Dove l’ombra insegue la luce


commento a
TRILOGIA DELLA CITTÀ DI K,  di Agota Kristof

Se la letteratura è la sublime arte della sottrazione, questo testo di Agota Kristof ne è, a mio parere, una delle espressioni più palmari. Non c’è spazio, in questo allucinante romanzo, per i buoni sentimenti e gli orpelli descrittivi. È l’autrice stessa quasi a suggerircelo nelle prime pagine: Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedeli dei fatti.

La prima è una storia disumana, lacerante. Ne Il grande quaderno due gemelli, ancora in tenera età, sfuggono alla guerra degli adulti ingaggiando una lotta violenta contro la vita stessa. Conflitti e privazioni, disperazione e dolore, sesso e morte. Tutti gli ingredienti e i meccanismi drammaturgici sono attivati con sorprendente maestria. Secca, tagliente la lingua della Kristof è una secchiata d’acqua diaccia. Mi ricorda il linguaggio dei bambini che ti dicono pane al pane, al contrario degli adulti che infiocchettano, guarniscono, sovra-strutturano. Il ritmo sincopato è quello a me più congeniale, nella scrittura quanto nella lettura, ma occorre essere abili con la penna cum grano salis, chi legge può stancarsi. 

Qui, non succede. Il secondo racconto, La provamette il lettore con le spalle al muro e lo fa precipitare in un vortice narrativo costruito per non lasciare spazio alcuno alle nuvole dell’immaginazione. Istintivamente, il lettore non avvertito, o quello che per un patto sottinteso con lo scrittore si aspetterebbe una storia consolatoria o dal finale catartico, potrebbe reagire male. Personalmente non mi vanno a genio le storie che abbondano di crimini, di efferatezze o di contesti macabri. Evito. La Kristof, al contrario, instilla nei personaggi una grandezza che la violenza delle situazioni e dei gesti che compiono non attenua ma, viceversa, ne esalta l’umanità. In questo senso c’è una poetica della parola che ci ammonisce. Un messaggio relativo alla condizione umana di chi subisce lo strazio doloroso della guerra e il vissuto dolente del più debole degli uomini. 

Sapevo fin da subito, dunque, che sarei potuto andare a sbattere. Nonostante tutto, masochista come non mai, sono andato avanti. Consapevole che stavo per inoltrarmi in una pista oscura. Altre volte mi era accaduto di frequentare questo tipo di sentieri: ruvidi, sinistri e agghiaccianti. Ma di questi ho imparato a conoscerne gli autori e il territorio narrativo che hanno frequentato, e quando capita d’imbattermi in uno di loro, cerco di saperne di più. Non l’ho fatto con la nostra autrice, e non senza rischio, ma non me ne sono pentito. Anche se, dapprima, la sorpresa e poi la curiosità hanno acceso tutto il mio interesse e l’ammirazione per la sua opera.

Questo romanzo, per come è costruito, ti divora innanzitutto il tempo di lettura. Tanto più è tremendo quanto più ti addentri nei suoi sentieri.  

I personaggi cercano la vita, è l’istinto naturale della sopravvivenza. Si muovono mordendo terra, trovando sangue. Si muovono cercando luce, ma la loro ombra li insegue sino alla fine. Non ci sono sentimenti dorati, stelle cadenti e primavere che sbocciano, niente di positivo. 

Nessuno, però, si aspetti la solita melma fantasy nera paracula. Uno dei due gemelli, Lucas, è solo. Il dopoguerra ha portato nuovi vincitori e la storia acquista un soffio più ampio. Il lettore si risolleva, la prosa è meno cadenzata. Si affacciano personaggi nuovi e nella girandola della vicenda sembra che i due gemelli restino sullo sfondo. Appare l’uno e scompare l’altro che poi riappare. Le storie si specchiano l’una nell’altra, cambia lo sguardo. La terza menzognail titolo del terzo racconto svela paradossalmente una verità. 

Lettore, sei arrivato in fondo al sentiero e lo scenario che hai battuto al tuo passaggio è molto più realistico di qualsiasi fiaba nera che ti può raccontare uno scrittore.

