Il lavoro


Enciclopedia del Novecento

Lavoro

di Jean Fourastié e Gino Giugni

Sommario: 1. Introduzione generale. a) Il ‛fatto’ del lavoro è millenario, il termine ‛lavoro’ è recente. b) Concezione tradizionale e concezione contemporanea del lavoro. 2. Considerazioni generali sul lavoro. Storia del lavoro umano. a) L’umanità senza il lavoro. b) Lavoriamo per produrre. c) Come lavoriamo. d) Le scienze, le tecniche e la produttività del lavoro. 3. L’organizzazione del lavoro. La divisione del lavoro. Costrizioni, gerarchie, subordinazione. a) Preparazione del lavoro e organizzazione del lavoro

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Il nome del romanzo


Non so mai riconoscere a che punto sono del mio lavoro. Premetto che il mio lavoro non è un lavoro vero, nel senso proprio del termine. Per definizione chi esercita la professione di autore, ossia chi crea col proprio ingegno, un’opera letteraria, artistica o scientifica ricava, grazie a questa attività, quanto occorre al proprio sostentamento. Infatti, non rientrando in questa categoria di autori, mi accontento, io che sono omo sanza lettere, di essere iscritto tra quelli che esercitano per passione. Non lo dico per carpire una facile benevolenza, è per dire le cose come stanno. Ciò chiarito nella forma, resta il contenuto. Avendo scritto e pubblicato (non a pagamento) un paio di romanzi, capita a volte che qualcuno chieda come sarà il prossimo. Richiesta legittima, beninteso, ma posto di fronte a questa domanda, confesso, ho sempre un’incertezza per la risposta impegnativa che ne dovrà seguire.

In realtà il lavoro dello scrivere (e qui, sempre per capirci, intendo scrivere di letteratura, lasciamo perdere se buona o cattiva), è un’attività

teatro marionette Liegi

interno teatro marionette liegi

 complessa che impegna, oltre al tempo, i muscoli e il cervello. E impegnando il cervello, non soltanto nella fase dell’elaborazione creativa, non puoi pensare di arrivarci per opera di manitù. Per scrivere un testo letterario, un racconto breve o lungo o un romanzo, oltre che richiedere tecnica, (come dire: i fondamentali), c’è bisogno di quella particolare alchimia tra forma e contenuto a cui ci si approssima soltanto a certe condizioni: le tue esperienze di vita che sono anche, e non soltanto, le tue letture; la tua capacità di introspezione e di evocazione, e con esse la tua apertura mentale; la tua vitalità immaginativa; la comprensione delle molle narrative; una certa sensibilità per i registri, i ritmi, le sfumature di significato e di linguaggio.

Ora, tutto questo non ha niente a che vedere con l’atto materiale del prendere una penna in mano o pestare sulla tastiera e fare belle lettere. Quando si scrive un racconto di dieci righe o un romanzo di mille pagine si fanno un mucchio di altre cose diverse che scrivere; apparentemente non c’entrano nulla, in realtà ti accorgi che quella cosa che ti è capitata e che è l’avventura della tua vita la puoi usare, immagazzinarla, manipolarla a tuo piacimento e trasformarla in un’esperienza narrativa.

Francoise Allary

Operazione complessa, niente da dire. Ma è quando compri un chilo di mele al mercato, quando appendi un quadro o ripari un rubinetto che porti a casa i migliori risultati. Scrivere è esercizio dello sguardo, scoprire nuovi mondi, si è in fondo un po’ guardoni e un po’ pettegoli.

Ecco perché non so mai di preciso a che punto sono. Prendete il romanzo al quale lavoro. Chiusa la quarta stesura e consegnato il romanzo per un’eventuale manutenzione, mi sono chiesto: è una storia? Ma andiamo con ordine. Il romanzo inizia con una certezza o l’illusione (l’abbaglio, l’inganno) di una certezza: un uomo è stato colpito a morte e giace cadavere in piscina mentre contempla la sua propria vita. Poi arriva un dubbio, messo apposta, che rimarrà sospeso per tutto il romanzo, giacché gli istanti del suo trapasso sono la rievocazione inconscia di un incubo, forse la sua vita, ed è qui che il protagonista fa una scoperta apparentemente banale, ma che per uno che sa di dover morire (e che certamente morirà) è sconcertante: la vita è un mattino che si ripete tutti i giorni. Ora, se questa è la premessa, uno dei problemi che prima o poi dovrò affrontare sarà quello del nome da dare al romanzo. E, come i nomi dei principali personaggi, nulla è frutto del caso. Il suono musicale o il ritmo delle sillabe, per quanto mi riguarda, non è quello che può accendere l’immaginazione, né la sua struttura fonetica, composta di vocali e consonanti che giocano fra loro per catturare l’attenzione del lettore.ingresso teatro

