Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida Giulia. 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

 

Sempre Proust


Nel primo volume della RechercheCombray – la dissacrazione dell’infanzia racconta la disperazione, lo scetticismo e la disillusione per una vita perduta che, con un prodigioso parto retrospettivo, sarà ricordata via via nei volumi che seguiranno. Un percorso di sofferenza, un dolore – un flusso nel tempo e nel ricordo – che può essere redento con la vocazione. Ma per arrivare a questo passo il tragitto sarà ancora di sofferenza. 

È arcinoto l’episodio della petite maddlaine, riportato sulle pagine del primo volume, ove il Narratore racconta come egli abbia scoperto quella che chiama memoria involontaria, allorquando, da giovane, un giorno d’inverno la madre, vedendolo infreddolito al suo ritorno a casa, gli propone, contrariamente alle sue abitudini, di assaporare “uno di quei dolci corti e paffuti che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una cappasanta”. Quel sapore, trattenuto a lungo nel palato insieme al profumo del tè, provoca in lui un’emozione talmente forte che smette di sentirsi “mediocre, contingente, mortale. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa”. Una gioia potente, legata al profumo del tè e al sapore del dolce, ma che lo supera infinitamente, non condividendone la natura. Una cognizione ignota che non adduce alcuna prova logica, se non l’evidenza della sua felicità. Sicché il palpitare di quell’immagine, il ricordo visivo legato a quel sapore, pur sforzandosi di seguirlo, è troppo distante per essere colto; quell’istante remoto ha saputo evocare i sensi dell’olfatto e del gusto. Un profumo che non parla, non spiega di quale epoca del passato si tratta, il ricordo non riesce a raggiungere la superficie della sua coscienza.

Affiorano in tutte le pagine di quest’opera le ambigue valenze simboliche che mettono in movimento le più profonde ossessioni, la funzione castratrice della madre edipica, allorquando proibisce al giovane Narratore di comperare e assaggiare alcuni confetti, simbolo di un erotismo anale con richiami all’omosessualità. E in un’altra occasione sulla strada per Méséglise il Narratore assiste attraverso la finestra socchiusa a una scena erotica tra due donne. Egli osserva una serie di preliminari durante i quali ciascuna recita una parte prefissata: la più giovane quella della vittima affascinata e riluttante, l’altra quella della dominatrice brutale e perversa più per appagare le aspettative dell’altra che per soddisfare il proprio istinto. Il rituale culmina nella profanazione della figura paterna: alla ragazza che finge di voler togliere il ritratto del padre prima di abbandonarsi sul divano con l’amica, costei replica secondo un copione collaudato, insultando la memoria del padre e dicendosi pronta a sputare sul ritratto. Episodio questo che anticipa la tragedia che lo consacrerà carnefice dell’amata Albertine diversi anni dopo, allorché a costei sfuggirà detto di essere l’amante di una delle due donne protagoniste della scena erotica cui aveva assistito. Sulle prime tuttavia il Narratore sarà indotto a riflettere sul sadismo: ma in un sadismo di questo tipo non può che esserci una natura buona e sentimentale tale da concepire il piacere sessuale solo come un privilegio dei cattivi e da non riuscire a trovare in sé l’unica vera forma di crudeltà: l’indifferenza alle sofferenze che procuriamo agli altri.

All’ombra delle fanciulle in fiore è fase della giovinezza altra del passato perduto del Narratore. Le vacanze a Balbec (Cabourg), località dal nome inventato, ma vero: è l’apparizione della piccola banda di fanciulle, il cui profilo si staglia sullo sfondo delle montagne azzurre. È questo il passaggio (spiato) di Albertine e delle sue amiche, un’apparizione, come fossero uccelli migratori posatisi sulla spiaggia, è l’incontro con la grazia, la bellezza e la trasgressione, è l’inizio del suo grande amore con Albertine. E i ricordi d’amore sono proprio quelli che rispondono alle leggi generali della memoria regolate dall’abitudine. L’abitudine affievolisce tutto, anche la memoria. La parte migliore della memoria è fuori di noi, in un soffio piovoso, nell’odore chiuso di una stanza: meglio, è dentro di noi, ma sottratta ai nostri stessi sguardi, immersa nell’oblio più o meno prolungato, sicché quel che ci ricorda una persona è, paradossalmente, quel che avevamo dimenticato di lei. Di contro, la cessazione dell’abitudine, una delle figure allusive chiave dunque della tematica proustiana, fa accorrere le facoltà assopite, la respirazione, l’appetito, la fantasia, la sensibilità. L’assolata Balbec e gli amori adolescenziali delle fanciulle in fiore accarezzano il tema dell’omosessualità che saranno poi ripresi nei successivi volumi di Sodoma e Gomorra. Qui spesso i personaggi che s’incontrano fanno riferimento a modelli che il Narratore associa a figure di sesso opposto, così disegnando una trama sotterranea di allusioni all’ambiguità sessuale. Ma il mondo idilliaco delle fanciulle in fiore è solo un’apparenza, un’illusione, poiché anch’esso attraversato dal sospetto di un vizio segreto, disvelato secondo i segni di una seminascosta ambiguità bisessuale e omosessuale che traspare dall’intreccio dei riferimenti letterari e delle citazioni presenti nelle pagine della Recherche

