Un posto migliore


Sappiamo che il vero cambiamento per il bene di tutti viene sempre dal cuore di un popolo. Con la musica è possibile rendere il nostro piccolo mondo martoriato un posto migliore.

 Ascoltate questi musicisti di talento da tutto il mondo, un’unica musica, il solo orecchio che voglio incantare.

 Questo video è stato creato attraverso una partnership tra Playing For Change e United Nations Millenium Development Goals Achievement Fund.

Pasolini, Joyce (e Gadda) passando per Proust


Nella rubrica di corrispondenza «Dialoghi con Pasolini» che la rivista «Vie Nuove» ospitava settimanalmente a partire dal 1960 sino al 1965, il poeta rispondeva ai lettori che rivolgevano domande sui più svariati argomenti: cinema, letteratura, opinioni sul costume o la morale, ecc. Di alcuni temi riporteremo ampie selezioni di opinioni, convinti della loro pregnanza anche a distanza di mezzo secolo, insegnamento per l’oggi.

Nel numero 48 del 3 dicembre 1960, Pasolini risponde a un lettore che gli domanda un giudizio su Joyce e sulla sua opera, Ulisse, da poco tradotta in italiano. Ne riportiamo alcuni stralci.

 (…) In Italia Joyce ha avuto, e ha, il suo grande equivalente in Carlo Emilio Gadda, che non è detto gli sia, in concreto, inferiore. Il monologo interiore – il pensiero incessante del personaggio o dei personaggi, attraverso cui è visto l’ambiente, e in definitiva, il mondo – mentre in Proust era l’oggetto indiretto del racconto, ed era quindi a suo modo oggettivo, in Joyce – e in Gadda – facendosi mimetico, produce un grande sommovimento linguistico. 

Apparentemente è quindi più soggettivo – nel senso corrente di questa parola – ma in realtà, comportando appunto dei personaggi che non siano l’io che racconta come in Proust, è più oggettivo, almeno in quanto richiede che l’autore non monologhi da solo, ma si incarichi di riportare – mimetizzandosi psicologicamente, linguisticamente e quindi anche socialmente – il monologo di un essere umano che vive una sua vita individualmente e storicamente autonoma.

Credo perciò all’enorme importanza di Joyce; esso infatti indica la strada di un tipo di oggettività che non può essere quella ottocentesca, positivistica, scientifica e richiedente una sorta di indiscussa fiducia sulla realtà oggettiva ammessa da tutti della vita umana. (…) Ma poi c’è stata la crisi della borghesia e la sua ideologia letteraria – che dava tanta garanzia di positivistica oggettività – è andata in frantumi: idealismo, relativismo, bergsonismo, decadentismo hanno messo in crisi la sua bella sicurezza ottocentesca. Si è cercata allora l’oggettività entro l’io (Proust, e tutti i poeti del grande Decadentismo europeo) come unico garante di reale e sperimentata esistenza. Joyce ha tentato qualcos’altro: è entrato cioè non nel suo io ma nell’io di un altro uomo, diverso da lui psicologicamente e socialmente: non ha detto cioè né egli fece,egli andò, né io feci, io andai, ma qualcosa che sta in mezzo: la mimetizzazione, la ricostruzione in laboratorio della corrente di pensieri di un altro essere umano studiato nella sua personale realtà. (…) 

Con Ragazzi di vita e Una vita violenta (…) io mi sono messo sulla linea di Verga, di Joyce e di Gadda e questo mi è costato un tremendo sforzo linguistico. (…) mimare il linguaggio interiore di una persona è di una difficoltà atroce, aumentata dal fatto che nel mio caso (…) la mia persona parlava e pensava in dialetto. Bisognava scendere al suo livello linguistico, usando direttamente il dialetto nei discorsi diretti, e usando una difficile contaminazione linguistica nel discorso indiretto: cioè in tutta la parte narrativa, poiché il mondo è sempre come visto dal personaggio. Le stonature in questa operazione sono sempre a un pelo dalla scrittura: basta eccedere anche solo un minimo sia verso la lingua che verso il dialetto che il difficile amalgama si rompe, e addio stile. (…)