Direi che l’immaginazione si accenderà quando quelle sillabe o quelle lettere evocheranno una determinata dimensione temporale o spaziale. Il fascino del nome è fatto dunque di conoscenza, richiama a sé la patina del tempo fissando un’immagine nel foglio, come uno scavo stratigrafico. Ma arrivati fin qui, non mi sembra di aver compiuto passi avanti. Mi viene il dubbio di aver scritto l’incipit di una storia intitolata fine.

La Pasqua dei Lavoratori e l’Inno del 1°maggio


Le parole di questo Inno le farei sentire giorno e notte al sindaco dei bottegai di Firenze, Renzi (con tutto il dovuto rispetto per il nobile ceto dei bottegai). Pietro Gori, anarchico, scrisse nel 1892 l’Inno del Primo Maggio sulla base melodica del Va’ pensiero nel carcere milanese di San Vittore dove era stato rinchiuso preventivamente. Qualche anno più tardi si sarebbe trasferito in America dove l’avrebbe riproposto in tante città tra cui Chicago, e con grande successo. Chicago è la città dove furono impiccati cinque anarchici in seguito allo sciopero e alle lotte organizzate per ottenere la giornata lavorativa di otto ore.

Vieni o Maggio t'aspettan le genti
ti salutano i liberi cuori
dolce Pasqua dei lavoratori
vieni e splendi alla gloria del sol

Squilli un inno di alate speranze
al gran verde che il frutto matura
a la vasta ideal fioritura
in cui freme il lucente avvenir

Disertate o falangi di schiavi
dai cantieri da l'arse officine
via dai campi su da le marine
tregua tregua all'eterno sudor!

Innalziamo le mani incallite
e sian fascio di forze fecondo
noi vogliamo redimere il mondo
dai tiranni de l'ozio e de l'or

Giovinezze dolori ideali
primavere dal fascino arcano
verde maggio del genere umano
date ai petti il coraggio e la fè

Date fiori ai ribelli caduti
collo sguardo rivolto all'aurora
al gagliardo che lotta e lavora
al veggente poeta che muor!

(www.ildeposito.org)

L’immagine del lavoro


 

Miniera di Monte Narba (1980) officina

 

 

 

Fa sorridere pensare che si chiami archeologia industriale la disciplina che indaga e rovista dentro capannoni gallerie forni ciminiere quasi che questi ultimi risalissero a secoli passati e che la vita industriale abbia cessato di esistere con tutte le sue espressioni, le sue immagini e particolarità.

Miniera de l'Argentiera (1980)

L’immagine del lavoro come quelle mostrate in questo articolo. Ecco il tema attraverso cui, come entro una pellicola sensibile posta tra l’osservatore e la realtà, è passata tanta parte della nostra elevazione civile, della nostra storia di sofferenza e sangue.


Miniera di Monte Narba, San Vito (1980)

 

 

