Per come la vedo io


È questo un periodo della mia stagione nella quale mi trovo che non ho niente da fare. Coltivo le virtù benefiche dell’ozio. Beato te, dirà chi mi sta leggendo. Chi se ne frega diranno i più educati. Vattela a pijar in der… , esclamerebbero certi amici romani che conosco.

E forse avrebbero pure ragione, con tutti i drammi che si consumano sotto i nostri occhi. Non avere niente da fare è, a seconda dei punti di vista, un privilegio che solo un nababbo può permettersi, oppure un triste destino di un poveraccio che non sa dove sbattere la testa. Non voglio tirarla per le lunghe, né giustificare la mia posizione, non credo che interessi alcuno. Parto da qui semplicemente perché è la verità allo stato puro, per quanto mi riguarda. Lo dico perché non essere condizionato dai tempi che altri impongono, consente che sia tu a dettare i tempi della tua vita.

Nel mio caso, per esempio, il tempo a disposizione, al netto delle normali operazioni di sopravvivenza umana e alla cura parentale delle persone con le quali mi accompagno, lo dedico alla scrittura. Solo chi ha tanto tempo davanti a sé può permettersi di scrivere. Va da sé che non parlo dei professionisti della scrittura, per definizione essi sono pagati per farlo. Questo, sia detto incidentalmente, mi fa dire che non esistono gli scrittori della domenica. Chi scrive abitualmente per passione o per vocazione, non una tantum, e a prescindere che la sua opera, piccola o grande, abbia un corrispettivo, sia questa una storia o un brano in versi (e sono tantissimi che si cimentano, un esercito incommensurabile) lo fa di solito con normale impegno.

Per come la vedo io, scrivere è innanzi tutto avere cose da dire. Avere per prima cosa un’idea da cui partire per scrivere, che è soprattutto un’intuizione, l’intuizione di un’idea. Perché a quel punto l’autore è come un cieco, e come un cieco deve farsi guidare dalla sua intuizione per scoprire mondi e colori che non ha mai visto, che altri non hanno mai scoperto. Un’idea che, ovviamente, vale la pena di scoprire e che sia interessante per gli altri, che saranno il suo pubblico. E’ questo l’unico obbligo cui deve sottostare l’autore cieco, come diceva Henry James.

E dunque esso avrà un’origine e un compimento. Non è questione di tecnica, che pure sarà necessaria ma, perché avvenga, il cieco dovrà sedersi in ultima fila nel salotto della sua esperienza, attingere dalla sua sensibilità per i ritmi, le sfumature di significato e di linguaggio, i suoni e i colori, dare corsa alla sua vitalità immaginativa, cercare la sua voce oltre il buio che c’è e alla luce che lentamente si fa. E’ il punto critico che combina forma e contenuto, dove origine e compimento si fondono. Ecco, è il momento di farlo. Mi sono lasciato prendere la mano e ho detto anch’io la mia su una cosa che non so. Perché il primo romanzo lo sto scrivendo ora e chissà se mai diventerà un libro. Un libro che sia, ancora una volta, il primo.

Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii http://www.anobii.com/sabic/books

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Dall’altra sponda del mare


Prendo le distanze, dico voglio passare il mare, non ne conosco la ragione precisa, ma voglio passare il mare.      Prendo le distanze, misuro il mio passo.      Resto incerto se guardare indietro sia il meglio che mi rimane. Misuro      per guardare avanti e ricordare, che è come la metà di anticipare. 

