Un sorriso non si nega a nessuno


Il 31 marzo si è svolta a Sanremo nella lussuosa cornice dell’Hotel de Paris a cinquanta metri dal Casinò la cerimonia di premiazione del concorso Opere d’Autore 2012 indetto dall’Associazione Artisti con il Cuore.
Il primo premio per la narrativa edita al romanzo La maschera sotto le neve. Nella sezione narrativa inedita il racconto Freddo e nebbia si è classificato terzo.

Questo l’elenco dei premiati con le relative motivazioni. In fondo la composizione della qualificata giuria:
I premiati:

PREMIO ALLA CARRIERA

GIUSEPPE CAPUTI : VORREI CAPIRE
ANGELA BERRINO : PENSIERI FRAGILI

NARRATIVA INEDITA
1° CLASSIFICATO – LUCA LANGELLA : TUTTO DENTRO
L’autore cerca un dialogo con il mondo esterno che a lui appare distante da una vita come la sua, ma la ricerca dentro se stesso gli pone il dubbio che forse anche nel mondo là fuori, c’è chi “mette dentro”e deve fermarsi a fare il bilancio di un esistenza. Un racconto che parla al lettore, che in certi punti diventa fondamentale, per scaricare la sofferenza, cercando quasi un alibi per le colpe commesse. (Floriana Vittani)

2° DAMIANO PEPE : SAMARCANDA
3 ° MARCO CASULA : FREDDO E NEBBIA
4° FABIOLA SCIARRATTA : EARLS’COURT
5° DARIO ROMANO : CREDERE

NARRATIVA INEDITA PREMIO DELLA GIURIA A: ALESSIA CHIZZONITI, IL BAMBINO NEL CASONE
MOTIVAZIONE: PER L’INTENSO E PROFONDO FLUSSO DI PENSIERI CHE L’AUTRICE FORNISCE RENDENDO IL RACCONTO DENSO DI SIGNIFICATO ESPRESSIVO IN UN CONTINUO ALTERNARSI DI EMOZIONI CHE SI FONDONO INSIEME PALESANDOSI IN UN FINALE POETICO DI DOLCEZZA. SI TRATTA DI UN ALTO RICONOSCIMENTO ATTRIBUITO AD UN AUTRICE CHE SI E’ DISTINTA PER L’ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI UMANI DEI QUALI IL RACCONTO E’ INTRISO. (Floriana Vittani)

NARRATIVA INEDITA
AUTORE SEGNALATO DALLA GIURIA, ENRICO PARRAVICINI : OVERBLIND

NARRATIVA INEDITA MENZIONE DI MERITORITA MUSCARDIN : ROMA NEL CUORE

POESIA INEDITA
1° CLASSIFICATO : RITA MUSCARDIN : OLTRE LA SOGLIA DEL TEMPO
1 ° CLASSIFICATO exequo MAURIZIO RUSCIGNO : UNA CIGLIA
2° CARLA TOMBACCO : AL DI QUA DEL SILENZIO
2° exequo ENRICO PARRAVICINI : SOGNO POMERIDIANO 
3 ° WANDA ALLIEVI : LACCIO D’AMORE

POESIA INEDITA : AUTORI SEGNALATI DALLA GIURIA
RITA MUSCARDIN : RESPIRO D’IMMENSO
CARLA TOMBACCO : UNA GRANO D’ANIMA
ENRICO PARRAVICINI : NUVOLE DI VENTO
MAURIZIO CRESCENZO RUSCIGNO : PIANO E FORTE
ROBERTO EGIDI : SEI ANCORA QUI CON ME

MENZIONI DI MERITO POESIA INEDITA

ENRICO PARRAVICINI : ABBAZIA DI PIONA
MARIA GRAZIA LUPETTI : MATTINO D’INVERNO
PAGANELLI TERESA : VITE A PERDERE
ROBERTO RAGAZZI : LA LONTANANZA
STEFANIA BIANCHI : LA MUSICA E’ STRAORDINARIA
MASSIMILIANO VOLPATO : ALLE TUE LABBRA
MIRKO AMICONE : TI PORTERO’
VALENTINA SPINA : LA NOTTE DELLE STELLE
ANTONIO CONTOLI: ORO PURO [DI]AMANTI IMPERFETTI
LAURA TONELLI : PUO’ IL CUORE AVERE LE RISPOSTE?
DONATELLI TERESA : DONAMI, ANZIANO
MOLINAROLI ROSANNA : SENTIERI D’AMORE
MARIO MANFIO : DESIDERI