I favolosi anni della nostra vita


Tutti ricordano i favolosi anni della propria vita per me è stato facile ricordare i favolosi anni della mia vita per me è stato facile ricordare dieci anni e poi dieci anni e ancora dieci alla fine degli anni cinquanta avevo dieci anni avevo soltanto dieci anni una bicicletta legnano e il profumo dei pini di sant’onofrio e il cortile di casa ma ho fatto appena in tempo a crescere che ero già partito dalla mia città natale non da solo ovviamente ero con la mia famiglia ed ero partito da Nuoro da qualche mese da Nuoro che è la mia città natale e ci sono stato sino all’età di dieci anni con la mia famiglia sono andato a Sassari agli inizi degli anni sessanta iniziavano allora i favolosi anni sessanta se li ricordano tutti i favolosi anni sessanta io me li ricordo ancora perché avevo dieci anni e iniziavano gli anni sessanta io me li ricordo perché erano gli anni che avevo tanti amici a Sassari le ragazze di piazza d’Italia degli anni sessanta erano carine e cominciavano a piacermi ma avevo appena cominciato a conoscerle che me ne sono dovuto andare e non le ho viste più le ragazze di piazza d’Italia degli anni sessanta e quando sono arrivato a Cagliari ho visto che c’erano altre ragazze e tante altre cose ma negli anni sessanta non c’erano solo le ragazze c’era anche molto vento negli anni sessanta il vento arrivava dal nord che qui chiamano maestrale anche se arriva da nord ovest e poi c’era il vento che viene dal mare che qui chiamano levante che è poi il vento dell’est che qui chiamano levante sono arrivate anche le manifestazioni degli operai e una macchina fotografica e poi le bombe di piazza fontana che non c’entrano niente con la macchina fotografica ma chissà perché associo la fine degli anni sessanta con le bombe di piazza fontana e la macchina fotografica ma alla fine degli anni sessanta io avevo ventanni e mi sembrava di averne cento di anni anche se non era vero perché alla fine degli anni sessanta avevo solo ventanni e a me sembrava di averne cento avevo soltanto la patente dell’auto gigi riva il giro d’europa a piedi in venti giorni e un diploma che non sapevo cosa farmene perché iniziavano gli anni settanta e con gli anni settanta non si scherzava non erano come gli anni sessanta che era morto luigi tenco e c’era stato il viet nam e tutte le manifestazioni contro la guerra non erano come gli anni cinquanta che ricordavano la bomba atomica e marilyn monroe erano morti fred buscaglione e james dean e mi chiedevo chi sarebbe morto negli anni settanta insomma l’avete capito cominciava ad esserci un po’ di confusione ma per fortuna che il vento dell’est degli anni settanta non aveva smesso di soffiare perché venne qualcuno che disse di non preoccuparsi se sotto il cielo c’era confusione ci disse proprio così di non preoccuparsi perché se c’era confusione allora voleva dire che la situazione era eccellente non sapevi cosa voleva dire ma ho verificato io stesso che era vero che negli anni settanta il vento soffiava più forte e la situazione era eccellente il vento soffiava e la storia correva e correva e bisognava acchiapparla negli anni settanta e ogni cinque minuti mi innamoravo e trovavo il tempo per fare tutto innamorarsi e viaggiare e studiare e trovare lavoro cazzo perché negli anni settanta bisognava essere puntuali all’appuntamento con la Storia si vabbè qualcuno s’era messo a correre così tanto che andò di matto dissotterrò l’ascia di guerra Cocis Geronimo e Nuvola Rossa siamo giovani alla riscossa in quegli anni settanta manganelli piombo brigate rosse e stragi ce n’era per tutti anche pasolini se lo presero indovinate chi e non ci furono più occhi per piangere alla fine egli anni settanta perché arrivavano di corsa gli anni ottanta avevo trentanni e con gli anni ottanta non si scherzava non erano come gli anni settanta che c’erano le radio libere berlinguer e i viet cong che vincevano né come gli anni sessanta che c’era il boom economico la lambretta e anche bob kennedy e martin luther king ce li siamo giocati qui signori arrivavano gli anni ottanta e gli anni ottanta volevano dire edonismo reaganiano e milano da bere e riflusso non c’era da scherzare negli anni ottanta li ricordo ancora gli anni ottanta chi non ricorda gli anni ottanta si salvi chi può il privato pubblico e il pubblico privato mica cazzi ma erano gli anni ottanta e bisognava resistere sissignori anche se il mondo cambiava il sopra sotto e il sotto sopra negli anni ottanta c’era l’ombrello nel culo di cipputi negli anni ottanta fu inventato un nuovo mestiere perché negli anni ottanta il nuovo era vecchio e il vecchio era nuovo il semplice si complica e il complicato si semplifica c’era da rompersi la testa negli anni ottanta incontri strana gente negli anni ottanta incontri quelli che negli anni settanta quando c’era da fare la rivoluzione erano i moderati pappa e ciccia col pci e guai a toccare le acli non li smuovevi di là negli anni settanta ora negli anni ottanta sono diventati oppositori duri e puri contro il pci hanno l’orologio fermo mentre io sono pappa e ciccia col pci ed è così che negli anni ottanta un papa diventa una via di mezzo tra una rock star e un guerriero della notte io ho già quarantanni e non posso lasciare che gli anni passino così leggeri sulla terra mi dò da fare alla fine degli anni ottanta ho il mutuo da pagare e il contributo sindacale da onorare alla fine degli anni ottanta drive-in ingroppa il cervello a tutti e il cagliari è in serie C ma quelli che come noi che sono nati negli anni cinquanta non possono lasciar passare le cose come se marx sia morto invano eh no devono prepararsi agli anni novanta coi mondiali di calcio e la corruzione il cagliari in serie B che sono là che aspettano ora ho moglie e figli da mantenere negli anni novanta questo per la verità era successo anche negli anni ottanta ma è lo stesso ora che le stragi sono di mafia o di camorra o di ndrangheta perché è vero che ci sono più aiuole negli anni novanta mi faccio pure le vacanze al mare negli anni novanta ma il potere della Grande Bottega del Mondo si è già preso la sua rivincita da un pezzo, gli ex fascisti sono nel salotto buono sdoganati e la dc e il psi continuano a governare anche se ora alla fine degli anni novanta non si chiamano più dc e psi anzi non ci sono proprio più ma ci siamo capiti c’è qualcuno che si è fatto carico ma mi sono preso una soddisfazione alla fine degli anni novanta il cagliari è in serie A e ha giocato pure la semifinale di coppa uefa queste sono soddisfazioni alla fine degli anni novanta un millennio si avvicina il duemila è già arrivato e dieci anni dopo dieci anni sono arrivato che ho cinquantanni e dieci anni dopo dieci anni ho ricominciato a contare non mi sono accorto che siamo negli anni dieci sembra ieri che erano gli anni sessanta e avevo dieci anni ora sono gli anni dieci e di anni ne faccio sessanta.

