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14 gennaio 2012

La poesia e la pietra

di Marco Casula

Un sonetto del poeta Yves Bonnefoy (Tours, 1923) dedicato alla chiesa di San Giorgio Maggiore in Venezia dal titolo omonimo e dedicato al Palladio per la magnificenza della sua orma artistica, racchiude in sé un concetto che trovo appropriato riguardo a quella branca del sapere e dell’operare – l’architettura – arte che da Vitruvio in poi dà forma, a spazi fruibili e necessari per l’uomo.

Architetto, libera da questo sangue

La speranza che dice la forma nella pietra,

Il bene della luce è a tal prezzo.

L’architetto è un poeta la cui parola è pietra fatta luce, incanto di volumi nello spazio. Architettura insomma come promessa sempre disattesa, opera mai compiuta e in divenire e, come la poesia, disciplina e materia che stabilisce una relazione tra gli uomini e che fa degli spazi un luogo per l’essere.

È la cifra poetica di Bonnefoy, ritrovare la vicinanza primordiale delle cose con le parole, come nell’infanzia. 

Per noi, smascherare gli imbucati alla grande festa della parola.

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