Ai confini del romanzo storico Rita Charbonnier

di Rita Charbonnier
Edizioni Piemme
Pag. 336 – € 17,50
Elsa, una ventenne affetta da isteria, si ritrova a interpretare il ruolo di Anita Garibaldi in una pièce teatrale e si convince di esserne la reincarnazione. Rinchiusa in manicomio, viene presa in cura da uno psichiatra che la ascolta e la asseconda. La follia di Elsa finirà per rivelarsi molto più saggia del contesto autoritario e repressivo nel quale la ragazza era costretta a vivere. Una fuga, l’unico modo per salvarsi.
Elsa non si è mai sentita parte della sua famiglia. Forse perché è una ragazza difficile, fragile; almeno questo è ciò che le hanno sempre detto. Troppo timida e debole di nervi rispetto a loro, gli eredi risoluti e arroganti di una delle famiglie più in vista della Roma fascista.
Fino ai vent’anni Elsa ha seguito il volere del padre e della zia, facendo sempre ciò che ci si aspettava da lei, anche quando si trattava di esporsi alla derisione e allo scherno, salendo sul palco di un teatro per interpretare il ruolo di Anita Garibaldi in un’orribile pièce voluta dal regime. Non ha mai desiderato fare l’attrice, essere al centro dell’attenzione la terrorizza, ma si è dovuta piegare a un’idea del padre, che vede nella recitazione un modo per risolvere il suo “piccolo difetto di pronuncia”, così lo chiamano in famiglia.
Tuttavia, proprio grazie al teatro, e al personaggio di Anita, Elsa scopre una se stessa che non pensava esistesse. L’incontro con quella donna impavida la cambia nel profondo. Anita è tutto ciò che lei non è mai stata, ma Elsa sente che tra loro c’è un legame. Ogni notte abbandona le proprie insicurezze per diventare l’eroina dei due mondi. Grazie a quei sogni si trasforma e comincia a fare cose che non aveva mai fatto: scappa di casa, cammina scalza per le strade di Roma e grida tutto il dolore che ha racchiuso in sé per troppo tempo.
Per la sua famiglia, però, questo non è accettabile. La ragazza deve essere allontanata, perché le sue non sono più stramberie: è pazza, e potrebbe rovinarli. Nell’ospedale svizzero in cui viene rinchiusa, Elsa scopre le sbarre, il torpore malsano dei medicinali e l’assenza di libertà, ma riesce anche a individuare, grazie all’aiuto di un giovane medico, il segreto familiare che è alla base della sua sofferenza. Attraverso la terapia si libererà dall’oppressione, troverà se stessa e forse anche quell’amore che da sempre le è stato negato.
Si sentì abbrancare dalle spalle. Qualcuno le tappò la bocca con una mano. Furiosa, tirò calci, pugni e ceffoni, strinse i denti e avvertì sulla lingua un sapore dolciastro. Le chiusero la testa in un cappuccio, la sollevarono di peso e la sdraiarono a terra; qualcuno le sedette sulle gambe. Avvertì il pizzicore di una puntura e poi più nulla.
Lo scherzo di Nandino
Pastore vita dura
maschera e faccia scura,
l’operaio sputa al padrone
la puttana al pappone,
sfrecciano i cinghiali
mettiti gli occhiali
non sanno chi li aspetta
in fila, in fretta in fretta,
domani caccia grossa
e poi
silenzio,
è arrivato col torrone
da istiritta con bobore
tzia menighedda e don gallisay
tu non sai cosa farai,
il bambino non è capretto,
i campanacci,
il rito dei morti
a febbraio a terra contorti,
la tavola imbandita
si festeggia santa Rita,
il sapore del primo vino
affoga nel Cedrino,
arrampicata sull’acacia
fico d’india d’estate s’accascia,
poi silenzio,
tutto torna.
Biddio.
Oggi si legge
Visconti, lettore di Proust di Peter Kravanja
Un lato poco conosciuto, che ci guida su aspetti della formazione intellettuale del grande cineasta e che ne segneranno il percorso, sino all’ultima fatica del 1976 (L’innocente) che fu anche l’anno della sua scomparsa. Leggere Proust significa, in ultima analisi, capire Visconti.