Nella trilogia cui Proust ispirerà il romanzo (l’età dei nomi, l’età delle parole, l’età delle cose), Sodoma e Gomorra è il volume dedicato al disincanto dei nomi, all’omosessualità e all’inversione, il lato oscuro delle passioni e del bel mondo che egli frequenta. La disillusione dei nomi è la fase della scoperta della loro misera sostanza in una ripetitività sconfortante e sconsolata: agisce un tempo che svuota di vita i nomi, imbruttendoli come la vecchiaia. Al tempo che trasfigura i nomi aristocratici si oppone il contrattempo che ci disillude dei nomi di luogo. Allo stesso modo, Proust utilizza il mondo floreale con le sue specie e sottospecie, le sue complicate congiunzioni legittime e illegittime, accostandole ironicamente alle diverse espressioni della passione omosessuale. 

Il volume è la parte più romanzesca della Recherche, le citazioni letterarie hanno avuto sin qui una rilevanza forte, a partire cioè dal primo volume – non se ne capirebbe il senso senza il conforto di un robusto apparato di note e di riferimenti puntuali. Quasi per controbilanciare una narrazione tutta concentrata nell’illusione positiva dell’integrità degli affetti familiari, della favorevole influenza dello spirito di Combray: la natura, le cattedrali, l’infanzia, la nonna. La scoperta di Sodoma imprime una svolta, giacché il male è apparso, L’amore edipico per la madre o per il suo riflesso, la nonna, quello di un giovane per il suo amico e quello di un uomo per la sua compagna sono posti sullo stesso piano. Gomorra ha illuminato coi suoi raggi sulfurei il rapporto malato tra il Narratore e Albertine, una relazione senza sentimento, l’incapacità di amare del Narratore (le donne che ho amate di più non coincidono mai col mio amore per loro), in ultima analisi, un rapporto asservito alla menzogna, esclusivamente sensuale, e di una sensualità tuttavia infantile, dominata dal senso di colpa. Senza anticipare temi che saranno propri dei successivi volumi della Prigioniera e della Fuggitiva, qui basta aggiungere che i riferimenti culturali, da questo momento in poi, cambieranno di segno per riequilibrare l’assenza di palpiti affettivi tra i due amanti. Predominerà l’autoflagellazione psicologica, che avvicina il Narratore a un personaggio di Dostojevski. L’accettazione della propria colpa e la trasformazione del dolore in vocazione sarà la misura narrativa che informerà l’opera da qui in avanti.

Non un domani che ne conosca il nome.


La  vita da single ha i suoi vantaggi. Intanto la parola single così straniera esotica, moderna che fa pensare a una vita fuori dai canoni, lontana da regolari abitudini di una vita regolare di coppia, monocorde e monotona. Luoghi comuni e senso comune. Il nome della cosa. Il nome da dare alle cose.

Insomma, single, scapolo, signorino, celibe o altro, è pure vero che predisponi la giornata senza rendere conto a nessuno. Stabilisci tu cosa devi o non devi fare, andare a zonzo, ricevere amici, andare a trovare qualcuno, mettere una lampadina, fare la spesa, mangiare quando ti va. Le possibilità sono tante quante le ore della giornata che hai a disposizione per te, solo per te, unicamente per te.

Ieri ero a cena, a casa di una coppia di amici, ci vediamo di quando in quando ormai, ma ci conosciamo da quaranta anni. Lui è uno scienziato, sempre in giro per il mondo dal Giappone all’Australia dall’Europa agli Usa, lei insegna lingue.