 

I segni del lavoro


(www.marcocasula.wordpress.com) Son tornato sui miei passi, luoghi che hanno segnato fugacemente il mio passaggio. Uno a nord. Estrema punta occidentale della Sardegna e dell’Italia, a quanto dicono i geografi. Argentiera, non lontano da Alghero. L’altro è a sud, nel Sarrabus a Monte Narba vicino a San Vito. Una volta due importanti centri di lavorazione dei minerali argentiferi.

Ho consumato due estati all’Argentiera nei primi anni sessanta. A quei tempi forse vi abitavano non più di un centinaio di persone. Nella bella stagione alcune vecchie abitazioni erano date in affitto a quelle famiglie, come la nostra, che amavano trascorrervi la villeggiatura.

C’era la Cantina, ossia lo spaccio gestito dalla stessa società nella quale lavoravano i minatori; c’era il bar, una pompa di benzina e, naturalmente, la chiesa con un parroco (se non ricordo male don Meloni) poco convenzionale, scienziato pazzo che si era costruito un osservatorio astronomico con tutti i crismi. Forse per essere più vicino a quelli che contano.

Al di là della memorialistica, questi paesi fantasma (un po’ meno per la verità l’Argentiera) hanno il tratto in comune di essere soprattutto dei non luoghi, come fossero stati cancellati dalla storia, cicatrici di un passato sepolto e dunque inutile. Per il vero, essi assumono il segno concreto di un modo di produzione: quello industriale in generale, capitalistico in particolare, tanto quanto le testimonianze architettoniche di oggetti e ambiti preindustriali, cioè contadini.

Paesaggi e monumenti industriali dunque. Sicché, nell’attuale paesaggio industriale, dell’Argentiera come di Monte Narba, con la loro specificità storica, autoctona, mi domando se anche qui non siano leggibili quegli elementi il cui diverso stato di conservazione consente l’identificazione di strati riconducibili alle successive fasi dello sviluppo industriale tardo capitalistico. Compreso il loro decadimento a icone della memoria e non già a santuari della produzione capitalistica.

