altopiano di Golgo, in direzione di Baunei nel Planu Supramonte troviamo altri due nuraghi privi di interesse perché ridotti a cumuli di rovine. Di un certo interesse risulta invece il sistema difensivo dell’altopiano di Margine, anche questo in prossimità di terreni coltivabili per la presenza di discreti suoli e di vene d’acqua.
Molto particolare il complesso di Pedrusaccu. Posto a dominare un sistema di fertili vallette e doline carsiche da una quota prossima ai mille metri, è un Nuraghe polilobato, intorno al quale sono riconoscibili le rovine di un villaggio, e di cui colpisce in particolare, sul versante in direzione di Lovettecannas, la presenza di un camminamento a trincea scavato nella roccia, presumibilmente a protezione dell’accesso alla fortezza.

In Marghini de susu, come già a Golgo, troviamo un certo numero di tombe dei giganti concentrate in prossimità dei nuraghi di Solluli, Pedrusaccu e Lovettecannas.
Notevole l’interesse di un’area invece poco nota e costituita dal piccolo altopiano basaltico di Bidunnie. Poco oltre la discesa di Su Boschittu, provenendo da Margine attraverso Sa sedda de Compudadorgius, una strada a tratti lastricata, a tratti scavata nella viva roccia, conduce al Cuile Bidunnie: una pinnetta ricavata in cima ad una torre nuragica diroccata, un tempo sentinella di quello che è probabilmente l’insediamento nuragico più affascinante e meno conosciuto del territorio di Baunei. Difeso naturalmente dalla scura forra di Bacu Pigas, dalla quale biancheggiante emerge un impressionante ed altissimo monolito di calcare, lontano da vie di comunicazione sia naturali sia artificiali, il piccolo altopiano degrada precipitosamente verso il Riu Bacu Bidunnie, e, in direzione della Codula di Elune, con una successione di muraglie e terrazzamenti che rendono arduo l’avvicinamento dal basso.
Il villaggio, attualmente popolato da una mandria di impertinenti bovini, è coperto da una macchia di ginepri, che rendono provvidenzialmente tormentosa l’opera dei curiosi; dovunque sono infatti visibili (e a portata di mano) frammenti di terracotta, betili, ecc.; il reperto più sorprendente consiste in una pavimentazione realizzata con pietre di diverso colore, e raffigurante, parrebbe, un sole raggiante.

La fase storica.

Molto limitata e povera per contro la consistenza del patrimonio storico artistico di epoche successive. Del periodo romano restano, oltre ad alcune monete, i resti di un minuscolo “vicus” in pessimo stato di conservazione tra Surele e Masolce, a poca distanza dai resti di un Nuraghe privo di denominazione ed interessante solo per la sua inconsueta vicinanza al mare (anche se solo in linea d’aria).
Altro elemento romano di un certo interesse, ma secondo un’ottica di pura documentazione storica, è il reperimento recente di tratti di viabilità che lascerebbero supporre un collegamento locale con la strada romana “progenitrice” dell’attuale Orientale sarda. Non è improbabile che la strada romana ripercorresse a sua volta un tracciato già punico, ma per verificarne l’eventuale percorso rimando a quanto già scritto da Don Flavio Cocco nella richiamata monografia sull’Ogliastra. Di epoca medioevale, oltre alla già richiamata chiesa di San Pietro, sono le chiese di San Giovanni di Eltili e di Santa Maria Navarrese, anch’esse dotate di Cumbessias e quindi probabilmente costruite in luogo di precedenti strutture pagane.

Della prima va aggiunto che è l’unica costruzione rimasta dello scomparso villaggio di Eltili, abbandonato in periodo spagnolo e distrutto definitivamente dagli interventi di forestazione di questo secolo.
Della chiesa di Santa Maria, legata con i circostanti olivi millenari al ricordo del naufragio della Principessa di Navarra, va aggiunto che la struttura originaria negli anni sessanta è stata alterata da un “originale restauro interpretativo” che ha prodotto una Chiesa totalmente nuova.
Non dissimile fra l’altro è stata la sorte della Parrocchiale di BauneiSan Nicola, travolta dal modernismo di un prete architetto, che ha provveduto a mutarne l’assetto originario. Fortunatamente, nel caso di San Nicola, l’originale reinterpretazione ottocentesca del “recinto” non ha prodotto importanti stravolgimenti. Interessante, per la iconografica connotazione paesaggistica, è la Torre spagnola di Santa Maria Navarrese. Brutalizzata nel recente passato da usi e manutenzioni poco rispettosi, è attualmente soggetta ad un intervento di recupero condotto con la necessaria sensibilità. Di un qualche interesse per la storia civica locale, la vecchia Fontana di Usuonu, situata nella parte bassa di Baunei, a valle della Strada nazionale.
(Alan Batzella)

