Il patrimonio storico archeologico di Baunei


di Alan Batzella, architetto, esperto in pianificazione territoriale, ambientale e paesaggistica.


Il presente articolo è tratto da Baunei, Analisi e pianificazione di un territorio di rilevante interesse ambientale, editrice Punto di Fuga (1998), e precisamente dai capitoli – (2.2.) Il patrimonio storico archeologico – (2.2.1.) Preistoria e periodo nuragico e – (2.2.2.) La fase storica.

Il patrimonio storico archeologico
Preistoria e periodo nuragico

Baunei, primitivo centro di pastori, deve probabilmente il suo nome al grecoBaynos, fornace per fondere i metalli, dall’uso che di queste si faceva nella zona. La toponomastica locale è, infatti, ricca di rimandi etimologici alle fornaci (es.: Forrola), e non è improbabile che le stesse “piscine” di Golgo prima che una funzione religiosa avessero un impiego come vasche di raffreddamento del metallo fuso, che vi era immerso utilizzando la rampa in pietra ancora oggi riconoscibile. Secondo il Lilliu nella zona sembra confermata l’esistenza di una o più officine artigianali di fusione e di modellazione del bronzo, ad un livello tecnico elevato.
L’accesso naturale dal retroterra alla valle di Golgo avviene attraverso Genna Arramene(Porta del rame), e può essere non casuale l’attinenza con un componente del bronzo, anche se non è da scartare l’interpretazione secondo cui il rame cui si riferisce il toponimo sia il colore assunto dai monti al tramonto (in analogia con la Serr’e lattone, una falesia sulla costa.
In bronzo, comunque, erano alcune fra le più famose sculture della cultura nuragica (Arciere in riposo, Soldato con scudo sulle spalle e stocco in mano, Lampada con scimmia nel piattello e manico di protome bovina, Navicella con protome bovina), tutte rinvenute nella piana di Golgo, e ancora di recente non del tutto infrequenti sono i ritrovamenti casuali di manufatti per uso muliebre sempre in bronzo.
Le sculture votive di Golgo sembrerebbero inserire l’area baunese all’interno dei movimenti culturali di scambio avvenuti fra Sardi e gli antichi Tirreni, probabilmente attraverso l’accesso a mare di Portu Sisine (l’attuale Cala Sisine).

Le tracce più remote dell’uomo nel territorio di Baunei comunque sono state trovate nel deposito antropozoico della Grotta su marinaiu, a Cala Elune. Strato preistorico contenente elementi di ossidiana, selce e resti di una ciotola in ceramica d’impasto. Dai resti disponibili è presumibile che la caverna fosse frequentata da gente di origine eneolitica fino all’età del bronzo.
Al terzo millennio a.C. risalgono le domus de gianas, grotticelle funerarie scavate nella roccia, di “Coa de campus”, nei pressi del Nuraghe Lovettecannas, di “Tanca de sa Murta”, lungo la via per Lotzorai, e di “Coa de serra” a Golgo. Della religione primitiva di quel periodo ci restano ancora il masso erratico a coppelle di Santa Maria Navarrese ed il betile antropomorfico di Golgo.
Il primo, una singolare pietra altare con scarsissimi riferimenti in tutta l’Isola, rinvenuta nell’area sacra su cui sorge la Chiesa di Santa Maria Navarrese, presenta sulla superficie superiore due incisioni: una rettilinea e l’altra curvata ad arco, contornate sul perimetro della mensa da undici coppelle dal significato misterioso. E’ comunque perlomeno ipotizzabile una collocazione in ambito sacrificale, vista l’attinenza con le canalette e le vasche di raccolta per le offerte liquide e solide di epoca successiva scavate nella pietra in prossimità dei pozzi sacri (es. il pozzo sacro di Santa Vittoria di Serri).

Il betile, ancora più misterioso, non ha altri analoghi in Sardegna, mentre presenta vaghe somiglianze con le sculture dedicate ai Shardana, di ben altra fattura e concentrate in numero notevole a Filitosa in Corsica. Il nostro è localizzato nella piana di Golgo, probabilmente il più interessante contesto storico archeologico del territorio baunese, protetto da nuraghi a guardia di ogni accesso naturale, e principale ambito di convogliamento e conservazione delle acque piovane dell’altopiano carsico. Luogo denso di richiami e sensazioni di misteriose presenze, l’Altopiano è noto principalmente per la voragine di Su Sterru, identificata quale luogo dove si compiva l’uccisione degli anziani fra risa rituali, liberatorie, (da cui il termine “riso sardonico”), e frenesie proprie anche del macabro incedere dei Mamuthones, comuni, a detta delPettazzoni, alla sfera spirituale africana. In prossimità della voragine ecco poi le “Piscinas”, naturali conche di raccolta dell’acqua piovana, modificate dall’uomo nella forma a noi giunta, per consentire sia la lavorazione dei metalli, sia i culti magici, animistico naturalistici, come il “giudizio divino” dell’ordalia dell’acqua.

Il territorio di Baunei è costituito, oltre che dal ”salto” baunese originario, anche da corpi appartenenti agli abitati di Osono ed Eltili, scomparsi da secoli.
Nel territorio originario di Baunei troviamo i seguenti nuraghi:

-  nella conca di Golgo, in direzione di Portu SisineCoeserra, Nuraghe Alvo, Orgoduri, Nuragheddu e Lopellai;
- nel Supramonte che domina l’abitato e a poca distanza da questo: Planargia e Punnacci;
- lungo la statale 125, poco dopo Baunei, in prossimità di Triei: il Nuraghe Lopelie.

