L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Letture proustiane e altre ancora


Non saranno pure letture per l’estate, ma perché no? Per un’idea più precisa, vai alla pagina Leggo: un mio commento potrebbe aiutarti.

 

Segnalo: il saggio Ermeneutica di Proust, di Maurizio Ferraris ci sollecita una riflessione su La Recherche. Un’opera, un intreccio di tessere che possono essere disposte in molti modi secondo una fittissima trama nella quale si muovono personaggi con una propria individualità e con qualità personali che stabiliscono relazioni, dunque alterazioni, costituiscono serie riproducibili, aprono su gruppi e galassie diverse, annullano identità che definiscono. Le chiavi interpretative sono in effetti mappe ermeneutiche per chi si è avventurato nel mare aperto della Recherche. Ecco qui interessanti spunti di lettura che Maurizio Ferrari ci offre con un linguaggio accessibile.

Certamente adatto S’è fatta ora, di Antonio Pascale che usa un registro ironico, pur parlando di cose serie: l’amore, il dolore, il lavoro, la politica. Un romanzo di formazione in prima persona. Riflessioni, dissertazioni a tu per tu, un libro che può essere gradevole.

Più impegnativo La condizione umana, di André Malraux libro controverso, che introduce i temi dell’incomunicabilità dell’uomo ambientato nella Cina pre-rivoluzionaria, quando le forze nazionaliste di Chiang Kai-shake e quelle comuniste erano alleate nel Kuomintang contro l’invasore giapponese.

Di tutt’altro segno, certo più contemporaneo L’incontro, di Michela Murgia, pirotecnica storia di scaramucce di tre ragazzini in una piccola e unita comunità della costa sarda che improvvisamente divampa sino a diventare un confitto tra due opposte fazioni a colpi di Salve Regina.

Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida G 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

Intanto ho stretto un’abitudine


Mi chiedono: cosa fai? Rispondo: procaccio cibo per figli a carico, coltivo attenzioni per pochi amici, sfarfallo tra fornelli senza alcuna virtù e per necessità. Poi cerco sempre qualcosa che ammazzi il tedio e innalzi l’ozio. Mi conforto: studio, scrivo, scatto foto, guardo film e tivù, curo il mio blog. Nelle miti giornate d’estate taluno mi sorprende in sella alla mia bici per le vie della mia città. Un modo di guardare il mondo. Per farsi sorprendere dalla vita. Quando il mondo non sorprende più. 

Intanto ho stretto un’abitudine, a Gavoi ci vado io. Là, nei muri delle case, sono appese le storie. Si danno convegno bravi scrittori, cantastorie e paraculi. Mi affascinano i nomi degli scrittori. Nomi al giustoposto. Mamma mia quanto invidio i bei nomi degli scrittori! Nomi adeguati che hanno parole adeguate per tutte le cose. Parole che spiegano altre parole. Parole tetragone che non arretrano. Scrittori che parlano come libri stampati. Scrittori che non inciampano sui loro pensieri. Confesso la mia invidia per loro, come invidio tutto ciò che è qualcosa più di me. 

E così, per alcuni giorni, ho lasciato affiochirsi il rumore della città. Sono andato nel paese dove volano uccelli dal piumaggio nero e dal becco giallo e si ascoltano parole che fanno nascere storie. No, non mi sono sbagliato, anche se il letto che mi accoglie è uno strumento di tortura che fa la differenza. Non sento più niente, ma davvero: tutto. 
C’è gente che sventola ventagli e ritagli di giornali. I soliti capelli a coda di camaleonte oscillano ai lati del viso. Io raccolgo papaveri senza sapere perché lo faccio. Leggo: sai quando non sospetti mai di una persona? Quando parla della morte. Guardo allora la gente che mi passa a fianco e nessuno che mi parli.