In più, direi che i due agglomerati, Argentiera e Monte Narba, rappresentano, per emblema, i primi segni del lavoro e di organizzazione industriale: ciò che sono generalmente definiti come beni della cultura materiale.


Oncle Leon


Bill Brauer - Vestito dorato

Bill Brauer – Vestito dorato

Ripropongo quanto scrissi qualche anno fa per celebrare un buffo episodio accadutomi al tempo in cui ero in servizio in Belgio e che mi aveva visto protagonista insieme a un uomo che ora non c’è più ma che ricordo con affetto filiale. Era il mio superiore gerarchico come si dice in gergo militar-burocratico, ma mi piace ricordarlo come oncle Leon. Era Leon Uvergoels il direttore regionale de l’Onem, ossia l’Office National de l’Emploi corrispondente grosso modo all’ufficio del lavoro, uffici che non esistono più con questa denominazione, spazzati via dalla fantasia inesauribile degli uomini. Lo avevo conosciuto a Roma ad una riunione tra funzionari ministeriali e in seguito a Bruxelles, qualche settimana prima del mio incarico a Liegi, nel corso di alcuni incontri preparatori concepiti per preparare uno stage internazionale insieme a direttori generali, funzionari della commissione europea e simili.

Era sulla sessantina, alto, elegante, distinto, dalla calata dialettale lenta e strascicata, tipica di Liegi, come imparai a riconoscergli qualche mese più tardi.

A Liegi mi accolse con un’energica stretta di mano nel suo studio in legno massiccio, in severo stile vittoriano, al secondo piano di un edificio ottocentesco al centro della città. Per la verità, la mattina che vi giunsi, lui era in ferie, ma poiché il suo appartamento era sullo stesso piano dell’ufficio, (una semplice porta separava i due ambienti) senza formalismi, mi fece gli onori di casa e mi diede il benvenuto.

Madame Cresson, la sua segretaria, una donnina tutta pelle e ossa che dimostrava in verità più della sua non più verde età, mi presentò ai colleghi e, qualche tempo dopo, anche alla figlia. Ma questa è un’altra storia. Mi ambientai presto. Durante le otto ore di lavoro, nel mio ufficio al terzo piano, mi tenevano compagnia madame Joel avvenente assistente sociale, labbra rosse e tacchi a spillo, che aveva già pensato alla mia sistemazione logistica in città; monsieur Vanloker consulente d’impresa, alto e smilzo, incollato alla sua scrivania anche durante la pausa pranzo; monsieur Sabic giovane statistico ex calciatore e musicista a tempo perso e due mie coetanee tirocinanti a tempo determinato, sdolcinate e svenevoli, allevate a burro e marmellata. Non avevo molto a che fare con tutti costoro, se non sporadicamente per scambiare quattro chiacchiere e per affinare il mio francese.

Ogni tanto veniva a farmi visita madame Cresson: ca va?, mi affiancava uno o due consulenti d’impresa, tutti esperti di uno specifico settore professionale, e la giornata trascorreva tra colloqui e telefonate a cui assistevo ponendo di quando in quando qualche domanda e prendendo appunti. Alle 12,30 tutti in mensa, stesso edificio, per la pausa pranzo, un’ora esatta, patatine fritte e pollo alle prugne con spaghetti per contorno. Alla lunga, acidità di stomaco assicurata per tutti.

Un venerdì pomeriggio, era febbraio o giù di lì, accompagno con la mia macchina, una Skoda rossa fiammante costruita in Cecoslovacchia, madame Cresson a casa sua. Una pattuglia della polizia mi ferma, senza un apparente motivo. Documenti eccetera eccetera, mi guardano, guardano la mia collega, mi riguardano. Controllano ancora la patente e il foglio verde e poi mi chiedono da quanto tempo sono in Belgio. Due mesi, rispondo. Ha il permesso di soggiorno?, domandano ancora. Prego? Mi faccio ripetere la domanda. Ascoltate c’è un equivoco, interviene madame Cresson, lui è… e spiega perché sono lì. Poi dice, rivolgetevi a oncle Leon, l’Onem, la Commissione CEE eccetera. Quelli ascoltano, non fanno una piega e si ritirano in camera di consiglio: breve conciliabolo, ritornano e mi restituiscono i documenti. Non abbiamo capito niente di quello che ci ha detto, fa uno, se volete seguirci in centrale… madame Cresson si allarma, pas possible! pas possible! Esce dall’auto e questa volta sono i gendarmi che si allarmano. Lei fa sfoggio di tutta la sua arte diplomatica consistente in spiegazioni che a me sembrano un po’ isteriche, ma che di certo erano dovute al falsetto, tono naturale della sua voce.