POESIA EDITA
1° CLASSIFICATO : GRAZIA FASSIO SURACE : BIANCO E NERO “ESTROVERSI”
2° GIOVANNI MINIO : LA VITA E’ FORSE UN VERSO
3° WANDA ALLIEVI : UN RAMO DI MIMOSA

MENZIONI DI MERITO POESIA EDITA
COSIMO ROTOLO : VERSO L’ORIZZONTE
MICHELE LALLA : TREINTERNET VIAGGI
ANTONIO CONTOLI : LA TRILOGIA DEGLI OCCHI

NARRATIVA EDITA 

1° CLASSIFICATO : MARCO CASULA : LA MASCHERA SOTTO LA NEVE
“VIVIAMO TUTTI ALL’OSCURO DI QUALCOSA CHE CI RIGUARDA”
MARCO CASULA HA COSTRUITO LA SAPIENTE ARCHITETTURA DEL SUO ROMANZO ATTORNO ALLA DISCESA AGLI INFERI DEL SUO PERSONAGGIO, DISCESA A RITROSO NEL TEMPO, NEGLI ABISSI PIU’ RECONDITI E INDICIBILI DELLA SUA ANIMA, CHE TOSTO AFFRONTA PER OFFRIRE A SE STESSO E A DOMENICANGELA, LA SUA DONNA-ANGELO, LA POSSIBILITA’ DI UN FUTURO.
IL RITMO SERRATO E COINVOLGENTE, IL LINGUAGGIO NITIDO E PROFONDO, CI TRAVOLGONO E NON POSSIAMO CHE, INTRAPRENDERE SENZA SOSTA IL VIAGGIO, CHE FORSE E’ ANCHE UN PO’ IL NOSTRO, NEL QUALE, VERITA’ E MENZOGNA POSSONO INASPETTATAMENTE CAMBIARE DISEGNO. (Daniela Pallastrelli)

2° STEFANIA IADE TRUCCHI : IL CANDORE DI UN’ANIMA
3° DORIANA PERRACCA : IL LAGO INCRESPATO
4° VADOR LUIGINO : L’AROMA DELLO SPINO NERO
5° ELETTRA IAGO : LA CONSAPEVOLEZZA DEL TESTOSTERONE

SEGNALATI DALLA GIURIA
ARRIGO BARBAGLIO : LE VIE DELL’ORO
EMANUELA ANTONINI : ENTROPIA D’AMORE
DARIO GHIRINGHELLI : UNA VITA QUALUNQUE
FINALISTA NARRATIVA EDITA 
LETIZIA PARIGI : CUORI IN ATTESA

ROMANZO INEDITO
1° CLASSIFICATO : UMBERTO SCOPA – LA SUPPLENZA
2° CRISTIANO PERLI : UNA BELLA STORIA D’AMORE
3° SIMONE MAGI : NOVE MESI

SAGGISTICA
1° CLASSIFICATO MARIA ELENA MIGNOSI PICONE – LUCE E CALORE
2° GIORGIO BOLLA : UNA NUOVA INTERPRETAZIONE IN CHIAVE BIBLICA DELLA 
3° NON ASSEGNATO

POESIA INEDITA VERNACOLO
1° CLASSIFICATO : MARIO MANFIO – L’ULTIMA ORA 
2° DONATELLI TERESA : ORFANO
3° GIUSEPPE INGARDIA : SANTU VITU A PASQUA

La Giuria composta da 6 lettori comuni( una casalinga, un artista, una psicologa, un laureato in scienze della comunicazione, un medico, un direttore di banca)
Marco Corradi giornalista de La Stampa
Daniela Pallastrelli Letterata
Floriana Vittani Critico d’arte, poetessa, pittrice
Flavio Sorgu Scrittore 