Sì, questo è il paese per me: c’è qualcuno che dice del sapere nostalgico e denuncia la retorica dell’apocalisse imperante. Un altro dal palco non le manda a dire, son d’accordo con lui. Ma si sa, io inciampo nel mio stesso pensiero e perfino sulle mie stesse parole. Sono uno che ha fatto il tuo nome senza farlo, uno dal nome sbagliato. Semino lettere al vento, ma nessuno ci badi, è l’invidia che sale.

Smaltisco in uno di quei giorni che non finiscono mai. In piedi, a Mesubidda sul muro davanti, vedo cento occhi che ci guardano e orecchie cespugliose che ci ascoltano, mentre il caldo taglia il respiro. La brava scrittrice ansiogena consiglia libri da consigliare. Aspetto chi consigli un dizionario a qualcuno. E allora è meglio farsi un mirto e confessare l’inconfessabile, il trasgredito, il disturbante, il disatteso. Mi serve il bacio della principessa.

 Sai, quelle notti che passano. Quelle notti di luglio in cui la luna ci fa segno e dentro i suoi occhi vedi un mondo. È l’isola delle storie. È lì che abito per alcuni giorni dove ho stretto un’abitudine.

L’ostrica e i due litiganti


Riadattamento da M. Jean de La Fontaine

Sulla spiaggia del Poetto due bastaxius notano la presenza di un’ostrica che nottetempo le onde del mare hanno trascinato in riva. 

Ben presto la discussione tra i due si anima, perché ognuno rivendica per sé il prezioso mollusco giudicando di averlo avvistato per primo. 

Incapaci però di accordarsi, affidano la decisione al loro amico Chicchinu che per caso si trova a transitare nei paraggi. 

Chicchinu accetta e, in qualità di giudice investito della questione, raccoglie l’ostrica dalla sabbia. Quindi, dopo averla esaminata con attenzione, l’apre e se la pappa.

I due litiganti, basiti, chiedono spiegazioni.

Chicchinu non si scompone e, consegnata nelle mani di ciascuno la propria parte di conchiglia, se ne va decretando: «Costa cara l’amministrazione della giustizia!»

Un sorriso non si nega a nessuno


Il 31 marzo si è svolta a Sanremo nella lussuosa cornice dell’Hotel de Paris a cinquanta metri dal Casinò la cerimonia di premiazione del concorso Opere d’Autore 2012 indetto dall’Associazione Artisti con il Cuore.
Il primo premio per la narrativa edita al romanzo La maschera sotto le neve. Nella sezione narrativa inedita il racconto Freddo e nebbia si è classificato terzo.

Questo l’elenco dei premiati con le relative motivazioni. In fondo la composizione della qualificata giuria:
I premiati:

PREMIO ALLA CARRIERA

GIUSEPPE CAPUTI : VORREI CAPIRE
ANGELA BERRINO : PENSIERI FRAGILI

NARRATIVA INEDITA
1° CLASSIFICATO – LUCA LANGELLA : TUTTO DENTRO
L’autore cerca un dialogo con il mondo esterno che a lui appare distante da una vita come la sua, ma la ricerca dentro se stesso gli pone il dubbio che forse anche nel mondo là fuori, c’è chi “mette dentro”e deve fermarsi a fare il bilancio di un esistenza. Un racconto che parla al lettore, che in certi punti diventa fondamentale, per scaricare la sofferenza, cercando quasi un alibi per le colpe commesse. (Floriana Vittani)

2° DAMIANO PEPE : SAMARCANDA
3 ° MARCO CASULA : FREDDO E NEBBIA
4° FABIOLA SCIARRATTA : EARLS’COURT
5° DARIO ROMANO : CREDERE