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Alan Batzella ha pubblicato, oltre  Baunei, Analisi e pianificazione di un territorio di rilevante interesse ambientale, Editrice Punto di Fuga (1998), anche Baunei selvaggia (2000) della medesima casa editrice.

 

 

 

Proposte indecenti di lettura


Consigli di lettura per gusti differenti alla pagina Leggo del blog:
Antonio Gramsci e il suo Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce ci consente di rivisitare i temi di un acceso dibattito con uno dei più autorevoli e raffinati intellettuali del secolo scorso. Per approfondire la nostra ricerca sulle radici storiche e culturali delle masse lavoratrici nell’ambito della lotta per l’egemonia culturale tra il blocco sociale dominante e i ceti subalterni.
Carlo Emilio Gadda ci conduce da tutt’altra parte: nel mare agitato e minaccioso della sofferenza. La cognizione del dolore è un testo da digerire, ma la sua prosa inimitabile, così attrattiva, rompe l’asprezza della lettura. Gadda è colui che dà nome alle cose e ci rappacifica con la parola, se mai ci fu guerra. E’ colui che nomina le cose con precisione, dà profondità al pensiero ed è la bellezza.
Per chi ama il romanzo storico La cattedrale del mare di Ildefonso Falcones. Una trama ben congegnata in una solida impalcatura dà convincente tonalità alla storia. Si dilunga spesso in descrizioni di fatti, ancorché romanzati, ma realmente accaduti, ben inseriti nel tessuto narrativo. Il ritmo incalzante, però, a volte, ne risente. Personaggi unidimensionali. Le mie facoltà percettive sensoriali non intercettano la sua cifra stilistica, che al contrario trova gradimento tra i lettori: insomma, un best seller tra i più apprezzati. Almeno induce a fare una visita alla cattedrale a Barcellona per ammirarne l’immensa bellezza.

Letture proustiane e altre ancora


Non saranno pure letture per l’estate, ma perché no? Per un’idea più precisa, vai alla pagina Leggo: un mio commento potrebbe aiutarti.

 

Segnalo: il saggio Ermeneutica di Proust, di Maurizio Ferraris ci sollecita una riflessione su La Recherche. Un’opera, un intreccio di tessere che possono essere disposte in molti modi secondo una fittissima trama nella quale si muovono personaggi con una propria individualità e con qualità personali che stabiliscono relazioni, dunque alterazioni, costituiscono serie riproducibili, aprono su gruppi e galassie diverse, annullano identità che definiscono. Le chiavi interpretative sono in effetti mappe ermeneutiche per chi si è avventurato nel mare aperto della Recherche. Ecco qui interessanti spunti di lettura che Maurizio Ferrari ci offre con un linguaggio accessibile.

Certamente adatto S’è fatta ora, di Antonio Pascale che usa un registro ironico, pur parlando di cose serie: l’amore, il dolore, il lavoro, la politica. Un romanzo di formazione in prima persona. Riflessioni, dissertazioni a tu per tu, un libro che può essere gradevole.

Più impegnativo La condizione umana, di André Malraux libro controverso, che introduce i temi dell’incomunicabilità dell’uomo ambientato nella Cina pre-rivoluzionaria, quando le forze nazionaliste di Chiang Kai-shake e quelle comuniste erano alleate nel Kuomintang contro l’invasore giapponese.

Di tutt’altro segno, certo più contemporaneo L’incontro, di Michela Murgia, pirotecnica storia di scaramucce di tre ragazzini in una piccola e unita comunità della costa sarda che improvvisamente divampa sino a diventare un confitto tra due opposte fazioni a colpi di Salve Regina.