 

Anticipi di un piacere prezioso


Letture che candido alla vostra attenzione e di cui potrete trovare, se ne avete bontà, un breve commento alla Pagina Leggo di questo blog. 

L’ultimo libro in ordine di tempo, UNA DONNA, è di una scrittrice Sibilla Aleramo al secolo Rina Faccio, che nel suo percorso letterario e, più ancora, in quello della sua triste esperienza di di vita, si rifiutò sempre di rifare l’eco a se stessa. Non fu soltanto poetessa e autrice di valore, ma sopratutto una ribelle, una combattente che pagò prezzi altissimi per la causa femminile. Il libro, autobiografico, ne dà un commovente spaccato, ottenne illustri apprezzamenti e fu tradotto (si era agli inizi del secolo scorso) all’estero. 

Due autori statunitensi. Del primo Francis Scott Fitzgerald con IL GRANDE GRATSBY richiama il mito borghese del sogno americano leggendone in filigrana l’ombra angosciante e tragica. È lo svelamento mistificante di una cultura che viene da lontano. C’è il tema del cinismo, dell’indifferenza, un senso di profondo malessere, quasi di nichilismo che sarà ripreso dalla letteratura d’oltre oceano e più avanti anche dalla cinematografia

Con John Steinbeck e UOMINI E TOPI entriamo nell’America rurale più profonda, nel pieno della crisi depressiva del 1929. Un romanzo di denuncia sociale che affronta in chiave simbolica il tema dell’emigrazione contadina all’ovest. Soprattutto però è scritto da dio, è essenziale, strappa il cuore, ci devi tornare e dargli un appuntamento. L’ho riletto a distanza di mezzo secolo quasi, e conserva la stessa freschezza, parla a uomini di ogni tempo.

Sono questi tre libri che fanno parte di quella speciale categoria che tu consideri come tuoi parenti. Di quelli che vengono in città a dirti che tutti i tuoi sogni sono veri e che loro vivono dove i sogni nascono.

Maggiori informazioni su questi e altri letti al mio profilo Anobii http://www.anobii.com/sabic/books

Barche controcorrente


Quando sentiamo parlare di Sogno Americano pensiamo di riferirci a quel particolare sentimento che nasce nell’animo di ogni Yenkee, e che li rende tanto orgogliosi, ossia l’opportunità per ciascuno, qualsiasi siano le condizioni di partenza, di nascita o condizione sociale, di agguantare qualsiasi traguardo e una buona reputazione nella società, purché lo si voglia fortissimamente. 

Un’idea figlia della cultura americana che affonda le proprie radici nelle novelle fine Ottocento di Horatio Alger che favoleggiavano per ciascuno un ideale speranzoso, di sicurezza, di prosperità e benessere ottenuti con il duro lavoro e il sacrificio, valori di cui erano portatrici le classi emergenti dei primi coloni del Nuovo Mondo.  

In un certo senso, è vero che Il Grande Gatsby è il romanzo del Sogno Americano, ma qui Fitzgerald ne dà una lettura tragica, svelandone il significato mistificante. Il lato oscuro dell’American Dream. In realtà si rileva l’aspetto angosciante, alienato di un mito borghese (o tardo-borghese), la sua base è la nevrosi ossessiva del successo, cioè a dire il conseguimento della ricchezza come misura del successo. E dunque della felicità, secondo il paradigma borghese.