Un breve commento vai alla pagina LEGGO del blog
Per il giorno della memoria
IN USCITA PER I TIPI DELLA LEONE EDITORE
EBREO di D.O. Dodd
«Si fece largo tra i corpi che lo schiacciavano con il loro peso sgradevole, sempre trattenendo il respiro, e allo stesso tempo si sforzò di raggiungere un punto più alto con la mano sinistra, facendo scorrere le dita sulla superficie fredda di ciascun cadavere, con tutte le proprie forze.»
Svegliarsi in una fossa comune, ritrovarsi in un campo di concentramento e uccidere per fuggire: è la vita reale o solo il più terribile degli incubi?
L’uomo non lo sa, ma per sopravvivere dovrà farsi carnefice da vittima, aguzzino da perseguitato, Caino da Abele.
In un equilibrio instabile tra Bene e Male ogni uomo deve scegliere, anche quando le alternative sono entrambe criminali.
Un romanzo duro, secco e agghiacciante, ambientato in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, ma che rimanda inequivocabilmente a ciò che di più antico e terribile la storia ci ha tramandato: un essere umano che uccide suo fratello.
Una parabola nera che ancora oggi affonda le sue sinistre radici nella realtà, in Medio Oriente, come in Africa.
Sempre Proust

Nel primo volume della Recherche – Combray – la dissacrazione dell’infanzia racconta la disperazione, lo scetticismo e la disillusione per una vita perduta che, con un prodigioso parto retrospettivo, sarà ricordata via via nei volumi che seguiranno. Un percorso di sofferenza, un dolore – un flusso nel tempo e nel ricordo – che può essere redento con la vocazione. Ma per arrivare a questo passo il tragitto sarà ancora di sofferenza.
È arcinoto l’episodio della petite maddlaine, riportato sulle pagine del primo volume, ove il Narratore racconta come egli abbia scoperto quella che chiama memoria involontaria, allorquando, da giovane, un giorno d’inverno la madre, vedendolo infreddolito al suo ritorno a casa, gli propone, contrariamente alle sue abitudini, di assaporare “uno di quei dolci corti e paffuti che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una cappasanta”. Quel sapore, trattenuto a lungo nel palato insieme al profumo del tè, provoca in lui un’emozione talmente forte che smette di sentirsi “mediocre, contingente, mortale. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa”. Una gioia potente, legata al profumo del tè e al sapore del dolce, ma che lo supera infinitamente, non condividendone la natura. Una cognizione ignota che non adduce alcuna prova logica, se non l’evidenza della sua felicità. Sicché il palpitare di quell’immagine, il ricordo visivo legato a quel sapore, pur sforzandosi di seguirlo, è troppo distante per essere colto; quell’istante remoto ha saputo evocare i sensi dell’olfatto e del gusto. Un profumo che non parla, non spiega di quale epoca del passato si tratta, il ricordo non riesce a raggiungere la superficie della sua coscienza.
Affiorano in tutte le pagine di quest’opera le ambigue valenze simboliche che mettono in movimento le più profonde ossessioni, la funzione castratrice della madre edipica, allorquando proibisce al giovane Narratore di comperare e assaggiare alcuni confetti, simbolo di un erotismo anale con richiami all’omosessualità. E in un’altra occasione sulla strada per Méséglise il Narratore assiste attraverso la finestra socchiusa a una scena erotica tra due donne. Egli osserva una serie di preliminari durante i quali ciascuna recita una parte prefissata: la più giovane quella della vittima affascinata e riluttante, l’altra quella della dominatrice brutale e perversa più per appagare le aspettative dell’altra che per soddisfare il proprio istinto. Il rituale culmina nella profanazione della figura paterna: alla ragazza che finge di voler togliere il ritratto del padre prima di abbandonarsi sul divano con l’amica, costei replica secondo un copione collaudato, insultando la memoria del padre e dicendosi pronta a sputare sul ritratto. Episodio questo che anticipa la tragedia che lo consacrerà carnefice dell’amata Albertine diversi anni dopo, allorché a costei sfuggirà detto di essere l’amante di una delle due donne protagoniste della scena erotica cui aveva assistito. Sulle prime tuttavia il Narratore sarà indotto a riflettere sul sadismo: ma in un sadismo di questo tipo non può che esserci una natura buona e sentimentale tale da concepire il piacere sessuale solo come un privilegio dei cattivi e da non riuscire a trovare in sé l’unica vera forma di crudeltà: l’indifferenza alle sofferenze che procuriamo agli altri.