In quello che una volta era il territorio di Osono, ora sotto la giurisdizione di Ardali (che fino a pochi anni orsono era un’altra frazione di Baunei), lungo una fila quasi rettilinea altri cinque nuraghi: Genn’olidoni, Cugunnaci, Lastrafò, Selimba e Molentina.
Nel territorio invece dello scomparso Ertili troviamo i nuraghi di: Marghini de susu, Nieddu, Solluli, Perdusaccu e Lovettecannas.
Come detto i nuraghi del territorio dello scomparso Osono, si dispongono lungo un allineamento ideale che sembrerebbe ripercorrere il tracciato di una strada antica che, come riporta Don Flavio Cocco nella sua monografia sull’Ogliastra ”dopo aver seguito le rive del rio Pramaera s’inerpica nell’erta detta appunta Bacu Ertili e, raggiunto l’altopiano in s’Abbadorgiu, lo percorre seguendo la cresta di Serra Oseli, la quale scende a strapiombo altissimo e pauroso lungo quasi tutto il percorso sulla sponda destra del rio Codula de luna”.
Coe serra, è probabilmente il più noto fra i nuraghi di Baunei.
Eretto a sentinella dell’altopiano di Golgo, biancheggia su una bassa prominenza rocciosa, alla confluenza di Bacu Tenosili con il canalone che discende da Punta Feullas; dividendo con Pedru saccu il primato della maggiore estensione fra i nuraghi della zona.
Scarsamente studiato, come tutti i resti archeologici di Baunei, meriterebbe una maggior attenzione da parte delle autorità e una qualche sorveglianza che impedisca il progressivo processo di disfacimento a cui, da qualche anno è soggetto a causa di maldestri ricercatori di tesori. Sul bastione meridionale, infatti, è eretta una curiosa costruzione, della stessa natura del Nuraghe, ma in forma vicina al tipo dei templi a megaron, rintracciabili in zona nel villaggio di Serra Orrios di Dorgali, ma particolarmente somigliante al tempietto di Malchittu (Arzachena). La planimetria della nostra costruzione è assai vicina a quella di Arzachena, ma ne diverge per la forma più prossima al quadrato che non al rettangolo. Oltre all’aspetto esterno le assimila la camera a pareti aggettanti e i muri laterali prolungati oltre la linea d’ingresso, a descrivere un piccolo atrio di accesso. Nelle immediate vicinanze una tomba dei giganti e, poco discoste, all’interno del bosco, le rovine di un villaggio nuragico utilizzate dai pastori per ricovero degli animali.

Là dove il Bacu Dolcolce si insinua nella conca di Golgo, sul lato a monte della stretta gola incisa al margine della colata basaltica, su un altro sperone di roccia un nuovo interessantissimo monumento: il Nuraghe Alvo. Prossimo ad una tomba dei giganti e ad una vena d’acqua è poco distante dalla voragine di Sa Nurra Genna Sarmentu, meno profonda di su Sterru, ma altrettanto importante dal punto di vista speleologico.

Questa costruzione, che, a dispetto di una cattiva ma invalsa traduzione del nome è tutt’altro che bianca, presenta un certo interesse nello sviluppo planimetrico con gli spazi esterni articolati con soluzioni architettoniche, forse di epoca successiva, decisamente originali. La sua caratteristica più rilevante è in ogni caso la presenza, nel lato bastionato più accessibile, di conci aggettanti a mo’ di mensole: elementi che parrebbero caratterizzare la costruzione come appartenente ad una tipologia difensiva, analoga a quella del Nuraghe Albucciu di Arzachena. Strettamente collegato ad esso, centocinquanta metri più in alto, il complesso a recinto fortificato di Doladorgiu, da dove si domina l’altopiano del Golgo per tutta la sua estensione, e da una prospettiva opposta a quella di Coeserra, che permette di controllare gli accessi all’altopiano dall’interno (Genna Arramene), e dal mare (Codula di Sisine).

Ridiscesi nella vallata di Golgo, percorrendo l’antica “bia majore” in alcuni punti tra la Chiesa di San Pietro e la voragine, possiamo osservare resti di pavimentazione di epoca probabilmente romana, a testimonianza del collegamento tra Baunei e lo scomparsovillaggio di Orgittala. I resti di quest’insediamento, ancora abbondanti, sono visibili di fronte alla Chiesa di San Pietro in una collinetta poco oltre su Bacu e’ sterru. Proseguendo verso nord, oltrepassati i resti dell’ennesima tomba dei giganti, su un promontorio basaltico dominante il Bacu, ancora un Nuraghe di un certo interesse:Orgoduri, circondato da una fitta macchia e da alberi secolari che lo nascondono alla vista.
Usato fino ad un paio d’anni fa come ricovero per gli animali, da qualche tempo è soggetto ad una campagna di scavo effettuata d’intesa tra Amministrazione Comunale e Soprintendenza archeologica. Prima dell’avvio di queste operazioni, nella primavera dell’83, durante un sopralluogo effettuato con Amministratori comunali e un’Archeologa della Soprintendenza di Nuoro era stato casualmente trovato, a pochi metri dal Nuraghe, uno spillone di bronzo, impreziosito da decori in rilievo, che ha seguito la stessa sorte di tutti i ritrovamenti archeologici ”mobili” avvenuti in questo territorio, attualmente custoditi al Museo di Cagliari o alla Soprintendenza di Nuoro.

Proseguendo oltre, verso la Codula di Sisine, gli altri nuraghi di Golgo non presentano caratteristiche interessanti in quanto totalmente rasi al suolo (Nurageddu) o coperti da una vegetazione impenetrabile (Lopellai).
Dei Nuraghe Fonnacesus e Sa teria, per quanto riportati da alcuni autori, non sono riuscito a trovare traccia, anche se le loro presunte localizzazioni avrebbero magistralmente completato il già notevole apparato difensivo della vallata.
Il fascino di Golgo però non risiede solo nei nuraghi. In prossimità della chiesa campestre diSan Pietro, infatti, una serie di basse colline, se osservate con pazienza e occhio attento e, soprattutto, con la giusta luce, denunciano una conformazione non naturale, a Ziggurat tondeggiante, ottenuta con  filari concentrici di macigni basaltici disposti a sostegno di ripiani, sui quali non è improbabile che i primi abitatori del Golgo praticassero delle vere e proprie forme di coltivazione.
Infine, anche se altre strutture preistoriche come i Pozzi, meriterebbero un accenno di descrizione, ecco la chiesetta di Golgo. Edificata nelle forme attuali nella seconda metà del XVII secolo, in forme tardo gotiche, è dedicata a San Pietro. Come tutte le Chiese antiche collocate in quest’area, denuncia l’esistenza di forme di sincretismo religioso, nuragico-cristiano, riconoscibili per la tipologia a “cumbessias” o” muristenes”.

Sono caratteristica del folclore sardo” scrive Francesco Alziator, “le cosiddette cumbessias o muristenes, piccoli aggregati di ambienti adiacenti a taluni santuari, particolarmente venerati. Si tratta, in sostanza, di stanzette nelle quali i pellegrini passano la notte durante il periodo della sagra. Le cumbessias che vediamo oggi non sono generalmente molto antiche, né lo potrebbero essere, trattandosi di costruzioni assai esposte all’offesa del tempo e degli uomini. Ciò che interessa però non è, nel nostro caso, la loro cronologia ma la loro topografia, in quanto poste sempre presso santuari famosi, i quali a loro volta sono quasi sempre situati là dove sorgevano templi pagani”.