In effetti, Fitzgerald mette in scena la fine di un’illusione. Il Grande Gatsby è la rappresentazione della fine di un mito, l’allegoria della morte di un Sogno. Gatsby proviene dai ceti inferiori della società, è figlio di poveri contadini, anche se lo nega, e lo nega per nascondere le sue origini di classe. Sa che potrebbe essere respinto dalle classi alte, cui pure è stato accolto solo per via della ricchezza accumulata, forse anche con affari poco leciti, e che gli valgono incerta fama. Nelle sue lussuose feste che egli stesso organizza per guadagnarsi una reputazione nessuno comunica. Egli stesso non vi partecipa, non gli piacciono. È tremendamente solo. Tutto ciò che egli fa e tutto ciò che avviene nella sua casa è per il solo scopo d’incontrare Daisy, la sua vecchia fiamma. Il lusso che ostenta non può appagarlo, neanche col denaro riuscirà a realizzare il sogno di una vita felice con la ricchissima Daisy. Qui il tema della solitudine, del cinismo, dell’indifferenza – sono temi che interrogano tutta la cultura occidentale per molto tempo, anche oltreoceano, già a partire da quegli anni, e di cui troveremo echi in altre opere di autori, scrittori, registi. La solitudine dunque come sintomo di un disagio più profondo, avvertito da una classe sociale che si sente inadeguata in un mondo inadeguato. Non vede prospettive di futuro, destinata alla sconfitta, cede alla tragedia. 

C’è un’altra ragione più soggettiva, dove il personaggio di Gatsby esprime uno stato d’angoscia ben chiaro, storicizzato e razionale nell’autore, che arrivato a un certo stadio della sua vita è cosciente del disagio cui è giunta la sua esistenza. Un malessere che pervade la sua generazione, di quelli che hanno fallito abbagliati dal mito, o di quelli che coscienti in fondo del mondo irreale e illusorio hanno dovuto o voluto scalare per raggiungerlo e sbatterci contro. Sicché, inadeguati, non sono stati in grado di arrivare alla meta, né di coronare un sogno. Come Gatsy è intriso del senso della colpa e del fallimento e del peccato, così Fitzgerald fa propria tutta la degenerazione e la debolezza umana. 

Le righe finali, magistrale lirica consacrata al vecchio mondo quanto sconosciuto quanto non compreso, sono un epitaffio: così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.

 

L’infinito viaggiare dell’uomo, l’ULISSE di Joyce


Dopo una prima lettura del capolavoro di Joyce mi sono chiesto perché non l’abbia fatto prima. Un testo complesso, è vero, un testo che pretende un lettore aperto e attento, certo non un lettore sbadato, come ci ammonisce Italo Svevo. È peraltro una di quelle opere, per citare Calvino, dove si ascolta il rumore della modernità che lo fa diventare non un testo qualunque tra tanti importanti, ma quello che lo contraddistingue per essere un’opera scritta per coloro che verranno, rimanendo nel tempo, anche nel futuro, un’opera del presente.

Da questo punto di vista, è un mirabile invito alla profondità di pensiero, tanto da farmi render conto che essermi sottratto per tanto tempo alla sua vista, mi ha privato di strumenti altrimenti preziosi, in ciò mettendo a nudo i miei limiti: di conoscenza e di sensibilità. Plasticamente.

Me ne rammarico (per me). Peccato dunque che non ne abbia avuto memoria nella scuola, anni ormai sfuggiti: non ebbi notizie. Sì, qualche cenno, forse. Niente di grave, per carità, si può vivere senza. Però ho avvertito di colpo, va detto, come un’assenza retrospettiva. Come se la mancata lettura dell’Ulisse avesse creato un vuoto che avrei dovuto, seppur tardivamente, sentirmi in obbligo di colmare.

Compito dello scrittore credo sia quello di usare la parola per un’operazione creativa di rivelazione. Parlo in primo luogo di chi scrive sulla post-realtà o sulla meta-realtà, cioè a dire sulle cose difficilmente controllabili (o del tutto incontrollabili), su quelle variabili non misurabili come la vita, la morte o il dolore, la felicità o il conflitto insolubile eccetera.

Certo, la narrazione è anche illusione e, per citare ancora Calvino, un’illusione di trasparenza intorno a un nodo di rapporti umani che è quanto di più oscuro crudele e perverso. Ma qui entra in campo il lettore consapevole che non si limita a uno sforzo cortese per intrattenere o essere intrattenuto domandandosi cosa dice un libro, ma penetra il suo sguardo per scoprire cosa vuole dirci quel libro. E nel caso dell’Ulisse di Joyce questo lavorio è tanto più necessario tanto vorrà, il nostro lettore, cogliere le sollecitazioni e gli stimoli che allargheranno il suo campo visivo sulle cose, la sua visione delle cose sul mondo, la stessa visione del mondo.

