Archeologia arte cultura


Maura Quartu e Roberto Sirigu sono gli artefici di questo bell’opuscolo Archeologia arte cultura, imbandito di gradevoli immagini, che si possono apprezzare anche in DVD grazie all’arte grafica e fotografica dello Studio Baldini & Baldini. La pubblicazione, realizzata sotto gli auspici della Provincia di Cagliari, è stata presentata ufficialmente nella sala Consiliare del Palazzo Regio di Cagliari il 6 luglio scorso dall’Assessore alla Cultura ed è stata impreziosita dalle letture di Elio Turno Arthemalle. La meritoria iniziativa nondimeno può essere chiamata esente da alcuni rilievi critici: per non aver messo in sufficiente risalto l’opera dei due autori (che addirittura scompaiono dal sito della Provincia che pubblicizza il lavoro), e – cosa ancor più grave – per non aver previsto un’edizione confacente ai non vedenti, come è stato peraltro rilevato pubblicamente nell’occasione.

Ciò che rileva, a mio parere, è lo sforzo narrativo dei due autori, storica dell’arte la prima e archeologo il secondo, che

hanno messo in comune le proprie raffinate sensibilità di studiosi offrendoci una proposta di viaggio, che è unione di memoria storica e letteraria insieme, un invito a mimetizzarci nelle magnificenze del territorio e nella misura espressiva del nostro popolo.

Un territorio che ha ossa antiche. Dalle pietre emerse, le sue sono le più arcaiche. Dal di dentro ha lavorato il fuoco, i venti gelidi hanno aiutato a forgiare paesaggi granitici. Tutta quella segreta e incessante industria sotterranea arrecò grandi tesori che richiamarono genti straniere con notevoli conseguenze per la nostra storia. Una storia che ha ci ha coinvolto in un flusso di integrazioni, connessioni, interdipendenze che dal Mediterraneo si è dilatato, passando per l’Italia, verso l’Europa e tutti i Continenti.

L’opuscolo racconta di sette itinerari turistico culturali che racchiudono simbolicamente la complessa realtà storica artistica archeologica della nostra terra, ognuno abbinato a un’opera letteraria inserita in brevissime storie che sono per l’osservatore, sia esso viandante, ricercatore o sognatore, come una terrazza da cui sporgersi per intessere un dialogo con il passato.

Sicché Il castello dei destini incrociati di Calvino è accompagnato all’itinerario che parte da Maracalagonis, Quartucciu, Burcei, Castiadas e Villasimius e che si apre con Il Leone seguito dal secondo itinerario verso Capoterra, Sarroch, Villa San Pietro, Pula, Domus De Maria e Teulada con l’Odissea e Antigori; dal terzo con Elmas, Assemini, Decimomannu, Uta, Villaspeciosa, Siliqua, Vallermosa, Decimoputzu, Villasor e San Sperate con Il Paesaggio Sonoro di R. Murray Schaffer e Diario di Bordo; L’infinito di Leopardi e Il colle introducono il quarto itinerario comprendente Cagliari, Quartu S.E., Settimo S.P., Monserrato, Selargius, Sestu e Sinnai; I Fiori Blu di R. Queneau e Sogni ci portano verso il quinto itinerario; con Se una notte d’inverno un viaggiatore ancora di Calvino e Metastoria ci avviamo verso il sesto itinerario attraversando Monastir, Ussana, Nuraminis, Pimentel, Barrali, Samatzai, Senorbì, Suelli, Selegas, Guamaggiore, Guasila, Ortacesus, San Basilio, Goni e Gesico; concludendo il nostro viaggio verso nord a Mandas, Serri, Escolca, Gerrei, Isili, Nurallao, Nuragus, Seulo, Sadali, Esterzili, Nurri, Orroli, Siurgus D., Escalaplano e Villanovatulo con La vita istruzioni

per l’uso di G. Perec e La cattura.

É dunque un esplicito invito a sfogliare queste pagine posando gli occhi dove essi possano perdersi. Come se a ogni viaggio cominciassimo a vedere la nostra terra leopardianamente dall’alto di un colle, e avvertissimo il desiderio di superare l’ostacolo di una siepe, questa barriera non alta che chiude lo sguardo su tanta parte dell’ultimo orizzonte. Il desiderio di vivere quei luoghi, interpretarne i segni e aprirsi insieme al desiderio d’infinito, perché in luogo della vista possa lavorare l’immaginazione, il fantastico che sottrae il reale. Ci figuriamo i segni di questo territorio: torri, chiese, case che quella siepe nascondono attraversando il pensiero degli interminati spazi e dei sovrumani silenzi, mondi innumerevoli che li colmano.

