
Prima pagina della Carta de Logu nell’edizione del 1711 a cura del convento di San Domenico in Cagliari, con commento del giurista Gerolamo Olives. La prima edizione di Madrid è del 1576. Il testo è in volgare sardo.
Le lunghe dominazioni cui la Sardegna è stata sottoposta a opera di popoli diversi da ogni parte del Mediterraneo e le derivanti divisioni hanno finito per originare entità etniche a sé stanti spesso separate da enormi e impervie distanze che le rendevano estranee le une alle altre. Ciò ha favorito il formarsi di una molteplicità di dialetti fra loro dissimili anche nell’ambito della stessa zona, e che al di fuori di questa risultano sovente incomprensibili.
Ciò spiega, in larga parte, perché i protosardi continuavano a non saper scrivere e perché la scrittura si diffonde in Sardegna con tanto ritardo, non essendosi manifestata l’utilità di esprimersi per iscritto in un modo che sarebbe stato incomprensibile nella maggior parte del territorio isolano. Ha sopperito per secoli il fenicio prima, il greco poi, ma soprattutto il latino. Come dimostra la stele votiva trilingue (forse per i molti dialetti che essi parlavano) ritrovata a Pauli Gerrei, proveniente da Nora e dedicata allo straniero Esculapio Merre, conservata nel museo nazionale di Torino.
La stele dice:
(in latino) – Cleon, servo dei soci salari (produttori e commercianti di sale), ha fatto dono volentieri a Esculapio Merre (straniero), che continua a elargire la grazia concessagli.
(in greco) – Cleon, servo dei salari, ha levato come dono a Esculapio Merre un altare secondo l’ordine del dio.
(in fenicio) – Al signore Eshmun Merre, l’altare di rame di cento libbre, che offrì per voto Cleon servo dei salari. Il Signore ha uditola sua voce e lo ha risanato. Nell’anno dei Sufeti (nome fenicio dei giudici) Himilkat e Abdeshmun f. di Himilk. (La data è circa il 180 a.c. e i Sufeti sono probabilmente i giudici di Cagliari.)
Non esiste documentazione di ciò che può essere stato l’uso del linguaggio nelle popolazioni sarde durante il periodo nuragico e a maggior ragione nel pre-nuragico. La scrittura e il volgare sardo si manifestano a partire dal periodo giudicale. Studiosi come il Wagner, il Devoto, il Migliorini, il Pollottino, il Cossu, il Bartoli e altri di scuola più recente sono arrivati alla conclusione che i dialetti della Sardegna possono essere raggruppati in cinque aggregati a ciascuno dei quali corrisponde una o più delle otto sotto-regioni in cui l’isola si suddivide. Come noto, questi dialetti principali sono: il Logudorese parlato nel Logudoro, nella Nurra, nel Goceano e nel Montiferru; il Campidanese nel Campidano, nella Marmilla, nella Trexenta, nel Gerrei, nel Sarrabus e nella Barbagia di Seui; il Nuorese nella Barbagia di Nuoro, che pur essendo di derivazione logudorese ne differisce in maniera sensibile; il Gallurese che è parlato in Gallura e in buona parte dell’Anglona; il Sassarese a Sassari, Sorso e Portotorres.
Logudorese, Campidanese e Nuorese sono gli antichi dialetti che costituiscono l’originario idioma sardo. Un idioma che, fra tutti gli idiomi romangi, ha mantenuto il suo carattere latino anche in relazione a ingredienti morfologici non confondibili con nessun altro, e che in virtù di tali elementi è riconosciuto da tutti i linguisti come una vera e propria lingua. Il Bartoli arriva a dire che il sardo è di gran lunga più caratteristico che il ladino e il franco-provenzale, è forse il più caratteristico fra gli idiomi neolatini.
Il gallurese e il sassarese acquistano rilievo più tardi attorno al 1600 per effetto dell’influenza della lingua toscana trasmessa dai Pisani e dai Corsi. Esistono poi due importanti isole alloglotte: Alghero che parla il catalano, Carloforte e Calasetta che adottano il genovese, come peraltro Stintino. Ad Arborea si parla veneto, a Fertilia il friulano.
–
In un’altra occasione, perché ci si possa formare meglio un’idea della diversità dei cinque dialetti fondamentali della Sardegna, daremo un esempio della poesia di ciascuno di essi. Per il momento piace riportare uno spunto dell’arch. Alan Batzella riguardo alcuni temi che afferiscono l’evoluzione del rapporto tra la lingua sarda e l’italiano come si è venuto a configurare nel corso storico.
–
Lingua Sarda e lingua Italiana di Alan Batzella, Cagliari 4 settembre 2011:
- “Prima della dominazione iberica, sotto i Giudicati, in Sardegna erano diffuse principalmente tre parlate neolatine: il Campidanese, il Logudorese e il Gallurese o Corsicano. I rapporti con l’Italia (Pisani e Genovesi) avvenivano per il tramite del latino, la lingua ufficiale degli atti pubblici. Con la cacciata dei Pisani da parte dei Catalano-Aragonesi (1326) inizia la dominazione iberica e la diffusione del Catalano come lingua ufficiale nella Sardegna meridionale e, successivamente, del Castigliano che lo soppianterà definitivamente. Con la sconfitta degli ultimi Giudici di Arborea, nel 1478, e il dominio totale della Spagna sulla Sardegna, il Castigliano diventerà la lingua ufficiale che coesisterà per altri trecento anni con le parlate tradizionali, contribuendo naturalmente alla loro evoluzione. Fino all’avvento dei Savoia, nel XVIII secolo, in Sardegna i ceti dominanti parleranno così lo Spagnolo, mentre i ceti popolari continueranno ad utilizzare le tre varianti del sardo sopra indicate. I Savoia, per quanto originariamente francofoni, avviarono l’italianizzazione dell’Isola per sradicarne l’uso del castigliano, fortemente consolidato e sostenuto soprattutto dal potente clero gesuita. E’ solo durante il XVIII secolo che la lingua italiana, non senza fatica, comincia a farsi largo, spesso introdotta con l’ausilio di pubblicazioni religiose o trattati di agraria in testi bilingue (Italiano-Sardo), oltre che con la riapertura delle Università di Cagliari e Sassari con docenti di lingua italiana. L’estirpazione dello spagnolo fu in misura notevole agevolata dalla soppressione, durata mezzo secolo, dell’ordine dei Gesuiti (favorevoli al Castigliano) e il maggior potere conseguito dagli Scolopi, più propensi alla diffusione dell’Italiano. E’ comunque tra la fine del XVIII secolo e il primo quarto del XIX che l’Italiano si sostituirà del tutto allo Spagnolo coesistendo con le tre parlate originarie, formate e sviluppate in totale autonomia e parallelamente al volgare italiano, si da non poterne essere considerate forme dialettali (se non con qualche eccezione per il Gallurese-Corsicano)… [vedi l'ampia sintesi in Italiano del lavoro di Amos Cardia: "S'Italianu in Sardinnia" ediz. ISKRA, Ghilarza 2006]” - (Alan Batzella Cagliari 4 settembre 2011)