Lingua, Cultura, Weltanschauung


Se è vero che ogni linguaggio contiene gli elementi di una concezione del mondo e di una cultura, sarà anche vero che dal linguaggio di ognuno si può giudicare la maggiore o minore complessità della sua concezione del mondo. Chi parla solo il dialetto o comprende la lingua nazionale in gradi diversi, partecipa necessariamente di un’intuizione del mondo più o meno ristretta e provinciale, fossilizzata, anacronistica in confronto delle grandi correnti di pensiero che dominano la storia mondiale. I suoi interessi saranno ristretti, più o meno corporativi o economicisti, non universali. Se non sempre è possibile imparare più lingue straniere per mettersi a contatto con vite culturali diverse occorre almeno imparare bene la lingua nazionale. Una grande cultura può tradursi nella lingua di un’altra grande cultura, cioè una grande lingua nazionale, storicamente ricca e complessa, può tradurre qualsiasi altra grande cultura, cioè essere un’espressione mondiale. Ma un dialetto non può fare la stessa cosa.

Antonio Gramsci, Nota III – Alcuni punti preliminari di riferimento da Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, ed. Einaudi, 1972. 

Va da sé: Una citazione da contestualizzare, storicizzare e senza alcun rigore filologico. Una sollecitazione per riflettere sull’argomento. Ogni discussione sull’argomento, credo, deve partire da qui.

Lingua Sarda, poesia e diversità


Del Logudorese, del Campidanese, del Nuorese, del Gallurese, del Sassarese e infine dell’Algherese riporto i brani di alcune poesie nei rispettivi dialetti per segnalarne la diversità. 

Inizio con due strofe del famoso canto contro il feudalesimo, pubblicato alla macchia in Corsica nel 1794 dal patriota di Ozieri Francesco Ignazio Mannu. 
Il Logudorese ha marcato più di tutti la parlata volgare sarda. Grazia e scorrevolezza, risonanze di latino e spagnolo.

Procurad’è moderare

barones, sa tirannia,

chi si no’, pro vida mia

torrades a pe’ in terra!

Declarada è già sa gherra

contra de sa prepotenzia,

e cominza sa passienzia

in su pobulu a mancare.

…………………………

No apprettedas s’isprone

a su poveru rinunziu,

ai no in mesu caminu

s’arrempellat appauradu;

Minzi ch’es lanzu e cansadu

e non de pode piusu;

finalmente a fundu in susu

s’imbastu nd’hat a bettare.

Cercate di moderare, 

baroni, la tirannia,

che se no, per la vita mia,

rimetterete piede in terra!

dichiarata è già la guerra

contro la prepotenza

e comicia la pazienza

nel popolo a mancare.

…………………………

Non calcate lo sprone

al povero ronzino,

se no in mezzo al cammino

si ribella impaurito;

badate che è troppo magro e stanco

e non ne può più;

finalmente a fondo in su

il basto potrà gettare.

Propongo ora questa poesia in Campidanese dell’avvocato Cesare Saragat di Sanluri, morto a Cagliari (dove è sepolto) nel 1929, zio di colui che fu Presidente della Repubblica negli anni ’60/’70 del secolo scorso. Brano e traduzione sono di Francesco Alziator tratti da Testi campidanesi di poesie popolareggianti, a cura dello stesso Alziator. Suoni strascicati e lenti, contiene numerosi vocaboli di provenienza iberica. A Cagliari e provincia si fece largo uso dell’aragonese e del castigliano che ha temperato nel dialetto la severità del latino. Un uso della x pronunciata con il suono sg dolce e prolungato.

L’industria forestiera

Su paru furisteri esti uni tiau!

de macchinas su mundu est alluprendi,

su poburu messaiu hati spola;

e macchinas de nou est’imbentendi,

pe podi riprodusi e binu e trigu

a su doppiu, a su triplu de s’antigu.

…………………………..

Candu, in su tempu miu, ne s’agatada

nè macchin’è messai nè de così,

s’omini, mali o beni, s’arrangiada

si prandiad’e si cenada dì po dì

mentras cun su progressu e cun su lussu

oi digiunant custu e crasi cussu.

L’industria forestiera è una diavoleria!

Sta sommergendo il mondo di macchine,

ha ridotto al verde il povero massaro;

ed inventa ancora nuove macchine,

per poter produrre e vino e grano

al doppio e al triplo del passato.

…………………………..

Quando ai miei tempi non c’erano

macchine, nè per mietere, nè per cucire,

la gente, bene o male, s’arrangiava

e pranzava e cenava ogni giorno

mentre con il progresso e con il lusso

oggi digiuna questo e domani quello.