Il paesaggio di Paola Fanelli


La poetessa Paola Fanelli ospite con un suo breve contributo. E uno sguardo sulle sue poesie recitate dalla stessa autrice.

– °°° –

Il paesaggio è un’emozione forte, complessa; non riempie solo lo sguardo, ma anche l’anima.
La parte spirituale del nostro essere viene sollecitata dalla bellezza della natura, da ricordi che scavano nella nostra infanzia, dall’ammirato stupore per il canto degli uccelli o per i disegni delle ali delle farfalle.
I nostri sensi si risvegliano: gli odori e i profumi vengono assorbiti con avidità dalle narici, le mani accarezzano gentili le foglie e i fiori dei cespugli, scoprendo velluti e sete.
I tronchi dei grandi alberi, circondati dalle nostre braccia, ci trasmettono forza vitale e pace.
Un canto di gratitudine per tutti questi doni della creazione esce silente dalle nostre bocche e si perde nell’infinito del cielo.


 

 

La luce una gioia senza forma


Chiudere gli occhi è viaggiare

La città ha varcato l’alba, ma nella sua mano la solitudine splende.

Già l’oggi appare antiquato, questo anche le stagioni lo capiscono. Chiudere gli occhi è viaggiare. Il mare mi è così vicino che basta allungare le mani. Mi lavo il viso con l’acqua del mare. Non ricordo più il nome di quei soli ridenti che ancora vagano in cielo. 

Il rumore talvolta mi porta un palpito di passi sulle spiagge, ma non è altro che la chiave che aprirà l’ultima porta in cui si nasconde l’infanzia. Vi sono orme di gabbiani sulla sabbia. Penso che i gabbiani fanno il loro lavoro come me. Si lasciano portare per correnti ascensionali, si posano sulla sabbia così con le loro zampette fuggenti, e appaiono calmi. E quando tutto lo spazio qui attorno sarà stato visitato e tutto il dominio mostrato, l’estensione del cuore più piccolo del più piccolo degli esseri umani lo ridurrà a nulla. Sicché i miei giorni, al peggio, saranno vivi.

Orme di gabbiani sulla sabbia

La luce una gioia senza forma

L’immagine del lavoro


 

Miniera di Monte Narba (1980) officina

 

 

 

Fa sorridere pensare che si chiami archeologia industriale la disciplina che indaga e rovista dentro capannoni gallerie forni ciminiere quasi che questi ultimi risalissero a secoli passati e che la vita industriale abbia cessato di esistere con tutte le sue espressioni, le sue immagini e particolarità.

Miniera de l'Argentiera (1980)

L’immagine del lavoro come quelle mostrate in questo articolo. Ecco il tema attraverso cui, come entro una pellicola sensibile posta tra l’osservatore e la realtà, è passata tanta parte della nostra elevazione civile, della nostra storia di sofferenza e sangue.


Miniera di Monte Narba, San Vito (1980)

 

 