Così, prima che giunga il dito levato del mattino sono al Numero Uno    Sono pietra, materia del tempo dove picchia il cuore. Sono sopra una nuvola, peluria di cotone selvatico. Come quel personaggio delle Mille e una Notte che compiva il rito di far apparire, visibile a lui solo, un docile genio pronto a portarlo lontano, e una nuova visione blusmagliante s’affaccia. Gli occhi di lei sono accesi come una bambina a una festa, occhi bellidolci come mandorle fresche. Conosciamo il labirinto delle parole      Non ti sei accorto di nulla? È proprio così      Che strano (è strano), eppure ho seminato indizi. Per me, artefice di amori ottusi insensati insaziabili, che calcola la distanza, il sempre potrebbe essere breve      che cos’è questo tempo arrabbiato che confonde unisce e si perde? Il laceramento di una saetta dopo un tuono prolungato. Siamo in tanti o in pochi sul tappeto che vola, che da giorni va alla deriva      le luci spente      i motori fermi. Se tu fossi, io sarei. Lasciamo a terra il nostro passato, futuri diversi che si sono incontrati, ma ci sono pietre che misurano la distanza al Numero Due      mentre i mondi si stendono al sole. Ho preso la prima misura al Numero Tre     , una forza segreta, di sguardi che vanno in un altrove impossibile da raggiungere. Le parole come carezze vocali al Numero Quattro fuggono precipitose, sfumate nel vuoto aereo, distinte dalle labbra con il ritmo volubile e rapidissimo. Le frasi si affrettano, si schiacciano e sono pietra. Come me, materia del tempo dove picchia il cuore. 

Il fiato caldo della sera ci raggiunge in vista del porto. Scendiamo a terra al Numero Cinque       in punta di piedi, noi sospesi fra uomini e donne che si attardano in strade affollate dove passeggiano appuntamenti. Siamo noi, le altre,  e le nostre storie di sempre dei nostri viaggi, di quel viaggio o di quel sogno di cui avverto la sequenza incalzante e il perdurare, qualità che è del tempo veramente vissuto. Siamo al Numero Sei illuminati dalle lampade di un faro metonimico dentro una scatoletta      forse è qualcosa da ricordare, che ricordare è come la metà di anticipare.

Misuro la distanza      gente molto amabile. Camminiamo, è attenzione per la distanza. Sicché mi lascia andare con sguardi da lontano al Numero Sette. Filiamo rollando nella vettura tra fanali che spruzzano luci azzurrinelucenti che s’incrociano come lame di sciabole      tu rideresti se suonassi la tromba in una jazz band. È già ora per il Numero Otto, brezza di mare che fa volteggiare, e luci più vive sotto altre che si spengono, fiori appassiti e brandelli di ghirlande. 

Quando un raggio ferisce negli occhi come un coltello al Numero Nove      è il momento della pietra che vuole essere nuvola, l’acqua vapore. Plana il tappeto volante. È il momento che il cielo s’incurva, e le stelle i nei della tua schiena, la gamba che pende dal letto è il remo di una barca che scivola sull’acqua. È il momento del vento che disfa e scompone. Sì, il fiato del vento nel flauto di una canna. Pesaro è come Parigi? Sono solo proiezioni fantastiche, come esplorare l’invisibile nella nostra casa verde dalle piante ciuffose, è l’odore del giardino dove danzano libellule canzonanti e c’è un sentore inaspettato di scorza di betulla. Che cos’è questo se non distanza dal tempo?      Misuro      sono di qua dal mare      no      è là davanti a me, quando l’oriente comincia a infuocarsi al Numero Dieci e il tempo sembra già scaduto.

Una cena e un acciottolio di piatti di pesce adriatico senza l’aria impensierita di una sera guappa.
Ciascuno di noi ha una parola per tutti. C’è chi una mattina si lancia col paracadute,  consigli per emozioni forti.
Lei si alza dal tavolo e va telefono, è fatta così. 
Splendida G 
Io non ero via.
L’altra dice quello che ha voglia di dire cercando un sorriso, quel ventaglio che è un arcobaleno e tutto il peso del mondo          frulli di risate, una parola ancora e non si capisce il senso di tanta distanza quando non c’è più distanza tra di noi. Non c’è distanza, no     finché i piedi non fanno l’effetto di staccarsi per i vicoli di Urbino e il salire e lo scendere e il salire e lo scendere e il salire e     i passi color zinco conducono a sobborghi dove tacere è un urlo, poi sulla Fortezza che domina è il tocco delle campane che segnano la mia distanza

Nel cielo una scia incisa da un’unghia e i miei pensieri, dall’altra sponda del mare, sono prove contro il silenzio. 

