Un terra battuta e sonora di notte


Cammineremo sui ruderi del cielo è il titolo (provvisorio) dell’inedito di cui ho segnalato i brevi incipit dei primi capitoli. Come ho già riferito, l’intero scritto è tuttora nelle sapienti mani dell’Agenzia Scritture Scriteriate di Ancona perché possa trovare accoglienza in casa degna di nascere. Anticipo qui alcuni brani di un capitolo.

Per solito, quello era il suo momento preferito. Quando, finito il sesso, era completamente se stesso, allegro e leggero. Non avvertiva la fatica, né il peso dei giorni, sentiva di volare e di andare dappertutto. Ebbro di piacere fisico, come una bottiglia colma sino all’orlo, quella notte però fu diverso: non riusciva a recuperare il senso di ciò che era, e per questo si sentiva irritato. Un’afflizione che spariva e riappariva improvvisa, che lo pedinava come un segugio. Aveva perso qualcosa, forse il Grande Tempo che gli era sfuggito di mano. Forse qualcosa per sempre.

La città, dentro un bagno di luce giallo scuro come il suo animo, sembrava cambiata. Oltrepassò lo spiazzo vuoto adibito a parcheggio per camion, e poi la macelleria con la saracinesca abbassata. Vide i resti di un ponteggio di tubi accatastati contro la parete di una palazzina diroccata, a malapena coperti da logori teloni marroni. C’era un cane randagio, c’è sempre un cane bolso e grigiastro che annusa le pagine unte di un giornale. Spazzatura straripava dal bordo di due pattumiere di metallo ammaccato, rovesciate in ordine sparso, e c’erano scarti dentro scatoloni aperti e mucchi di rifiuti che un carrello capovolto del supermercato aveva sparpagliato a ventaglio per la strada. Per un lungo tratto, così almeno a lui parve, perse l’orientamento. Era come uno di quegli esseri anfibi immersi simultaneamente nella realtà e nell’irrealtà.

Senza un orizzonte, mentre la strada fuggiva alle sue spalle e dormiva tranquilla, dall’altra parte del marciapiede una giovane donna che sapeva di vialetti solitari, gonna corta e tacchi a spillo, passeggiava con andatura sciolta e decisa. Un’edicola aperta tutta la notte esponeva ancora immagini di riviste pornografiche e santini pop. Più avanti, una pompa di benzina vomitava idrocarburi dentro una macchina modello anni sessanta.

A un tratto qualcosa lo distrasse. Una fila di pollastri senza testa appesi per le zampe si dissanguavano goccia a goccia sotto il porticato di una casa signorile. Lì dappresso, la donna camminava nel punto dove si era raccolta acqua piovana, che schizzava via al suo passaggio quando i tacchi affondavano nelle pozzanghere. Camminava all’ombra dell’isolato con ampie falcate e non sembrava fosse lì per un volgare mercimonio del suo onore. Più in là Bardile vide un topo trascinare in una fogna la carcassa di una cornacchia. Puzza di muffa e urina. La piccola carogna guizzava nell’asfalto bagnato come palla insanguinata.

Con incedere deciso e fiero la donna attraversò la strada deserta con il semaforo che segnava rosso e proseguì oltre per due isolati. A ogni suo passo riecheggiava il picchiettio dei tacchi a spillo sopra il manto d’asfalto duro.

La tentazione di correrle dietro è grande. Quelle gambe, lunghe e flessuose che ricordavano tanto quelle di Morgana, aveva preso a seguirle senza un perché, se non per motivo della strana idea che si era fatta che quella non fosse veramente una puttana. Ma si ritrasse di colpo appena vide la donna arrivare sulla via che conduceva alla villa della zia Battistina. La sua residenza.

Non il tempo di riprendersi che insetti sconosciuti già frullavano le ali nel suo petto, quando dal cancelletto all’improvviso vide farsi avanti la sagoma di Tomas-Mario che andava incontro alla donna, come un alligatore verso la sua preda.

Si affacciò allora un rumore sordo, quello che la terra produrrebbe se ruzzolasse nel buio proteiforme del silenzio. Non vi erano i lampioni della strada che illuminavano la scena, né le lampadine delle case vicine, che erano spente. Soltanto la luce della villa brillava come un buco praticato nella notte.