I favolosi anni della nostra vita


Tutti ricordano i favolosi anni della propria vita per me è stato facile ricordare i favolosi anni della mia vita per me è stato facile ricordare dieci anni e poi dieci anni e ancora dieci alla fine degli anni cinquanta avevo dieci anni avevo soltanto dieci anni una bicicletta legnano e il profumo dei pini di sant’onofrio e il cortile di casa ma ho fatto appena in tempo a crescere che ero già partito dalla mia città natale non da solo ovviamente ero con la mia famiglia ed ero partito da Nuoro da qualche mese da Nuoro che è la mia città natale e ci sono stato sino all’età di dieci anni con la mia famiglia sono andato a Sassari agli inizi degli anni sessanta iniziavano allora i favolosi anni sessanta se li ricordano tutti i favolosi anni sessanta io me li ricordo ancora perché avevo dieci anni e iniziavano gli anni sessanta io me li ricordo perché erano gli anni che avevo tanti amici a Sassari le ragazze di piazza d’Italia degli anni sessanta erano carine e cominciavano a piacermi ma avevo appena cominciato a conoscerle che me ne sono dovuto andare e non le ho viste più le ragazze di piazza d’Italia degli anni sessanta e quando sono arrivato a Cagliari ho visto che c’erano altre ragazze e tante altre cose ma negli anni sessanta non c’erano solo le ragazze c’era anche molto vento negli anni sessanta il vento arrivava dal nord che qui chiamano maestrale anche se arriva da nord ovest e poi c’era il vento che viene dal mare che qui chiamano levante che è poi il vento dell’est che qui chiamano levante sono arrivate anche le manifestazioni degli operai e una macchina fotografica e poi le bombe di piazza fontana che non c’entrano niente con la macchina fotografica ma chissà perché associo la fine degli anni sessanta con le bombe di piazza fontana e la macchina fotografica ma alla fine degli anni sessanta io avevo ventanni e mi sembrava di averne cento di anni anche se non era vero perché alla fine degli anni sessanta avevo solo ventanni e a me sembrava di averne cento avevo soltanto la patente dell’auto gigi riva il giro d’europa a piedi in venti giorni e un diploma che non sapevo cosa farmene perché iniziavano gli anni settanta e con gli anni settanta non si scherzava non erano come gli anni sessanta che era morto luigi tenco e c’era stato il viet nam e tutte le manifestazioni contro la guerra non erano come gli anni cinquanta che ricordavano la bomba atomica e marilyn monroe erano morti fred buscaglione e james dean e mi chiedevo chi sarebbe morto negli anni settanta insomma l’avete capito cominciava ad esserci un po’ di confusione ma per fortuna che il vento dell’est degli anni settanta non aveva smesso di soffiare perché venne qualcuno che disse di non preoccuparsi se sotto il cielo c’era confusione ci disse proprio così di non preoccuparsi perché se c’era confusione allora voleva dire che la situazione era eccellente non sapevi cosa voleva dire ma ho verificato io stesso che era vero che negli anni settanta il vento soffiava più forte e la situazione era eccellente il vento soffiava e la storia correva e correva e bisognava acchiapparla negli anni settanta e ogni cinque minuti mi innamoravo e trovavo il tempo per fare tutto innamorarsi e viaggiare e studiare e trovare lavoro cazzo perché negli anni settanta bisognava essere puntuali all’appuntamento con la Storia si vabbè qualcuno s’era messo a correre così tanto che andò di matto dissotterrò l’ascia di guerra Cocis Geronimo e Nuvola Rossa siamo giovani alla riscossa in quegli anni settanta manganelli piombo brigate rosse e stragi ce n’era per tutti anche pasolini se lo presero indovinate chi e non ci furono più occhi per piangere alla fine egli anni settanta perché arrivavano di corsa gli anni ottanta avevo trentanni e con gli anni ottanta non si scherzava non erano come gli anni settanta che c’erano le radio libere berlinguer e i viet cong che vincevano né come gli anni sessanta che c’era il boom economico la lambretta e anche bob kennedy e martin luther king ce li siamo giocati qui signori arrivavano gli anni ottanta e gli anni ottanta volevano dire edonismo reaganiano e milano da bere e riflusso non c’era da scherzare negli anni ottanta li ricordo ancora gli anni ottanta chi non ricorda gli anni ottanta si salvi chi può il privato pubblico e il pubblico privato mica cazzi ma erano gli anni ottanta e bisognava resistere sissignori anche se il mondo cambiava il sopra sotto e il sotto sopra negli anni ottanta c’era l’ombrello nel culo di cipputi negli anni ottanta fu inventato un nuovo mestiere perché negli anni ottanta il nuovo era vecchio e il vecchio era nuovo il semplice si complica e il complicato si semplifica c’era da rompersi la testa negli anni ottanta incontri strana gente negli anni ottanta incontri quelli che negli anni settanta quando c’era da fare la rivoluzione erano i moderati pappa e ciccia col pci e guai a toccare le acli non li smuovevi di là negli anni settanta ora negli anni ottanta sono diventati oppositori duri e puri contro il pci hanno l’orologio fermo mentre io sono pappa e ciccia col pci ed è così che negli anni ottanta un papa diventa una via di mezzo tra una rock star e un guerriero della notte io ho già quarantanni e non posso lasciare che gli anni passino così leggeri sulla terra mi dò da fare alla fine degli anni ottanta ho il mutuo da pagare e il contributo sindacale da onorare alla fine degli anni ottanta drive-in ingroppa il cervello a tutti e il cagliari è in serie C ma quelli che come noi che sono nati negli anni cinquanta non possono lasciar passare le cose come se marx sia morto invano eh no devono prepararsi agli anni novanta coi mondiali di calcio e la corruzione il cagliari in serie B che sono là che aspettano ora ho moglie e figli da mantenere negli anni novanta questo per la verità era successo anche negli anni ottanta ma è lo stesso ora che le stragi sono di mafia o di camorra o di ndrangheta perché è vero che ci sono più aiuole negli anni novanta mi faccio pure le vacanze al mare negli anni novanta ma il potere della Grande Bottega del Mondo si è già preso la sua rivincita da un pezzo, gli ex fascisti sono nel salotto buono sdoganati e la dc e il psi continuano a governare anche se ora alla fine degli anni novanta non si chiamano più dc e psi anzi non ci sono proprio più ma ci siamo capiti c’è qualcuno che si è fatto carico ma mi sono preso una soddisfazione alla fine degli anni novanta il cagliari è in serie A e ha giocato pure la semifinale di coppa uefa queste sono soddisfazioni alla fine degli anni novanta un millennio si avvicina il duemila è già arrivato e dieci anni dopo dieci anni sono arrivato che ho cinquantanni e dieci anni dopo dieci anni ho ricominciato a contare non mi sono accorto che siamo negli anni dieci sembra ieri che erano gli anni sessanta e avevo dieci anni ora sono gli anni dieci e di anni ne faccio sessanta.

