Trilussate 8


E con oggi facciamo un bel filotto, trilussata numero otto. Chiedo venia ai cultori del vernacolo romanesco, nulla ho potuto per zittire il poetaccio casteddaio, una penitenza da scontare.

 

    Ninna Nonna

Ninna ninna fai la nanna

addormentati de fretta

che so qui da armeno  un’ora

e ho da annà a la toeletta,

becca sogni a più non posso

perché poi ne la realtà

non ci becchi manco un osso

e a nessuno po fregà.

Dormi bene amore bbello

che il futuro che ti aspetta

e se campa nonno tuo

poi contà su la paghetta.

Chiudi glj occhi fai de prescìa

che sta sedia un po’ sghimbescia

me se rompe de sicuro

va a finì che cado a tera

e  me rompo pure er….

Dormi e dormi finarmente

e se poi mollarme er dito

te ringrazio vivamente

che da un po’ è informicolito.

Dormi presto fjo mio

che la luce

già la spenta nonna tua

e che nun m’aspetta manco

va a finì che pure oggi

mi finisce pure in bianco.graf

 

 

Trilussate 7


Capitolo 7

Vittima del nostro finto poetastro romano, ma casteddaio un po’ cafone (in senso letterale e figurato), è  niente po’ po’ di meno che Ovidio. Una delle sue figure, il Mito di Eco la ninfa fatta voce, tratte dalla “Metamorfosi”, è stata oggetto di una sua trilussata.
Questa in sintesi la sua storia:

Eco era una ninfa che viveva tra i boschi. Non parlava mai per prima. Rimandava suoni, ripeteva la chiusa di frasi, pure lunghissime, dette da altri. E se uno finiva un discorso, lei raddoppiava le sillabe.

Un giorno Eco vide Narciso e s’innamorò di lui. Lo seguì di nascosto e non potendo parlargli per prima, dovette rimandare gli altri suoni ripetendo la chiusura delle frasi. Raccoglieva soltanto il suono dalla bocca di Narciso e lo trasformava in nuove parole.

Così accadde che il ragazzo domandasse: «C’è forse qualcuno?» e poi sentisse rispondere: «Qualcuno.»
Stupito, si guardò attorno da ogni parte, e a gran voce gridò: « Su vieni!», e la ninfa richiamò al suo chiamare.
Narciso si girò, ma non nessuno venne. «Perché mi fuggi?» domandò al vuoto presente, ricevendone tuttavia le stesse parole appena pronunciate.
Lui insistette e l’inganno continuò nello rimpallo di voci riverberato:
«Riuniamoci!» disse, e non ci fu frase al mondo più lieta da rendergli.
«Uniamoci!» rispose Eco.
Lei ne fu così esaltata che sbucò dal bosco, impaziente di stringergli le braccia attorno al collo. Ma lui fuggì, e fuggendo le gridò: «Non stringermi, giù quelle mani! Meglio morire che cedermi a te.»
E lei: « Cedermi a te…»

Sicché Eco si nascose nelle grotte deserte, addolorata dall’amore e dal rifiuto. Di lei non rimasero che voce e ossa: la voce è la stessa ma le ossa presero forma di pietre.
Si cela ora nei boschi. Nessuno la vede sulle montagne, ma tutti la sentono.

E questa che segue la trilussata:

Ovidio Reloaded

Eco  era ‘na Ninfa che dormiva drentro ar bosco:
ne la storia  s’incoccia cor Narciso
che specchiannose nel’acqua se diceva:
– Ammazza che fisico, anvedi che riflesso der mio viso!  -

Ma Ovidio de ‘sta storia ne fa un dramma.
‘Sta Ninfetta, nun poteva pe’ gnente mette er becco,
e voi sapè perché ? Quanno che da parlava
je usciva solamente l’eco. 

