Cammineremo sui ruderi del cielo è il titolo (provvisorio) dell’inedito di cui ho segnalato i brevi incipit dei primi capitoli. Come ho già riferito, l’intero scritto è tuttora nelle sapienti mani dell’Agenzia Scritture Scriteriate di Ancona perché possa trovare accoglienza in casa degna di nascere. Anticipo qui alcuni brani di un capitolo.
Per solito, quello era il suo momento preferito. Quando, finito il sesso, era completamente se stesso, allegro e leggero. Non avvertiva la fatica, né il peso dei giorni, sentiva di volare e di andare dappertutto. Ebbro di piacere fisico, come una bottiglia colma sino all’orlo, quella notte però fu diverso: non riusciva a recuperare il senso di ciò che era, e per questo si sentiva irritato. Un’afflizione che spariva e riappariva improvvisa, che lo pedinava come un segugio. Aveva perso qualcosa, forse il Grande Tempo che gli era sfuggito di mano. Forse qualcosa per sempre.
La città, dentro un bagno di luce giallo scuro come il suo animo, sembrava cambiata. Oltrepassò lo spiazzo vuoto adibito a parcheggio per camion, e poi la macelleria con la saracinesca abbassata. Vide i resti di un ponteggio di tubi accatastati contro la parete di una palazzina diroccata, a malapena coperti da logori teloni marroni. C’era un cane randagio, c’è sempre un cane bolso e grigiastro che annusa le pagine unte di un giornale. Spazzatura straripava dal bordo di due pattumiere di metallo ammaccato, rovesciate in ordine sparso, e c’erano scarti dentro scatoloni aperti e mucchi di rifiuti che un carrello capovolto del supermercato aveva sparpagliato a ventaglio per la strada. Per un lungo tratto, così almeno a lui parve, perse l’orientamento. Era come uno di quegli esseri anfibi immersi simultaneamente nella realtà e nell’irrealtà.
Senza un orizzonte, mentre la strada fuggiva alle sue spalle e dormiva tranquilla, dall’altra parte del marciapiede una giovane donna che sapeva di vialetti solitari, gonna corta e tacchi a spillo, passeggiava con andatura sciolta e decisa. Un’edicola aperta tutta la notte esponeva ancora immagini di riviste pornografiche e santini pop. Più avanti, una pompa di benzina vomitava idrocarburi dentro una macchina modello anni sessanta.
A un tratto qualcosa lo distrasse. Una fila di pollastri senza testa appesi per le zampe si dissanguavano goccia a goccia sotto il porticato di una casa signorile. Lì dappresso, la donna camminava nel punto dove si era raccolta acqua piovana, che schizzava via al suo passaggio quando i tacchi affondavano nelle pozzanghere. Camminava all’ombra dell’isolato con ampie falcate e non sembrava fosse lì per un volgare mercimonio del suo onore. Più in là Bardile vide un topo trascinare in una fogna la carcassa di una cornacchia. Puzza di muffa e urina. La piccola carogna guizzava nell’asfalto bagnato come palla insanguinata.
Con incedere deciso e fiero la donna attraversò la strada deserta con il semaforo che segnava rosso e proseguì oltre per due isolati. A ogni suo passo riecheggiava il picchiettio dei tacchi a spillo sopra il manto d’asfalto duro.
La tentazione di correrle dietro è grande. Quelle gambe, lunghe e flessuose che ricordavano tanto quelle di Morgana, aveva preso a seguirle senza un perché, se non per motivo della strana idea che si era fatta che quella non fosse veramente una puttana. Ma si ritrasse di colpo appena vide la donna arrivare sulla via che conduceva alla villa della zia Battistina. La sua residenza.
Non il tempo di riprendersi che insetti sconosciuti già frullavano le ali nel suo petto, quando dal cancelletto all’improvviso vide farsi avanti la sagoma di Tomas-Mario che andava incontro alla donna, come un alligatore verso la sua preda.
Si affacciò allora un rumore sordo, quello che la terra produrrebbe se ruzzolasse nel buio proteiforme del silenzio. Non vi erano i lampioni della strada che illuminavano la scena, né le lampadine delle case vicine, che erano spente. Soltanto la luce della villa brillava come un buco praticato nella notte.
Si ricordò di quando lui e Tomas-Mario ritornarono, sconvolti, dalla Corte delle Tre Dame. Un ricordo preciso: Tomas-Mario non doveva mancare a un appuntamento. Arrivò a chiedersi se quel che scambiava per reviviscenza di un ricordo non fosse che l’inizio della fine, il rinascere di un dolore. Ora lui, l’uomo senza un nome, era lì con questa donna che stringeva tra le braccia, le sue braccia, una donna che baciava sulle labbra. Le labbra di Morgana.
E furono pietre in corsa che precedono la frana.
La sua frana. Bardile s’immaginò uno di quegli insetti sconosciuti che emettevano suoni per volare nel silenzio più profondo, arrivare ai lampioni spenti della strada, raggiungere le luci di quella casa e chiamare: ehi, bella ragazza!
Non vagabondare più per queste vie e proprio qui, appena giunto, trova quest’uomo, questa donna e quest’odio che scorre irresistibilmente sopra i marciapiedi e sopra i quali il cielo è giallo scuro, perché il tempo ha cessato di essere.
L’auto modello anni sessanta sostava davanti a lui. Bardile vide la coppia salirci, e scomparire nel buio della notte.