 

La balena che aspetta di essere liberata


Mi sto convincendo che non sono io a dover dire qualcosa, ma è il mondo che vuole mandarmi segnali. La valutazione probabilistica del rischio è una metodologia sistematica complessa. In un lampo decido il mio piano. Devo superare il fiume. Il cielo grigio perla mi attrae come un’esca. Volo forse solo per provare un sentimento di vertigine. Come precipitare da un mondo all’altro. Lascio alle mie spalle le trombe d’aria e supero come un relitto la linea di confine.

È inutile che lo nasconda, sono arrivato sin qua per incontrarla standone lontano. Sarà cambiata? mi chiedo. Sicché ogni cosa che vedo mi sembra carica di significato, messaggi difficili da tradurre in parole. Presagi che riguardano me, non eventi esterni, estranei all’esistenza. Abbaini sui tetti spioventi color carbone, guglie appuntite di chiese anonime, fattorie, mucche e ciminiere. Non mi accorgo che la Mosa è là a indicarmi la strada.

È già notte quando da una sontuosa residenza ai margini del fiume i miei occhi scorrono con inquietudine sulle scritte dei tabelloni luminosi cercando le sue forme come se mi aspettassi di vederla apparire. Ho fame, una taverna di fronte a un ristorante cinese Mac Lam soddisfa la mia curiosità. Dentro, pochi avventori parlano sottovoce, un televisore appollaiato sulla parete dice qualcosa. Si sente nell’aria un aroma che avevo dimenticato, profumi che evocano sospiri. Non saprei come descriverli.

In questa giornata placida vedo altre facce, ascolto un’altra lingua, sento altre parole, respiro un’altra aria, calpesto altri marciapiedi. Il mio francese è un disastro. Scopro che in pont d’s âtches i suoi figli hanno incrociato le loro lance per un nuovo termidoro. Entro in puits-en-sock e i profumi caramellosi m’inseguono, ossessivi. Cammino per la roture. Inquietante, se non ci fossero le bandierine che annunciano la festa. Indiani silk col turbante rosa acceso si aggirano insieme a uomini scuri con caftano e sandali ai piedi. Donne obese con sabot e bambine col velo e stangone bionde tutti colori e due individui di pelle nera, borsalino e jeans appena giunti dalla Louisiana. Città multicolore, città multiversa, città arcobaleno.

Mi siedo al tavolo di un ristorante greco all’aperto, nella piazza dove una banda rock fa le prove microfono a centomila decibel sparati nell’aria torbida. Mangio greco. Un uomo basso e grasso con due grandi baffi rossi a manubrio, sembra il gestore, parla a voce alta e amichevole con due clienti alla loro tavola. Smette, e intrattiene un gruppo di poliziotti con cani lupo al guinzaglio che passano lì per caso o forse no. Dopo mezzora quelli se ne vanno, pacche sulle spalle e risate. Il grassone fa per entrare nel suo ristorante quando una vecchia che aiuta il suo cammino col bastone attraversa il suo angolo visuale e il suo faccione si colora di rosso. Un uomo calvo, assorto, aspetta il cameriere.

Accende una sigaretta, imitato da un altro suo compare. Fumano tutti, fumo anche io. Due donne e tre uomini slavi chiacchierano mentre il bus va. Gli argomenti non sono gli stessi. Quel profumo mi rincorre anche qui dentro, lo sento ovunque ormai. Eccomi a vinâve d’ile. Ma le targhe delle vie sono sponsorizzate? Pittori di strada abbozzano quadri nella piazza esplosiva di fiori.