Se decidi di leggere Joyce devi sapere però che avrai a che fare con un’impresa ardimentosa, quasi quanto quella che affrontò Ulisse… Mi sono reso conto quanto sia indispensabile affiancare a una lettura tanto impegnativa un testo-guida che sia di supporto critico e interpretativo. L’edizione che ho in mano ne possiede una, mirabilmente curata e preziosa: è stato il mio Navigatore. Senza di esso non avrei potuto neanche intraprendere la rotta: ti orienta, t’indirizza, ti consiglia, ti fa cambiare direzione se stai per infrangerti sugli scogli. La guida, cioè il mio Navigatore, è strumento necessario, a mio avviso, perché introduce il tradizionale lettore ai principi che hanno informato la stesura dell’opera secondo diversi gradi di lettura, rilevando la complessità dell’opera; allo stesso modo, il lettore più sofisticato ne apprezzerà le analogie e le correlazioni col modello omerico, così come le soluzioni linguistiche e i giochi narrativi escogitati.

Da Omero in poi, lo schema si è evoluto, ma se andiamo a ben vedere dentro noi stessi, la nostra esistenza cos’è, se non un viaggio che cerchiamo di perpetuare all’infinito? Quel posto dove cerchiamo e scegliamo i nostri compagni d’avventura, il luogo dove facciamo i nostri incontri più o meno occasionali per scegliere lo scalo e scendere dal treno alla stazione che ci sembra più giusta o più opportuna. Una strada che condurrà alla stessa ambita meta, quasi sempre casa nostra. Là dove trovare un caminetto acceso, un cuore che ci scalda, un equilibrio interiore, una calma ritrovata, un dio o un santo gral. Eppure. Eppure tornati a casa, e ritrovato quel caminetto acceso, ci accorgiamo che il viaggio non è ancora giunto al suo termine. Anche Ulisse, tornato dalla sua Penelope, la mette sull’avviso dicendole che sta per incamminarsi per un’altra avventura. È l’infinito viaggiare l’istinto di sopravvivenza che ci guida: vivere è come viaggiare. Forse la dimensione del viaggio, che è la vita, è anche una dimensione d’incompiutezza. Sappiamo, anche se facciamo finta di non esserne consapevoli, che tutto alla fine del nostro viaggio si compirà. Sarà per noi come l’arrivo su quella sponda di pietra chiamata morte, un’estasi d’addii. La vera fine.

 Ma l’Ulisse di Joyce parla all’uomo moderno. Al piccolo borghese comune, positivo, sensuale e inefficiente della nostra epoca. Parla di ognuno tra noi. Joyce accorcia lo sguardo non sull’intera esistenza di Bloom, ma lo segue attraverso le strade di Dublino per la lunga giornata del 16 di giugno. Niente di clamoroso accade. Se Ulisse è l’epopea, Bloom è la nevrosi; se Ulisse è la quintessenza della fedeltà, Bloom tradisce e viene tradito, tira a campare in una città che non sente sua. Disperata. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose.

L’epica di Ulisse-Bloom è un prisma a molte facce. È l’epica del corpo umano, come riferisce un’affermazione dello stesso Joyce, la rivelazione dell’interezza e complessità della figura umana nella quale s’incarnano più tematiche: la ricerca del padre e del figlio, l’esilio, il ritorno, il pensiero della morte. È il viaggio tormentato nella mente dell’uomo e il riferimento a Odisseo appare a tratti pretestuoso, come pure incomprensibile per gli stessi studiosi.