Insomma, non so come, i gendarmi si impietosiscono e mi convocano per il giorno seguente con questo… come si chiama? Oncle Leon. Ca va, oncle Leon, per chiarire la mia posizione.

Il mattino seguente, rientrati in ufficio, madame Cresson spiega l’increscioso episodio a oncle Leon ed è allora che realizzo: la situazione è più grave di quanto abbia pensato. Non avevo capito che i poliziotti avevano scambiato la vegliarda per una coquotte, e me per il suo giovane cliente, questo è quanto per lo meno madame Cresson ha creduto di intendere.

Ma la grande saggezza di oncle Leon seppellisce tutto sotto una risata oceanica. Mi fa un gesto e andiamo in gendarmeria. Bè, oncle Leon mette da parte la sua signorilità e ruggisce, eccome se ruggisce. Purtroppo, il fatto era che i signori gendarmi non avevano regolato le lancette dei loro orologi e non si erano ancora aggiornati sulla libera circolazione dei cittadini europei membri della stessa comunità CEE (ora UE o EU). Inutile dire che la storia della coquotte era nata solo nella mente dell’adorabile madame Cresson. Era il 1976.

Tamurè


I miei occhi sbarrati fissano, stupiti, il fondo azzurrino della piscina di Diana, un mosaico di mattoncini colorati dove pesciolini tropicali danzano uno strano tamurè. La paperetta di plastica rosa di Irene, la figlia di Diana, beccheggia solitaria, mi sfiora le dita, non la sento nemmeno. Sono a pancia in giù, morto, relegato all’imperfetto del verbo essere, immerso nell’acqua virata al rosso del mio sangue. Ho le braccia spalancate che chiamano a sé tutto quel sangue che sgorga, e sembro uno scoiattolo che plana leggero sulla fronda di un eucalipto. La mia posizione non è invidiabile, ma vi assicuro che da questo punto di osservazione le cose sono chiare come mai lo sono state in passato. Già, il passato. Mai come ora ho pensato al mio passato.

Non so quante volte, quando il passato cominciava a pesarmi troppo addosso, mi è capitato di dare un taglio netto alle cose. Una cosa che succede a tutti, credo. A un certo punto della vita capita che si voglia dare un taglio netto alle cose, è umano. Così succede che troppa gente pensa di avere un credito aperto con te; che so, una riposta fiducia da ricambiare a tutti i costi, una reputazione da mantenere chissà perché, una colpa da espiare. E tutto questo senza la colpa di un nome.

In definitiva, quante volte, quando il passato pesava, non mi ha preso quella speranza del taglio netto, quella voglia di cambiare andazzo, lavoro, amici o città.

Così ho fatto, ma è stato un errore e quando me ne sono accorto era tardi.

Perché così in questa maniera non ho che accumulato passato su passato, uno sopra l’altro come fossero, questi passati, libri dalle pagine stropicciate.

E se una vita troppo fitta e ramificata, sempre imbrogliata su se stessa, mi stava addosso per portarmela sempre dietro, figurarsi tante vite, ognuna col suo passato e tutti i passati delle altre vite che continuano ad allacciarsi tra loro. Un ginepraio inestricabile.

Avevo un bel dire del sollievo che provavo le volte che rimettevo a posto le lancette dell’orologio o passavo la spugna sopra la lavagna delle cose passate. Avevo fatto poca strada e già la polvere del passato si solidificava sotto suole delle scarpe. Avevo un bel dire che da tutti gli impicci in cui mi trovavo impelagato mi sarei sempre tolto, dalla buona sorte come dagli imprevisti o, peggio, dalle sciagure.