Sorta nel sito di precedenti riti pagani, a pochi metri dai resti di una tomba dei giganti, la Chiesa è circondata da un recinto, su una parte del quale si sviluppa un porticato destinato ad ospitare i pellegrini. Fra le pilastrature del loggiato sono tuttora visibili, impiegati nella muratura come materiale di spoglio, alcuni conci in basalto lavorati con figurazioni geometriche, a righe orizzontali, certamente provenienti da una scomparsa costruzione forse nuragica, insistente sulla stessa località. Vista la scarsità di basalto al di fuori della valle, non è, infatti, pensabile che si importasse da località remote materiali da costruzione reperibili in loco.

Lasciato l’altopiano di Golgo, in direzione di Baunei nel Planu Supramonte troviamo altri due nuraghi privi di interesse perché ridotti a cumuli di rovine. Di un certo interesse risulta invece il sistema difensivo dell’altopiano di Margine, anche questo in prossimità di terreni coltivabili per la presenza di discreti suoli e di vene d’acqua.
Molto particolare il complesso di Pedrusaccu. Posto a dominare un sistema di fertili vallette e doline carsiche da una quota prossima ai mille metri, è un Nuraghe polilobato, intorno al quale sono riconoscibili le rovine di un villaggio, e di cui colpisce in particolare, sul versante in direzione di Lovettecannas, la presenza di un camminamento a trincea scavato nella roccia, presumibilmente a protezione dell’accesso alla fortezza.

In Marghini de susu, come già a Golgo, troviamo un certo numero di tombe dei giganti concentrate in prossimità dei nuraghi di Solluli, Pedrusaccu e Lovettecannas.
Notevole l’interesse di un’area invece poco nota e costituita dal piccolo altopiano basaltico di Bidunnie. Poco oltre la discesa di Su Boschittu, provenendo da Margine attraverso Sa sedda de Compudadorgius, una strada a tratti lastricata, a tratti scavata nella viva roccia, conduce al Cuile Bidunnie: una pinnetta ricavata in cima ad una torre nuragica diroccata, un tempo sentinella di quello che è probabilmente l’insediamento nuragico più affascinante e meno conosciuto del territorio di Baunei. Difeso naturalmente dalla scura forra di Bacu Pigas, dalla quale biancheggiante emerge un impressionante ed altissimo monolito di calcare, lontano da vie di comunicazione sia naturali sia artificiali, il piccolo altopiano degrada precipitosamente verso il Riu Bacu Bidunnie, e, in direzione della Codula di Elune, con una successione di muraglie e terrazzamenti che rendono arduo l’avvicinamento dal basso.
Il villaggio, attualmente popolato da una mandria di impertinenti bovini, è coperto da una macchia di ginepri, che rendono provvidenzialmente tormentosa l’opera dei curiosi; dovunque sono infatti visibili (e a portata di mano) frammenti di terracotta, betili, ecc.; il reperto più sorprendente consiste in una pavimentazione realizzata con pietre di diverso colore, e raffigurante, parrebbe, un sole raggiante.

La fase storica.

Molto limitata e povera per contro la consistenza del patrimonio storico artistico di epoche successive. Del periodo romano restano, oltre ad alcune monete, i resti di un minuscolo “vicus” in pessimo stato di conservazione tra Surele e Masolce, a poca distanza dai resti di un Nuraghe privo di denominazione ed interessante solo per la sua inconsueta vicinanza al mare (anche se solo in linea d’aria).
Altro elemento romano di un certo interesse, ma secondo un’ottica di pura documentazione storica, è il reperimento recente di tratti di viabilità che lascerebbero supporre un collegamento locale con la strada romana “progenitrice” dell’attuale Orientale sarda. Non è improbabile che la strada romana ripercorresse a sua volta un tracciato già punico, ma per verificarne l’eventuale percorso rimando a quanto già scritto da Don Flavio Cocco nella richiamata monografia sull’Ogliastra. Di epoca medioevale, oltre alla già richiamata chiesa di San Pietro, sono le chiese di San Giovanni di Eltili e di Santa Maria Navarrese, anch’esse dotate di Cumbessias e quindi probabilmente costruite in luogo di precedenti strutture pagane.

Della prima va aggiunto che è l’unica costruzione rimasta dello scomparso villaggio di Eltili, abbandonato in periodo spagnolo e distrutto definitivamente dagli interventi di forestazione di questo secolo.
Della chiesa di Santa Maria, legata con i circostanti olivi millenari al ricordo del naufragio della Principessa di Navarra, va aggiunto che la struttura originaria negli anni sessanta è stata alterata da un “originale restauro interpretativo” che ha prodotto una Chiesa totalmente nuova.
Non dissimile fra l’altro è stata la sorte della Parrocchiale di BauneiSan Nicola, travolta dal modernismo di un prete architetto, che ha provveduto a mutarne l’assetto originario. Fortunatamente, nel caso di San Nicola, l’originale reinterpretazione ottocentesca del “recinto” non ha prodotto importanti stravolgimenti. Interessante, per la iconografica connotazione paesaggistica, è la Torre spagnola di Santa Maria Navarrese. Brutalizzata nel recente passato da usi e manutenzioni poco rispettosi, è attualmente soggetta ad un intervento di recupero condotto con la necessaria sensibilità. Di un qualche interesse per la storia civica locale, la vecchia Fontana di Usuonu, situata nella parte bassa di Baunei, a valle della Strada nazionale.
(Alan Batzella)

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Alan Batzella ha pubblicato, oltre  Baunei, Analisi e pianificazione di un territorio di rilevante interesse ambientale, Editrice Punto di Fuga (1998), anche Baunei selvaggia (2000) della medesima casa editrice.

 

 

 

Lingua Sarda, poesia e diversità


Del Logudorese, del Campidanese, del Nuorese, del Gallurese, del Sassarese e infine dell’Algherese riporto i brani di alcune poesie nei rispettivi dialetti per segnalarne la diversità. 

Inizio con due strofe del famoso canto contro il feudalesimo, pubblicato alla macchia in Corsica nel 1794 dal patriota di Ozieri Francesco Ignazio Mannu. 
Il Logudorese ha marcato più di tutti la parlata volgare sarda. Grazia e scorrevolezza, risonanze di latino e spagnolo.

Procurad’è moderare

barones, sa tirannia,

chi si no’, pro vida mia

torrades a pe’ in terra!

