Trilussate 4


 

 

 

 

 

C’è chi continua a scombiccherare versi 
e si adorna a mettere in distici la condizione umana.
Io, le mani penzoloni tra le ginocchia, guardo le braci.

Capitolo 4
pagine

 Albert e la discussione cor PadreEterno

Un giorno er Padreterno
se mise in discussione
con uno scenziato scelto pe’ la sua erudizzione.
-Tu che sei trapassato
Pieno di senescenza
hai lasciato formule con tanta competenza
che ancora te considerano,
questa è la verità
primo  Scienziato
Re della relatività.

Ma te devo dì, e qui che viene er  bello
che se devono lambiccà ancora ner cervello
per quella strana formula di C al secondo quadro
che moltiplica emme e che il risultato è vago.
Te faccio un esempio prattico
-je disse er PadreEterno -
Prenni Caino,  fallo super galattico
mannalo su ner cielo a visitar le stelle
e  quanno rientra s’a da trovvà  Abele
vecchio e rincoglionito
che pe’ il dispiacere neanche je fa la pelle ?

Ma ce li vedi tu i figli Eletti
che devono rifà la Bibbia
pe’ esse’ i prediletti ?
-Tu parli bbene
-je disse lo scienziato
-hai creato er monno e te sei disinteressato
mò c’è miseria, fame, disperazzione
manco te danno er mutuo
pe’ fa l’abitazzione.
A voja de pregarti che manco tu li ascorti,
forse s’aspetteno che li ripaghi i torti.
Io  gli ho dato questa formula pe’ dargli
‘na speranza che viaggiando veloci
superino la breccia delle stelle lontane
dove so’ sempre giovani e chi rimane invecchia.
Dove nun c’è paura de Paradiso o Inferno
e magari de  trovà
un artro Padreterno.-

-Ne ho fatto sì di errori
e questo te lo ammetto
ma fallo tu er monno magari anche perfetto
de atomi, neutroni, bosoni e che buriana
pe’ fallo anche veloce
manco una settimana !
E tu con quella formula ci hai messo cinquant’anni
va be’  io so’ Dio
ma tu, e  quant’affanni !
E poi è tutto lì ?
A voja de di’ a l’omo che po’ anda’ lontano
tanto come la vedo io
rimane sempre un nano.

(un poetastro manco romano de sa ruga ‘e s’incrastu)

 

 

Interludio


Profondità di campo

Profondità di campo

 

Ossidiana


Il Museo dell’ossidiana di Pau  vi invita a prendere parte alla serata inaugurale di Ossid_Azioni > 4, prevista sabato 13 dicembre p.v. alle ore 18.00.

Il quarto appuntamento ospiterà il fumetto Nausicaa. L’altra Odissea e i suoi due autori, lo scrittore Bepi Vigna, che interverrà alla serata, e il disegnatore Andrea Serio, presente con una selezione delle sue tavole illustrate tratte dal lavoro editoriale (Ed. Pavesio), originalmente ricucite nel percorso espositivo Andar per Mare, in mostra e in suggestivo dialogo con le sale del Museo dell’ossidiana fino alla data del 18 gennaio 2015.


L’associazione Menabò dal 2012 è responsabile della gestione e delle attività di promozione del Museo dell’ossidiana di Pau (OR).

Trilussata 3


Continua l’invereconda serie di trilussate
dell’anonimo facitore di versacci che per dovere
pubblichiamo, liberandoci tuttavia, lo ripeteremo
tutte le volte, da ogni responsabilità

Capitolo 3

L’assoluzione 

Un lupo, preso da rimorso
d’avvè magnato tanti agnelli,
decise de lascià la professione
e  pe’ monda’  li  peccati sui
annò in chiesa pe’ la confessione.
Dentro ar confessionale, quasi al buio
ce stava un prete mezzo appisolato
che de ascoltà le storie della ggente,
mentre che digeriva er  pasto,
la vojia ce l’avea manco pe’ gniente.
-Te calcolo la giusta assoluzione,
ma fa’ de prèscia che ho già tanti impegni,
dimme li tui peccati prestamente
e con quarche Padre Nostro e AveMaria
puoi diventà un bravo penitente .

Il lupo pe’ la paura d’esse’ riconosciuto,
stava lontano dar confessionale
straccagnàto  ner buio piu’ assoluto.
-Ho magnato un conijo a colazzione
ma so’ pentito pe’ ‘sta cattiva azione.
-E che sarà mai !, je disse er prete.
-Pur’io lo magno a pranzo e cena, artro che peccataccio!
me riempie de voija e de soddisfazzione,
-quarche gallina poi non la disdegno…-
continuò  er lupo,
-la carne era grassa ? Financo  per il Re è un cibo degno!