Sedersi sui gradini di un’aiuola e sentire le inflessioni gergali della mia lingua. Guardare la gente che passa, che mi cammina davanti, che mi sorride. Un film già visto. Riavvolgere il tempo e rivedersi come in un flashback. Una distinta signora morde un panino, cammin mangiando. Una vecchia con la sporta in mano. Un signore non si accorge che il suo cane vuole pisciare. Alcuni adolescenti coi pantaloni scesi sino all’inguine si spintonano, scherzano, ridono. Adolescenti di tutto il mondo, unitevi! Tanti occhi mi guardano. Io guardo i loro occhi, voglio penetrare quegli sguardi e immaginare le loro storie. Mi nutrirò di quest’aria, dovrò digerirla. Lasciarsi andare. Andare. Andare. Una ragazza mi è davanti, altera. Ruota pupille che sono parvenza di fiaccole occulte. Muove le labbra sbieche, un velo di rossetto. Tra scrosci di risa scrolla un fulgore di riccioli. Vedo le mani fiere abbandonarsi. Non l’alterigia di un cuore superbo. Il sole indossa il suo cappello, il cielo si fa grigio e piove. La polvere torna al suo posto tra le crepe dei marciapiedi.

Dentro una casa rotta le tubature perdono. Pozzanghere d’acqua fetida sul pavimento. Tende cadenti, sporcizia dappertutto. C’è muffa alle pareti, bottiglie rotte sparse in giro, mobili tarlati, sedie sgangherate e una giornata bagnata. Si può essere più sfigati? Ma è il solito profumo che mi ossessiona, che sento solo qui. Come possono questi odori richiamare un tempo e un luogo? Sosto a lungo sulla panchina che guarda la Mosa. Il rumore del traffico, il suono di una sirena, il rintocco di una campana lontana. Passa il tempo. I gabbiani oziano sulla superficie del fiume. Una coppia parla arabo sulla panchina a fianco alla mia. Lei pare che pianga. Lui sembra dirle, perché piangi? Forse ieri gemeva, la testa posata sulla sua spalla. Un uomo nel frattempo sfreccia in bicicletta sulla banchina alberata. La coppia araba si alza e se ne va. Scatto qualche foto, scrivo appunti.

Piove ancora. Mi abbandono allora sul pavè calpestato, mi arrampico sulle facciate delle case, su questo cielo grigio anche ad agosto, in braccio a una città che si avvicina e si allontana, eppure vicina, sfuggente come una donna che non si vuol far prendere. Il tempo cambia forma, i giorni si dilatano e diventa un unico giorno. Lo spazio denso non lascia spiragli alle parole. Attendo il momento in cui le maglie della rete si sarebbero allargate e il suo sguardo aperto. Aspetto che socchiuda gli occhi per strisciare nell’oscurità delle sue ciglia abbassate, mi nascondo nel buio delle palpebre di lei. Frugo. Trovo. Rubo.

Devo lasciare il palco quando comincio appena a conoscerla. Il controllo bagagli è solo una questione di fortuna. Sto per entrare nel palcoscenico conosciuto. Quindi, giù il sipario e andiamo a impiccare la realtà!

Presentazione alla Biblioteca Poggio dei Pini


Capoterra giovedì 10 giugno 2010
(le foto sono di Sandro)

Il viaggio prosegue. È l’ennesima presentazione del romanzo La maschera sotto la neve. Sono a Poggio dei Pini, ospite della Biblioteca omonima. È un nuovo palcoscenico, un teatro che ci accoglie con benevolenza. Oggi mi accompagnano Carla e Sandro: campioni e amici soprattutto, e come sempre con me, fidi e fini suggeritori e consiglieri, sostenitori accaniti, fotografi di scena e tante cose ancora. Non c’è il resto della troupe, quella che mi ha seguito nei palcoscenici dell’Isola degli Scrittori Ignoti tra scaffali di libri, piccole librerie e grandi biblioteche.

Sono orfano di Giorgio, la mia colonna sonora e maestro di una chitarra incantata; mancano Anna, sublime affabulatrice di storie, è lei in genere che apre le danze, e Daniela che legge e che prende per mano il pubblico paziente e lo conduce nel tempo narrato. Nel nostro palcoscenico non ci sarà Giulia, compagna di viaggio che devia, esplora e corre con la voce di Isa alla ricerca come me di desideri realizzabili.