Declarada è già sa gherra

contra de sa prepotenzia,

e cominza sa passienzia

in su pobulu a mancare.

…………………………

No apprettedas s’isprone

a su poveru rinunziu,

ai no in mesu caminu

s’arrempellat appauradu;

Minzi ch’es lanzu e cansadu

e non de pode piusu;

finalmente a fundu in susu

s’imbastu nd’hat a bettare.

Cercate di moderare, 

baroni, la tirannia,

che se no, per la vita mia,

rimetterete piede in terra!

dichiarata è già la guerra

contro la prepotenza

e comicia la pazienza

nel popolo a mancare.

…………………………

Non calcate lo sprone

al povero ronzino,

se no in mezzo al cammino

si ribella impaurito;

badate che è troppo magro e stanco

e non ne può più;

finalmente a fondo in su

il basto potrà gettare.

Propongo ora questa poesia in Campidanese dell’avvocato Cesare Saragat di Sanluri, morto a Cagliari (dove è sepolto) nel 1929, zio di colui che fu Presidente della Repubblica negli anni ’60/’70 del secolo scorso. Brano e traduzione sono di Francesco Alziator tratti da Testi campidanesi di poesie popolareggianti, a cura dello stesso Alziator. Suoni strascicati e lenti, contiene numerosi vocaboli di provenienza iberica. A Cagliari e provincia si fece largo uso dell’aragonese e del castigliano che ha temperato nel dialetto la severità del latino. Un uso della x pronunciata con il suono sg dolce e prolungato.

L’industria forestiera

Su paru furisteri esti uni tiau!

de macchinas su mundu est alluprendi,

su poburu messaiu hati spola;

e macchinas de nou est’imbentendi,

pe podi riprodusi e binu e trigu

a su doppiu, a su triplu de s’antigu.

…………………………..

Candu, in su tempu miu, ne s’agatada

nè macchin’è messai nè de così,

s’omini, mali o beni, s’arrangiada

si prandiad’e si cenada dì po dì

mentras cun su progressu e cun su lussu

oi digiunant custu e crasi cussu.

L’industria forestiera è una diavoleria!

Sta sommergendo il mondo di macchine,

ha ridotto al verde il povero massaro;

ed inventa ancora nuove macchine,

per poter produrre e vino e grano

al doppio e al triplo del passato.

…………………………..

Quando ai miei tempi non c’erano

macchine, nè per mietere, nè per cucire,

la gente, bene o male, s’arrangiava

e pranzava e cenava ogni giorno

mentre con il progresso e con il lusso

oggi digiuna questo e domani quello.

Il Nuorese, variante del logudorese del tutto specifica, è tra quei dialetti che hanno concorso a formare il volgare sardo. Pronuncia gutturale, aspra e ricca di h aspirate alla maniera latina. Come del latino conserva ancora assonanze, parole e frasi. Linguaggio severo ed espressivo. Di seguito un esempio nel sonetto dialettale del poeta Sebastiano Satta: 

Santa Maria

Santa Maria ja est bella a Pasca ‘e aprile,

cando torran sas runchines dae mare;

toccos de gloria e gridos d’allegria

in cada nidu e cada campanile.

Ma prus bella est a bider dae su jannile

sas feminas issinde tott’impare  

artas e bellas, a passu signorile,  

chi paren santas foras de s’artare.

Santas chi riden, santas chi’in zarminos (*)

in bucca; e a chie las amat forte

dant sas gratias e sanat sos dolores.

Nè a tue, pro chi malo hapas ustinos,

t’hana a mancare a cada mala sorte

custos coros, Sardigna, e custos frores.  

Santa Maria, è bello a Pasqua in aprile

quando le rondini ritornano dal mare;

rintocchi di gloria e d’allegria

in ogni nido e in ogni campanile.

Ma più bello è contemplare dalla soglia

le donne che escono tutte insieme,

alte e belle, con passo signorile,

che sembrano sante fuori dall’altare.

Sante che ridono, sante con gelsomini

in bocca; e a chi le ama fortemente

concedono grazie e risanano i dolori.

nè a te, per avverso destino tu abbia,

mancheranno in ogni sventura,

questi cori, Sardegna, e questi fiori.

(*) Zarminos letteralmente gelsomini, ma sono anche dolci a base d’uovo e quindi dello stesso colore e delicatezza dei gelsomini.

Questi che seguono sono mottetti in Gallurese di autore ignoto. In un territorio per lungo tempo dominato dai Pisani, l’influenza toscana è evidente: il linguaggio è dolce e più accessibile. I primi abitanti della Sardegna, provenienti dalla Corsica, si sono fermati prima a Santo Stefano e poi in Gallura dando vita al primo embrione della cultura sarda (i circoli di Arzachena).

Non si poni irrisistì

chisti dui estremi folti:

lu videtti è la me molti,

lu no videtti è murì.

Dunca, palchi la molti

incontru in videtti o no

voddu murì middi olti

basta a videtti però:

chi li to’ bedd’occhi so

più d’amà che di timì.

Tu dì chi mi professi

amori, e veru no è;

comu aggiu a credè a te

si no’ credu a me matessi?

Intendila, cussì è, 

l’amori nostri so’ vani,

so comu l’alba la mani

bugiu chi sta pal finì,

luci chi pari e no’ è.

Non si possono resistere

questi due estremi tormentosi:

il vederti è la mia morte,

il non vederti è morire.

Dunque, poiché la morte

incontro a vederti o no,

voglio morire mille volte

basta vederti però:

chi i tuoi begli occhi sono

più d’amare che da temere.

Tu dici che mi professi

amore, e vero non è;

come posso credere a te

se non credo a me stesso?

Comprendi, così è,

i nostri amori sono vani,

sono come l’alba la mano

buio che sta per finire,

luce che sembra e non è.

Del Sassarese una poesia di uno dei maggiori poeti, Pompeo Calvia. A differenza del Gallurese, questo è più duro, aspro, sanguigno, difficile a volte da comprendere e pronunziare, sebbene pur esso sia un prodotto tardivo, come il gallurese, della cultura toscana. 

I Candelieri

Li candareri farani in piazza

cun li vetti di rasu trimulendi,

fattu fattu li borri cun la mazza

e lu Sindaggu in mezzu, saluddendi.

Tutti saluta senza distinzioni

finza li banderetti di li vinu…

arruglia lu tamburu di continu 

e lu piffaru sona li canzoni.

Lu piffaru chi poni l’allegria

e accompagna li setti cadaveri

finz’a la janna di SAnta Maria.