Come quel mattino di agosto di un anno qualunque che lasciai le grida infantili per rincorrere un’altra vita che avrebbe prodotto un altro passato. Avevo fatto allora tanto cammino, ero andato a caccia nei boschi, avevo cambiato città e cercato il posto buono dove fermarmi. Avevo preso altre abitudini, è proprio così. Le abitudini, certo. Quelle che servono a cullarti lo spirito che non ha alcun abbraccio che lo riscaldi. Ti crei il tuo presente sempre uguale, quello che non porta pene inattese, e non chiede desideri inappagabili. Avevo seguito le regole e mi ero svuotato di tutta la merda che il mio stomaco aveva raccolto, ma non c’era stato niente da fare. Il passato non te lo puoi cambiare come puoi cambiarti il nome. Che per quante carte di identità abbia avuto, con nomi che neppure ricordo, tutti mi hanno sempre chiamato con un nome solo e solo quello.

Tanto, la conclusione cui portano tutte le storie è che la vita che uno ha vissuto è una sola, densa e compatta come una falange greca. Sicché, se per caso mi soffermo su un particolare qualsiasi di un giorno qualsiasi, l’esame di storia delle dottrine musulmane, la visita alle cascate di Coo, posso star sicuro che anche nel più insignificante degli episodi è implicito tutto il mio vissuto, tutto il passato, i passati molteplici che invano ho cercato di lasciarmi alle spalle, e le vite che alla fine si saldano in una vita unica e globale, la mia vita che sarebbe continuata anche se adesso sono morto, questo è un fatto. Anche se sono in questo posto dal quale ho deciso di non dovermi più muovere, in questa vasca dal fondo azzurrino coi pesciolini tropicali che danzano uno strano tamurè.

Diana è una storia diversa. Con lei potevo dire di aver portato avanti le cose senza neanche un errore. Avevo appena saputo che Graziano era partito per un lungo viaggio e non ho tardato un momento per portarla dalla mia parte, senza che lui sospettasse di niente. Avevamo combinato bene la cosa. Sicché non sapevo che era da tempo sulle mie tracce e quando ci ha sorpreso il mio grosso sedere peloso si muoveva a stantuffo tra le ginocchia bianche di lei. Tutto è avvenuto nella maniera più rapida e pulita. Sono scappato, ma la sua pistola ha fatto bum, e ora sono qui che guardo, stupito, il fondo azzurrino della piscina, un mosaico di mattoncini colorati dove pesciolini tropicali danzano uno strano tamurè.

Settembre


In sardo, in tutte le sue varianti è: cabuannu (logudorese), cabidanni (sassarese),  cabudanni (campidanese), capidannu (gallurese), cavidani – setembre (algherese). Come si comprende il capodanno sardo è settembre. Prima che l’epoca cristiana ci consegnasse un tempo marcato da un dio pagano, l’era pagana e contadina guardava il sole compiere la sua rapina, coricarsi sull’oro della collina e custodire il suo tesoro. Non aspiriamo a una vita bucolica e naif, ne stiamo lontani. In noi tuttavia evoca un qualcosa che lasciamo, che non tornerà, e un nuovo che riprende e rinasce. Settembre è una strana combinazione di grilli e di cicale, un riaffiorare nella memoria di cose dimenticate, riminiscenze, e di un venticello dissimulatore che accenna senza presumere, è un sottinteso appassito per cui lo spirito abbandona il gioco e diventa serio. Finisce il riposo, inizia la fatica, riprende il lavoro. Finisce il lavoro, inizia la cassa integrazione. E la disperazione della solitudine, tutti a chiedersi se l’autunno sarà disperato. È il mese dell’inizio e quello della fine. È il mese della fine e quello dell’inizio. È il mese di chi canta che c’è chi aspetta la pioggia per non piangere solo. Te ne accorgi quando l’alba s’allunga e i pomeriggi s’accorciano. Alle sette del mattino plotoni di passeri allegri sfrecciano bassi da nord a sud, si perdono nella città ancora cotta dal sole e alle sette di sera fanno ritorno procedendo da sud a nord sulla stessa rotta. Sarà l’avvicinarsi dell’equinozio che già si sente il frizzante dell’aria fresca sulla pelle, quella strana forza cinetica che ci porta a riprogettare noi stessi nel settembre della nostra vita. A riprendere quel filo che abbiamo perso e rimettere a posto i pezzi che ci siamo lasciati dietro.