Sono tornato con la mente al periodo di quando, noi tutti ancora studenti, andavo a trovarli a casa il fine settimana. Giovanissimi, avevano già famiglia, lavoravano e studiavano. Ora è come se il tempo si fosse fermato. Sicché coi figli ormai adulti, si cerca di mettere l’orologio indietro e si dice dove eravamo rimasti?

Dopo un po’ che eravamo lì seduti in poltrona a goderci un disco dei Platers, lui mi fa si va be’, avrai i tuoi vantaggi a stare solo ma alla fine non finisci per annoiarti? Sai che pizza, a lungo andare!

È vero ho risposto sono i rischi che si prendono, il classico risvolto della medaglia, girato l’angolo però, sai che puoi fare la cosa più improbabile che ti possa venire in mente.

Come l’altro giorno, ho preso la macchina e sono andato al MAN a vedere una mostra sull’arte aborigena. Mica cose da niente:la più numerosa collezione di lavori aborigeni che abbia mai lasciato l’Australia, una forza iconografica originalissima, i colori ipnotici, archetipi immutati dal tempo del sogno fino a oggi. 

Un gioco di risonanze, di richiami e di rimandi tra la nostra simbologia primitiva identitaria e un linguaggio espressivo così ricco di suggestioni come l’arte di un continente agli antipodi solo geograficamente.

