Al pari di qualcuno che lo disse più autorevolmente di me, ho la pretesa di vantarmi delle mie letture. Al contrario, di ciò che scrivo non ho, a ben ragione, nulla di che vantarmi. Scrivere è come dare calci a un pallone. Tutti più o meno lo sanno fare. Ci sono quelli che lo fanno per passione e per quattro tiri la domenica, al più giocano in terza categoria. Qualcuno sogna pure di giocare in seria A, non tutti ne hanno la stoffa, anche se credono di essere un top-player, ma da qui a esserlo veramente…
È vero, lettura e scrittura sono passioni allo stesso livello, e allo stesso modo e con la stessa intensità assorbono buona parte del mio tempo. Spesso sono queste letture obbligate, esclusive – e per me fondamentali e interessanti e piene di fascino letterario quelle che nutrono la vita. Quando si scrive con impegno, o si tenta di scrivere con impegno, leggere è fondamentale, nel mio caso quasi necessario, come un aperitivo prima di pranzo. Tuttavia se l’impegno dello scrivere è superiore, nel mio caso leggere un libro (a seconda del libro che leggo) mi distrae. Nel senso che distoglie l’attenzione dallo scrivere. Subentra la sensazione fantastica, il gioco della fantasia che regala piacere quando si legge. La lettura diventa un rinchiudersi dentro una stanza, entro quel confine della realtà che coglie il frammento d’infinito o di nuovo mondo che si apre davanti a noi. O quel senso di indeterminatezza, di non consolatorio, di dubbio critico che emerge in un testo poetico o prosastico, sia questo una poesia, un racconto o un saggio. La scrittura, il suo gesto, recede a esercizio di segni che riproduce il reale o copia la realtà. Fa andare fuori strada.
In sintesi estrema: se leggo, non scrivo e se scrivo, non leggo. Non sempre è così, ovviamente, ma la regola generale cui, nolente, mi capita di sottostare è questa.
Sicché ho preso l’abitudine da tempo di fermarmi, ogni tanto. Fermarsi vuol dire, in questo mio specifico caso, divergere dalla norma di leggere gli autori preferiti, qualche testo classico, i contemporanei che prendono cuore e cervello e seminano domande. Divergere è divertirsi anche con i libri che io chiamo di consumo o letteratura di consumo. Mi rendo conto, è una distinzione artificiale e di comodo: se la letteratura non è di consumo, che letteratura è? Insomma, ci sono libri che hanno l’unica pretesa di farsi leggere piacevolmente, magari per te non sono il massimo, ma tengono compagnia per alcune ore nelle fredde serate d’inverno, seduto davanti a un caminetto, o nei pomeriggi di primavera disteso sul prato di un parco. Ma niente di più. Un niente però (anche questo) necessario. Per tirare il fiato, per rientrare nei ranghi del finito e del compiuto.
Se è un romanzo storico (di buona qualità) poi, che è il genere che più si avvicina al mio gusto, tanto meglio. Come il romanzo di Ken Follett, per esempio, La caduta dei giganti, il primo suo romanzo che mi è capitato di leggere di recente (in ossequio, appunto, alla regola di cui sopra). E Ken Follett non è uno scrittore di best seller per caso. Nel suo genere un buon romanzo, il primo di una trilogia del secolo (ventesimo) dove protagonisti che fanno la Storia, con la S maiuscola, sono personaggi comuni, e quelli storici in secondo piano. Ogni tanto una lettura distensiva, scorrevole, non impegnativa è quella che ci vuole per non fermare lo scorrere della penna. Fuori della tua stanza, leggero. Alla fine, comunque sia, se metti a frutto, tutto scorrerà a tuo vantaggio.