Lettore scrittore lettore


Al pari di qualcuno che lo disse più autorevolmente di me, ho la pretesa di vantarmi delle mie letture. Al contrario, di ciò che scrivo non ho, a ben ragione, nulla di che vantarmi. Scrivere è come dare calci a un pallone. Tutti più o meno lo sanno fare. Ci sono quelli che lo fanno per passione e per quattro tiri la domenica, al più giocano in terza categoria. Qualcuno sogna pure di giocare in seria A, non tutti ne hanno la stoffa, anche se credono di essere un top-player, ma da qui a esserlo veramente…  

È vero, lettura e scrittura sono passioni allo stesso livello, e allo stesso modo e con la stessa intensità assorbono buona parte del mio tempo. Spesso sono queste letture obbligate, esclusive – e per me fondamentali e interessanti e piene di fascino letterario quelle che nutrono la vita. Quando si scrive con impegno, o si tenta di scrivere con impegno, leggere è fondamentale, nel mio caso quasi necessario, come un aperitivo prima di pranzo. Tuttavia se l’impegno dello scrivere è superiore, nel mio caso leggere un libro (a seconda del libro che leggo) mi distrae. Nel senso che distoglie l’attenzione dallo scrivere. Subentra la sensazione fantastica, il gioco della fantasia che regala piacere quando si legge. La lettura diventa un rinchiudersi dentro una stanza, entro quel confine della realtà che coglie il frammento d’infinito o di nuovo mondo che si apre davanti a noi. O quel senso di indeterminatezza, di non consolatorio, di dubbio critico che emerge in un testo poetico o prosastico, sia questo una poesia, un racconto o un saggio. La scrittura, il suo gesto, recede a esercizio di segni che riproduce il reale o copia la realtà. Fa andare fuori strada.

In sintesi estrema: se leggo, non scrivo e se scrivo, non leggo. Non sempre è così, ovviamente, ma la regola generale cui, nolente, mi capita di sottostare è questa. 

Sicché ho preso l’abitudine da tempo di fermarmi, ogni tanto. Fermarsi vuol dire, in questo mio specifico caso, divergere dalla norma di leggere gli autori preferiti, qualche testo classico, i contemporanei che prendono cuore e cervello e seminano domande. Divergere è divertirsi anche con i libri che io chiamo di consumo o letteratura di consumo. Mi rendo conto, è una distinzione artificiale e di comodo: se la letteratura non è di consumo, che letteratura è? Insomma, ci sono libri che hanno l’unica pretesa di farsi leggere piacevolmente, magari per te non sono il massimo, ma tengono compagnia per alcune ore nelle fredde serate d’inverno, seduto davanti a un caminetto, o nei pomeriggi di primavera disteso sul prato di un parco. Ma niente di più. Un niente però (anche questo) necessario. Per tirare il fiato, per rientrare nei ranghi del finito e del compiuto.

Se è un romanzo storico (di buona qualità) poi, che è il genere che più si avvicina al mio gusto, tanto meglio. Come il romanzo di Ken Follett, per esempio, La caduta dei giganti, il primo suo romanzo che mi è capitato di leggere di recente (in ossequio, appunto, alla regola di cui sopra). E Ken Follett non è uno scrittore di best seller per caso. Nel suo genere un buon romanzo, il primo di una trilogia del secolo (ventesimo)  dove protagonisti che fanno la Storia, con la S maiuscola, sono personaggi comuni, e quelli storici in secondo piano. Ogni tanto una lettura distensiva, scorrevole, non impegnativa è quella che ci vuole per non fermare lo scorrere della penna. Fuori della tua stanza, leggero. Alla fine, comunque sia, se metti a frutto, tutto scorrerà a tuo vantaggio. 

Il mito e la struttura del tempo


Il mito e la struttura del tempo. Chi può sfuggire alla frusta? 

Come ebbe inizio il mondo? Quando inizia il tempo? Lo spazio è sempre esistito? Niente male, direi. Sono queste le domande da cui parte il saggio problematico che ha un titolo affascinante ed evocativo: IL MULINO DI AMLETO di Giorgio di Santillana e Hertha von Dechend, il primo uno storico della scienza, la seconda un’antropologa. E le risposte che ci offrono non sono affatto scontate. 