NARRATIVA INEDITA PREMIO DELLA GIURIA A: ALESSIA CHIZZONITI, IL BAMBINO NEL CASONE
MOTIVAZIONE: PER L’INTENSO E PROFONDO FLUSSO DI PENSIERI CHE L’AUTRICE FORNISCE RENDENDO IL RACCONTO DENSO DI SIGNIFICATO ESPRESSIVO IN UN CONTINUO ALTERNARSI DI EMOZIONI CHE SI FONDONO INSIEME PALESANDOSI IN UN FINALE POETICO DI DOLCEZZA. SI TRATTA DI UN ALTO RICONOSCIMENTO ATTRIBUITO AD UN AUTRICE CHE SI E’ DISTINTA PER L’ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI UMANI DEI QUALI IL RACCONTO E’ INTRISO. (Floriana Vittani)

NARRATIVA INEDITA
AUTORE SEGNALATO DALLA GIURIA, ENRICO PARRAVICINI : OVERBLIND

NARRATIVA INEDITA MENZIONE DI MERITORITA MUSCARDIN : ROMA NEL CUORE

POESIA INEDITA
1° CLASSIFICATO : RITA MUSCARDIN : OLTRE LA SOGLIA DEL TEMPO
1 ° CLASSIFICATO exequo MAURIZIO RUSCIGNO : UNA CIGLIA
2° CARLA TOMBACCO : AL DI QUA DEL SILENZIO
2° exequo ENRICO PARRAVICINI : SOGNO POMERIDIANO 
3 ° WANDA ALLIEVI : LACCIO D’AMORE

POESIA INEDITA : AUTORI SEGNALATI DALLA GIURIA
RITA MUSCARDIN : RESPIRO D’IMMENSO
CARLA TOMBACCO : UNA GRANO D’ANIMA
ENRICO PARRAVICINI : NUVOLE DI VENTO
MAURIZIO CRESCENZO RUSCIGNO : PIANO E FORTE
ROBERTO EGIDI : SEI ANCORA QUI CON ME

MENZIONI DI MERITO POESIA INEDITA

ENRICO PARRAVICINI : ABBAZIA DI PIONA
MARIA GRAZIA LUPETTI : MATTINO D’INVERNO
PAGANELLI TERESA : VITE A PERDERE
ROBERTO RAGAZZI : LA LONTANANZA
STEFANIA BIANCHI : LA MUSICA E’ STRAORDINARIA
MASSIMILIANO VOLPATO : ALLE TUE LABBRA
MIRKO AMICONE : TI PORTERO’
VALENTINA SPINA : LA NOTTE DELLE STELLE
ANTONIO CONTOLI: ORO PURO [DI]AMANTI IMPERFETTI
LAURA TONELLI : PUO’ IL CUORE AVERE LE RISPOSTE?
DONATELLI TERESA : DONAMI, ANZIANO
MOLINAROLI ROSANNA : SENTIERI D’AMORE
MARIO MANFIO : DESIDERI

POESIA EDITA
1° CLASSIFICATO : GRAZIA FASSIO SURACE : BIANCO E NERO “ESTROVERSI”
2° GIOVANNI MINIO : LA VITA E’ FORSE UN VERSO
3° WANDA ALLIEVI : UN RAMO DI MIMOSA

MENZIONI DI MERITO POESIA EDITA
COSIMO ROTOLO : VERSO L’ORIZZONTE
MICHELE LALLA : TREINTERNET VIAGGI
ANTONIO CONTOLI : LA TRILOGIA DEGLI OCCHI

NARRATIVA EDITA 

1° CLASSIFICATO : MARCO CASULA : LA MASCHERA SOTTO LA NEVE
“VIVIAMO TUTTI ALL’OSCURO DI QUALCOSA CHE CI RIGUARDA”
MARCO CASULA HA COSTRUITO LA SAPIENTE ARCHITETTURA DEL SUO ROMANZO ATTORNO ALLA DISCESA AGLI INFERI DEL SUO PERSONAGGIO, DISCESA A RITROSO NEL TEMPO, NEGLI ABISSI PIU’ RECONDITI E INDICIBILI DELLA SUA ANIMA, CHE TOSTO AFFRONTA PER OFFRIRE A SE STESSO E A DOMENICANGELA, LA SUA DONNA-ANGELO, LA POSSIBILITA’ DI UN FUTURO.
IL RITMO SERRATO E COINVOLGENTE, IL LINGUAGGIO NITIDO E PROFONDO, CI TRAVOLGONO E NON POSSIAMO CHE, INTRAPRENDERE SENZA SOSTA IL VIAGGIO, CHE FORSE E’ ANCHE UN PO’ IL NOSTRO, NEL QUALE, VERITA’ E MENZOGNA POSSONO INASPETTATAMENTE CAMBIARE DISEGNO. (Daniela Pallastrelli)

