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La Maschera sotto la Neve – Leone Editore – €. 16,00

Inizia sotto la tormenta il racconto del viaggio fisico, mnemonico ed emozionale di Josto. Un percorso faticoso, come può esserlo quello fatto calpestando la  neve, con una meta importante: il ritrovamento di sé e la riappacificazione con il passato. La maschera sotto la neve è un romanzo di formazione e distruzione, la storia di una famiglia che ha preferito celare sotto la coltre bianca dell’oblio i ricordi più dolorosi e infamanti, riemersi però come un bucaneve non vinto dall’inverno.

«Non si sa quando si cominciò a credere che la grande nevicata del 1956 fosse un avvertimento divino.» Molte cose non si sanno all’inizio di questo romanzo, molte siamo costretti a scoprirle e subirle seguendo nel suo viaggio Josto, il protagonista. Marco Casula mescola con sapienza un linguaggio contadino, legato alla sua terra sarda e una fluida narrazione elegiaca con l’abilità consumata di un aedo moderno. La maschera sotto la neve è l’opera di un narratore padrone dei sentimenti e di un linguaggio espressionista, capace di tratteggiare un tempo e un luogo – Cagliari, la Sardegna, il dopoguerra – come fossero anime, e di disegnare anime come paesaggi.

INCIPIT

«La neve non era mai stata di casa in città. Si vedeva arrivare di rado, inattesa e sgradita come un ospite che non si accoglie con piacere, si aspettava che passasse, sopportando i giorni più rigidi, e si sperava di dimenticarla presto. Il 1956 se lo ricordano ancora. Era così, a dire il vero, in tutta la regione. Al di là delle alte montagne fino a sud, dove si estende la pianura, la neve disegnava un profilo iridato e le querce millenarie fremevano al vento che fischiava fra balze scoscese di calcare e dirupi di granito. Ma quell’inverno la nevata venne giù con tutta l’ira di Dio.»

DA LA MASCHERA SOTTO LA NEVE

«A distanza di anni Josto si ritrovò spesso a pensare e ripensare a quell’istante, a quel momento preciso in cui Gilla pronunciò quelle fatidiche parole. Aveva stampato in testa, come in un fermo immagine di una pellicola, lo sguardo obliquo posato su di lui, gli occhi neri sbarrati, che richiamavano il facile ricat­to tante volte provato per finta e, per ciò stesso, mai preso sul serio. Solo tanto tempo dopo seppe vedere in quella minaccia la parte buia della luna, l’ombra di un’invocazione. “Aiuto!” aveva gridato, senza dirlo.

Ma a quel tempo, al tempo della grande nevicata del ’56, la bocca di lui non si mosse, la lingua neanche e non uscirono parole dalle sue labbra, eppure gli risuonarono nelle orecchie solo dopo come un urlo disperato.»

«Grosso e solenne, un cranio massiccio, la sua presenza un tempo avrebbe fatto suonare le campane a martello. La faccia portava ancora il marchio della violenza, una profonda cica­trice si stendeva a semicerchio da zigomo a orecchio, il resto della pelle, flaccida e rugosa, aveva l’aria di essere stata cucita e le narici cavernose, circondate di una folta peluria grigiastra, vibravano come antenne. Di tempo ne doveva essere passato tanto per sembrargli così vecchio, pensò Josto. Ciò che lo im­pressionò fu una smorfia ferina che, deformandogli la bocca, gli conferiva un che di mefistofelico, come una maschera che gli fosse stata appiccicata addosso.»

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