Intanto ho stretto un’abitudine


Mi chiedono: cosa fai? Rispondo: procaccio cibo per figli a carico, coltivo attenzioni per pochi amici, sfarfallo tra fornelli senza alcuna virtù e per necessità. Poi cerco sempre qualcosa che ammazzi il tedio e innalzi l’ozio. Mi conforto: studio, scrivo, scatto foto, guardo film e tivù, curo il mio blog. Nelle miti giornate d’estate taluno mi sorprende in sella alla mia bici per le vie della mia città. Un modo di guardare il mondo. Per farsi sorprendere dalla vita. Quando il mondo non sorprende più. 

Intanto ho stretto un’abitudine, a Gavoi ci vado io. Là, nei muri delle case, sono appese le storie. Si danno convegno bravi scrittori, cantastorie e paraculi. Mi affascinano i nomi degli scrittori. Nomi al giustoposto. Mamma mia quanto invidio i bei nomi degli scrittori! Nomi adeguati che hanno parole adeguate per tutte le cose. Parole che spiegano altre parole. Parole tetragone che non arretrano. Scrittori che parlano come libri stampati. Scrittori che non inciampano sui loro pensieri. Confesso la mia invidia per loro, come invidio tutto ciò che è qualcosa più di me. 

E così, per alcuni giorni, ho lasciato affiochirsi il rumore della città. Sono andato nel paese dove volano uccelli dal piumaggio nero e dal becco giallo e si ascoltano parole che fanno nascere storie. No, non mi sono sbagliato, anche se il letto che mi accoglie è uno strumento di tortura che fa la differenza. Non sento più niente, ma davvero: tutto. 
C’è gente che sventola ventagli e ritagli di giornali. I soliti capelli a coda di camaleonte oscillano ai lati del viso. Io raccolgo papaveri senza sapere perché lo faccio. Leggo: sai quando non sospetti mai di una persona? Quando parla della morte. Guardo allora la gente che mi passa a fianco e nessuno che mi parli.

Sì, questo è il paese per me: c’è qualcuno che dice del sapere nostalgico e denuncia la retorica dell’apocalisse imperante. Un altro dal palco non le manda a dire, son d’accordo con lui. Ma si sa, io inciampo nel mio stesso pensiero e perfino sulle mie stesse parole. Sono uno che ha fatto il tuo nome senza farlo, uno dal nome sbagliato. Semino lettere al vento, ma nessuno ci badi, è l’invidia che sale.

Smaltisco in uno di quei giorni che non finiscono mai. In piedi, a Mesubidda sul muro davanti, vedo cento occhi che ci guardano e orecchie cespugliose che ci ascoltano, mentre il caldo taglia il respiro. La brava scrittrice ansiogena consiglia libri da consigliare. Aspetto chi consigli un dizionario a qualcuno. E allora è meglio farsi un mirto e confessare l’inconfessabile, il trasgredito, il disturbante, il disatteso. Mi serve il bacio della principessa.

 Sai, quelle notti che passano. Quelle notti di luglio in cui la luna ci fa segno e dentro i suoi occhi vedi un mondo. È l’isola delle storie. È lì che abito per alcuni giorni dove ho stretto un’abitudine.

E il tempo intorno come colore a chiazze


Un figlio partito in Bulgaria, l’altro, in clausura esami, suona al piano il suo blues. Ed io abito l’assenza e l’attesa, in un angolo cottura della cucina tra raggi di sole diventati punte smussate di argento brunito. 

Uno scampanio ferruginoso e festante batte le ore, lontano, come la traduzione musicale di un canto in gloria al sole. L’antifurto di un auto è una nenia cantata al nulla ossessivo, abbinato al suono di una sirena che annuncia un dolore. Da qualche parte, lassù, il rombo di un aereo invisibile. 

Sorrido al gatto acquattato su tegole frante dall’afa. 