All’ombra delle fanciulle in fiore è fase della giovinezza altra del passato perduto del Narratore. Le vacanze a Balbec (Cabourg), località dal nome inventato, ma vero: è l’apparizione della piccola banda di fanciulle, il cui profilo si staglia sullo sfondo delle montagne azzurre. È questo il passaggio (spiato) di Albertine e delle sue amiche, un’apparizione, come fossero uccelli migratori posatisi sulla spiaggia, è l’incontro con la grazia, la bellezza e la trasgressione, è l’inizio del suo grande amore con Albertine. E i ricordi d’amore sono proprio quelli che rispondono alle leggi generali della memoria regolate dall’abitudine. L’abitudine affievolisce tutto, anche la memoria. La parte migliore della memoria è fuori di noi, in un soffio piovoso, nell’odore chiuso di una stanza: meglio, è dentro di noi, ma sottratta ai nostri stessi sguardi, immersa nell’oblio più o meno prolungato, sicché quel che ci ricorda una persona è, paradossalmente, quel che avevamo dimenticato di lei. Di contro, la cessazione dell’abitudine, una delle figure allusive chiave dunque della tematica proustiana, fa accorrere le facoltà assopite, la respirazione, l’appetito, la fantasia, la sensibilità. L’assolata Balbec e gli amori adolescenziali delle fanciulle in fiore accarezzano il tema dell’omosessualità che saranno poi ripresi nei successivi volumi di Sodoma e Gomorra. Qui spesso i personaggi che s’incontrano fanno riferimento a modelli che il Narratore associa a figure di sesso opposto, così disegnando una trama sotterranea di allusioni all’ambiguità sessuale. Ma il mondo idilliaco delle fanciulle in fiore è solo un’apparenza, un’illusione, poiché anch’esso attraversato dal sospetto di un vizio segreto, disvelato secondo i segni di una seminascosta ambiguità bisessuale e omosessuale che traspare dall’intreccio dei riferimenti letterari e delle citazioni presenti nelle pagine della Recherche.
Nella trilogia cui Proust ispirerà il romanzo (l’età dei nomi, l’età delle parole, l’età delle cose), Sodoma e Gomorra è il volume dedicato al disincanto dei nomi, all’omosessualità e all’inversione, il lato oscuro delle passioni e del bel mondo che egli frequenta. La disillusione dei nomi è la fase della scoperta della loro misera sostanza in una ripetitività sconfortante e sconsolata: agisce un tempo che svuota di vita i nomi, imbruttendoli come la vecchiaia. Al tempo che trasfigura i nomi aristocratici si oppone il contrattempo che ci disillude dei nomi di luogo. Allo stesso modo, Proust utilizza il mondo floreale con le sue specie e sottospecie, le sue complicate congiunzioni legittime e illegittime, accostandole ironicamente alle diverse espressioni della passione omosessuale.
