
Bill Brauer – Vestito dorato
Ripropongo quanto scrissi qualche anno fa per celebrare un buffo episodio accadutomi al tempo in cui ero in servizio in Belgio e che mi aveva visto protagonista insieme a un uomo che ora non c’è più ma che ricordo con affetto filiale. Era il mio superiore gerarchico come si dice in gergo militar-burocratico, ma mi piace ricordarlo come oncle Leon. Era Leon Uvergoels il direttore regionale de l’Onem, ossia l’Office National de l’Emploi corrispondente grosso modo all’ufficio del lavoro, uffici che non esistono più con questa denominazione, spazzati via dalla fantasia inesauribile degli uomini. Lo avevo conosciuto a Roma ad una riunione tra funzionari ministeriali e in seguito a Bruxelles, qualche settimana prima del mio incarico a Liegi, nel corso di alcuni incontri preparatori concepiti per preparare uno stage internazionale insieme a direttori generali, funzionari della commissione europea e simili.
Era sulla sessantina, alto, elegante, distinto, dalla calata dialettale lenta e strascicata, tipica di Liegi, come imparai a riconoscergli qualche mese più tardi.
A Liegi mi accolse con un’energica stretta di mano nel suo studio in legno massiccio, in severo stile vittoriano, al secondo piano di un edificio ottocentesco al centro della città. Per la verità, la mattina che vi giunsi, lui era in ferie, ma poiché il suo appartamento era sullo stesso piano dell’ufficio, (una semplice porta separava i due ambienti) senza formalismi, mi fece gli onori di casa e mi diede il benvenuto.
Madame Cresson, la sua segretaria, una donnina tutta pelle e ossa che dimostrava in verità più della sua non più verde età, mi presentò ai colleghi e, qualche tempo dopo, anche alla figlia. Ma questa è un’altra storia. Mi ambientai presto. Durante le otto ore di lavoro, nel mio ufficio al terzo piano, mi tenevano compagnia madame Joel avvenente assistente sociale, labbra rosse e tacchi a spillo, che aveva già pensato alla mia sistemazione logistica in città; monsieur Vanloker consulente d’impresa, alto e smilzo, incollato alla sua scrivania anche durante la pausa pranzo; monsieur Sabic giovane statistico ex calciatore e musicista a tempo perso e due mie coetanee tirocinanti a tempo determinato, sdolcinate e svenevoli, allevate a burro e marmellata. Non avevo molto a che fare con tutti costoro, se non sporadicamente per scambiare quattro chiacchiere e per affinare il mio francese.
Ogni tanto veniva a farmi visita madame Cresson: ca va?, mi affiancava uno o due consulenti d’impresa, tutti esperti di uno specifico settore professionale, e la giornata trascorreva tra colloqui e telefonate a cui assistevo ponendo di quando in quando qualche domanda e prendendo appunti. Alle 12,30 tutti in mensa, stesso edificio, per la pausa pranzo, un’ora esatta, patatine fritte e pollo alle prugne con spaghetti per contorno. Alla lunga, acidità di stomaco assicurata per tutti.
Un venerdì pomeriggio, era febbraio o giù di lì, accompagno con la mia macchina, una Skoda rossa fiammante costruita in Cecoslovacchia, madame Cresson a casa sua. Una pattuglia della polizia mi ferma, senza un apparente motivo. Documenti eccetera eccetera, mi guardano, guardano la mia collega, mi riguardano. Controllano ancora la patente e il foglio verde e poi mi chiedono da quanto tempo sono in Belgio. Due mesi, rispondo. Ha il permesso di soggiorno?, domandano ancora. Prego? Mi faccio ripetere la domanda. Ascoltate c’è un equivoco, interviene madame Cresson, lui è… e spiega perché sono lì. Poi dice, rivolgetevi a oncle Leon, l’Onem, la Commissione CEE eccetera. Quelli ascoltano, non fanno una piega e si ritirano in camera di consiglio: breve conciliabolo, ritornano e mi restituiscono i documenti. Non abbiamo capito niente di quello che ci ha detto, fa uno, se volete seguirci in centrale… madame Cresson si allarma, pas possible! pas possible! Esce dall’auto e questa volta sono i gendarmi che si allarmano. Lei fa sfoggio di tutta la sua arte diplomatica consistente in spiegazioni che a me sembrano un po’ isteriche, ma che di certo erano dovute al falsetto, tono naturale della sua voce.
Insomma, non so come, i gendarmi si impietosiscono e mi convocano per il giorno seguente con questo… come si chiama? Oncle Leon. Ca va, oncle Leon, per chiarire la mia posizione.
Il mattino seguente, rientrati in ufficio, madame Cresson spiega l’increscioso episodio a oncle Leon ed è allora che realizzo: la situazione è più grave di quanto abbia pensato. Non avevo capito che i poliziotti avevano scambiato la vegliarda per una coquotte, e me per il suo giovane cliente, questo è quanto per lo meno madame Cresson ha creduto di intendere.
Ma la grande saggezza di oncle Leon seppellisce tutto sotto una risata oceanica. Mi fa un gesto e andiamo in gendarmeria. Bè, oncle Leon mette da parte la sua signorilità e ruggisce, eccome se ruggisce. Purtroppo, il fatto era che i signori gendarmi non avevano regolato le lancette dei loro orologi e non si erano ancora aggiornati sulla libera circolazione dei cittadini europei membri della stessa comunità CEE (ora UE o EU). Inutile dire che la storia della coquotte era nata solo nella mente dell’adorabile madame Cresson. Era il 1976.
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