Il Nuorese, variante del logudorese del tutto specifica, è tra quei dialetti che hanno concorso a formare il volgare sardo. Pronuncia gutturale, aspra e ricca di h aspirate alla maniera latina. Come del latino conserva ancora assonanze, parole e frasi. Linguaggio severo ed espressivo. Di seguito un esempio nel sonetto dialettale del poeta Sebastiano Satta: 

Santa Maria

Santa Maria ja est bella a Pasca ‘e aprile,

cando torran sas runchines dae mare;

toccos de gloria e gridos d’allegria

in cada nidu e cada campanile.

Ma prus bella est a bider dae su jannile

sas feminas issinde tott’impare  

artas e bellas, a passu signorile,  

chi paren santas foras de s’artare.

Santas chi riden, santas chi’in zarminos (*)

in bucca; e a chie las amat forte

dant sas gratias e sanat sos dolores.

Nè a tue, pro chi malo hapas ustinos,

t’hana a mancare a cada mala sorte

custos coros, Sardigna, e custos frores.  

Santa Maria, è bello a Pasqua in aprile

quando le rondini ritornano dal mare;

rintocchi di gloria e d’allegria

in ogni nido e in ogni campanile.

Ma più bello è contemplare dalla soglia

le donne che escono tutte insieme,

alte e belle, con passo signorile,

che sembrano sante fuori dall’altare.

Sante che ridono, sante con gelsomini

in bocca; e a chi le ama fortemente

concedono grazie e risanano i dolori.

nè a te, per avverso destino tu abbia,

mancheranno in ogni sventura,

questi cori, Sardegna, e questi fiori.

(*) Zarminos letteralmente gelsomini, ma sono anche dolci a base d’uovo e quindi dello stesso colore e delicatezza dei gelsomini.

Questi che seguono sono mottetti in Gallurese di autore ignoto. In un territorio per lungo tempo dominato dai Pisani, l’influenza toscana è evidente: il linguaggio è dolce e più accessibile. I primi abitanti della Sardegna, provenienti dalla Corsica, si sono fermati prima a Santo Stefano e poi in Gallura dando vita al primo embrione della cultura sarda (i circoli di Arzachena).

Non si poni irrisistì

chisti dui estremi folti:

lu videtti è la me molti,

lu no videtti è murì.

Dunca, palchi la molti

incontru in videtti o no

voddu murì middi olti

basta a videtti però:

chi li to’ bedd’occhi so

più d’amà che di timì.

Tu dì chi mi professi

amori, e veru no è;

comu aggiu a credè a te

si no’ credu a me matessi?

Intendila, cussì è, 

l’amori nostri so’ vani,

so comu l’alba la mani

bugiu chi sta pal finì,

luci chi pari e no’ è.

Non si possono resistere

questi due estremi tormentosi:

il vederti è la mia morte,

il non vederti è morire.

Dunque, poiché la morte

incontro a vederti o no,

voglio morire mille volte

basta vederti però:

chi i tuoi begli occhi sono

più d’amare che da temere.

Tu dici che mi professi

amore, e vero non è;

come posso credere a te

se non credo a me stesso?

Comprendi, così è,

i nostri amori sono vani,

sono come l’alba la mano

buio che sta per finire,

luce che sembra e non è.

Del Sassarese una poesia di uno dei maggiori poeti, Pompeo Calvia. A differenza del Gallurese, questo è più duro, aspro, sanguigno, difficile a volte da comprendere e pronunziare, sebbene pur esso sia un prodotto tardivo, come il gallurese, della cultura toscana. 

I Candelieri

Li candareri farani in piazza

cun li vetti di rasu trimulendi,

fattu fattu li borri cun la mazza

e lu Sindaggu in mezzu, saluddendi.

Tutti saluta senza distinzioni

finza li banderetti di li vinu…

arruglia lu tamburu di continu 

e lu piffaru sona li canzoni.

Lu piffaru chi poni l’allegria

e accompagna li setti cadaveri

finz’a la janna di SAnta Maria.

Inchiddà li in strazzani li vetti 

e zi l’entrani in gesgia più lizzeri

in mezzu a li vaggiani

e a li cuglietti.