Inchiddà li in strazzani li vetti 

e zi l’entrani in gesgia più lizzeri

in mezzu a li vaggiani

e a li cuglietti.

I candelieri scendono in piazza

con i nastri di raso tremolanti,

appresso le guardie con la mazza

e il Sindaco in mezzo che saluta.

Tutti saluta senza distinzione

persino le bandierine dei vinai…

rulla il tamburo di continuo

e il piffero suona le canzoni.

Il piffero che mette l’allegria

e accompagna i sette candelieri

sino alla porta di Santa Maria.

Là dentro gli strappano i nastri

e li introducono in chiesa più leggeri

in mezzo alle fanciulle

e ai colletti (dei giovani).

Per ciò che riguarda l’Algherese va detto che esso rappresenta un’isola linguistica di tutto rilievo. La distanza dalle sorgenti originarie del catalano algherese, il suo isolamento rispetto agli altri dialetti parlati nell’isola dai quali si distacca considerevolmente hanno finito per pietrificarlo e lo hanno sottratto a contaminazioni di parole nuove e frasi moderne cui, di converso, costringono gli scambi e i traffici con il resto del Continente europeo il catalano che si parla a Barcellona. Cosicché l’algherese anche oggi è ancora oggetto di attenzione da parte dei filologi spagnoli. 

Questo che segue è un sonetto di un autore ignoto del XVIII secolo:

Una rosa è vista l’altro maitì

tota del llet i sang pintirindda

si no arribessi ama n’en l’accolli

legu la vida mia fora acabada

ni n’he vist, ni  ne veruè

que giressi le mon due mil voltas.

A una cappella la vuldria pintar

pe la veure almanco un’altra volta.

Es morta la sua companyona,

lu sol y la luna rais per l’incoronar:

adios, regalate fins a demà.

I de veura una cosa tanto bella

ne restan ancantades la estrellas.

Una rosa ho visto l’altra mattina

tutta spruzzata di latte e di sangue.

Se non arrivassi a coglierla

presto la mia vita sarebbe finita.

Non ne ho visto nè vedrò

anche se girassi il mondo due mila volte.

In una cappella la vorrei dipingere

per vederla almeno un’altra volta.

E morta la sua compagna,

il sole e la luna raggiano per incontrarla:

addio, riguardati sino a domani.

E di vedere una rosa tanto bella

restano incantate le stelle.

Lingua sarda e un po’ di storia


Prima pagina della Carta de Logu nell’edizione del 1711 a cura del convento di San Domenico in Cagliari, con commento del giurista Gerolamo Olives. La prima edizione di Madrid è del 1576. Il testo è in volgare sardo.

Le lunghe dominazioni cui la Sardegna è stata sottoposta a opera di popoli diversi da ogni parte del Mediterraneo e le derivanti divisioni hanno finito per originare entità etniche a sé stanti spesso separate da enormi e impervie distanze che le rendevano estranee le une alle altre. Ciò ha favorito il formarsi di una molteplicità di dialetti fra loro dissimili anche nell’ambito della stessa zona, e che al di fuori di questa risultano sovente incomprensibili.

Ciò spiega, in larga parte, perché i protosardi continuavano a non saper scrivere e perché la scrittura si diffonde in Sardegna con tanto ritardo, non essendosi manifestata l’utilità di esprimersi per iscritto in un modo che sarebbe stato incomprensibile nella maggior parte del territorio isolano. Ha sopperito per secoli il fenicio prima, il greco poi, ma soprattutto il latino. Come dimostra la stele votiva trilingue (forse per i molti dialetti che essi parlavano) ritrovata a Pauli Gerrei, proveniente da Nora e dedicata allo straniero Esculapio Merre, conservata nel museo nazionale di Torino.

La stele dice:

(in latino) – Cleon, servo dei soci salari (produttori e commercianti di sale), ha fatto dono volentieri a Esculapio Merre (straniero), che continua a elargire la grazia concessagli.

(in greco) – Cleon, servo dei salari, ha levato come dono a Esculapio Merre un altare secondo l’ordine del dio.

(in fenicio) – Al signore Eshmun Merre, l’altare di rame di cento libbre, che offrì per voto Cleon servo dei salari. Il Signore ha uditola sua voce e lo ha risanato. Nell’anno dei Sufeti (nome fenicio dei giudici) Himilkat e Abdeshmun f. di Himilk. (La data è circa il 180 a.c. e i Sufeti sono probabilmente i giudici di Cagliari.)

circoli megalitici li muri arzachena

Circoli megalitici a Li Muri (Arzachena)

Non esiste documentazione di ciò che può essere stato l’uso del linguaggio nelle popolazioni sarde durante il periodo nuragico e a maggior ragione nel pre-nuragico. La scrittura e il volgare sardo si manifestano a partire dal periodo giudicale. Studiosi come il Wagner, il Devoto, il Migliorini, il Pollottino, il Cossu, il Bartoli e altri di scuola più recente sono arrivati alla conclusione che i dialetti della Sardegna possono essere raggruppati in cinque aggregati a ciascuno dei quali corrisponde una o più delle otto sotto-regioni in cui l’isola si suddivide. Come noto, questi dialetti principali sono: il Logudorese parlato nel Logudoro, nella Nurra, nel Goceano e nel Montiferru; il Campidanese nel Campidano, nella Marmilla, nella Trexenta, nel Gerrei, nel Sarrabus e nella Barbagia di Seui; il Nuorese nella Barbagia di Nuoro, che pur essendo di derivazione logudorese ne differisce in maniera sensibile; il Gallurese che è parlato in Gallura e in buona parte dell’Anglona; il Sassarese a Sassari, Sorso e Portotorres.

Logudorese, Campidanese e Nuorese sono gli antichi dialetti che costituiscono l’originario idioma sardo. Un idioma che, fra tutti gli idiomi romangi, ha mantenuto il suo carattere latino anche in relazione a ingredienti morfologici non confondibili con nessun altro, e che in virtù di tali elementi è riconosciuto da tutti i linguisti come una vera e propria lingua. Il Bartoli arriva a dire che il sardo è di gran lunga più caratteristico che il ladino e il franco-provenzale, è forse il più caratteristico fra gli idiomi neolatini.

Il gallurese e il sassarese acquistano rilievo più tardi attorno al 1600 per effetto dell’influenza della lingua toscana trasmessa dai Pisani e dai Corsi. Esistono poi due importanti isole alloglotte: Alghero che parla il catalano, Carloforte e Calasetta che adottano il genovese, come peraltro Stintino. Ad Arborea si parla veneto, a Fertilia il friulano.