Allora er lupo,
sempre più confidente  s’ avvicinò ar prete cor rosario
ner buio più totale dietro un Santo
e nasconnennose er muso col breviario.
-Con li amici mìi  famo la gara a chi se piene sempre più la panza
paga er pegno chi se fa beccà dal proprietario;
forse pe’ questo me dai una penitenza ?-
-Embeh ! questo si è un peccatuccio;
ehi ! da dove arriva quest’aria infetidata ?
Te sai  riempì la panza caro mio
ma  te la puoi da’ quarche lavata ?
A parte questo, te confesso che invidio ‘sta bisbòccia,
Io so’ uno bbòno de forchetta,
se me fai venì alla prossima riunione,
se devi da morì, ma senza fretta,
te faccio sconto sull’estrema unzione.
Allora er lupo, mo’ che se sentiva piu’ ar sicuro
d’ avve’ tanta approvazione,
ingigantì le storie con quarche mìllantata
e se guadagnò la completa assoluzione.

Sepolto er pentimento, rassicurato e di nuovo in pista,
s’avvicinò gatton gattoni  ar gregge
pe’ rinfrancarsi un poco a quella vista.
Er pastore seguendo le mosse e  le intenzioni je disse:
– A bello,  se t’ avvicini un poco ar gregge mio
te sparo proprio in mezzo a li coijoni.
-E no! sta’ bbono, carmati per adesso
che  te racconto un po’ che mè successo:
so’ annato a confessare  li peccati
d’avvè magnato agnelli a più non posso
ma mentre me pentivo amaramente,
a li racconti miji,  pe’ l’acquolina,
ar prete je vieniva il fiato grosso;
de  prèscia se voleva unì  alla  libbaggione;
e la voi sentì n’a cosa ? che pe’ tutti li  peccati mii
m’ha dato la  totale assoluzione.

Il fronte rabbioso della lettura


LE CORREZIONI di Jonathan Franzen
Da bambino volevo diventare avvocato, giornalista o calciatore. La ragazzina cui facevo gli occhi dolci la vedevo bellissima, finché il primo giorno che le parlai non scoprii che era appena capace di servirsi di un linguaggio umano. Al catechismo mi parlavano di un dio vendicativo e all’oratorio segnavo molti gol; così, anziché andare a messa mi facevo due giri in autoscontro. Capii più tardi che non potevo aspirare a diventare un calciatore: non c’era partita, negli studi sapevo però che avrei fatto il liceo, e comunque era meglio prendersi il sicuro e diplomarsi chimico all’istituto industriale per iscrivermi infine a ingegneria. Eh sì, la vita è costellata di quotidiane correzioni di rotta: un’amica se ne andò per la sua strada e non la dimenticai, un amico si allontanò e non capii mai perché. Poi, le cose si sono molto complicate. Ho studiato scienze politiche, ingegnere chimico era troppo: giurisprudenza no, avevo abbandonato l’idea dell’avvocato. Giornalista, neppure: non sapevo da che parte iniziare, ma fotoreporter sì, poteva starci, ma mica era semplice. Si potrebbe dire: credevo fosse amore, e invece era un calesse. Che fare allora della nostra quotidiana imperfetta presenza in questo luogo, un punto nell’immenso tutto, che ci obbliga a correggere i nostri piccoli o grandi fallimenti?
No, si è capito: non è il romanzo di Franzen. Ma potrebbe esserlo. Le correzioni sono quelle che facciamo sempre e che noi assegnamo alla vita di tutti i giorni. Una vita che accumula errori, delusioni e frustrazioni da abbandonare. Sicché i Lambert siamo noi in una qualunque parte del mondo: il padre Alfred che rifiuta la sua regressione senile, la madre Enid ansiogena e apprensiva e i tre figli Gary, Denise e Chip.
Enid, delusa dal suo matrimonio, cerca di raggiungere uno stato illusorio di felicità riunendo tutta la famiglia per un ultimo grande Natale. Un desiderio talmente ossessivo che non può sottrarsi all’obbligo, per lei impellente, di applicare le sue correzioni alle relazioni umane. Ma anche, e soprattutto, a quelle familiari. Si accorge che le cose non vanno tanto bene per i figli: Gary, dirigente di banca, in preda a una latente depressione e a una moglie infantile; Denise, donna di successo, dalla vita disordinata; Chip ha perso un posto all’università per comportamento sessuale scorretto. E infine c’è il marito Alfred, vittima di un Parkinson che vuole ignorare. Tutti sembrano vivere la loro vita fuori misura e dal giusto che deve essere corretto rispetto ai canoni del buon americano medio.
Lo spazio narrativo è costellato di tematiche: i vecchi e sani principi dei padri ipocriti e quelli confusi e discutibili del dio denaro e dell’egoismo dei figli; dell’avidità dei potentati economici, al ruolo perverso dei mass- media. Non si risparmia Franzen. Non è dunque tanto nascosta la sua critica alla società di oggi con i suoi incerti e dubbi valori. Affiora in quella prosa caustica, l’ampia visione d’insieme e la leggerezza, l’umanità di uno sguardo disincantato  che ce la fa riconoscere come appartenente alla nostra percezione. Esuberante.