I favolosi anni della nostra vita


Tutti ricordano i favolosi anni della propria vita per me è stato facile ricordare i favolosi anni della mia vita per me è stato facile ricordare dieci anni e poi dieci anni e ancora dieci alla fine degli anni cinquanta avevo dieci anni avevo soltanto dieci anni una bicicletta legnano e il profumo dei pini di sant’onofrio e il cortile di casa ma ho fatto appena in tempo a crescere che ero già partito dalla mia città natale non da solo ovviamente ero con la mia famiglia ed ero partito da Nuoro da qualche mese da Nuoro che è la mia città natale e ci sono stato sino all’età di dieci anni con la mia famiglia sono andato a Sassari agli inizi degli anni sessanta iniziavano allora i favolosi anni sessanta se li ricordano tutti i favolosi anni sessanta io me li ricordo ancora perché avevo dieci anni e iniziavano gli anni sessanta io me li ricordo perché erano gli anni che avevo tanti amici a Sassari le ragazze di piazza d’Italia degli anni sessanta erano carine e cominciavano a piacermi ma avevo appena cominciato a conoscerle che me ne sono dovuto andare e non le ho viste più le ragazze di piazza d’Italia degli anni sessanta e quando sono arrivato a Cagliari ho visto che c’erano altre ragazze e tante altre cose ma negli anni sessanta non c’erano solo le ragazze c’era anche molto vento negli anni sessanta il vento arrivava dal nord che qui chiamano maestrale anche se arriva da nord ovest e poi c’era il vento che viene dal mare che qui chiamano levante che è poi il vento dell’est che qui chiamano levante sono arrivate anche le manifestazioni degli operai e una macchina fotografica e poi le bombe di piazza fontana che non c’entrano niente con la macchina fotografica ma chissà perché associo la fine degli anni sessanta con le bombe di piazza fontana e la macchina fotografica ma alla fine degli anni sessanta io avevo ventanni e mi sembrava di averne cento di anni anche se non era vero perché alla fine degli anni sessanta avevo solo ventanni e a me sembrava di averne cento avevo soltanto la patente dell’auto gigi riva il giro d’europa a piedi in venti giorni e un diploma che non sapevo cosa farmene perché iniziavano gli anni settanta e con gli anni settanta non si scherzava non erano come gli anni sessanta che era morto luigi tenco e c’era stato il viet nam e tutte le manifestazioni contro la guerra non erano come gli anni cinquanta che ricordavano la bomba atomica e marilyn monroe erano morti fred buscaglione e james dean e mi chiedevo chi sarebbe morto negli anni settanta insomma l’avete capito cominciava ad esserci un po’ di confusione ma per fortuna che il vento dell’est degli anni settanta non aveva smesso di soffiare perché venne qualcuno che disse di non preoccuparsi se sotto il cielo c’era confusione ci disse proprio così di non preoccuparsi perché se c’era confusione allora voleva dire che la situazione era eccellente non sapevi cosa voleva dire ma ho verificato io stesso che era vero che negli anni settanta il vento soffiava più forte e la situazione era eccellente il vento soffiava e la storia correva e correva e bisognava acchiapparla negli anni settanta e ogni cinque minuti mi innamoravo e trovavo il tempo per fare tutto innamorarsi e viaggiare e studiare e trovare lavoro cazzo perché negli anni settanta bisognava essere puntuali all’appuntamento con la Storia si vabbè qualcuno s’era messo a correre così tanto che andò di matto dissotterrò l’ascia di guerra Cocis Geronimo e Nuvola Rossa siamo giovani alla riscossa in quegli anni settanta manganelli piombo brigate rosse e stragi ce n’era per tutti anche pasolini se lo presero indovinate chi e non ci furono più occhi per piangere alla fine egli anni settanta perché arrivavano di corsa gli anni ottanta avevo trentanni e con gli anni ottanta non si scherzava non erano come gli anni settanta che c’erano le radio libere berlinguer e i viet cong che vincevano né come gli anni sessanta che c’era il boom economico la lambretta e anche bob kennedy e martin luther king ce li siamo giocati qui signori arrivavano gli anni ottanta e gli anni ottanta volevano dire edonismo reaganiano e milano da bere e riflusso non c’era da scherzare negli anni ottanta li ricordo ancora gli anni ottanta chi non ricorda gli anni ottanta si salvi chi può il privato pubblico e il pubblico privato mica cazzi ma erano gli anni ottanta e bisognava resistere sissignori anche se il mondo cambiava il sopra sotto e il sotto sopra negli anni ottanta c’era l’ombrello nel culo di cipputi negli anni ottanta fu inventato un nuovo mestiere perché negli anni ottanta il nuovo era vecchio e il vecchio era nuovo il semplice si complica e il complicato si semplifica c’era da rompersi la testa negli anni ottanta incontri strana gente negli anni ottanta incontri quelli che negli anni settanta quando c’era da fare la rivoluzione erano i moderati pappa e ciccia col pci e guai a toccare le acli non li smuovevi di là negli anni settanta ora negli anni ottanta sono diventati oppositori duri e puri contro il pci hanno l’orologio fermo mentre io sono pappa e ciccia col pci ed è così che negli anni ottanta un papa diventa una via di mezzo tra una rock star e un guerriero della notte io ho già quarantanni e non posso lasciare che gli anni passino così leggeri sulla terra mi dò da fare alla fine degli anni ottanta ho il mutuo da pagare e il contributo sindacale da onorare alla fine degli anni ottanta drive-in ingroppa il cervello a tutti e il cagliari è in serie C ma quelli che come noi che sono nati negli anni cinquanta non possono lasciar passare le cose come se marx sia morto invano eh no devono prepararsi agli anni novanta coi mondiali di calcio e la corruzione il cagliari in serie B che sono là che aspettano ora ho moglie e figli da mantenere negli anni novanta questo per la verità era successo anche negli anni ottanta ma è lo stesso ora che le stragi sono di mafia o di camorra o di ndrangheta perché è vero che ci sono più aiuole negli anni novanta mi faccio pure le vacanze al mare negli anni novanta ma il potere della Grande Bottega del Mondo si è già preso la sua rivincita da un pezzo, gli ex fascisti sono nel salotto buono sdoganati e la dc e il psi continuano a governare anche se ora alla fine degli anni novanta non si chiamano più dc e psi anzi non ci sono proprio più ma ci siamo capiti c’è qualcuno che si è fatto carico ma mi sono preso una soddisfazione alla fine degli anni novanta il cagliari è in serie A e ha giocato pure la semifinale di coppa uefa queste sono soddisfazioni alla fine degli anni novanta un millennio si avvicina il duemila è già arrivato e dieci anni dopo dieci anni sono arrivato che ho cinquantanni e dieci anni dopo dieci anni ho ricominciato a contare non mi sono accorto che siamo negli anni dieci sembra ieri che erano gli anni sessanta e avevo dieci anni ora sono gli anni dieci e di anni ne faccio sessanta.