I candelieri scendono in piazza

con i nastri di raso tremolanti,

appresso le guardie con la mazza

e il Sindaco in mezzo che saluta.

Tutti saluta senza distinzione

persino le bandierine dei vinai…

rulla il tamburo di continuo

e il piffero suona le canzoni.

Il piffero che mette l’allegria

e accompagna i sette candelieri

sino alla porta di Santa Maria.

Là dentro gli strappano i nastri

e li introducono in chiesa più leggeri

in mezzo alle fanciulle

e ai colletti (dei giovani).

Per ciò che riguarda l’Algherese va detto che esso rappresenta un’isola linguistica di tutto rilievo. La distanza dalle sorgenti originarie del catalano algherese, il suo isolamento rispetto agli altri dialetti parlati nell’isola dai quali si distacca considerevolmente hanno finito per pietrificarlo e lo hanno sottratto a contaminazioni di parole nuove e frasi moderne cui, di converso, costringono gli scambi e i traffici con il resto del Continente europeo il catalano che si parla a Barcellona. Cosicché l’algherese anche oggi è ancora oggetto di attenzione da parte dei filologi spagnoli. 

Questo che segue è un sonetto di un autore ignoto del XVIII secolo:

Una rosa è vista l’altro maitì

tota del llet i sang pintirindda

si no arribessi ama n’en l’accolli

legu la vida mia fora acabada

ni n’he vist, ni  ne veruè

que giressi le mon due mil voltas.

A una cappella la vuldria pintar

pe la veure almanco un’altra volta.

Es morta la sua companyona,

lu sol y la luna rais per l’incoronar:

adios, regalate fins a demà.

I de veura una cosa tanto bella

ne restan ancantades la estrellas.

Una rosa ho visto l’altra mattina

tutta spruzzata di latte e di sangue.

Se non arrivassi a coglierla

presto la mia vita sarebbe finita.

Non ne ho visto nè vedrò

anche se girassi il mondo due mila volte.

In una cappella la vorrei dipingere

per vederla almeno un’altra volta.

E morta la sua compagna,

il sole e la luna raggiano per incontrarla:

addio, riguardati sino a domani.

E di vedere una rosa tanto bella

restano incantate le stelle.

Lingua sarda e un po’ di storia


Prima pagina della Carta de Logu nell’edizione del 1711 a cura del convento di San Domenico in Cagliari, con commento del giurista Gerolamo Olives. La prima edizione di Madrid è del 1576. Il testo è in volgare sardo.

Le lunghe dominazioni cui la Sardegna è stata sottoposta a opera di popoli diversi da ogni parte del Mediterraneo e le derivanti divisioni hanno finito per originare entità etniche a sé stanti spesso separate da enormi e impervie distanze che le rendevano estranee le une alle altre. Ciò ha favorito il formarsi di una molteplicità di dialetti fra loro dissimili anche nell’ambito della stessa zona, e che al di fuori di questa risultano sovente incomprensibili.

Ciò spiega, in larga parte, perché i protosardi continuavano a non saper scrivere e perché la scrittura si diffonde in Sardegna con tanto ritardo, non essendosi manifestata l’utilità di esprimersi per iscritto in un modo che sarebbe stato incomprensibile nella maggior parte del territorio isolano. Ha sopperito per secoli il fenicio prima, il greco poi, ma soprattutto il latino. Come dimostra la stele votiva trilingue (forse per i molti dialetti che essi parlavano) ritrovata a Pauli Gerrei, proveniente da Nora e dedicata allo straniero Esculapio Merre, conservata nel museo nazionale di Torino.

La stele dice:

(in latino) – Cleon, servo dei soci salari (produttori e commercianti di sale), ha fatto dono volentieri a Esculapio Merre (straniero), che continua a elargire la grazia concessagli.

(in greco) – Cleon, servo dei salari, ha levato come dono a Esculapio Merre un altare secondo l’ordine del dio.