Il volume è la parte più romanzesca della Recherche, le citazioni letterarie hanno avuto sin qui una rilevanza forte, a partire cioè dal primo volume – non se ne capirebbe il senso senza il conforto di un robusto apparato di note e di riferimenti puntuali. Quasi per controbilanciare una narrazione tutta concentrata nell’illusione positiva dell’integrità degli affetti familiari, della favorevole influenza dello spirito di Combray: la natura, le cattedrali, l’infanzia, la nonna. La scoperta di Sodoma imprime una svolta, giacché il male è apparso, L’amore edipico per la madre o per il suo riflesso, la nonna, quello di un giovane per il suo amico e quello di un uomo per la sua compagna sono posti sullo stesso piano. Gomorra ha illuminato coi suoi raggi sulfurei il rapporto malato tra il Narratore e Albertine, una relazione senza sentimento, l’incapacità di amare del Narratore (le donne che ho amate di più non coincidono mai col mio amore per loro), in ultima analisi, un rapporto asservito alla menzogna, esclusivamente sensuale, e di una sensualità tuttavia infantile, dominata dal senso di colpa. Senza anticipare temi che saranno propri dei successivi volumi della Prigioniera e della Fuggitiva, qui basta aggiungere che i riferimenti culturali, da questo momento in poi, cambieranno di segno per riequilibrare l’assenza di palpiti affettivi tra i due amanti. Predominerà l’autoflagellazione psicologica, che avvicina il Narratore a un personaggio di Dostojevski. L’accettazione della propria colpa e la trasformazione del dolore in vocazione sarà la misura narrativa che informerà l’opera da qui in avanti.
La poesia e la pietra

Un sonetto del poeta Yves Bonnefoy (Tours, 1923) dedicato alla chiesa di San Giorgio Maggiore in Venezia dal titolo omonimo e dedicato al Palladio per la magnificenza della sua orma artistica, racchiude in sé un concetto che trovo appropriato riguardo a quella branca del sapere e dell’operare – l’architettura – arte che da Vitruvio in poi dà forma, a spazi fruibili e necessari per l’uomo.
…
Architetto, libera da questo sangue
La speranza che dice la forma nella pietra,
Il bene della luce è a tal prezzo.
L’architetto è un poeta la cui parola è pietra fatta luce, incanto di volumi nello spazio. Architettura insomma come promessa sempre disattesa, opera mai compiuta e in divenire e, come la poesia, disciplina e materia che stabilisce una relazione tra gli uomini e che fa degli spazi un luogo per l’essere.
È la cifra poetica di Bonnefoy, ritrovare la vicinanza primordiale delle cose con le parole, come nell’infanzia.
Per noi, smascherare gli imbucati alla grande festa della parola.
Leggere Proust

La poetica di Proust si perde nel Tempo Storico, non chiedete all’autore di costruire un’opera nel Tempo sociale. Egli rivela nel Tempo Interiore tutta la tematica della memoria, dei sentimenti, dei sensi. Che in lui ci fosse una sorta di spocchia classista, un sapore snob e un lasciarsi andare al nichilismo è facile pensarlo. Peraltro i suoi personaggi, immersi quasi tutti negli ambienti aristocratici del faubourg-St.Germain da lui frequentati, vivono infelicemente, come lui, di ozio e rendita.
I ricordi, la memoria e la scoperta delle proprie emozioni sono dunque tratti distintivi, direi più moderni della Recherche. Per far questo egli mette in scena un narratore presente, ma estraneo (nel senso dello straniamento) ove l’autore rivisita la propria adolescenza a Combray-Illiers, o dà risalto ai propri desideri inappagati. Così è con riguardo alla sua esaltazione per la natura, pagine sublimi che la descrivono, per contrastare l’attitudine dandy di cui sopra largamente praticata, seguendo l’insegnamento del suo maestro Ruskin che invitava di andare verso la natura, senza scegliere, senza disprezzare, senza rifiutare, con semplicità di cuore. Sicché una rivalutazione della semplicità di cuore in Proust sembrerebbe proiettata verso una dimensione più largamente umana e più ambiziosa della scrittura, cioè verso il grande romanzo dell’anima e della storia, un’ambizione quanto meno ambigua, lui, scrittore anti-realista per riconosciuta ma mai tanto arrischiata definizione, lontano da un Balzac, che pure ammirava, quanto da un Tostoj o un Goethe.
A parte questo, la Recherche rimane un magistrale tentativo di descrivere la vita. L’autore adopera chiavi allusive e modelli per legittimare il racconto: sotto traccia sono le fonti storiche, i miti, il rovesciamento di situazioni reali, lo scambio di sesso.
