Del Logudorese, del Campidanese, del Nuorese, del Gallurese, del Sassarese e infine dell’Algherese riporto i brani di alcune poesie nei rispettivi dialetti per segnalarne la diversità.
Inizio con due strofe del famoso canto contro il feudalesimo, pubblicato alla macchia in Corsica nel 1794 dal patriota di Ozieri Francesco Ignazio Mannu.
Il Logudorese ha marcato più di tutti la parlata volgare sarda. Grazia e scorrevolezza, risonanze di latino e spagnolo.
| Procurad’è moderare
barones, sa tirannia, chi si no’, pro vida mia torrades a pe’ in terra! Declarada è già sa gherra contra de sa prepotenzia, e cominza sa passienzia in su pobulu a mancare. ………………………… No apprettedas s’isprone a su poveru rinunziu, ai no in mesu caminu s’arrempellat appauradu; Minzi ch’es lanzu e cansadu e non de pode piusu; finalmente a fundu in susu s’imbastu nd’hat a bettare. |
Cercate di moderare,
baroni, la tirannia, che se no, per la vita mia, rimetterete piede in terra! dichiarata è già la guerra contro la prepotenza e comicia la pazienza nel popolo a mancare. ………………………… Non calcate lo sprone al povero ronzino, se no in mezzo al cammino si ribella impaurito; badate che è troppo magro e stanco e non ne può più; finalmente a fondo in su il basto potrà gettare. |
Propongo ora questa poesia in Campidanese dell’avvocato Cesare Saragat di Sanluri, morto a Cagliari (dove è sepolto) nel 1929, zio di colui che fu Presidente della Repubblica negli anni ’60/’70 del secolo scorso. Brano e traduzione sono di Francesco Alziator tratti da Testi campidanesi di poesie popolareggianti, a cura dello stesso Alziator. Suoni strascicati e lenti, contiene numerosi vocaboli di provenienza iberica. A Cagliari e provincia si fece largo uso dell’aragonese e del castigliano che ha temperato nel dialetto la severità del latino. Un uso della x pronunciata con il suono sg dolce e prolungato.
L’industria forestiera
| Su paru furisteri esti uni tiau!
de macchinas su mundu est alluprendi, su poburu messaiu hati spola; e macchinas de nou est’imbentendi, pe podi riprodusi e binu e trigu a su doppiu, a su triplu de s’antigu. ………………………….. Candu, in su tempu miu, ne s’agatada nè macchin’è messai nè de così, s’omini, mali o beni, s’arrangiada si prandiad’e si cenada dì po dì mentras cun su progressu e cun su lussu oi digiunant custu e crasi cussu. |
L’industria forestiera è una diavoleria!
Sta sommergendo il mondo di macchine, ha ridotto al verde il povero massaro; ed inventa ancora nuove macchine, per poter produrre e vino e grano al doppio e al triplo del passato. ………………………….. Quando ai miei tempi non c’erano macchine, nè per mietere, nè per cucire, la gente, bene o male, s’arrangiava e pranzava e cenava ogni giorno mentre con il progresso e con il lusso oggi digiuna questo e domani quello. |
Il Nuorese, variante del logudorese del tutto specifica, è tra quei dialetti che hanno concorso a formare il volgare sardo. Pronuncia gutturale, aspra e ricca di h aspirate alla maniera latina. Come del latino conserva ancora assonanze, parole e frasi. Linguaggio severo ed espressivo. Di seguito un esempio nel sonetto dialettale del poeta Sebastiano Satta:
Santa Maria
| Santa Maria ja est bella a Pasca ‘e aprile,
cando torran sas runchines dae mare; toccos de gloria e gridos d’allegria in cada nidu e cada campanile. Ma prus bella est a bider dae su jannile sas feminas issinde tott’impare artas e bellas, a passu signorile, chi paren santas foras de s’artare. Santas chi riden, santas chi’in zarminos (*) in bucca; e a chie las amat forte dant sas gratias e sanat sos dolores. Nè a tue, pro chi malo hapas ustinos, t’hana a mancare a cada mala sorte custos coros, Sardigna, e custos frores. |
Santa Maria, è bello a Pasqua in aprile
quando le rondini ritornano dal mare; rintocchi di gloria e d’allegria in ogni nido e in ogni campanile. Ma più bello è contemplare dalla soglia le donne che escono tutte insieme, alte e belle, con passo signorile, che sembrano sante fuori dall’altare. Sante che ridono, sante con gelsomini in bocca; e a chi le ama fortemente concedono grazie e risanano i dolori. nè a te, per avverso destino tu abbia, mancheranno in ogni sventura, questi cori, Sardegna, e questi fiori. |
(*) Zarminos letteralmente gelsomini, ma sono anche dolci a base d’uovo e quindi dello stesso colore e delicatezza dei gelsomini.