Pe’ fa’ ‘n’ esempio, ‘gnuno diceva:
– Lo voi da spostà ‘sto caroccio dar sentiero?-
Sentiero, sentiero, sentiero… -risponneva  giusto giusto per intero;
-E basta! – je dicevano, – che svej anche li morti ar cimitero. -

Un giorno, ‘sta Ninfa,  ner vedere ‘sto Narciso
guardannolo ner viso
se disse: – Anvedi  quant’ è bbono,
è proprio un fusto,
‘sto pezz’’e Marc’Antonio! -
E peggio de pijà ‘na brutta botta
ce cascò a prendersi ‘na cotta.
Ma pe’ no’ fa vedè ‘sto difetto
giocava a nascondino cor Narciso
ripetendo sì, le frasi,
ma nun facennose vedè nemanco in viso.

E quanno: – C’è quarcuno? – je diceva,
e quella: – Quarcuno, arcuno, uno – ripeteva.
E lui: – E su vieni! -
Poteva da dì: –  No’ posso, pe’ ‘sto difetto magari poi me meni… -
E  invece  risponneva: – E vieni, e vieni, e vieni…e vieni!
manco se stesse a fa’ l’amore senza freni.

- Ma guarda un po’ ‘sta storia… -
E giusto pe’ a capì era un po’ duro…
– Ma qui c’é quarcuno che me stà a prenne…..de sicuro! –
E  allora continuò: – E dài riuniamoci! –
Ma la Ninfa, forse pe’ sta’ giusto drentro ar tema
l’aveva proprio preso pe’… Amiamoci! -

Se fa vedè dar tizzio e lo abbranca co’ passione.
Ma lui :
– E levame ‘ste mani, scostumata!
Me fai  provà ‘na brutta sensazione. -
E  poi de prescìa se la sfanga, che c’aveva già er teribile  sospetto
de ‘sta creatura il grandissimo difetto.

Insomma, pe’ no finì sòra e diventà bigotta
decise de abità drentro ‘na grotta.
E quarche vorta capita davvero
che se dichi quarcosa in mezzo ai monti,
aspetti fino a tre,  poi li riconti,
si nun c’è vvento e il tempo è proprio secco
dopo un po’ te pare de sentì ancora l’eco.

E la morale?
E vabbè che lei pativa ‘sto difetto
m’ armeno jelo poteva dà… quarche colpetto?

E comunque si ha già er sospetto e più di lei,
Ovidio nun lo dice, ma ‘gnuno ha da pensà…
che de sicuro era propriamente… gay.   Graf 23

La terra ha molte chiavi


Pitture e incisioni di grande forza espressiva: è ciò che si ammira nelle caverne di Chauvet presso Vallon-Pont-d’Arc (Francia). Migliaia di anni fa, bisogno di bellezza e di comunicazione rivolte al futuro. Le grotte dei sogni dimenticati (Cave of Forgotten Dreams), il documentario mozzafiato di Werner Herzog girato nel 2010 ne dà autentica testimonianza.

 

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ANCHE IO TUTELO L’OSSIDIANA !


di Giulia Balzano  Associazione Menabò

museo pauA partire dal mese di novembre del 2013 ha preso il via l’iniziativa denominata: Campagna di tutela dell’ossidiana. Si tratta di una campagna di sensibilizzazione che il Museo dell’Ossidiana di Pau (OR) e l’Associazione culturale Menabò, attuale ente gestore del museo, hanno promosso al fine di tutelare una roccia vulcanica connotata da una specifica importanza, a partire dalla vita delle comunità che in epoca preistorica hanno popolato la nostra isola.

Ci si chiederà forse per quale motivo si senta la necessità di tutelare l’ossidiana. In effetti l’ossidiana è solo una roccia di origine vulcanica, sosterrà qualcuno, come tante altre presenti nell’Isola.