Ma di cosa parliamo dunque: di un uomo o di un’opera? E perché chiamarla Alla Ricerca del Tempo Perduto? Il fatto è molto singolare, in effetti. Nel caso di Proust ci troviamo di fronte a un uomo che si è risolto del tutto nella sua opera, come se la sua vita fosse stata assorbita interamente da questo libro che ha voluto titolare in quel modo, quasi non fosse neppure un romanzo. Per dare ragione di ciò, mi viene in soccorso ancora una volta la citazione riportata nell’apparato di note all’edizione dei Meridiani di Mondadori di John Ruskin il quale consigliava al lettore che voleva davvero entrare nel pensiero di un romanziere di domandarsi: sono disposto a lavorare come un minatore?
Se per entrare nell’essenza intima del romanziere il lettore deve calarsi nella parte di un minatore, lo scrittore Proust deve però lavorare come un archeologo, ossia come colui che recupera il passato, tutto il tempo che è andato perso. Per far questo rompe gli schemi correnti, dilata gli ambienti e le trame, opera una frammentazione delle situazioni, la storia è privata dei classici confini, spoglia i personaggi di ogni orpello romantico e interviene su di essi nel tessuto narrativo con un processo di stratificazione, una lenta discesa nelle regioni più profonde dell’inconscio dove lavora senza posa l’oblio dei desideri amorosi, i ricordi dell’infanzia avvolti nelle fitte tenebre, i sogni e gli incubi che teniamo rinchiusi in una gabbietta per sorci. Il passato è nelle citazioni a volte palesi, altre nascoste, spesso è negli innumerevoli riferimenti artistici o culturali. Così il gioco della citazione-profezia è l’uso prospettico che disvela un vizio segreto o sepolto sotto un riferimento o un confronto con il passato.
Freddo e nebbia
Freddo e nebbia è un racconto breve di una cartella e mezzo terzo classificato al Concorso Opere d’Autore 2011/2012 di Sanremo
Freddo e nebbia. Mi fischiano le orecchie tra ombre e suono di tamburi. Cammino per la città, non mi chiedo conto di cosa stia capitando. Tamburi, ancora suono di tamburi, tamburi che bucano i timpani e uno stridio di freni di un’auto in corsa. Sono senza fiato, non respiro, la nebbia confonde ciò che sta attorno. Succede qualcosa e tu sai cos’è, vero mia signora? Mi attorciglio come un cavatappi, mi accovaccio ai bordi di un marciapiede, sento un ronzio intenso, freddo e nebbia e nebbia e sabbia, tanta sabbia, un gabbiano lacerato sulla sabbia. Parole mi assillano mi assillano parole mi assillano mi assillano chiare, chiare sono chiare sul vetro del mio freddo. Fanno nascere l’attesa dove mi son perduto. Rassicura il tuo respiro sulle mie labbra. Fammi visita ogni notte ti prego ogni notte il tuo respiro, il tuo respiro accanto al mio esaudisce il desiderio. Ti offro una sigaretta. Sì lo so, scusa, non fumi, lo faccio per abitudine.
Ti dico sinceramente che se fossi sposato con te avrei bambini tanti bambini, e se avessi bambini tanti bambini sarei padre, e se fossi padre direi loro quello che i bravi bambini tanti bravi bambini devono fare. È strano come tu possa addormentarti, e come possa piangere, e come possa startene da sola, e come tutti sappiano quello che fai e quello che non fai. Nessuno sa però che stanotte ti ho cercato, e sei stata accanto a me. Come ogni giorno e come ogni notte come sempre le mie cortigianerie di venditore da quattro soldi ti hanno persuaso. Tu pensavi di andare in qualche altro posto ma sapevi che ti avrei chiamato. Avresti guardato dalla mia parte e concluso che ero un tipo interessante. Sono uno che si accontenta, un tuo respiro sulle labbra, non pretende tanto, poche briciole di tramonti da guardare, adularti adularti come ami tu. Tu che sai velarmi gli occhi col bagliore di qualche stella disponibile. È così, quando l’alba s’incrudisce sui vetri e colori il mio distacco, sgombri il mio sguardo che non conosce la notte, parole che mi assillano.