Primo Fiore in Siebenkäs


Johann Paul Friedrich Richter (1763 – 1825)

Ho percorso i mondi, sono salito sui soli e ho volato per le vie lattee per i deserti del cielo; ma non esiste alcun dio. Sono disceso fin dove l’essere proietta le sue ombre, ho guardato nell’abisso e ho chiamato: Padre dove sei?,

ma mi ha risposto solo l’eterna tempesta che nessuno governa e lo scintillante arcobaleno degli esseri si levava sopra l’abisso senza un sole che l’avesse creato e colava goccia a goccia.

E quando il mio sguardo si levò verso il mondo infinito alla ricerca dell’occhio divino, il mondo mi fissò con un’orbita vuota e sfondata; e l’eternità giaceva sul caos e rimasticava se stessa. Gridate ancora note discordanti, distruggete le ombre, perché egli non esiste!

Verso a Trilussa n° 2


Secondo capitolo delle trilussate firmate da un poetastro casteddaio che si ostina a restare anonimo. Spacciate in un romanesco più peracottaro che verace, me ne dissocio e prendo le distanze (come peraltro mi affrettai a dichiarare all’esordio di questa squallida saga satirica… della stessa satira). Riparerò, in qualche modo, promettendo  la prossima pubblicazione di una sezione apposta dedicata a Trilussa di alcune sue poesie. Quelle vere. Le autentiche poesie di  Carlo Alberto Salustri, al secolo Trilussa  – tratte dal Libro N. 9 – Le cose, la gente. 

 

Capitolo 2

L’umana rieducazzione

Un’orso, un ciùco, un cacciatore
se ritròveno davanti ar Padreterno
oramai passati a mejio vita
pe’ finì  in paradiso o giù all’inferno.
– Li peccatucci vostri? Sciorinate,
apposta stò a sentirve, e se la pena è pesante
poi,  nun ve lagnate, che colpe so’ le vostre e nun le mie
e che nun serve a gniènte che piagniàte.
Cominci  er ciùco con la confessione
e fai de prèscia  perché de Dio ho da fa’ la professione.

- Io sono ciùco e con gran fatìca
stavo da tirà il caroccio  della legna
in su per la ripida salìta,
er  bìschero in cassetta me bbrucciava la pelle cor bastone
e nun me potevo da lagnà,
perché  il padrone è sempre il mio padrone.
Ma io da ciùco me sono domandato,
ma val la pena questa vita pe’ un poco de fieno
co’ tutta  quanta sta fatica?
E voi sapè che ho fatto?
ho ribartato er carro con bìschero e legname
finaché  da ‘sto inferno me so’ liberato,
e peggio di com’era non sarà
se ce devo da tornà per ‘sto peccato.

- Io so’ cacciatore e me ne vanto,
e se  questa era veramente l’intenzione
le bestie le hai create a mio consumo,
non so’  in cima alla catena dell’alimentazione?
E allora addove  stà er  peccato?
Pe’ quarche orso o cervo malandato
che nun chiedev’ artro de esse’  sparacchiato?
C’aveveno li piccoli?
e che sarà mai! Se devon’ da sveltì
e basta da pensà che sono cuccioli!
– O  omo screanzato, jie disse l’orso.
– Quella era tera mia, quello il mio ambiente
tu sei l’abbusivo, spari e uccidi anche pe’ gniente.

Er Divino trattenne uno sbadiglio,
strapazzò un orecchio dell’umano
e jie disse come se fosse er fjio :
– Ho fatto male,
creare il ciùco ciùco, l’orso orso,
e fètente ‘stò fètente.
Sto meditando che intanto gli animali
so’ mejio de voi umani questo è evidente,
ma so’ ancora in tempo  pè sanà ‘sti mali :
il ciùco lo rimando sulla tera a occuparsi de polittica
così se potrà  fà li cazzi sua
e finalmente scansa’ ogni giorno la fatica;
L’orso pure lo rimando sulla tera
a finire de campà con le creature sue lontano dalla ggente,
‘sto infàme lo butto ner  fònno der girone
a spala’ la  merda dei dannati
tanto è fètente e rimarrà fètente.

- Io  di peccati Io nun ne ho fatto,- jie disse l’orso.
Ho da farte  una semplice preghiera
visto che ho ancora quarche credito a rimborso.
Come sai sèmo una razza in estinzione,
e forse a l’omo potremmo pure fa’
la cosiddetta rieducazzione:
mandalo sulla tèra a farme compagnia,
me pò fa’ cardo nelli lunghi inverni,
ce strigneremo assieme stretti stretti
e  quanno, ner bbujio della grotta,
(e  magari  l’omo non disdegna, )
ce faremo scappà anche la  botta.