(in fenicio) – Al signore Eshmun Merre, l’altare di rame di cento libbre, che offrì per voto Cleon servo dei salari. Il Signore ha uditola sua voce e lo ha risanato. Nell’anno dei Sufeti (nome fenicio dei giudici) Himilkat e Abdeshmun f. di Himilk. (La data è circa il 180 a.c. e i Sufeti sono probabilmente i giudici di Cagliari.)

circoli megalitici li muri arzachena

Circoli megalitici a Li Muri (Arzachena)

Non esiste documentazione di ciò che può essere stato l’uso del linguaggio nelle popolazioni sarde durante il periodo nuragico e a maggior ragione nel pre-nuragico. La scrittura e il volgare sardo si manifestano a partire dal periodo giudicale. Studiosi come il Wagner, il Devoto, il Migliorini, il Pollottino, il Cossu, il Bartoli e altri di scuola più recente sono arrivati alla conclusione che i dialetti della Sardegna possono essere raggruppati in cinque aggregati a ciascuno dei quali corrisponde una o più delle otto sotto-regioni in cui l’isola si suddivide. Come noto, questi dialetti principali sono: il Logudorese parlato nel Logudoro, nella Nurra, nel Goceano e nel Montiferru; il Campidanese nel Campidano, nella Marmilla, nella Trexenta, nel Gerrei, nel Sarrabus e nella Barbagia di Seui; il Nuorese nella Barbagia di Nuoro, che pur essendo di derivazione logudorese ne differisce in maniera sensibile; il Gallurese che è parlato in Gallura e in buona parte dell’Anglona; il Sassarese a Sassari, Sorso e Portotorres.

Logudorese, Campidanese e Nuorese sono gli antichi dialetti che costituiscono l’originario idioma sardo. Un idioma che, fra tutti gli idiomi romangi, ha mantenuto il suo carattere latino anche in relazione a ingredienti morfologici non confondibili con nessun altro, e che in virtù di tali elementi è riconosciuto da tutti i linguisti come una vera e propria lingua. Il Bartoli arriva a dire che il sardo è di gran lunga più caratteristico che il ladino e il franco-provenzale, è forse il più caratteristico fra gli idiomi neolatini.

Il gallurese e il sassarese acquistano rilievo più tardi attorno al 1600 per effetto dell’influenza della lingua toscana trasmessa dai Pisani e dai Corsi. Esistono poi due importanti isole alloglotte: Alghero che parla il catalano, Carloforte e Calasetta che adottano il genovese, come peraltro Stintino. Ad Arborea si parla veneto, a Fertilia il friulano.

In un’altra occasione, perché ci si possa formare meglio un’idea della diversità dei cinque dialetti fondamentali della Sardegna, daremo un esempio della poesia di ciascuno di essi. Per il momento piace riportare uno spunto dell’arch. Alan Batzella riguardo alcuni temi che afferiscono l’evoluzione del rapporto tra la lingua sarda e l’italiano come si è venuto a configurare nel corso storico.

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Lingua Sarda e lingua Italiana di Alan Batzella, Cagliari 4 settembre 2011: 
- “Prima della dominazione iberica, sotto i Giudicati, in Sardegna erano diffuse principalmente tre parlate neolatine: il Campidanese, il Logudorese e il Gallurese o Corsicano. I rapporti con l’Italia (Pisani e Genovesi) avvenivano per il tramite del latino, la lingua ufficiale degli atti pubblici. Con la cacciata dei Pisani da parte dei Catalano-Aragonesi (1326) inizia la dominazione iberica e la diffusione del Catalano come lingua ufficiale nella Sardegna meridionale e, successivamente, del Castigliano che lo soppianterà definitivamente. Con la sconfitta degli ultimi Giudici di Arborea, nel 1478, e il dominio totale della Spagna sulla Sardegna, il Castigliano diventerà la lingua ufficiale che coesisterà per altri trecento anni con le parlate tradizionali, contribuendo naturalmente alla loro evoluzione. Fino all’avvento dei Savoia, nel XVIII secolo, in Sardegna i ceti dominanti parleranno così lo Spagnolo, mentre i ceti popolari continueranno ad utilizzare le tre varianti del sardo sopra indicate. I Savoia, per quanto originariamente francofoni, avviarono l’italianizzazione dell’Isola per sradicarne l’uso del castigliano, fortemente consolidato e sostenuto soprattutto dal potente clero gesuita. E’ solo durante il XVIII secolo che la lingua italiana, non senza fatica, comincia a farsi largo, spesso introdotta con l’ausilio di pubblicazioni religiose o trattati di agraria in testi bilingue (Italiano-Sardo), oltre che con la riapertura delle Università di Cagliari e Sassari con docenti di lingua italiana. L’estirpazione dello spagnolo fu in misura notevole agevolata dalla soppressione, durata mezzo secolo, dell’ordine dei Gesuiti (favorevoli al Castigliano) e il maggior potere conseguito dagli Scolopi, più propensi alla diffusione dell’Italiano. E’ comunque tra la fine del XVIII secolo e il primo quarto del XIX che l’Italiano si sostituirà del tutto allo Spagnolo coesistendo con le tre parlate originarie, formate e sviluppate in totale autonomia e parallelamente al volgare italiano, si da non poterne essere considerate forme dialettali (se non con qualche eccezione per il Gallurese-Corsicano)… [vedi l'ampia sintesi in Italiano del lavoro di Amos Cardia: "S'Italianu in Sardinnia" ediz. ISKRA, Ghilarza 2006]” - (Alan Batzella Cagliari 4 settembre 2011) 