No, non andar subito via, soltanto un paio d’ore da consumarsi accanto. Soltanto un paio d’ore, un paio d’ore soltanto. Poi non ti cercherò. Fuggirò, lo prometto, in una stanza bianca, fuggirò da questa nebbia, fuggirò dal suono dei tamburi e dallo stridio dei freni di un’auto in corsa. E dalle parole che non trovo tra le crepe di questo marciapiede. Proverò a camminare, sì a camminare. A camminare per i sentieri nudi del desiderio, camminare nudo per trovare un uomo libero, me ne starò lontano, e lasciarti nell’intimità di un’attesa. Ti lascerò, prometto: lo farò. Anche se ho mani gambe e piedi inchiodati a questo marciapiede, io fuggirò fuggirò in una stanza bianca da questo freddo e da questa maledetta nebbia. Mi alzerò e griderò. È impossibile gridare tra queste mura mute intonacate come il mare confuso alla sabbia. Alzarsi e fuggire da questo fischio acuto che buca i timpani, soffocherò il suono dei tamburi che non dà pace. Lo so, non sarà facile liberarmi di te, la tua tinta è sangue e sangue sono le tue promesse che si affacciano sulle sponde del mare e ritornano e mi implorano e mi chiamano, se chiamarmi è promettere. Sii sincera per una volta, e lascia che più non chiami con parole che mi assillano parole chiare che mi assillano. Lascia, illusione, che mi scordi per una volta delle tue braccia; che possa dire: era giorno di parole, fu giorno di freddo e nebbia.
Dalla parte di Proust
Perché Proust? Di cosa parliamo quando parliamo di Proust? La domanda non è un artifizio retorico, un pretesto qualunque per parlar d’altro. Si vuole capire l’essenza della sua opera e quant’è vero, se è vero, ciò che lo scrittore ha significato nella storia delle idee del nostro Paese, quella che Carlo Bo, nella sua prefazione all’edizione dei Meridiani della Mondadori chiama la nozione Proust. Questo può, in certa misura, spiegare l’interesse per un autore che, partito per raccontare l’esperienza della propria vita, ci conduce forse inconsapevolmente a viaggiare su altri domini. Non desti dunque meraviglia se, di fatto, sono stato preda, non tanto della sua finissima e sinuosa prosa, e dunque del romanzo in sé, quanto del fascino di un testo che si presta a essere lavoro di esegesi filosofico letteraria dell’esistenza.
L’autore della Recherche in sette volumi, duemila trecento pagine è riuscito a creare un romanzo esteso su quattordici anni, un mostro per dirmi che la vita è un presente che fugge, passa e se ne va. E quando se ne va, tutto è perduto per sempre. Per recuperarlo (il tempo, e dunque la vita) non rimane che la scrittura. Un’idea di salvazione e redenzione molto vicina alla mia esperienza di scrittura, fatto salvo ogni improponibile paragone. Questo è il dato che fa di Proust, a mio avviso, il più moderno fra gli scrittori contemporanei, e della Recherche un’opera impregnata di modernità. Al pari di Gertrude Stein egli ha segnato il novecento letterario, di certo in una posizione d’avanguardia e pietra miliare della cultura europea. Egli è arrivato a costruire con la sua opera un testo labirintico, mostruoso, gigantesco, abitato da una folla di personaggi più o meno importanti con un solo protagonista: l’autore. Ed è tutto affatto originale questo rapporto tra l’autore Proust e il Narratore della Recherche. Il suo è un autobiografismo indiretto, trasposto, sotterraneo come se tra realtà e finzione della realtà (la scrittura) e sogno non ci sia linea di demarcazione netta come tra luce e ombra, sicché l’autore sta al narratore come il narratore stesso sta ai suoi personaggi: ciò che interessa infatti non è la realtà in quanto tale, ma il tragico della condizione umana.