Vede l’uccello e ridacchia. Quindi striscia, e due occhi grandi come due palle di neve. La bocca freme, nervosa e vorace, i denti non stan più fermi. Mi guarda distratto, furbo e quasi indifferente. Balza, ma quello scocca via, e lui rimane con la strozza bagnata.Poetto

Per un diario della bicicletta


02

Pedalando sino alla spiaggia che ancora oggi mi ostino a chiamare della “Bussola”, (anche se del bar-ristorante in bruttissimo stile cosiddetto mediterraneo sono rimasti soltanto ruderi) penso indifferente all’avvenire. Vorrei immergermi sott’acqua per sentirmi tutt’uno con il mare, ora che con il mare non ho la stessa dimestichezza. A questo pensavo mentre pedalavo. Quelle impressioni benedette che hanno in comune il fatto che si provano tanto nel momento presente quanto in un momento lontano. Esse suscitano non soltanto l’eco, il duplicato di una sensazione, ma la sensazione stessa. Un mare mondano, con la sua voce, sembra sospiri di leggerezza.
Il sempre potrebbe essere breve.

12

L’ostrica e i due litiganti


Riadattamento da M. Jean de La Fontaine

Sulla spiaggia del Poetto due bastaxius notano la presenza di un’ostrica che nottetempo le onde del mare hanno trascinato in riva. 

Ben presto la discussione tra i due si anima, perché ognuno rivendica per sé il prezioso mollusco giudicando di averlo avvistato per primo. 

Incapaci però di accordarsi, affidano la decisione al loro amico Chicchinu che per caso si trova a transitare nei paraggi. 

Chicchinu accetta e, in qualità di giudice investito della questione, raccoglie l’ostrica dalla sabbia. Quindi, dopo averla esaminata con attenzione, l’apre e se la pappa.

I due litiganti, basiti, chiedono spiegazioni.

Chicchinu non si scompone e, consegnata nelle mani di ciascuno la propria parte di conchiglia, se ne va decretando: «Costa cara l’amministrazione della giustizia!»

Vi dirò come sorse un sogno


È stagione calda, ma ho la pelle d’oca. Corro in bici, non sudo, ho soltanto freddo e la sensazione di superare ogni limite oltre il quale c’è il buio. Mentre pedalo forsennatamente cerco di lasciarmi andare e finalmente capisco ciò che devo fare e per quale motivo mi trovo lì. Esito ma poi mi dico: cosa diavolo sei, se non lo fai per lei? In fondo hai deciso di darle tutto quello che si crea in te per merito suo – decisione unilaterale – cosa succede se passa qualcuno e mi vede così? Chiamerà la polizia, mi arresteranno? Sono scoppiato a ridere. Sono prigioniero da una vita e devo preoccuparmi proprio ora? Così mi sono spogliato, anche di scarpe e di pedalini. 

A quel punto sono un altro uomo. Tutto in pochi secondi. Un istante prima sei vestito e un istante dopo sei carne, un animale. Come levarsi di dosso coi vestiti la pelle. Di colpo sento il buio venirmi incontro, mi avvolge completamente. Mai provata sensazione simile. Paura e piacere. Come se quel buio impudico s’intrufoli dentro ogni orifizio, mi morda e mi strappi brandelli di carne. Ma ecco, non so come, mi si parano davanti tre enormi cagnacci che sembravano usciti da un ballo celtico. Abbaiano ferocemente come se vogliano rimproverarmi. Mi sono vergognato. Ma non come uomo: come animale. Come si può raccontare a qualcuno una cosa del genere? 

Allora comincio a correre e quelli smettono di abbaiare, indietreggiano e spariscono. Rimango solo, non è una condizione piacevole, più solo di quanto non lo sia mai stato in vita mia. 

Cosa ho fatto dopo? Il ricordo si stempera nella più sorprendente opacità, proprio come nei sogni. Mi annuso l’ascella e ritrovo il mio odore.

Non finisce qui, però. 

Sono ancora un animale, una specie di tigre infreddolita, ansimante per il gran pedalare. Mi scopro che faccio una specie di rito magico avvicinandomi e allontanandomi, una tigre che gira intorno alla tua casa in ampi cerchi. Mi chiedo come hai potuto non sentirmi ansimare? Erano anni che non correvo così, dal periodo del servizio militare. Vedo la tua casa da tutti i lati, il cancello arrugginito, il pergolato con la vite, la terrazza con il barbecue, la bicicletta (può darsi la mia) appoggiata all’albero in giardino e una cuccia per cani senza cane. La tua casa è molto piccola, sembra un capanno nuragico. Un po’ trascurata, non vi è ombra di nessuno e nel giardino non c’è traccia del cane, c’è una finestra rotta sul retro. 