 

La chiave sotto lo zerbino


(www.marcocasula.wordpress.com) Seduto al tavolino di un caffè guardo dalla terrazza i tetti di Villanova e, in fondo, la chioma verdigna della collina delle volpi. Leggo le ultime pagine del romanzo di Gertrude Stein e aspetto lei. La mia mente è occupata da due simultanee attese: quella della lettura e quella di lei, che è in ritardo sull’ora dell’appuntamento. L’attesa. Una malinconia stratificata e un po’ sfuggente che muove l’anima. Mi concentro sulla lettura e cerco di trasferire l’attesa di lei nel libro, quasi sperando di vederla materializzata tra le pagine. Ma non riesco più a leggere, il romanzo è fermo alla pagina che ho sotto gli occhi, come se solo l’arrivo di lei potesse rimettere in moto il flusso degli eventi.

Squilla il cellulare. È lei. Non posso andare da te, mi dice.

Senti, dico, ho il libro… ma non voglio raccontarle le prime impressioni sul romanzo che mi ha consigliato. Non al telefono. Non ora. E aspetto cosa ha da dirmi. Vieni tu, mi dice. Sì, a casa mia. Adesso non sono a casa, ma non tarderò. Se arrivi prima, puoi entrare e aspettarmi. La chiave è sotto lo zerbino.

La fiducia nel prossimo è una chiave sotto lo zerbino. Disinvolta semplicità. Questo è lei. Corro all’indirizzo che mi ha dato. Suono. Come mi aveva annunciato, non è in casa. Recupero la chiave. Entro nella penombra delle veneziane abbassate. La casa di una ragazza sola, la sua. Vive sola.

So quello che mi agita dentro. È questo, innanzitutto, ciò che voglio stabilire? Sì, lo devo ammettere, verifico se ci sono segni della presenza di un uomo. Allontano questo pensiero, meglio non saperlo fin che è possibile, meglio restare nel dubbio. Alzo un poco le veneziane. Qualcosa mi trattiene dal curiosare intorno. Non ne devo approfittare, devo meritare il suo gesto di fiducia.

Mi fermo, so come è fatto un piccolo appartamento di una ragazza sola. Credo di saperlo, già prima di guardarmi intorno e stabilire l’inventario di quel che contiene. Viviamo una società massificata, una civiltà evoluta, uniforme, modelli culturali consolidati: l’arredo, le tovaglie, i libri, il mac sono scelti tra un certo numero di possibilità. Mi potranno rivelare com’è lei veramente?

Il booktrailer del romanzo è su YouTube


Immagini fisse e in movimento si sono materializzate improvvisamente tra le pagine del romanzo. Volti che evocano storie, voci che avverano il miracolo, parole e segni del vivere un’illusione.

Alcune persone mi hanno fatto un grande regalo, ieri. Il booktrailer del mio romanzo. La parola, inglese, è tanto dominante nella nostra cultura che a volte non sappiamo darle un corrispettivo italiano o dobbiamo ricorrere a una definizione o, peggio, a una perifrasi per tradurla. Allora diciamo che è la proposizione filmica di un libro e che dura il tempo di qualche minuto.

L’artefice primo di quest’opera si chiama Giorgio Deidda.
Giorgio, che a me dispensa amicizia da tempo immemore, ha navigato tra i mari della narrazione della «La maschera sotto la neve» cogliendone l’intima essenza. Senza tradire lo spirito del romanzo, mi ha fatto nel contempo dono di un racconto «altro», guarnito di vita autonoma e di musica sua propria, anche in senso materiale. L’amicizia che ci accomuna e la passione per ogni forma di comunicazione artistica hanno guidato il suo animo sensibile e creativo. A lui sono sommamente grato.
La mia gratitudine è pure rivolta a persone che hanno imbellito con la loro voce, il loro volto e il loro incanto, povere parole scritte su un foglio di carta, largito una magica identità corporea a una fantasticheria. Non conosco Fausto e Paola, attore professionista il primo, poetessa la seconda – ma anche a loro, al pari di Giorgio, va la mia riconoscenza.

Tamurè


I miei occhi sbarrati fissano, stupiti, il fondo azzurrino della piscina di Diana, un mosaico di mattoncini colorati dove pesciolini tropicali danzano uno strano tamurè. La paperetta di plastica rosa di Irene, la figlia di Diana, beccheggia solitaria, mi sfiora le dita, non la sento nemmeno. Sono a pancia in giù, morto, relegato all’imperfetto del verbo essere, immerso nell’acqua virata al rosso del mio sangue. Ho le braccia spalancate che chiamano a sé tutto quel sangue che sgorga, e sembro uno scoiattolo che plana leggero sulla fronda di un eucalipto. La mia posizione non è invidiabile, ma vi assicuro che da questo punto di osservazione le cose sono chiare come mai lo sono state in passato. Già, il passato. Mai come ora ho pensato al mio passato.