Il nome del romanzo


Non so mai riconoscere a che punto sono del mio lavoro. Premetto che il mio lavoro non è un lavoro vero, nel senso proprio del termine. Per definizione chi esercita la professione di autore, ossia chi crea col proprio ingegno, un’opera letteraria, artistica o scientifica ricava, grazie a questa attività, quanto occorre al proprio sostentamento. Infatti, non rientrando in questa categoria di autori, mi accontento, io che sono omo sanza lettere, di essere iscritto tra quelli che esercitano per passione. Non lo dico per carpire una facile benevolenza, è per dire le cose come stanno. Ciò chiarito nella forma, resta il contenuto. Avendo scritto e pubblicato (non a pagamento) un paio di romanzi, capita a volte che qualcuno chieda come sarà il prossimo. Richiesta legittima, beninteso, ma posto di fronte a questa domanda, confesso, ho sempre un’incertezza per la risposta impegnativa che ne dovrà seguire.

In realtà il lavoro dello scrivere (e qui, sempre per capirci, intendo scrivere di letteratura, lasciamo perdere se buona o cattiva), è un’attività

teatro marionette Liegi

interno teatro marionette liegi

 complessa che impegna, oltre al tempo, i muscoli e il cervello. E impegnando il cervello, non soltanto nella fase dell’elaborazione creativa, non puoi pensare di arrivarci per opera di manitù. Per scrivere un testo letterario, un racconto breve o lungo o un romanzo, oltre che richiedere tecnica, (come dire: i fondamentali), c’è bisogno di quella particolare alchimia tra forma e contenuto a cui ci si approssima soltanto a certe condizioni: le tue esperienze di vita che sono anche, e non soltanto, le tue letture; la tua capacità di introspezione e di evocazione, e con esse la tua apertura mentale; la tua vitalità immaginativa; la comprensione delle molle narrative; una certa sensibilità per i registri, i ritmi, le sfumature di significato e di linguaggio.

Ora, tutto questo non ha niente a che vedere con l’atto materiale del prendere una penna in mano o pestare sulla tastiera e fare belle lettere. Quando si scrive un racconto di dieci righe o un romanzo di mille pagine si fanno un mucchio di altre cose diverse che scrivere; apparentemente non c’entrano nulla, in realtà ti accorgi che quella cosa che ti è capitata e che è l’avventura della tua vita la puoi usare, immagazzinarla, manipolarla a tuo piacimento e trasformarla in un’esperienza narrativa.

Francoise Allary

Operazione complessa, niente da dire. Ma è quando compri un chilo di mele al mercato, quando appendi un quadro o ripari un rubinetto che porti a casa i migliori risultati. Scrivere è esercizio dello sguardo, scoprire nuovi mondi, si è in fondo un po’ guardoni e un po’ pettegoli.

Ecco perché non so mai di preciso a che punto sono. Prendete il romanzo al quale lavoro. Chiusa la quarta stesura e consegnato il romanzo per un’eventuale manutenzione, mi sono chiesto: è una storia? Ma andiamo con ordine. Il romanzo inizia con una certezza o l’illusione (l’abbaglio, l’inganno) di una certezza: un uomo è stato colpito a morte e giace cadavere in piscina mentre contempla la sua propria vita. Poi arriva un dubbio, messo apposta, che rimarrà sospeso per tutto il romanzo, giacché gli istanti del suo trapasso sono la rievocazione inconscia di un incubo, forse la sua vita, ed è qui che il protagonista fa una scoperta apparentemente banale, ma che per uno che sa di dover morire (e che certamente morirà) è sconcertante: la vita è un mattino che si ripete tutti i giorni. Ora, se questa è la premessa, uno dei problemi che prima o poi dovrò affrontare sarà quello del nome da dare al romanzo. E, come i nomi dei principali personaggi, nulla è frutto del caso. Il suono musicale o il ritmo delle sillabe, per quanto mi riguarda, non è quello che può accendere l’immaginazione, né la sua struttura fonetica, composta di vocali e consonanti che giocano fra loro per catturare l’attenzione del lettore.ingresso teatro

Direi che l’immaginazione si accenderà quando quelle sillabe o quelle lettere evocheranno una determinata dimensione temporale o spaziale. Il fascino del nome è fatto dunque di conoscenza, richiama a sé la patina del tempo fissando un’immagine nel foglio, come uno scavo stratigrafico. Ma arrivati fin qui, non mi sembra di aver compiuto passi avanti. Mi viene il dubbio di aver scritto l’incipit di una storia intitolata fine.

