Impotente a fermare le oscillazioni del gelido acciaio


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LE ONDE di Virginia Woolf
Ho frequentato di rado le letture di Virginia Woolf, un proposito giovanile non mantenuto, e per una serie di circostanze casuali, solo oggi, in età matura, mi è dato capire come ci sia un filo sottile che a partire da noi stessi dilata le sue maglie sottili fino a invadere gli spazi nebulosi del mondo circostante. E di colpo sono qui con in mano questo piccolo grande capolavoro. Non saprei definirlo. Anzi, non saprei finirlo. Ripiegata l’ultima pagina e richiusa la copertina del libro, la lettura può riprendere dalla prima riga e così via via sino all’infinito, volendo. Cosa che ho fatto, per il vero, leggendolo una seconda volta, parendomi, con mia sorpresa, un altro testo. E una terza ancora: stavolta, però, una lettura più sincopata, saltando paragrafi e capitoli, un levarsi e un cadere, un silenzio e un urlo, un incontrarsi e allontanarsi.
È una non-storia: i sei personaggi, ognuno ben distinto dall’altro, sono seguiti non per le azioni che compiono ma per i pensieri che li accompagnano dall’infanzia sino alla maturità. È il moto perpetuo delle onde (della vita che scorre) che movimenta il loro agire sino al concetto del fluire, come flusso di immagini che scivolano a ritmo una dietro o avanti l’altra.
Le onde è un libro sul tempo, dice l’ottima Nadia Fusini, che introduce il testo per l’edizione 2011 dell’Einaudi. Dunque, un libro sulla vita come puro passaggio, il suo impalpabile eterno consumarsi e conservarsi. E il tempo non è scandito dal logico prodursi e riprodursi di una storia cronologicamente logica, con un inizio uno svolgimento e una fine, ma da un chiarore che irraggia e da un’ombra che illanguidisce. Un eterno ritorno ciclico. Consiglio vivamente per una lettura che è da essere niente altro che consapevole.

Incontro con Neandertal


Grazie alla penna di Italo Calvino e alle voci di Fausto Siddi e Carlo Lugliè incrociamo, al museo dell’Ossidiana a Pau, l’uomo di Neandertal, uno dei protagonisti di Ossid_Azioni <2, l’unico posto al mondo dove le interviste impossibili diventano possibili.
Un posto magico dove l’ossidiana sprigiona la sua prodigiosa potenza ossidante combinandosi con noi e facendoci dono di incontri imprevedibili e spiazzanti con le altre importanti protagoniste, le Macchine poetiche di Lino Fois. Sicché le abbiamo conosciute meravigliandoci come bambini, e ringraziamo perché esserne senza fa tanto poveri. Riduce l’insipienza mentale, accresce la capienza immaginativa: insomma come in un processo di ossidazione.

Sino all’8 giugno.

Il Museo dell’Ossidiana presenta


Sabato 3 maggio 2014, ore 19.00 presso il Museo dell’ossidiana di Pau, in via San Giorgio, 8 (fronte Municipio) inaugurazione della seconda tappa di un percorso espositivo che attraversa il Tempo: Ossid_Azioni # 2.

Protagonista sarà l’artista Lino Fois con il suo ciclo di installazioni Macchine.

Nell’occasione, l’attore Fausto Siddi interpreterà, in un’imperdibile breve performance teatrale, il testo Intervista all’uomo di Neanderthal di Italo Calvino, tratto dalla raccolta Interviste Impossibili (1974).

Un buon bicchiere di Vino Ossidante ci accompagnerà, in chiusura di serata, per condividerne i positivi effetti – attivazione di sorrisi e pronunciato solletico neuronale – già riscontrati per l’inaugurazione di Ossid_Azioni #1.

La mostra sarà visitabile fino all’ 8 Giugno.

Le Strade di Filadelfia


Il taxi si ferma e chiedo: – Quant’è?
– Ottanta dollari, – mi fa.
– È uno scherzo?
– Ottanta dollari, – ribadisce, come se nulla fosse.
– Ah!
Dove ho passato la mia vita fino ad oggi?
Bentrovata Filadelfia!

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Un ondulante fischio acuto e imprecisato sento provenire di lontano, nell’aria umida e piovosa. Lo speaker del telegiornale legge il notiziario, lo stesso da due ore e i jingle della pubblicità sovrastano ogni altro rumore. Le sedie cigolano, mentre i passi ticchettanti di una donna che avanza accanto a me senza che io la veda, rimbombano facendo eco nelle tenebre oscure, sempre più imminenti, sempre più vicini e poi si perdono nel nulla più profondo, sino a scomparire nel silenzio teso e assoluto.

La sacralità della parola


Più riguardo a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA MERULANA di Carlo Emilio Gadda

Giallo, o poliziesco, anomalo. Il romanzo non dà la soluzione. Quindi, gli amanti del genere, all’approccio tanto atteso, ne saranno delusi, giacché l’orrendo delitto consumato si rivelerà un vero e proprio pasticciaccio. Il fattaccio o il pasticciaccio non voglio qui riassumere. Dirò solo quanto potrà colpire il lettore che voglia leggere il testo con lo stesso spirito interessato e indagatore del suo protagonista, don Ciccio Ingravallo, uno dei più invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su affari tenebrosi. Ci si accorge presto che il dialetto dilaga sin dalle prime righe, e non solo nei dialoghi. Me ne son chiesto il motivo. Mi è venuto in mente Pasolini, Una vita violenta, anch’esso connotato per l’uso di termini romaneschi. E a lungo leggere mi sono fatto un’idea che coincide all’ingrosso con quella espressa da Pinotti nella sua nota in appendice alla ristampa dell’edizione del 2011 per i tipi della Garzanti. Il Pasticciaccio è ambientato nel 1927, e non si può non concordare sul fatto che il romanesco si presti efficacemente a offrire la massima libertà espressiva, personaggi e fatti contestualizzati nel tempo storico, un registro frequentemente caustico,  spesso satirico, comico umoristico a volte. Ma la narrazione, a seconda delle situazioni, è intervallata, anche se in misura ben minore, da locuzioni dialettali diverse, il molisano o il veneto ecc. Esilarante la scena della gallina che plof! la fece subito la cacca o quella del furto del pollo o di don Ciccio che si sveglia al mattino. E se lo leggerete a voce alta l’effetto è ancor più dirompente. In più usava in modo chirurgico il bisturi della parola per affettare pezzi di umanità e di società osceni. Da tutto ciò detto, emerge il Gadda che conosciamo. Quello che la parola è sacra. Non so se nella letteratura nazionale contemporanea, dal Novecento in poi intendo dire, sia esistito o esista autore che conferisca alla parola così tanta centralità. Il solo scrittore, credo, che sappia pronunciare il nome delle cose, che è come dare nome alla vita. Credo sia una grande dote. Tra gli scrittori italiani nessuno usa la parola con tanta esattezza e bellezza. Irripetibili. Ecco, il Pasticciaccio ne è in un certo qual modo una dimostrazione. Ogni parola, quella parola e non altra, è al suo posto. Senza la tema (qui petrarcheggio) di adottare lemmi o locuzioni arcaiche o inventandosi nuove voci, neologismi ecc. Armatevi dunque di un buon dizionario (un consiglio a prescindere): non è escluso che ne abbiate bisogno. Questa è la sfida e la sua soluzione. La sfida della parola. Per dare significato alla vita.

 

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