In un’altra occasione, perché ci si possa formare meglio un’idea della diversità dei cinque dialetti fondamentali della Sardegna, daremo un esempio della poesia di ciascuno di essi. Per il momento piace riportare uno spunto dell’arch. Alan Batzella riguardo alcuni temi che afferiscono l’evoluzione del rapporto tra la lingua sarda e l’italiano come si è venuto a configurare nel corso storico.

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Lingua Sarda e lingua Italiana di Alan Batzella, Cagliari 4 settembre 2011: 
- “Prima della dominazione iberica, sotto i Giudicati, in Sardegna erano diffuse principalmente tre parlate neolatine: il Campidanese, il Logudorese e il Gallurese o Corsicano. I rapporti con l’Italia (Pisani e Genovesi) avvenivano per il tramite del latino, la lingua ufficiale degli atti pubblici. Con la cacciata dei Pisani da parte dei Catalano-Aragonesi (1326) inizia la dominazione iberica e la diffusione del Catalano come lingua ufficiale nella Sardegna meridionale e, successivamente, del Castigliano che lo soppianterà definitivamente. Con la sconfitta degli ultimi Giudici di Arborea, nel 1478, e il dominio totale della Spagna sulla Sardegna, il Castigliano diventerà la lingua ufficiale che coesisterà per altri trecento anni con le parlate tradizionali, contribuendo naturalmente alla loro evoluzione. Fino all’avvento dei Savoia, nel XVIII secolo, in Sardegna i ceti dominanti parleranno così lo Spagnolo, mentre i ceti popolari continueranno ad utilizzare le tre varianti del sardo sopra indicate. I Savoia, per quanto originariamente francofoni, avviarono l’italianizzazione dell’Isola per sradicarne l’uso del castigliano, fortemente consolidato e sostenuto soprattutto dal potente clero gesuita. E’ solo durante il XVIII secolo che la lingua italiana, non senza fatica, comincia a farsi largo, spesso introdotta con l’ausilio di pubblicazioni religiose o trattati di agraria in testi bilingue (Italiano-Sardo), oltre che con la riapertura delle Università di Cagliari e Sassari con docenti di lingua italiana. L’estirpazione dello spagnolo fu in misura notevole agevolata dalla soppressione, durata mezzo secolo, dell’ordine dei Gesuiti (favorevoli al Castigliano) e il maggior potere conseguito dagli Scolopi, più propensi alla diffusione dell’Italiano. E’ comunque tra la fine del XVIII secolo e il primo quarto del XIX che l’Italiano si sostituirà del tutto allo Spagnolo coesistendo con le tre parlate originarie, formate e sviluppate in totale autonomia e parallelamente al volgare italiano, si da non poterne essere considerate forme dialettali (se non con qualche eccezione per il Gallurese-Corsicano)… [vedi l'ampia sintesi in Italiano del lavoro di Amos Cardia: "S'Italianu in Sardinnia" ediz. ISKRA, Ghilarza 2006]” - (Alan Batzella Cagliari 4 settembre 2011) 

Intanto ho stretto un’abitudine


Mi chiedono: cosa fai? Rispondo: procaccio cibo per figli a carico, coltivo attenzioni per pochi amici, sfarfallo tra fornelli senza alcuna virtù e per necessità. Poi cerco sempre qualcosa che ammazzi il tedio e innalzi l’ozio. Mi conforto: studio, scrivo, scatto foto, guardo film e tivù, curo il mio blog. Nelle miti giornate d’estate taluno mi sorprende in sella alla mia bici per le vie della mia città. Un modo di guardare il mondo. Per farsi sorprendere dalla vita. Quando il mondo non sorprende più. 

Intanto ho stretto un’abitudine, a Gavoi ci vado io. Là, nei muri delle case, sono appese le storie. Si danno convegno bravi scrittori, cantastorie e paraculi. Mi affascinano i nomi degli scrittori. Nomi al giustoposto. Mamma mia quanto invidio i bei nomi degli scrittori! Nomi adeguati che hanno parole adeguate per tutte le cose. Parole che spiegano altre parole. Parole tetragone che non arretrano. Scrittori che parlano come libri stampati. Scrittori che non inciampano sui loro pensieri. Confesso la mia invidia per loro, come invidio tutto ciò che è qualcosa più di me. 

E così, per alcuni giorni, ho lasciato affiochirsi il rumore della città. Sono andato nel paese dove volano uccelli dal piumaggio nero e dal becco giallo e si ascoltano parole che fanno nascere storie. No, non mi sono sbagliato, anche se il letto che mi accoglie è uno strumento di tortura che fa la differenza. Non sento più niente, ma davvero: tutto. 
C’è gente che sventola ventagli e ritagli di giornali. I soliti capelli a coda di camaleonte oscillano ai lati del viso. Io raccolgo papaveri senza sapere perché lo faccio. Leggo: sai quando non sospetti mai di una persona? Quando parla della morte. Guardo allora la gente che mi passa a fianco e nessuno che mi parli.

Sì, questo è il paese per me: c’è qualcuno che dice del sapere nostalgico e denuncia la retorica dell’apocalisse imperante. Un altro dal palco non le manda a dire, son d’accordo con lui. Ma si sa, io inciampo nel mio stesso pensiero e perfino sulle mie stesse parole. Sono uno che ha fatto il tuo nome senza farlo, uno dal nome sbagliato. Semino lettere al vento, ma nessuno ci badi, è l’invidia che sale.

Smaltisco in uno di quei giorni che non finiscono mai. In piedi, a Mesubidda sul muro davanti, vedo cento occhi che ci guardano e orecchie cespugliose che ci ascoltano, mentre il caldo taglia il respiro. La brava scrittrice ansiogena consiglia libri da consigliare. Aspetto chi consigli un dizionario a qualcuno. E allora è meglio farsi un mirto e confessare l’inconfessabile, il trasgredito, il disturbante, il disatteso. Mi serve il bacio della principessa.

 Sai, quelle notti che passano. Quelle notti di luglio in cui la luna ci fa segno e dentro i suoi occhi vedi un mondo. È l’isola delle storie. È lì che abito per alcuni giorni dove ho stretto un’abitudine.