La montagna e il suo tesoro


In principio era in mezzo a un bosco. Il monte dell’ossidiana, il tesoro nero è qui in Sardegna. È sul monte Arci, lungo sentieri calpestati da uomini come me vissuti settemila anni fa.
Avevo di che cacciare con pietre affilate e aste d’osso puntuto a ogni alzar del sole tra selve rigogliose il mio nutrimento. Sono abile e capace e trasformo e sgamello le mie armi, le mie mani sono esperte e precise.

Successe che un giorno vidi un viaggiatore maneggiare un sasso sporconerastro che prima non avevo mai visto. Lui mi parlò di una montagna in un posto lontano dove trovarne a profusione, una pietra speciale che diventava aguzza se scheggiata con maestria.
Senza indugio lasciai all’alba le mie rive, azzardai il mare per scoprire da dove venisse quella pietra. E così per miglia e miglia camminai e frugacchiai per macchie rossoluminose e foreste verdeggianti nel monte inesplorato. Finché non mi accorsi dei miei passi ricoperti di pietrame lucente e grezzo in grande quantità. 

Un nero ovunque affiora. Spunzono la terra e vedo arnioni che s’inerpicano per il sentiero e altri ancora là in alto sul tacco scosceso chiazze nerobrillanti al sole, qua brancio nel fogliame o ne miro a distanza di una fionda scagliata con destrezza.
Ne colsi una, tra il pietrisco ai miei piedi, le dimensioni di un pugno. La battei senza forza contro la roccia dura e quella si spaccò svelando il cavo nero lucidolucente come valva d’ostrica. Lo toccai, piatto e pulito, ci lisciai il dito e provai a scorrerlo adagio sull’orlo sottilissimo e tagliente della frattura. 

Fu così che da allora quella preziosa pietra varcò il mare in altri lidi distante. Diventò in altre terre punte d’armi come lame arrotate e falcetti e pugnali. Si barattò con legname, pelli e monili.
Tesoro nero in mezzo a un bosco, da toccare con mano. A Pau.

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Il Museo dell’Ossidiana a Pau, l’unico in Europa nel suo genere, è dedicato esclusivamente a questo raro vetro naturale. Esso affronta un viaggio attraverso la natura e le prerogative della fascinosa roccia che le viscere della terra hanno emesso e le le mani dell’uomo preistorico hanno trasformato per produrre strumenti del vivere quotidiano. 

Il percorso espositivo della struttura museale è organizzato secondo il principio della fruizione diretta e partecipata agli aspetti scientifici naturalistici, tecnologici, sociologici e storici dell’ossidiana, intesi nella loro dimensione più generale ed in quella che attiene più specificamente alle caratteristiche regionali, del Monte Arci e del territorio di Pau.

Si ammira una vastissima collezione di reperti geologici ed archeologici. Ogni argomento è spiegato in modo chiaro con supporti multimediali, pannelli, immagini e basi sonore e la guida eventuale di esperti che faranno vivere un’esperienza completa, provare la suggestione di toccare con mano la preistoria.

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Lo sguardo oltre la pagina: la poesia di Paola Fanelli


Nell’antichità la Poesia era musica e canto, evento collettivo che si compiva con grande partecipazione di pubblico. A imitazione della tradizione greca, a Roma, come nei territori dominati, esistevano, si sa, piccoli e grandi anfiteatri che accoglievano i giochi e le lotte dei gladiatori. Qui, insieme agli atleti che facevano mostra di abilità fisica, si cimentavano i cantori, i maestri di retorica, gli oratori, dando vita ad accanite gare (mens sana in corpore sano). Le gare poetiche tanto popolari nei nostri paesi provengono da un costume e una tradizione che si perde lontano nei tempi.