Ancora Proust e la Prigioniera


Sono note le suggestioni meta letterarie della Recherche, così come le citazioni e i riferimenti di cui spesso si è detto in altre occasioni. Si è pure accennato al fatto che spesso nella Prigioniera esse acquistano un particolare significato, più di quanto non accada in altre parti del romanzo. A un certo punto, per esempio, Albertine paragona il Narratore al re persiano Assuero, personaggio di un dramma raciniano, Esther, tanto caro a Proust. Assuero sceglie Ester come regina, non sapendo della sua origine ebrea e, quando su istigazione del perfido ministro Aman, ordina lo sterminio del popolo ebraico, si compie la tragedia. Ester confesserà l’appartenenza alla razza maledetta, consapevole che ciò potrebbe suscitare la rabbia omicida del suo sposo. Assuero però ama Ester, la perdona, e dunque le risparmia la vita. Come Ester, Albertine sarà sollecitata dal Narratore a confessare la propria appartenenza all’altra razza maledetta. La differenza con il personaggio raciniano è che Assuero ama veramente la sua sposa nonostante la legge crudele, mentre il Narratore, non solo è incapace di amare, ma è inesorabile, avendo egli un atteggiamento di ottuso disprezzo per gli abitanti di Gomorra, rendendo impossibile la confessione e determinandone di conseguenza la condanna a morte.

Si è pure detto che La Prigioniera è il racconto del grande amore del Narratore per Albertine, di come la giovane sia diventata sua schiava (schiava d’amore), ma di una schiavitù che è sofferenza, dolore, come può esserlo per lui, appunto, l’amore, cioè inquisizione gelosa, inquieto bisogno di tirannia che raddoppia il sentimento. È così che nell’amore si fondono emozione, paura di perdere la fanciulla e incertezza di ritrovarla. E lei, che amiamo, non ne è oggetto d’amore che in minima parte.

L’idea di partenza è questa ed è indicata in uno dei suoi carnet: Proust la esplicita.

La fanciulla sarà rovinata, io la manterrò, ma senza cercare di possederla, per incapacità di essere felice, per impossibilità di essere amato. 

Sicché questa sezione del romanzo, a partire dalla Prigioniera, è tutta incentrata sulla complessa personalità di Albertine, le sue inclinazioni sessuali, la rivelazione della sua amicizia lesbica con M.lle Vinteuil, la gelosia del Narratore, la prigionia, la fuga e la sua morte. Il nucleo narrativo ha il segno claustrofomane della tragedia: sul palcoscenico, per così dire, chiusi in un interno tipicamente classico, sono rappresentati un uomo e una donna, senza amore, senza esterni, soli. Ciò che sta fuori non si vede, ma s’immagina attraverso i gridi che giungono dalla strada (i cris de Paris) dei venditori ambulanti che creano un’aurea poetica, come fosse un intervallo tra due atti.

Sono proprio i gridi di Parigi che ci riportano ai riferimenti allusivi di cui si è detto in premessa. Essi sono, se n’è accennato, simili a enormi ponti che collegano verso approdi più sicuri il territorio incerto, aberrante e tenebroso de La Prigioniera (ma direi ciò vale per tutto quello sterminato continente che è la Recherche). Di queste impalcature, in una serie di passaggi rimasti celebri, si serve Proust utilizzando in sottofondo, quasi una colonna sonora al testo, il richiamo musicale, culinario, erotico e osceno dei gridi per raccontare (una volta tanto) la storia vissuta e sofferta dalla parte di Albertine, vittima di un carnefice stolto e crudele. Essi preparano e anticipano il senso di colpa del Narratore dopo la morte di lei. In un certo senso, è in questa quête (rispetto all’atmosfera di tutto il romanzo) che alberga uno dei temi allusivi più ricchi che ci regalano i gridi: il tema del doppio. La duplicità della natura umana, di Albertine in particolare, è una duplicità anche fisica, e lei, come Giano bifronte, offre una doppia immagine, appunto, specchio della sua bisessualità, giacché ci presenta la fronte che ci piace quando ci abbandona, quella che ci annoia quando è a nostra perpetua disposizione.