Bestiario di G. Deledda


BESTIARIO di Grazia Deledda

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Una Sardegna che non abbiamo conosciuta, ma che sentiamo (non ditelo a me che sono nuorese) – leggo, scusate, quanto infinito sono (come essere umano), per nessuno che conoscete, e sospiro un cielo lontano. La natura, il mondo racchiuso in poche righe. Un prosa, questa lontana parente che spingo a fatica dalla porta, ma sempre vuole impadronirsi della mia piccola stanza. Non si può fare a meno di Grazia Deledda, con lei bisogna fare i conti, prima o poi. Questa bella raccolta ce ne offre un saggio.

Dove tu sei è casa


È stato giorno di festa per Neoneli il 25 di settembre. Giorno di festa per i Tenores, così li conosciamo con i loro nomi: Ivo Marras, Nicola Loi, Beppe Loisu Piras, Tonino Cau. Trentacinque anni è un cammino di mezza vita che si onora con riconoscimenti e giusta fama e applausi, ma non bastano a spiegare con povere parole la loro arte che riproduce il sole nel momento che nasce e sa ripetere un giorno d’estate, in fondo tutto ciò che serve a un umile servo.

Dunque, sono andato a stringere loro la mano perché volevo sentire il respiro della pietra. No, non sono andato a Neoneli solo per ascoltare il loro canto poetico, che richiama l’aurea ancestrale di novelle deleddiane, di un’infanzia prenatale; non perché c’è una montagna che reclama il mio nome, né per fuggire dai demoni che bussano alla mia porta. Perché non è solo canto e boghes lontanas, è dura trachite e carne e sangue. Mi è venuto di andarci perché c’è un azzurro che sorprende nel cielo o nell’intrico di rupi e selve, sono un tessuto di voci, dicerie e leggende che si aggrappano come brune Andromede a tonneri e giare.

Sì, questi Tenores sono fatti come noi della nostra stessa materia. Il moderno respira come l’antico aveva respirato, racconta come lui aveva raccontato. Teniamo a mente i loro nomi, perché essi saranno le nostre pietre, quelle che oggi contano i nostri passi, e domani e dopo ancora terranno all’altro capo i fili tesi da nuove parole antiche.

Neoneli era l’inizio della terra, questa casa solitaria, quasi timida, che sa d’altri tempi, che nasconde a ogni sguardo qualche imperituro segreto di gioia e disincanto.

Archeologia arte cultura


Maura Quartu e Roberto Sirigu sono gli artefici di questo bell’opuscolo Archeologia arte cultura, imbandito di gradevoli immagini, che si possono apprezzare anche in DVD grazie all’arte grafica e fotografica dello Studio Baldini & Baldini. La pubblicazione, realizzata sotto gli auspici della Provincia di Cagliari, è stata presentata ufficialmente nella sala Consiliare del Palazzo Regio di Cagliari il 6 luglio scorso dall’Assessore alla Cultura ed è stata impreziosita dalle letture di Elio Turno Arthemalle. La meritoria iniziativa nondimeno può essere chiamata esente da alcuni rilievi critici: per non aver messo in sufficiente risalto l’opera dei due autori (che addirittura scompaiono dal sito della Provincia che pubblicizza il lavoro), e – cosa ancor più grave – per non aver previsto un’edizione confacente ai non vedenti, come è stato peraltro rilevato pubblicamente nell’occasione.

Ciò che rileva, a mio parere, è lo sforzo narrativo dei due autori, storica dell’arte la prima e archeologo il secondo, che

hanno messo in comune le proprie raffinate sensibilità di studiosi offrendoci una proposta di viaggio, che è unione di memoria storica e letteraria insieme, un invito a mimetizzarci nelle magnificenze del territorio e nella misura espressiva del nostro popolo.

Un territorio che ha ossa antiche. Dalle pietre emerse, le sue sono le più arcaiche. Dal di dentro ha lavorato il fuoco, i venti gelidi hanno aiutato a forgiare paesaggi granitici. Tutta quella segreta e incessante industria sotterranea arrecò grandi tesori che richiamarono genti straniere con notevoli conseguenze per la nostra storia. Una storia che ha ci ha coinvolto in un flusso di integrazioni, connessioni, interdipendenze che dal Mediterraneo si è dilatato, passando per l’Italia, verso l’Europa e tutti i Continenti.

L’opuscolo racconta di sette itinerari turistico culturali che racchiudono simbolicamente la complessa realtà storica artistica archeologica della nostra terra, ognuno abbinato a un’opera letteraria inserita in brevissime storie che sono per l’osservatore, sia esso viandante, ricercatore o sognatore, come una terrazza da cui sporgersi per intessere un dialogo con il passato.

Sicché Il castello dei destini incrociati di Calvino è accompagnato all’itinerario che parte da Maracalagonis, Quartucciu, Burcei, Castiadas e Villasimius e che si apre con Il Leone seguito dal secondo itinerario verso Capoterra, Sarroch, Villa San Pietro, Pula, Domus De Maria e Teulada con l’Odissea e Antigori; dal terzo con Elmas, Assemini, Decimomannu, Uta, Villaspeciosa, Siliqua, Vallermosa, Decimoputzu, Villasor e San Sperate con Il Paesaggio Sonoro di R. Murray Schaffer e Diario di Bordo; L’infinito di Leopardi e Il colle introducono il quarto itinerario comprendente Cagliari, Quartu S.E., Settimo S.P., Monserrato, Selargius, Sestu e Sinnai; I Fiori Blu di R. Queneau e Sogni ci portano verso il quinto itinerario; con Se una notte d’inverno un viaggiatore ancora di Calvino e Metastoria ci avviamo verso il sesto itinerario attraversando Monastir, Ussana, Nuraminis, Pimentel, Barrali, Samatzai, Senorbì, Suelli, Selegas, Guamaggiore, Guasila, Ortacesus, San Basilio, Goni e Gesico; concludendo il nostro viaggio verso nord a Mandas, Serri, Escolca, Gerrei, Isili, Nurallao, Nuragus, Seulo, Sadali, Esterzili, Nurri, Orroli, Siurgus D., Escalaplano e Villanovatulo con La vita istruzioni

per l’uso di G. Perec e La cattura.

É dunque un esplicito invito a sfogliare queste pagine posando gli occhi dove essi possano perdersi. Come se a ogni viaggio cominciassimo a vedere la nostra terra leopardianamente dall’alto di un colle, e avvertissimo il desiderio di superare l’ostacolo di una siepe, questa barriera non alta che chiude lo sguardo su tanta parte dell’ultimo orizzonte. Il desiderio di vivere quei luoghi, interpretarne i segni e aprirsi insieme al desiderio d’infinito, perché in luogo della vista possa lavorare l’immaginazione, il fantastico che sottrae il reale. Ci figuriamo i segni di questo territorio: torri, chiese, case che quella siepe nascondono attraversando il pensiero degli interminati spazi e dei sovrumani silenzi, mondi innumerevoli che li colmano.