Si ricordò di quando lui e Tomas-Mario ritornarono, sconvolti, dalla Corte delle Tre Dame. Un ricordo preciso: Tomas-Mario non doveva mancare a un appuntamento. Arrivò a chiedersi se quel che scambiava per reviviscenza di un ricordo non fosse che l’inizio della fine, il rinascere di un dolore. Ora lui, l’uomo senza un nome, era lì con questa donna che stringeva tra le braccia, le sue braccia, una donna che baciava sulle labbra. Le labbra di Morgana.

E furono pietre in corsa che precedono la frana.
La sua frana. Bardile s’immaginò uno di quegli insetti sconosciuti che emettevano suoni per volare nel silenzio più profondo, arrivare ai lampioni spenti della strada, raggiungere le luci di quella casa e chiamare: ehi, bella ragazza!
Non vagabondare più per queste vie e proprio qui, appena giunto, trova quest’uomo, questa donna e quest’odio che scorre irresistibilmente sopra i marciapiedi e sopra i quali il cielo è giallo scuro, perché il tempo ha cessato di essere.
L’auto modello anni sessanta sostava davanti a lui. Bardile vide la coppia salirci, e scomparire nel buio della notte.

Il suo nome rimane


Più riguardo a La lunga attesa dell'angelo

LA LUNGA ATTESA DELL’ANGELO di Melania G. MAZZUCCO

 

Tintoretto e gli ultimi quindici giorni della sua vita. Melania Mazzucco entra nel corpo del grande pittore. Non è la sua agonia, ma l’epifania del suo spirito. In prima persona, come altri romanzi storici che mi è capitato di leggere. Ma è solo una coincidenza, una nota a margine. L’immedesimazione tra il grande Maestro e l’autrice è totale, e si trasferisce al lettore. Spesso dentro la mia testa, cosa dire?, una tale gioia mi possiede nel leggerlo, che se avessi nozioni di ballo mi esprimerei in un paso doble da far impallidire Roberto Bolle, anche se non ho calzamaglia e nessun manifesto che mi vanta.

Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii 
http://www.anobii.com/sabic/books

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida G 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

Intanto ho stretto un’abitudine


Mi chiedono: cosa fai? Rispondo: procaccio cibo per figli a carico, coltivo attenzioni per pochi amici, sfarfallo tra fornelli senza alcuna virtù e per necessità. Poi cerco sempre qualcosa che ammazzi il tedio e innalzi l’ozio. Mi conforto: studio, scrivo, scatto foto, guardo film e tivù, curo il mio blog. Nelle miti giornate d’estate taluno mi sorprende in sella alla mia bici per le vie della mia città. Un modo di guardare il mondo. Per farsi sorprendere dalla vita. Quando il mondo non sorprende più. 

Intanto ho stretto un’abitudine, a Gavoi ci vado io. Là, nei muri delle case, sono appese le storie. Si danno convegno bravi scrittori, cantastorie e paraculi. Mi affascinano i nomi degli scrittori. Nomi al giustoposto. Mamma mia quanto invidio i bei nomi degli scrittori! Nomi adeguati che hanno parole adeguate per tutte le cose. Parole che spiegano altre parole. Parole tetragone che non arretrano. Scrittori che parlano come libri stampati. Scrittori che non inciampano sui loro pensieri. Confesso la mia invidia per loro, come invidio tutto ciò che è qualcosa più di me. 

E così, per alcuni giorni, ho lasciato affiochirsi il rumore della città. Sono andato nel paese dove volano uccelli dal piumaggio nero e dal becco giallo e si ascoltano parole che fanno nascere storie. No, non mi sono sbagliato, anche se il letto che mi accoglie è uno strumento di tortura che fa la differenza. Non sento più niente, ma davvero: tutto. 
C’è gente che sventola ventagli e ritagli di giornali. I soliti capelli a coda di camaleonte oscillano ai lati del viso. Io raccolgo papaveri senza sapere perché lo faccio. Leggo: sai quando non sospetti mai di una persona? Quando parla della morte. Guardo allora la gente che mi passa a fianco e nessuno che mi parli.