Perché dunque un interesse così specifico per Proust? A mio parere una prima, ma non l’unica possibile, e forse nemmeno la più importante risposta, risiede nel fatto che con la Recherche si spiega come e perché egli sia diventato uno scrittore. Come tutti gli scrittori coltivava un sogno: aveva capito che mettere ordine alle parole con la sintassi significava mettere ordine al mondo che lo circondava, e che se non ottemperava a questa missione nel modo a lui più congeniale, la vita l’avrebbe sovrastato. Chi scrive è costretto a dare ordine al caos del mondo reale così come si presenta a lui, ossia disposto in modo disordinato, senza una gerarchia precisa. Come l’architetto crea dalle macerie una città, o il medico ricuce le ferite, così lo scrittore mette ogni cosa o e ogni personaggio al suo posto. Ciò ha fatto dire a molti che Proust ha concepito la costruzione della sua opera proprio come una delle sue cattedrale gotiche, quelle che ammirava tanto e che non si risparmiava di descrivere con dovizia di dettagli. Già il primo volume, Dalla parte di Swann, presenta una cifra stilistica che si riproduce per tutta l’opera. È l’influsso che su di lui ha esercitato John Ruskin (poeta, scrittore, critico d’arte inglese) del quale ha tradotto una delle sue opere maggiori: La Bibbia d’Amiens, che chiama, appunto, bibbia le sculture sulla facciata occidentale della cattedrale di Amiens, destinata a illustrare al popolo illetterato la storia sacra. 
Di converso, Proust, anche attraverso l’uso dominante della metafora nella sua personale gerarchia stilistica, costruisce un’impalcatura gigantesca che non ha eguali. Allo stesso modo, in tante sezioni del romanzo sono ossessivi i richiami, i riferimenti (nascosti o palesi) all’arte medica e alla scienza.
Per rendersi conto di ciò occorre partire dal rapporto irrisolto con il padre, medico insigne e, per riflesso, con la scienza, atteso che l’inizio del novecento è il contesto sociale, storico e culturale nel quale prendono piede le teorie positiviste, si affermano le neuro scienze, la psicoanalisi, le scienze sociali, profondo è il dibattito filosofico attorno al concetto di tempo; Einstein elabora la teoria della relatività e Bergson, che pur essendo un filosofo è onorato di un Nobel per la letteratura, parla di Tempo Interiore, Tempo Esteriore e Flusso di coscienza, concetti che saranno ripresi in letteratura, primi fra tutti, da James Joyce e Virginia Woolf.
Eppure, come si diceva, la Recherche non sembra nient’altro che la cronaca di avvenimenti della vita del Narratore ricavati dal ricordo. Nelle intenzioni di Proust la struttura circolare dell’opera doveva riprendere il ciclo naturale della vita. Egli ha sempre affermato che l’inizio e la fine del libro erano stati scritti simultaneamente. Il testo comincia con la frase: Longtemp, je me suis cuoché de bonne heure (A lungo mi sono coricato di buon’ora) e termina con le parole: dans le temp.
Ma perché dunque ricercare il passato? Anzi, si potrebbe anche dire che leggendo o, peggio, scrivendo si perde del tempo (la vita se ne va mentre si scrive). Ebbene, l’idea è che attraverso la scrittura si può recuperare tutto il tempo che è passato: il presente va a finire dentro la scrittura, raccoglie tutto il Tempo Perduto e lo trasforma nel Tempo Ritrovato, registrato, presente dentro la scrittura. 
È il recupero del tempo attraverso la memoria e il ricordo: attraverso la memoria intelligente e intelligibile, che è memoria volontaria, ossia quella che al sopravvenire del ricordo lascia una traccia scritta. Ma c’è anche la memoria che è data dalla nostra sensibilità che è memoria involontaria, che lascia nel nostro inconscio, dunque a nostra insaputa, tracce sensibili, come gli odori e i sapori.
È quella memoria che ci riporta indietro negli anni in un passato che risorge. Come quello, celebre, della maddleine: lo scrittore assapora il delizioso pasticcino che involontariamente, con il suo profumo riporta alla sua mente la casa di Combray frequentata nell’infanzia.