L’Isola delle Storie


a GavoiNon avevo mai pensato al fatto che questo fosse il luogo dove spesso si recava a trascorrere le vacanze la mia maestra elementare, Lina Espa Lai. Credo fosse il paese dove nacque o quello di suo marito, non ricordo esattamente. Non ci avevo mai pensato sino a quando l’altro giorno arrivai a Gavoi, il porto d’attracco dell’isola delle storie. Non volevo crederci. Pensavo che questa storia dell’isola delle storie fosse una di quelle che ti raccontano spesso gli scrittori per apparire una razza speciale, per farti credere che loro abitano un altro mondo, come l’Isola che non c’è, tanti mondi irreali mimetici frequentati dalla fantasia, al contrario del tuo che è uno e uno soltanto, ma reale vero bagnato dal sangue della tua carne.

a Gavoi

Nel mio bagaglio avevo quell’aria di indulgente scetticismo appena sufficiente ad ascoltarli, quando, messo piede sulla banchina, ho visto sulla facciata di una casetta, di fianco alla porta d’ingresso, una targhetta di terracotta marrone con una scritta in vernice bianca che sembrava vergata dalla mano incerta di un bambino. Diceva: Casa Espa Lai. Ecco, a questo non avevo mai pensato. No, non entrai in quella casa, travolto dalla folla, chi metteva l’ancora, chi entrava, chi usciva… Ma io in quel posto c’ero già stato tanto tempo fa! Era così, e non ci avevo mai pensato. Notti e giorni di festa a ballare, in groppa a un asino scontroso, un frastuono assordante di ragazze e ragazzi. Quel colore di tamburi mi pareva di vederlo, era lì a dirmi: marrano se provi a istoccarne uno. Ma pensa te! mi dissi mentre rollavo una sigaretta. Appoggiai le spalle al muro, di fronte alla casa e, tra uno sbuffo di fumo azzurrino e l’altro, fissavo la targhetta a chiedermi se fosse ancora viva la mia maestra elementare di Nuoro.

a Gavoi

Mi svegliai in un tappeto di suoni, il concerto del mattino era un tripudio di campanacci al passaggio del gregge sotto casa come lo scorrere dell’acqua da un rubinetto spanato, il gracchiare di una cornacchia che sacramentava al muggire di un vitello e lo sbattere di una persiana a difesa del nuovo giorno. Camminai, amico di preludi musicali, in mezzo a un popolo che incrociava una favola e si dava appuntamento al bivio di una leggenda. Ero in tante piazze, quella luce che getta drappi d’argento oltre il Corrasi, finché toccando la mattina una pista lunga e inesplorata chiesi il permesso di mangiare panzane e verità tra affabulatori, incantatori di serpenti e cantastorie.

Mi ritrovai qui, dove si sfoglia il tempo nell’Isola delle storie, si mettono parole in gioco e si gioca con le parole sino alla fine del giorno. Sentii allora la voce di mio padre che mi chiamava al suo convegno purpureo. Sicché salutai la casa dove un giorno abitò Lina Espa Lai, la mia maestra elementare. a Gavoi

Ma forse non sono mai stato qui, e lei non è neppure di questo posto. O forse è stata lei a portarmici e io non ci avevo mai pensato 

 http://www.flickr.com/photos/marcocasula/

Presentazione alla Biblioteca Poggio dei Pini


Capoterra giovedì 10 giugno 2010
(le foto sono di Sandro)

Il viaggio prosegue. È l’ennesima presentazione del romanzo La maschera sotto la neve. Sono a Poggio dei Pini, ospite della Biblioteca omonima. È un nuovo palcoscenico, un teatro che ci accoglie con benevolenza. Oggi mi accompagnano Carla e Sandro: campioni e amici soprattutto, e come sempre con me, fidi e fini suggeritori e consiglieri, sostenitori accaniti, fotografi di scena e tante cose ancora. Non c’è il resto della troupe, quella che mi ha seguito nei palcoscenici dell’Isola degli Scrittori Ignoti tra scaffali di libri, piccole librerie e grandi biblioteche.

Sono orfano di Giorgio, la mia colonna sonora e maestro di una chitarra incantata; mancano Anna, sublime affabulatrice di storie, è lei in genere che apre le danze, e Daniela che legge e che prende per mano il pubblico paziente e lo conduce nel tempo narrato. Nel nostro palcoscenico non ci sarà Giulia, compagna di viaggio che devia, esplora e corre con la voce di Isa alla ricerca come me di desideri realizzabili.

La nostra è una Compagnia di Giro che si muove di contrada in contrada. Siamo guitti, cantastorie, musicanti che si muovono con un carro colorato per paesi e città. Sono ‘o pazzariello che risveglia un fondo di angoscia sepolta, venghino venghino siore e siori, come ultima condizione di verità che riscatti il telestupefatto popolo lettore dal destino di prodotto di serie cui sembra destinato, intrattenuto da romanzi noir, polizieschi, comico-grotteschi e bozzettistici cantando.

Il presidente di questo teatro, che è la Biblioteca di Poggio dei Pini, si chiama Isa Todde. Ha riunito oggi attorno a sé alcuni lettori non saprei quanto telestupefatti, ma di certo incuriositi e resistenti e non rassegnati e testardi quel tanto che basta che vogliono per forza conoscere un abitante dell’Isola degli Scrittori Ignoti. ‘O pazzariello dice qualcosa per nascondere, parla per sottrazione. Franca Zilardini, padrona pure lei di casa, prende la scena, è brava interprete quando crea l’atmosfera, legge di una saga familiare con ammazzamenti e silenzi; s’indigna come noi, come tutti, di questa sordida storia di manie paranoidi e misteri, di ossessioni incestuose, di uomini oggi potenti ma pur sempre criminali, di donne coraggiose martiri mai vinte.

È sorprendente quanti ritratti di figure drammatiche si possono osservare, quale repertorio di tonalità chiaroscure si possono riconoscere, quale miscellanea di connotati levigati e morbidi e di tratti sfuggenti e vischiosi si possono scoprire alla fine del giro.

Un inchino, un umile inchino, per ringraziare anche a nome della Compagnia: un vostro plauso ci ripagherà.