Vulcanica come i basalti e le rioliti, per citare alcune delle rocce che caratterizzano fortemente buona parte dei paesaggiSAM_1282 della Sardegna. Tuttavia essa ha una caratteristica che la differenzia dalle altre rocce citate che ne condividono l’origine: l’ossidiana è un vetro vulcanico. I bambini durante le visite guidate spesso chiedono agli operatori: ma l’ossidiana è dunque proprio vetro? Insomma, come quello dei bicchieri, o delle lenti dei nostri occhiali? E’ un vetro naturale, ebbene sì. Con la fondamentale differenza che non è l‘uomo a produrlo,dentro le sue officine. L’ossidiana è invece prodotta direttamente dalla natura. E dai suoi vulcani. Attenzione però, e ci avviciniamo al punto: questo non significa che ovunque esista un vulcano, spento o ancora attivo, l’ossidiana sia sempre presente. Sono infatti percentualmente assai pochi nel mondo i vulcani che hanno generato questa roccia vetrosa, in quanto le condizioni perché l’ossidiana si formi sono il frutto di una particolare combinazione di fattori, la cui concomitanza non è facilmente realizzabile.

  1. Primo fattore: presenza di lave acide, ovvero lave aventi una percentuale di silice (SiO2) superiore al 63%.
  2. Secondo fattore: presenza di lave aventi al contrario una percentuale assai ridotta di acqua (H2O), solitamente inferiore in peso al 2%.
  3. Terzo fattore: esistenza di condizioni che determinino un rapido, repentino raffreddamento della lava quando essa viene a contatto con la superficie e l’atmosfera terrestre o con masse importanti d‘acqua nelle eruzioni sottomarine. E’ sufficiente che una di queste condizioni non si verifichi, perché la vetrificazione del fuso lavico non avvenga, e questo accade nella maggior parte dei casi. Si pensi che in tutto il Mediterraneo centro-occidentale solo quattro vulcani hanno generato questa speciale roccia vetrosa: il Monte Arci, in Sardegna, e i vulcani dell’isola di Lipari, dell’isola di Pantelleria e dell’isolotto di Palmarola, tutti in territorio italiano.

SAM_2176Ecco una delle prime ragioni che spiegano l’impegno promosso attraverso la Campagna Anche Io Tutelo l’Ossidiana!: la limitatezza della risorsa-ossidiana accresce la responsabilità di noi tutte e tutti, poiché alla nostra cura e sensibilità è affidata la sua tutela e la sua sopravvivenza nei contesti originari di formazione. Non è solo la relativa rarità della roccia a rendere l’ossidiana meritevole di un’attenzione particolare. Esiste una ulteriore e importante ragione per cui a questo vetro vulcanico è dedicata una speciale considerazione.

Conosciuta per il suo colore nero dalla suggestiva brillantezza (il più comune ma non l’unico che caratterizza questo vetro, le cui tonalità variano a comprendere il grigio, il rosso, il verde, il blu), per le sue superfici in alcuni casi straordinariamente lucenti, per i suoi differenti gradi di trasparenza e di rapporto con la luce trasmessa, l’ossidiana ha una caratteristica ulteriore: si presta assai efficacemente alle attività di scheggiatura. Come un qualsiasi altro vetro, qualcuno sarà tentato di sottolineare. In effetti è così: l’omogeneità strutturale (impariamo a chiamarla anche isotropia) delle materie vetrose in genere, ovvero l’essere costituite da atomi disaggregati, le rende particolarmente rispondenti all’ottenimento, tramite distacco di porzioni di materia da un blocco, di schegge dai margini taglienti.

Uno scheggiatore che sia tecnicamente esperto è in grado di ottenere con relativa facilità supporti (schegge o lame) di forma e di dimensioni predeterminate. Un’ossidiana priva di formazioni cristalline offre infatti un esempio eccellente dilogo museo prevedibile risposta a una sollecitazione meccanica esterna, restituendo strumenti dai margini affilati, sufficientemente resistenti e dalla straordinaria efficacia e pulizia di taglio.