Non so quante volte, quando il passato cominciava a pesarmi troppo addosso, mi è capitato di dare un taglio netto alle cose. Una cosa che succede a tutti, credo. A un certo punto della vita capita che si voglia dare un taglio netto alle cose, è umano. Così succede che troppa gente pensa di avere un credito aperto con te; che so, una riposta fiducia da ricambiare a tutti i costi, una reputazione da mantenere chissà perché, una colpa da espiare. E tutto questo senza la colpa di un nome.

In definitiva, quante volte, quando il passato pesava, non mi ha preso quella speranza del taglio netto, quella voglia di cambiare andazzo, lavoro, amici o città.

Così ho fatto, ma è stato un errore e quando me ne sono accorto era tardi.

Perché così in questa maniera non ho che accumulato passato su passato, uno sopra l’altro come fossero, questi passati, libri dalle pagine stropicciate.

E se una vita troppo fitta e ramificata, sempre imbrogliata su se stessa, mi stava addosso per portarmela sempre dietro, figurarsi tante vite, ognuna col suo passato e tutti i passati delle altre vite che continuano ad allacciarsi tra loro. Un ginepraio inestricabile.

Avevo un bel dire del sollievo che provavo le volte che rimettevo a posto le lancette dell’orologio o passavo la spugna sopra la lavagna delle cose passate. Avevo fatto poca strada e già la polvere del passato si solidificava sotto suole delle scarpe. Avevo un bel dire che da tutti gli impicci in cui mi trovavo impelagato mi sarei sempre tolto, dalla buona sorte come dagli imprevisti o, peggio, dalle sciagure.

Come quel mattino di agosto di un anno qualunque che lasciai le grida infantili per rincorrere un’altra vita che avrebbe prodotto un altro passato. Avevo fatto allora tanto cammino, ero andato a caccia nei boschi, avevo cambiato città e cercato il posto buono dove fermarmi. Avevo preso altre abitudini, è proprio così. Le abitudini, certo. Quelle che servono a cullarti lo spirito che non ha alcun abbraccio che lo riscaldi. Ti crei il tuo presente sempre uguale, quello che non porta pene inattese, e non chiede desideri inappagabili. Avevo seguito le regole e mi ero svuotato di tutta la merda che il mio stomaco aveva raccolto, ma non c’era stato niente da fare. Il passato non te lo puoi cambiare come puoi cambiarti il nome. Che per quante carte di identità abbia avuto, con nomi che neppure ricordo, tutti mi hanno sempre chiamato con un nome solo e solo quello.

Tanto, la conclusione cui portano tutte le storie è che la vita che uno ha vissuto è una sola, densa e compatta come una falange greca. Sicché, se per caso mi soffermo su un particolare qualsiasi di un giorno qualsiasi, l’esame di storia delle dottrine musulmane, la visita alle cascate di Coo, posso star sicuro che anche nel più insignificante degli episodi è implicito tutto il mio vissuto, tutto il passato, i passati molteplici che invano ho cercato di lasciarmi alle spalle, e le vite che alla fine si saldano in una vita unica e globale, la mia vita che sarebbe continuata anche se adesso sono morto, questo è un fatto. Anche se sono in questo posto dal quale ho deciso di non dovermi più muovere, in questa vasca dal fondo azzurrino coi pesciolini tropicali che danzano uno strano tamurè.

Diana è una storia diversa. Con lei potevo dire di aver portato avanti le cose senza neanche un errore. Avevo appena saputo che Graziano era partito per un lungo viaggio e non ho tardato un momento per portarla dalla mia parte, senza che lui sospettasse di niente. Avevamo combinato bene la cosa. Sicché non sapevo che era da tempo sulle mie tracce e quando ci ha sorpreso il mio grosso sedere peloso si muoveva a stantuffo tra le ginocchia bianche di lei. Tutto è avvenuto nella maniera più rapida e pulita. Sono scappato, ma la sua pistola ha fatto bum, e ora sono qui che guardo, stupito, il fondo azzurrino della piscina, un mosaico di mattoncini colorati dove pesciolini tropicali danzano uno strano tamurè.