2° STEFANIA IADE TRUCCHI : IL CANDORE DI UN’ANIMA
3° DORIANA PERRACCA : IL LAGO INCRESPATO
4° VADOR LUIGINO : L’AROMA DELLO SPINO NERO
5° ELETTRA IAGO : LA CONSAPEVOLEZZA DEL TESTOSTERONE

SEGNALATI DALLA GIURIA
ARRIGO BARBAGLIO : LE VIE DELL’ORO
EMANUELA ANTONINI : ENTROPIA D’AMORE
DARIO GHIRINGHELLI : UNA VITA QUALUNQUE
FINALISTA NARRATIVA EDITA 
LETIZIA PARIGI : CUORI IN ATTESA

ROMANZO INEDITO
1° CLASSIFICATO : UMBERTO SCOPA – LA SUPPLENZA
2° CRISTIANO PERLI : UNA BELLA STORIA D’AMORE
3° SIMONE MAGI : NOVE MESI

SAGGISTICA
1° CLASSIFICATO MARIA ELENA MIGNOSI PICONE – LUCE E CALORE
2° GIORGIO BOLLA : UNA NUOVA INTERPRETAZIONE IN CHIAVE BIBLICA DELLA 
3° NON ASSEGNATO

POESIA INEDITA VERNACOLO
1° CLASSIFICATO : MARIO MANFIO – L’ULTIMA ORA 
2° DONATELLI TERESA : ORFANO
3° GIUSEPPE INGARDIA : SANTU VITU A PASQUA

La Giuria composta da 6 lettori comuni( una casalinga, un artista, una psicologa, un laureato in scienze della comunicazione, un medico, un direttore di banca)
Marco Corradi giornalista de La Stampa
Daniela Pallastrelli Letterata
Floriana Vittani Critico d’arte, poetessa, pittrice
Flavio Sorgu Scrittore 

La vita errante


Garance parla e ascolta

Tutto ebbe termine alla fine di quell’estate smorzata dalle calde tegole, dopo un lungo periodo nel quale ero solito mettermi in viaggio ogni sabato mattina insieme con Paul e sua moglie Paulette nei luoghi più disparati, non importava dove, purché si viaggiasse. Ci prefiggevamo una meta qualsiasi ed era sempre una scoperta. Uno dei posti preferiti, vuoi per la vicinanza, vuoi per il richiamo romantico, era Amsterdam e la campagna di Amsterdam. Quei viaggi mi proiettavano in una dimensione che prima vivevo solo nella mia immaginazione. 

Il verde luccicante delle colline pigramente declive, il rosso degli abbaini delle casette infiorate di gerani e rose, l’arredo dei villaggi contadini. Per il vero, tutto mi esaltava di quei posti. Come trovarsi