Il Narratore sceglie, per guardarla, quel lato, così bello, del suo viso che non si vede mai, quando, appena un attimo prima, aveva accennato alla lunarità dei suoi capelli. In altri momenti, lei si trasforma in Artemide, la dea cui era devoto Ippolito che, come Albertine, morirà a causa di un incidente equestre. Nel descrivere la duplicità del carattere e del vizio di lei, il Narratore si serve di un paragone offertogli dalla cronaca di quegli anni, quando a Parigi arriva il circo Barnum. Nella cosiddetta galleria di fenomeni, il circo annovera le sorelle siamesi: Radica (Rosita) e Dodica, indiane, attaccate dalla parte dell’addome. È qui che il Narratore trova l’equivalente della doppia personalità della fanciulla ricorrendo al doloroso repertorio del mostruoso, così come più avanti si riferirà a certe ghignanti caricature di Leonardo. Dunque, incombe su Albertine la maledizione di Gomorra e, come le due bambine indiane che moriranno, anche lei è condannata (a morte) dalla sua mostruosità.

Il fondamentale asse semantico del doppio è presente in tutta questa fase dell’ambigua duplicità, sessuale e psicologica, della fanciulla prigioniera quando indosserà una vestaglia dove sono disegnati due uccelli contrapposti; così quando si parlerà della duplicità dei colori delle opere di Vinteuil, un dualismo dei contrapposti inconsci, l’unità degli opposti, che raggiunge la sua epifania, nella filosofia proustiana, nella gloria raggiungibile col fallimento, l’immortalità ottenuta cedendo all’istinto di morte, il bene reso possibile dal male, la pietra di scarto che sarà scelta come pietra angolare. Si può comprendere a questo punto a quale alto livello di assimilazione sia arrivato l’autore con la sua opera. Il paradosso di Oscar Wilde ha ricevuto conferme, la letteratura anticipa sempre la vita, non la copia ma la modella ai suoi fini.

  

Ma per tornare ai gridi, è stato acutamente osservato quanto abbia inciso l’uso dell’argot per la ricchezza dei significati, per la metafora scatologica sottesa, nello svelare al lettore il loro chiarissimo doppio senso. Se da una parte essi provocano il disgusto del Narratore, dall’altra ottengono la mediazione di Albertine, la quale, per contro, ne è sedotta, sino a condurla a una specie di perversa eccitazione, se non di vero e proprio orgasmo verbale. Ma i desideri di Albertine, per quanto inducano al piacere anche il Narratore, sono stroncati sul nascere da lui medesimo, in un impeto neanche tanto velato di sado-masochismo. Se cioè il Narratore è per un verso colui che è stato orgogliosamente l’artefice dell’iniziazione di Albertine nell’arte del linguaggio, in quanto a sensualità e disinvoltura mondana, per contro egli è il castratore dei desideri che lui stesso ha risvegliato. Sta qui l’anticipazione di quel senso di colpa dopo la morte di lei che troveremo magistralmente incisa nella Albertine è scomparsa /(La fuggitiva).

Sembra quindi giusto sottolineare l’importanza dei gridi in questo passaggio, se consideriamo che, al tempo in cui fu scritta la Prigioniera, era molto famosa un’opera dal titolo La Louis, di Gustav Charpentier che, riprendendo i temi della Boheme, Proust prese a modello per narrare i desideri bisessuali di Albertine, e farne quello che oggi chiameremo un remake, da leggere però alla rovescia (trasformandolo alla maniera di uno dei tanti pastiche di cui è abbondante il romanzo). Louise lavora in una sartoria ed è amata da Julien, un artista, che la persuade a lasciare i genitori e andare a vivere da lui. Più tardi la giovane si lascia però convincere a tornare in famiglia a causa di una grave malattia del padre. Ma la nostalgia per la vita e l’amore è troppo grande e in tutti i momenti forti appaiono i cris de Paris che sono come la voce della città che invitano al coraggio di essere liberi e felici. Da leggere alla rovescia, si diceva: Albertine è la Louise che lascia la famiglia (M.me Bontemps) per cercare l’amore e si ritrova invece prigioniera del Narratore (l’anti-Julien) incapace di amare. Pertanto l’invito dei gridi alla felicità risulterà per Alberrtine un’illusione, quindi il fallimento e la morte.