Questi che seguono sono mottetti in Gallurese di autore ignoto. In un territorio per lungo tempo dominato dai Pisani, l’influenza toscana è evidente: il linguaggio è dolce e più accessibile. I primi abitanti della Sardegna, provenienti dalla Corsica, si sono fermati prima a Santo Stefano e poi in Gallura dando vita al primo embrione della cultura sarda (i circoli di Arzachena).
| Non si poni irrisistì
chisti dui estremi folti: lu videtti è la me molti, lu no videtti è murì. Dunca, palchi la molti incontru in videtti o no voddu murì middi olti basta a videtti però: chi li to’ bedd’occhi so più d’amà che di timì. Tu dì chi mi professi amori, e veru no è; comu aggiu a credè a te si no’ credu a me matessi? Intendila, cussì è, l’amori nostri so’ vani, so comu l’alba la mani bugiu chi sta pal finì, luci chi pari e no’ è. |
Non si possono resistere
questi due estremi tormentosi: il vederti è la mia morte, il non vederti è morire. Dunque, poiché la morte incontro a vederti o no, voglio morire mille volte basta vederti però: chi i tuoi begli occhi sono più d’amare che da temere. Tu dici che mi professi amore, e vero non è; come posso credere a te se non credo a me stesso? Comprendi, così è, i nostri amori sono vani, sono come l’alba la mano buio che sta per finire, luce che sembra e non è. |
Del Sassarese una poesia di uno dei maggiori poeti, Pompeo Calvia. A differenza del Gallurese, questo è più duro, aspro, sanguigno, difficile a volte da comprendere e pronunziare, sebbene pur esso sia un prodotto tardivo, come il gallurese, della cultura toscana.
I Candelieri
| Li candareri farani in piazza
cun li vetti di rasu trimulendi, fattu fattu li borri cun la mazza e lu Sindaggu in mezzu, saluddendi. Tutti saluta senza distinzioni finza li banderetti di li vinu… arruglia lu tamburu di continu e lu piffaru sona li canzoni. Lu piffaru chi poni l’allegria e accompagna li setti cadaveri finz’a la janna di SAnta Maria. Inchiddà li in strazzani li vetti e zi l’entrani in gesgia più lizzeri in mezzu a li vaggiani e a li cuglietti. |
I candelieri scendono in piazza
con i nastri di raso tremolanti, appresso le guardie con la mazza e il Sindaco in mezzo che saluta. Tutti saluta senza distinzione persino le bandierine dei vinai… rulla il tamburo di continuo e il piffero suona le canzoni. Il piffero che mette l’allegria e accompagna i sette candelieri sino alla porta di Santa Maria. Là dentro gli strappano i nastri e li introducono in chiesa più leggeri in mezzo alle fanciulle e ai colletti (dei giovani). |
Per ciò che riguarda l’Algherese va detto che esso rappresenta un’isola linguistica di tutto rilievo. La distanza dalle sorgenti originarie del catalano algherese, il suo isolamento rispetto agli altri dialetti parlati nell’isola dai quali si distacca considerevolmente hanno finito per pietrificarlo e lo hanno sottratto a contaminazioni di parole nuove e frasi moderne cui, di converso, costringono gli scambi e i traffici con il resto del Continente europeo il catalano che si parla a Barcellona. Cosicché l’algherese anche oggi è ancora oggetto di attenzione da parte dei filologi spagnoli.
Questo che segue è un sonetto di un autore ignoto del XVIII secolo:
| Una rosa è vista l’altro maitì
tota del llet i sang pintirindda si no arribessi ama n’en l’accolli legu la vida mia fora acabada ni n’he vist, ni ne veruè que giressi le mon due mil voltas. A una cappella la vuldria pintar pe la veure almanco un’altra volta. Es morta la sua companyona, lu sol y la luna rais per l’incoronar: adios, regalate fins a demà. I de veura una cosa tanto bella ne restan ancantades la estrellas. |
Una rosa ho visto l’altra mattina
tutta spruzzata di latte e di sangue. Se non arrivassi a coglierla presto la mia vita sarebbe finita. Non ne ho visto nè vedrò anche se girassi il mondo due mila volte. In una cappella la vorrei dipingere per vederla almeno un’altra volta. E morta la sua compagna, il sole e la luna raggiano per incontrarla: addio, riguardati sino a domani. E di vedere una rosa tanto bella restano incantate le stelle. |
Ciao Marco: vedo con piacere che continui ad impegnarti nello scrivere sempre cose interessanti. E’ evidente che la sardità fa parte del tuo DNA e ti accompagna nella ricerca della tua identità più recondita: continua così.
Se mio padre riuscisse a ricordare bene il tutto ti farei avere il testo di alcune poesie in gallurese scritte da uno dei fratelli di mia nonna che, a mio giudizio,n on sono niente male.
Ti ringrazio per le parole che usi, l’incoraggiamento mi fa sempre bene. Se poi riuscissi a riesumare le poesie di cui parli, sarebbe veramente fantastico. Il blog guadagnerebbe in qualità e originalità di proposta. Grazie ancora e hasta luego.
Grazie, mi è piaciuto moltissimo il confronto fra le due lingue, ma, a prescindere, le piesie dèsono molto godibili. Grazie, per avermele mandate, ma continua.
Grazie Rosanna