Fiori di fanciulle in fiore

improvvisamente e sorprendentemente al bivio del mondo. Un caleidoscopio di giovani colorati, gente proveniente da ogni parte, un concentrato giovanile della cultura del sacco a pelo con il mito dell’autostop, della musica rock e dell’acido lisergico. Masse di giovani che s’imbevevano di letture on the road e di cinema alla easy reader o alla zabrinsky point. Era come se una generazione facesse segnali servendosi di un faro. La meta era l’India, Kerouac il modello. L’esaltazione era al culmine e faceva lievitare tutto ciò che circondava lo sguardo. Era quello il tempo in cui le piazze europee si assomigliavano un po’ tutte: la mattina o il pomeriggio, a Trafalgar Square come in piazza Dam, alla Grand Place come alla Place de la Concorde o in Piazza di Spagna ragazzi e ragazze provenienti da ogni dove amavano incontrarsi: una promiscuità interclassista che parificava piccolo borghesi elegantissimi a sottoproletari suburbani e a borghesi figli dei fiori; tracce fosforescenti di vesti trasandate, zatteroni e gonne lunghe e lucidissime grassone dalla pelle burro latte con indosso sottanoni rimpannucciati rosa shockinge sandali infradito alla Joan Baez a spasso insieme a splendidi esemplari del genere femminile asiatico dal sedere simbolico, e un lembo di gonna mozzafiato. 

Era come se l’universo fosse esploso e mandasse lucenti segnali. Anche i maschi si radunavano, meglio se provvisti di moto, nuovo feticcio della neo dipendenza consumistica, il torso nudo imbacuccato nei giubbotti di pelle nera. Una generazione che marciava spesso a piedi o con mezzi di fortuna e per proprio piacere come meglio credeva in qualsiasi parte del globo. Da soli o in tribù a Milano, e il giorno dopo a Boulogne sur Mer o in qualsiasi altra città distante centinaia e centinaia di chilometri. Nei concerti di notte o nelle piazze di giorno popolo colorato dell’azzurrino del fumo e con l’utopia di un El Dorado da raggiungere. L’infinito passo del tempo e il desiderio di una felicità sconosciuta.

Van Gogh, mietitore

Con l’arrivo delle prime piogge, i viaggi di quei fine settimana cessarono, e fu allora che tutto ebbe inizio. 

Cecilia vende cera


Irene Castle

Ho un tale bisogno di te in questo momento. Dall’Inferno all’Infinito. Mi sono svegliato oggi che tamburi battevano il petto. Ti ho portato con me e ti parlavo a bassa voce. Ti parlavo, forse era la bellezza delle crete senesi, conversavamo non ricordo cosa. Nel mio apparato cardiocircolatorio viaggia un essere invisibile, ma concreto e potente. La maggior parte del tempo non penso a lui. La maggior parte del tempo non penso a niente. Ma ogni volta che passa dalle parti del cuore apre gli occhi, ti vede, vede da fuori il paesaggio che ti circonda, ti saluta e vorrebbe attraversare quel confine ed entrare nella tua terra. Non penso mai al motivo che mi ha portato sin qui. Se qualcuno mi chiedesse perché sono qui dovrei fare uno sforzo per ricordarmelo. Perché sono qui? Perché ho un impegno da sbrigare. Quale impegno? Non so, non ricordo, quando accadrà lo saprò. Dall’Inferno all’Infinito.

David Graux - L'eco di un sogno

Spalancherò una finestra e il panorama cambierà. Scomparirà il cortile, spariranno i fili del bucato con la biancheria e le lenzuola lise. I bidoni di latta all’angolo di strada e i gatti sulle tegole. Persino l’odore della varechina svanirà. Entrerà l’aria che hai portato. Magari tenterai di farmi ridere un po’. Mi rimprovererai, ma con dolcezza – e poi..

Poi mi ucciderai.
Colpa mia. Volevo conoscere i rivoli in cui scorrono i tuoi sentimenti e i tuoi istinti, quelli visibili e quelli nascosti. Ho capito troppo tardi che tu non avevi bisogno di me. Dall’Inferno all’Infinito. Forse è lì che andrò. Dall’Infinito all’Inferno.