Il presupposto necessario è quello di considerare i nostri antenati di un passato lontanissimo non come barbari urlanti che si dipingevano la faccia di blu ma individui pensanti che dovevano aver avuto più conoscenze di astronomia di quanto non ci facciano pensare i loro usi e la loro organizzazione sociale. Considerando i mezzi che avevano a disposizione, sarebbe ragionevole pensare che fossero dotati quanto meno di menti paragonabili alle nostre e capaci di processi razionali.
L’altra domanda è: come si sarebbe comunicato il sapere, se l’uomo arcaico non possedeva un sistema di segni come la scrittura? Sappiamo ora che ciò non poteva che avvenire non altro che con le immagini e con la memoria. Nell’universo arcaico le cose erano segni e segnature l’una dell’altra.

L’interesse agli eventi celesti, sappiamo ancora, formarono la mente degli uomini prima ancora della storia documentata. Ma poiché non esisteva la scrittura la loro conoscenza ai posteri fu tramandata attraverso il mito, giacché questo costituiva l’unica forma di linguaggio tecnico di allora. In effetti tutto il pensiero arcaico è dominato in senso cosmologico i cui echi sarebbero stati ripresi fin nella tarda filosofia classica. Dall’astronomia i Greci ricavarono la matematica e furono gli scienziati arcaici a creare una terminologia del mito, così come regole e fenomeni cosmici erano rappresentati con il linguaggio del mito.

Allora perché Amleto? E cosa c’entra il suo mulino? La storia di Amleto è di origine vichinga, richiama una leggenda irlandese di tradizione celtica e parallela ad altra molto simile di impronta medio-orientale. Il parallelo finlandese, Amleth, è Kullervo nel poema epico, il Kalevala. La similitudine dei buoi che son fatti girare attorno alla macina è conosciuta in oriente quanto in occidente per rappresentare la sfera celeste immaginata come una macina rotante e il polo nord come la boccola entro cui ruota il ferro del mulino. Septemtriones come i sette buoi da trebbia dell’orsa maggiore, Triones da Terere = triturare, trebbiare, macinare.

Gli abitanti della terra abitata sono i pianeti. Qui il termine terra sta per il piano inclinato passante per l’eclittica per i quattro punti dell’anno: Solstizio d’Estate e d’Inverno ed Equinozio di Primavera e Autunno, i loro punti d’intersezione sono chiamati Nodi cioè il Drago e, nella liturgia della chiesa, sono i Quattor Tempora, le astinenze particolari, ovvero i Quattro Pilastri o i Quattro Angoli della Terra. L’indagine del rapporto tra mito e scienza dunque non può che partire da qui. A quei tempi tanto lontani la realtà fisica non poteva essere analitica in senso cartesiano. L’essere in quanto tale è mutamento, ritmo, un moto irresistibilmente circolare del tempo e la fonte principale del mito non poteva che essere l’astronomia. Aristotele sosteneva che gli dei in origine erano astri. E agli astri sono stati dati i nomi degli dei. Prima del 500 ac l’unica realtà era il tempo, Parmenide non aveva ancora scoperto lo spazio.

È il tempo la misura fissa della rivoluzione del cielo. La separazione dei genitori (evirazione) nel mito di Kronos-Saturno che taglia i genitali di Ouranos, il Padre, e li getta in mare da cui nasce Venere – Afrodite rappresenta l’instaurarsi dell’obliquità dell’eclittica, l’inizio  del tempo misurabile.

La teoria di come ebbe inizio il mondo sembra comportare lo spezzarsi di un’armonia, una specie di peccato originale cosmogonico per effetto del quale il cerchio dell’eclittica viene inclinato rispetto all’equatore e dal quale nacquero i cicli del mutamento. I mulino è il cielo, la stella polare ne è il perno. Il sorgere eliaco delle stelle (astronomia delle stelle), la linea dell’orizzonte era il telescopio, la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, così come la cacciata degli angeli dal Paradiso.

L’analisi poi si sposta sulla trasmissione delle tradizioni e al recupero di una cultura perduta, o meglio ancora, al recupero dal lontanissimo passato di una scienza interamente perduta.

Altra domanda, qual è il serbatoio dei miti e delle favole ? Alla luce di una chiarezza superiore, dunque, chi può sfuggire alla frusta? 