A un certo punto si accende una luce, e spero che sia tu davanti alla finestra mentre guardi fuori nel buio. Chi c’è la? Chi corre così? Avresti capito. Con uno sguardo avresti visto quello che sono: il dandy comune, l’invisibile, l’uomo confuso che ti scrive che vive in una bolla d’aria. Avresti guardato dentro me e mi avresti detto: vieni piccolo rospo che ti concio per le feste. 

Stai bene dentro i miei sogni. Ora però mi viene il dubbio che questo sia veramente un sogno, se questo sogno l’ho fatto per davvero, oppure è nato dentro quel luogo nella mia mente che ritorna in vita grazie a te. 

La vita errante


Garance parla e ascolta

Tutto ebbe termine alla fine di quell’estate smorzata dalle calde tegole, dopo un lungo periodo nel quale ero solito mettermi in viaggio ogni sabato mattina insieme con Paul e sua moglie Paulette nei luoghi più disparati, non importava dove, purché si viaggiasse. Ci prefiggevamo una meta qualsiasi ed era sempre una scoperta. Uno dei posti preferiti, vuoi per la vicinanza, vuoi per il richiamo romantico, era Amsterdam e la campagna di Amsterdam. Quei viaggi mi proiettavano in una dimensione che prima vivevo solo nella mia immaginazione. 

Il verde luccicante delle colline pigramente declive, il rosso degli abbaini delle casette infiorate di gerani e rose, l’arredo dei villaggi contadini. Per il vero, tutto mi esaltava di quei posti. Come trovarsi

Fiori di fanciulle in fiore

improvvisamente e sorprendentemente al bivio del mondo. Un caleidoscopio di giovani colorati, gente proveniente da ogni parte, un concentrato giovanile della cultura del sacco a pelo con il mito dell’autostop, della musica rock e dell’acido lisergico. Masse di giovani che s’imbevevano di letture on the road e di cinema alla easy reader o alla zabrinsky point. Era come se una generazione facesse segnali servendosi di un faro. La meta era l’India, Kerouac il modello. L’esaltazione era al culmine e faceva lievitare tutto ciò che circondava lo sguardo. Era quello il tempo in cui le piazze europee si assomigliavano un po’ tutte: la mattina o il pomeriggio, a Trafalgar Square come in piazza Dam, alla Grand Place come alla Place de la Concorde o in Piazza di Spagna ragazzi e ragazze provenienti da ogni dove amavano incontrarsi: una promiscuità interclassista che parificava piccolo borghesi elegantissimi a sottoproletari suburbani e a borghesi figli dei fiori; tracce fosforescenti di vesti trasandate, zatteroni e gonne lunghe e lucidissime grassone dalla pelle burro latte con indosso sottanoni rimpannucciati rosa shockinge sandali infradito alla Joan Baez a spasso insieme a splendidi esemplari del genere femminile asiatico dal sedere simbolico, e un lembo di gonna mozzafiato. 

Era come se l’universo fosse esploso e mandasse lucenti segnali. Anche i maschi si radunavano, meglio se provvisti di moto, nuovo feticcio della neo dipendenza consumistica, il torso nudo imbacuccato nei giubbotti di pelle nera. Una generazione che marciava spesso a piedi o con mezzi di fortuna e per proprio piacere come meglio credeva in qualsiasi parte del globo. Da soli o in tribù a Milano, e il giorno dopo a Boulogne sur Mer o in qualsiasi altra città distante centinaia e centinaia di chilometri. Nei concerti di notte o nelle piazze di giorno popolo colorato dell’azzurrino del fumo e con l’utopia di un El Dorado da raggiungere. L’infinito passo del tempo e il desiderio di una felicità sconosciuta.

Van Gogh, mietitore

Con l’arrivo delle prime piogge, i viaggi di quei fine settimana cessarono, e fu allora che tutto ebbe inizio.