L’Isola delle Storie


a GavoiNon avevo mai pensato al fatto che questo fosse il luogo dove spesso si recava a trascorrere le vacanze la mia maestra elementare, Lina Espa Lai. Credo fosse il paese dove nacque o quello di suo marito, non ricordo esattamente. Non ci avevo mai pensato sino a quando l’altro giorno arrivai a Gavoi, il porto d’attracco dell’isola delle storie. Non volevo crederci. Pensavo che questa storia dell’isola delle storie fosse una di quelle che ti raccontano spesso gli scrittori per apparire una razza speciale, per farti credere che loro abitano un altro mondo, come l’Isola che non c’è, tanti mondi irreali mimetici frequentati dalla fantasia, al contrario del tuo che è uno e uno soltanto, ma reale vero bagnato dal sangue della tua carne.

a Gavoi

Nel mio bagaglio avevo quell’aria di indulgente scetticismo appena sufficiente ad ascoltarli, quando, messo piede sulla banchina, ho visto sulla facciata di una casetta, di fianco alla porta d’ingresso, una targhetta di terracotta marrone con una scritta in vernice bianca che sembrava vergata dalla mano incerta di un bambino. Diceva: Casa Espa Lai. Ecco, a questo non avevo mai pensato. No, non entrai in quella casa, travolto dalla folla, chi metteva l’ancora, chi entrava, chi usciva… Ma io in quel posto c’ero già stato tanto tempo fa! Era così, e non ci avevo mai pensato. Notti e giorni di festa a ballare, in groppa a un asino scontroso, un frastuono assordante di ragazze e ragazzi. Quel colore di tamburi mi pareva di vederlo, era lì a dirmi: marrano se provi a istoccarne uno. Ma pensa te! mi dissi mentre rollavo una sigaretta. Appoggiai le spalle al muro, di fronte alla casa e, tra uno sbuffo di fumo azzurrino e l’altro, fissavo la targhetta a chiedermi se fosse ancora viva la mia maestra elementare di Nuoro.

a Gavoi

Mi svegliai in un tappeto di suoni, il concerto del mattino era un tripudio di campanacci al passaggio del gregge sotto casa come lo scorrere dell’acqua da un rubinetto spanato, il gracchiare di una cornacchia che sacramentava al muggire di un vitello e lo sbattere di una persiana a difesa del nuovo giorno. Camminai, amico di preludi musicali, in mezzo a un popolo che incrociava una favola e si dava appuntamento al bivio di una leggenda. Ero in tante piazze, quella luce che getta drappi d’argento oltre il Corrasi, finché toccando la mattina una pista lunga e inesplorata chiesi il permesso di mangiare panzane e verità tra affabulatori, incantatori di serpenti e cantastorie.

Mi ritrovai qui, dove si sfoglia il tempo nell’Isola delle storie, si mettono parole in gioco e si gioca con le parole sino alla fine del giorno. Sentii allora la voce di mio padre che mi chiamava al suo convegno purpureo. Sicché salutai la casa dove un giorno abitò Lina Espa Lai, la mia maestra elementare. a Gavoi

Ma forse non sono mai stato qui, e lei non è neppure di questo posto. O forse è stata lei a portarmici e io non ci avevo mai pensato 

 http://www.flickr.com/photos/marcocasula/

Maschera tragica a Elmas


Josto, nella solitudine del lutto filiale, abbraccia la quercia, simbolo della memoria adolescenziale. La quercia il luogo di un’infanzia turbata da vicende oscure (la violenza del padre sul figlio, forse il tradimento della madre Fannuccia nei confronti del padre Vindice), da situazioni inconfessabili (la solitudine dei due fratelli, il desiderio incestuoso di Gilla, i sospetti di Marina e di Vindice) e di un’età adulta su cui pesa un vero e proprio blocco vitale, quasi un’invocazione, la fuga, la solitudine se non la morte.

Se il presente dei protagonisti è oscuro, l’inconscio di Josto e Gilla è invece chiarissimo, antiche e profonde sono le ragioni del loro turbamento, fondato sull’adolescenza trascorsa insieme, e sulle segrete pulsioni, tuttora coltivate da Gilla ma respinte da Josto.