Sì, questo è il paese per me: c’è qualcuno che dice del sapere nostalgico e denuncia la retorica dell’apocalisse imperante. Un altro dal palco non le manda a dire, son d’accordo con lui. Ma si sa, io inciampo nel mio stesso pensiero e perfino sulle mie stesse parole. Sono uno che ha fatto il tuo nome senza farlo, uno dal nome sbagliato. Semino lettere al vento, ma nessuno ci badi, è l’invidia che sale.

Smaltisco in uno di quei giorni che non finiscono mai. In piedi, a Mesubidda sul muro davanti, vedo cento occhi che ci guardano e orecchie cespugliose che ci ascoltano, mentre il caldo taglia il respiro. La brava scrittrice ansiogena consiglia libri da consigliare. Aspetto chi consigli un dizionario a qualcuno. E allora è meglio farsi un mirto e confessare l’inconfessabile, il trasgredito, il disturbante, il disatteso. Mi serve il bacio della principessa.

 Sai, quelle notti che passano. Quelle notti di luglio in cui la luna ci fa segno e dentro i suoi occhi vedi un mondo. È l’isola delle storie. È lì che abito per alcuni giorni dove ho stretto un’abitudine.

Uomini


Antonio Cao e Hermar Shenk, due scienziati che hanno voluto bene alla città e agli uomini. 

Uomini accomunati dal tratto leggero e tenero di chi è costretto ad andarsene, di chi promette che tornerà, di chi scompare discretamente.

È la bandiera dei tre colori


12 mar 2011

C-Day 12 marzo 2011

Volevo mantenere il contatto il 12 di marzo. C’era un vento che muggiva tra le nuvole caliginose della mia città, questo 12 di marzo. Volevo mantenere il contatto, volevo mantenerlo con il fango della terra e il fango della terra di questo tempo dice che qualcuno vuole stravolgere la Costituzione, vuole farne carta igienica. Te lo sputa in faccia, non ne fa mistero.

Sicché sono salito in piazza questo 12 di marzo in un mare di bandiere. Bandiere. Bandiere tricolori che non avrei mai detto. Bandiere sopra i tetti delle case, sui davanzali alle finestre. C’era un vento che stravolgeva tutte bandiere, un vento così forte, che bandiere garrivano come volessero portarci nel fango della terra.
È il bello del fango della terra. Sai chi è quello che ti sputa in faccia e ti rutta la sua protervia. Vedi subito chi vuole stravolgere la Costituzione. Volevo mantenere il contatto questo 12 di marzo.

Perché qualcuno vuole stravolgere la Costituzione. Che non vive libera nella purezza del cielo, né tra le rime baciate di un poeta. Essa è nata nel fango della terra. Come te, come me, come tutti. È nata dal sangue degli uomini. Come quello di mia madre, di mio padre e di mio nonno. Ebbene, sissignori, sono salito in piazza questo 12 di marzo.

Ricami


L’incanto della musica tra i raggi morenti del pomeriggio. L’ardore di luglio che si spegne nell’alito refrigerante del mare. La Torre de Armas e le scogliere di Calamosca, vale a dire del verde, dell’oro, dei blu e di quel rosso che morde con i suoi grumi il fondo di uno sparito. Natura e musica che ricamano la sinfonia che precede la notte. Immagini.

 

La luce una gioia senza forma


Chiudere gli occhi è viaggiare

La città ha varcato l’alba, ma nella sua mano la solitudine splende.

Già l’oggi appare antiquato, questo anche le stagioni lo capiscono. Chiudere gli occhi è viaggiare. Il mare mi è così vicino che basta allungare le mani. Mi lavo il viso con l’acqua del mare. Non ricordo più il nome di quei soli ridenti che ancora vagano in cielo. 

Il rumore talvolta mi porta un palpito di passi sulle spiagge, ma non è altro che la chiave che aprirà l’ultima porta in cui si nasconde l’infanzia. Vi sono orme di gabbiani sulla sabbia. Penso che i gabbiani fanno il loro lavoro come me. Si lasciano portare per correnti ascensionali, si posano sulla sabbia così con le loro zampette fuggenti, e appaiono calmi. E quando tutto lo spazio qui attorno sarà stato visitato e tutto il dominio mostrato, l’estensione del cuore più piccolo del più piccolo degli esseri umani lo ridurrà a nulla. Sicché i miei giorni, al peggio, saranno vivi.

Orme di gabbiani sulla sabbia

La luce una gioia senza forma