Questa la molteplice chiave di lettura dei gridi dei venditori ambulanti, in ciò tutta la loro magia: la linea musicale che si rifà alle liriche amorose medievali, il canto gregoriano col quale si accompagnano, il folclore popolare insito, il ruolo giocato nel remake della Louise, il cui richiamo apre una finestra pietosa, come se si volesse sbirciare il lato umano della vita di Albertine, poi i doppi sensi, le oscenità, la sensualità, ma anche l’incubo e la nausea che essi provocano, per arrivare al suo opposto richiamo, alla tradizione, anch’essa sì popolare, di una gioia carnale, se non corporale, dagli echi anticlassicisti alla Rabelais.

Non un domani che ne conosca il nome.


La  vita da single ha i suoi vantaggi. Intanto la parola single così straniera esotica, moderna che fa pensare a una vita fuori dai canoni, lontana da regolari abitudini di una vita regolare di coppia, monocorde e monotona. Luoghi comuni e senso comune. Il nome della cosa. Il nome da dare alle cose.

Insomma, single, scapolo, signorino, celibe o altro, è pure vero che predisponi la giornata senza rendere conto a nessuno. Stabilisci tu cosa devi o non devi fare, andare a zonzo, ricevere amici, andare a trovare qualcuno, mettere una lampadina, fare la spesa, mangiare quando ti va. Le possibilità sono tante quante le ore della giornata che hai a disposizione per te, solo per te, unicamente per te.

Ieri ero a cena, a casa di una coppia di amici, ci vediamo di quando in quando ormai, ma ci conosciamo da quaranta anni. Lui è uno scienziato, sempre in giro per il mondo dal Giappone all’Australia dall’Europa agli Usa, lei insegna lingue.

Sono tornato con la mente al periodo di quando, noi tutti ancora studenti, andavo a trovarli a casa il fine settimana. Giovanissimi, avevano già famiglia, lavoravano e studiavano. Ora è come se il tempo si fosse fermato. Sicché coi figli ormai adulti, si cerca di mettere l’orologio indietro e si dice dove eravamo rimasti?

Dopo un po’ che eravamo lì seduti in poltrona a goderci un disco dei Platers, lui mi fa si va be’, avrai i tuoi vantaggi a stare solo ma alla fine non finisci per annoiarti? Sai che pizza, a lungo andare!

È vero ho risposto sono i rischi che si prendono, il classico risvolto della medaglia, girato l’angolo però, sai che puoi fare la cosa più improbabile che ti possa venire in mente.

Come l’altro giorno, ho preso la macchina e sono andato al MAN a vedere una mostra sull’arte aborigena. Mica cose da niente:la più numerosa collezione di lavori aborigeni che abbia mai lasciato l’Australia, una forza iconografica originalissima, i colori ipnotici, archetipi immutati dal tempo del sogno fino a oggi. 

Un gioco di risonanze, di richiami e di rimandi tra la nostra simbologia primitiva identitaria e un linguaggio espressivo così ricco di suggestioni come l’arte di un continente agli antipodi solo geograficamente.

Melania Mazzucco: il romanzo storico


Melania Mazzucco: il romanzo con cui bisogna fare i conti.
Dai Promessi sposi in avanti, spiega Melania Mazzucco autrice di libri di successo, il romanzo storico rappresenta per uno scrittore italiano un appuntamento ineludibile. È una grande avventura, in bilico tra invenzione e realtà, un’impareggiabile occasione di studio e di approfondimento. Forse perché l’Italia non ha miti nazionali forti e stabili e con questo strumento riesce ad elaborare la propria memoria collettiva e la propria identità.

Arte e caos


Perché ci sia un’opera d’arte, è necessaria una velatura dell’inconscio. A sostenerlo era Freud. Voleva dire, in buona sostanza, che il reale dell’esistenza deve essere velato, non censurato. Sicché il dolore o l’orrore o altro sentimento non appare se non filtrato dal linguaggio. Come una calza, direi una maschera, che riveste l’anima. Diversamente è disarmonia, confusione, reale informe. Tenere insieme questo caos, mettere ordine alle cose è nella natura di un’opera di un autore. Si dice, per esempio, del potere taumaturgico della scrittura che mantiene accesa la fiamma della partecipazione, del farsi carico delle sofferenze altrui, ciò che distingue gli umani dagli altri esseri viventi. Approfondire.