La nostra è una Compagnia di Giro che si muove di contrada in contrada. Siamo guitti, cantastorie, musicanti che si muovono con un carro colorato per paesi e città. Sono ‘o pazzariello che risveglia un fondo di angoscia sepolta, venghino venghino siore e siori, come ultima condizione di verità che riscatti il telestupefatto popolo lettore dal destino di prodotto di serie cui sembra destinato, intrattenuto da romanzi noir, polizieschi, comico-grotteschi e bozzettistici cantando.

Il presidente di questo teatro, che è la Biblioteca di Poggio dei Pini, si chiama Isa Todde. Ha riunito oggi attorno a sé alcuni lettori non saprei quanto telestupefatti, ma di certo incuriositi e resistenti e non rassegnati e testardi quel tanto che basta che vogliono per forza conoscere un abitante dell’Isola degli Scrittori Ignoti. ‘O pazzariello dice qualcosa per nascondere, parla per sottrazione. Franca Zilardini, padrona pure lei di casa, prende la scena, è brava interprete quando crea l’atmosfera, legge di una saga familiare con ammazzamenti e silenzi; s’indigna come noi, come tutti, di questa sordida storia di manie paranoidi e misteri, di ossessioni incestuose, di uomini oggi potenti ma pur sempre criminali, di donne coraggiose martiri mai vinte.

È sorprendente quanti ritratti di figure drammatiche si possono osservare, quale repertorio di tonalità chiaroscure si possono riconoscere, quale miscellanea di connotati levigati e morbidi e di tratti sfuggenti e vischiosi si possono scoprire alla fine del giro.

Un inchino, un umile inchino, per ringraziare anche a nome della Compagnia: un vostro plauso ci ripagherà.

Ventanas


Capita di avere un debito con se stessi. Apri le finestre e guardati allo specchio. Regalarsi un tempo, un darsi e un riprendersi con le immagini ciò che si è stati per un dopo che sarà. Cose, oggetti, persone colgono il punto.

L’occhio, la lente di una reflex, di una videocamera fotografano, imprimono, incidono, enfatizzano il momento. Una dietro l’altra le immagini, scatti, frammenti rigati di negativi in bianco e nero, video della domenica, si srotolano nella mente come fotogrammi dello stesso film, della medesima clip.

È lo stesso album nascosto e poi ritrovato, per caso. Ingiallito dal tempo, reperto della memoria. La parola cede il passo all’immagine: si nasconde per essere poi in qualche modo riscoperta. Come allegoria, simbolo, apparenza, finzione. Immagine in quanto forma. Forma di oggetti corporei che si riflettono come realmente essi sono. Lo specchio riflette l’oggetto, come l’ingegno che crea le idee materiali riflettendo le idee della ragione superiore.

Immagine come riflessione e come speculazione. Speculare, riflettere: ogni genere di attività umana, dalla più semplice alla più complessa, rimanda agli specchi. Come sempre è stato e sarà.

Regalarsi un tempo. Aprire le finestre. Continua a leggere

Presentazione alla Biblioteca Comunale e Mediateca di Monserrato


La Biblioteca Comunale di Monserrato è stata il 28 aprile scorso l’ultima tappa di avvicinamento. A cosa?, si dirà. Ma al pubblico, ai lettori, santiddio. A cosa sennò si fanno le presentazioni? Lo dice la parola: fai conoscere, presenti il tuo romanzo al pubblico. Così come si faceva per il ballo delle debuttanti, che segnava l’entrata in società delle tue figlie quando avevano età da marito. Chiaro no?

Anche se, a essere stretti, non era proprio il primo ballo questo. Comunque sia. Tutto è stato preparato per bene. Fatti gli annunci, spediti gli inviti al mondo e alla stampa, locale e internazionale. E mostrata l’argenteria. Al momento buono le fotocamere lampeggiano flash come nella croisette di Cannes, le cineprese in pompa magna ronzano come calabroni, il libraio in un angolo organizza pile di tomi, mentre Giorgio dispiega nell’àere la sua arte musicale.


La direttrice della biblioteca, padrona di casa, chiama a raccolta. Anna presenta come non saprei fare neppure io, Daniela recita e interpreta avvolta in una tappezzeria di libri. Tutto bello. Bella la presentazione, belle le letture, bello il video, belli gli interventi. Tutto bene. Aspettiamo che arrivi il pubblico, e poi glielo facciamo vedere noi di cosa siamo capaci!