Piazza Navona, per esempio, era uno di quei posti. Il nome proviene dal greco agon – onos, ossia, gara, lotta: agone era il luogo ove cui si svolgeva un combattimento o una gara. Oggi diciamo cimentarsi in una contesa, parliamo pure di agone letterario e così via.

 

Oggi, per complesse ragioni che non è opportuno qui dire, la poesia non gode di buona stampa, di certo sono cambiate le modalità di interpretazione. Non è un evento pubblico, più celebrazione intima e personale, mantiene qualcosa della struttura originaria. Aristotele diceva che la poesia è l’universale e l’essenziale. È creazione di immagini, combinazioni armonico di suoni e ritmi che parlano alla ragione e al sentimento.

 

Dunque, la poesia è il luogo. Essa esiste oltre la sensibilità del poeta, dove egli parla con se stesso: un posto riservato al di fuori della pagina dove ritrova la misura di sé.

 

Nel caso di Paola Fanelli è un parlare con la natura e, in queste due poesie dedicate alla luna, si ritrovano quasi le ragioni di sé. Con lei direi che si sollecita un’emozione forte che guarda alla natura, da ricordi che scavano nella nostra infanzia, un senso di gratitudine per questi doni della creazione che esce silente dalle nostre bocche e si perde nell’infinito del cielo.

 

Luna sbilenca

Stasera sorgi stranita
la tua rotondità

è sghimbescia

mi straluna

cerco il tuo disco perfetto

ti guardo a lungo

da ogni lato,

mi sembri triste

consapevole di essere brutta,

vuoi scomparire

al più presto

ti vergogni

non sei più splendida

unica,

mi sento a disagio

non ti guardo più.

Luna malata

Tra le antenne della città

sopra alti palazzi appari

sei tonda come sempre

ma diversa

sembri malata

hai un pallore livido

senza forza

asfissiata da vapori

sporchi, degradanti.

 

Ti prego, lotta

non lasciarti andare

vai più in alto

ma non scomparire.

 

Un cielo senza luna

ci lascia nel buio

la volta stellata non emoziona più
anche noi ci ammaleremo.

 

Il nome del romanzo


Non so mai riconoscere a che punto sono del mio lavoro. Premetto che il mio lavoro non è un lavoro vero, nel senso proprio del termine. Per definizione chi esercita la professione di autore, ossia chi crea col proprio ingegno, un’opera letteraria, artistica o scientifica ricava, grazie a questa attività, quanto occorre al proprio sostentamento. Infatti, non rientrando in questa categoria di autori, mi accontento, io che sono omo sanza lettere, di essere iscritto tra quelli che esercitano per passione. Non lo dico per carpire una facile benevolenza, è per dire le cose come stanno. Ciò chiarito nella forma, resta il contenuto. Avendo scritto e pubblicato (non a pagamento) un paio di romanzi, capita a volte che qualcuno chieda come sarà il prossimo. Richiesta legittima, beninteso, ma posto di fronte a questa domanda, confesso, ho sempre un’incertezza per la risposta impegnativa che ne dovrà seguire.

In realtà il lavoro dello scrivere (e qui, sempre per capirci, intendo scrivere di letteratura, lasciamo perdere se buona o cattiva), è un’attività

teatro marionette Liegi

interno teatro marionette liegi

 complessa che impegna, oltre al tempo, i muscoli e il cervello. E impegnando il cervello, non soltanto nella fase dell’elaborazione creativa, non puoi pensare di arrivarci per opera di manitù. Per scrivere un testo letterario, un racconto breve o lungo o un romanzo, oltre che richiedere tecnica, (come dire: i fondamentali), c’è bisogno di quella particolare alchimia tra forma e contenuto a cui ci si approssima soltanto a certe condizioni: le tue esperienze di vita che sono anche, e non soltanto, le tue letture; la tua capacità di introspezione e di evocazione, e con esse la tua apertura mentale; la tua vitalità immaginativa; la comprensione delle molle narrative; una certa sensibilità per i registri, i ritmi, le sfumature di significato e di linguaggio.