Proposte indecenti di lettura


Consigli di lettura per gusti differenti alla pagina Leggo del blog:
Antonio Gramsci e il suo Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce ci consente di rivisitare i temi di un acceso dibattito con uno dei più autorevoli e raffinati intellettuali del secolo scorso. Per approfondire la nostra ricerca sulle radici storiche e culturali delle masse lavoratrici nell’ambito della lotta per l’egemonia culturale tra il blocco sociale dominante e i ceti subalterni.
Carlo Emilio Gadda ci conduce da tutt’altra parte: nel mare agitato e minaccioso della sofferenza. La cognizione del dolore è un testo da digerire, ma la sua prosa inimitabile, così attrattiva, rompe l’asprezza della lettura. Gadda è colui che dà nome alle cose e ci rappacifica con la parola, se mai ci fu guerra. E’ colui che nomina le cose con precisione, dà profondità al pensiero ed è la bellezza.
Per chi ama il romanzo storico La cattedrale del mare di Ildefonso Falcones. Una trama ben congegnata in una solida impalcatura dà convincente tonalità alla storia. Si dilunga spesso in descrizioni di fatti, ancorché romanzati, ma realmente accaduti, ben inseriti nel tessuto narrativo. Il ritmo incalzante, però, a volte, ne risente. Personaggi unidimensionali. Le mie facoltà percettive sensoriali non intercettano la sua cifra stilistica, che al contrario trova gradimento tra i lettori: insomma, un best seller tra i più apprezzati. Almeno induce a fare una visita alla cattedrale a Barcellona per ammirarne l’immensa bellezza.

Letture proustiane e altre ancora


Non saranno pure letture per l’estate, ma perché no? Per un’idea più precisa, vai alla pagina Leggo: un mio commento potrebbe aiutarti.

 

Segnalo: il saggio Ermeneutica di Proust, di Maurizio Ferraris ci sollecita una riflessione su La Recherche. Un’opera, un intreccio di tessere che possono essere disposte in molti modi secondo una fittissima trama nella quale si muovono personaggi con una propria individualità e con qualità personali che stabiliscono relazioni, dunque alterazioni, costituiscono serie riproducibili, aprono su gruppi e galassie diverse, annullano identità che definiscono. Le chiavi interpretative sono in effetti mappe ermeneutiche per chi si è avventurato nel mare aperto della Recherche. Ecco qui interessanti spunti di lettura che Maurizio Ferrari ci offre con un linguaggio accessibile.

Certamente adatto S’è fatta ora, di Antonio Pascale che usa un registro ironico, pur parlando di cose serie: l’amore, il dolore, il lavoro, la politica. Un romanzo di formazione in prima persona. Riflessioni, dissertazioni a tu per tu, un libro che può essere gradevole.

Più impegnativo La condizione umana, di André Malraux libro controverso, che introduce i temi dell’incomunicabilità dell’uomo ambientato nella Cina pre-rivoluzionaria, quando le forze nazionaliste di Chiang Kai-shake e quelle comuniste erano alleate nel Kuomintang contro l’invasore giapponese.

Di tutt’altro segno, certo più contemporaneo L’incontro, di Michela Murgia, pirotecnica storia di scaramucce di tre ragazzini in una piccola e unita comunità della costa sarda che improvvisamente divampa sino a diventare un confitto tra due opposte fazioni a colpi di Salve Regina.

Commenti bastardi 2


John Dos Passos

Consigli per la lettura alla pagina Leggo.
Un John Dos Passos annata 1930 da gustare, meglio, da ammirare come un quadro di un pittore moderno dai colori sfolgoranti. Il mio commento (bastardo) è per Il 42° parallelo romanzo di formazione, sociale, collettivo, sperimentale, d’avanguardia, uno stile originale e attualissimo, insomma da leggere. L’altro libro da consigliare è un interessante Sardinia Hot Jazz,  di Claudio Loi, la nascita del jazz in Sardegna da Antonio Gramsci a Marcello Melis, il sottotitolo è promettente e vale l’interesse, e poi la biografia artistica dei suoi protagonisti – da non perdere, per gli appassionati e non solo.