Ora, tutto questo non ha niente a che vedere con l’atto materiale del prendere una penna in mano o pestare sulla tastiera e fare belle lettere. Quando si scrive un racconto di dieci righe o un romanzo di mille pagine si fanno un mucchio di altre cose diverse che scrivere; apparentemente non c’entrano nulla, in realtà ti accorgi che quella cosa che ti è capitata e che è l’avventura della tua vita la puoi usare, immagazzinarla, manipolarla a tuo piacimento e trasformarla in un’esperienza narrativa.

Francoise Allary

Operazione complessa, niente da dire. Ma è quando compri un chilo di mele al mercato, quando appendi un quadro o ripari un rubinetto che porti a casa i migliori risultati. Scrivere è esercizio dello sguardo, scoprire nuovi mondi, si è in fondo un po’ guardoni e un po’ pettegoli.

Ecco perché non so mai di preciso a che punto sono. Prendete il romanzo al quale lavoro. Chiusa la quarta stesura e consegnato il romanzo per un’eventuale manutenzione, mi sono chiesto: è una storia? Ma andiamo con ordine. Il romanzo inizia con una certezza o l’illusione (l’abbaglio, l’inganno) di una certezza: un uomo è stato colpito a morte e giace cadavere in piscina mentre contempla la sua propria vita. Poi arriva un dubbio, messo apposta, che rimarrà sospeso per tutto il romanzo, giacché gli istanti del suo trapasso sono la rievocazione inconscia di un incubo, forse la sua vita, ed è qui che il protagonista fa una scoperta apparentemente banale, ma che per uno che sa di dover morire (e che certamente morirà) è sconcertante: la vita è un mattino che si ripete tutti i giorni. Ora, se questa è la premessa, uno dei problemi che prima o poi dovrò affrontare sarà quello del nome da dare al romanzo. E, come i nomi dei principali personaggi, nulla è frutto del caso. Il suono musicale o il ritmo delle sillabe, per quanto mi riguarda, non è quello che può accendere l’immaginazione, né la sua struttura fonetica, composta di vocali e consonanti che giocano fra loro per catturare l’attenzione del lettore.ingresso teatro

Direi che l’immaginazione si accenderà quando quelle sillabe o quelle lettere evocheranno una determinata dimensione temporale o spaziale. Il fascino del nome è fatto dunque di conoscenza, richiama a sé la patina del tempo fissando un’immagine nel foglio, come uno scavo stratigrafico. Ma arrivati fin qui, non mi sembra di aver compiuto passi avanti. Mi viene il dubbio di aver scritto l’incipit di una storia intitolata fine.

Il saluto della bambina


L’altra mattina, percorrendo viale Marconi, una strada a intenso traffico soprattutto in questi giorni di feste, sono capitato nella solita coda di auto. 

Davanti, una grossa Mercedes nera con una bambina, tre o quattro anni, sul sedile posteriore che agitava la mano per salutare. Dei tre guidatori dell’auto attorno, nessuno che abbia fatto un cenno di risposta. La bambina ha sorriso ancora per un po’, speranzosa. C’era qualcosa di fragile in quel sorriso, poi ha desistito volgendo verso di me lo sguardo. 

A quel punto ero come di fronte a una scelta. Se avessi risposto al suo saluto poteva intuire che stavo fingendo di essere adulto, che ero l’anello debole della catena: avrebbe potuto farmi dei versacci, mostrarmi la lingua, cose del genere, e seduta stante sarei diventato lo zimbello dell’ingorgo. Quel sorriso rivelava la sua vulnerabilità, e io le avrei offerto il pretesto per sentirsi più forte. Sono rimasto imbambolato per qualche secondo incerto sul da farsi. Che ho fatto allora? Mi è venuto naturale, ho pensato a te (in altre parole, ci siamo incontrati), ho accettato il tuo consiglio: ho abbozzato un saluto con la mano e le ho sorriso.

La sua boccuccia si è illuminata in un sorriso di stupita felicità. Si è subito voltata additandomi alla madre, e quella mi ha guardato dallo specchietto. Da parte mia, ho gettato un’occhiata di lato e ho come intuito cosa pensavano di me gli altri tre automobilisti. 

Ho anche pensato che se ci fosse stata una donna tra gli automobilisti in coda, sarebbe stata lei a sorriderle, sollevandomi da quel compito.