Le comunità umane di epoca preistorica ne hanno scoperto le straordinarie potenzialità a partire dal Paleolitico. In Sardegna, tuttavia, le tracce di impiego e di attività di scheggiatura dell’ossidiana non si datano prima del Neolitico, ovvero a partire dal 6000 a. C.

Il territorio di Pau, ove sorge il Museo dell’ossidiana, ospita l’officina di lavorazione di epoca neolitica di Sennixeddu, una tra le più estese e significative  di tutto il Mediterraneo centro-occidentale. Tutelare l’ossidiana dunque, nel territorio di Pau, ma non solo, significa riconoscere e attribuire a questa roccia vetrosa il valore di autentico bene culturale.

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L‘ossidiana è risorsa geologica e ambientale rara e non rinnovabile, ed è al contempo testimonianza materiale, pertanto, di inestimabile valore archeologico, dell’organizzazione economica e sociale delle comunità di epoca preistorica, delle loro competenze tecniche, delle principali attività svolte nel territorio e delle varie forme di controllo esercitate rispetto alla distribuzione del prezioso vetro tagliente di Sardegna, attivate con buona parte del Mediterraneo centro-occidentale oltre 7500 anni fa.


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Trilussate 6


Capitolo 6

della trillussata in rime scannate del pacottaro da quattro rime.
Ne fa le spese il povero Fedro in un classico...

Er lupo e l’agnetto irrispettoso

Un vecchio lupo se’ stava stravaccato
sotto un arbero de cedro
e  tanto pe’ passà er tempo
se  rileggeva le favole de Fedro.
– In ‘ste du rime, dove so’ protagonista,
m’abbranco l’agnetto con un morso, —
se diceva con gran soddisfazzione,
– e  me satollo senza  provà rimorso.
Vall’ a trovà ‘na simile occasione
d’avvè ‘n un corpo solo
pranzo, cena, rutto e colazione ! —

In quella eccoti n’ agnello
che  senza da pensà d’avvè manco paura
se mise a slinguazzà l’acqua ar ruscello.
Er lupo, pe’ non perde’ ‘sta occasione,
de prescia si fionnò de sopra ar rivo,
guadagnando un’erta posizzione.
Pè fa’ vedè, poi, ch’era erudito
e mettello a disaggio e co’ intenzione, je disse :

— O agnè, pe’ evità de perder tempo co’ la storia de l’offese,
tanto er finale c’è ggià scritto,
la fine ccerta è che tu ne fai le spese,
mo’ scenno de prescìa qui de sotto,
fattene pure ‘na ragione,
e la finimo giusto lì, in quattro e quattr’otto. —

L’agnetto, preso un poco de sorpresa
de ’sta scombinata tiritera, je disse:
– Nun c’ho capito gnente de che hai detto,
hai messo la colla a la dentiera…? —
Er lupo ce rimase sbalordito da questa scortese affermazione,
– E’ la prima vorta che me mancano de rispetto! —
Ma sorvòlo  pe’ chiude la questione.

— Me se dice in giro che m’hai rovinato — continuò —
spesso e arquanto la reputazzione. —
L’agno la giro’ co’ ‘na risata:
— se parli de la puzza  è pe’ davvero,
ma armeno, te la puoi dà quarche lavata? —

Er lupo era quasi anicchilito
da tutta quanta ‘sta aroganza.
— Nun c’è più rispetto pe’ i feroci,
ma guarda un po’ ‘sta  gioventù,
co’ tutta ‘sta brutta tracotanza. —

— E allora  fatti ‘na ragione — je disse l’agno —
mo’ co’ ‘ste storie nun ce fai paura,
co’ la storia de le favole de Fedro
a voglia fa’ vedè che sei erudito,
è robba d’artri tempi, sorpassata,
inventane pure un’artra  bbona,
se ancora  te voi fà quarche  magnata.
E mo’ che ho già bevuto, te saluto a bbello!
mo’ me la svigno co’ sta sviolinata
e te faccio pure  er gesto de l’ombrello… —

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Le memorie di un genitore… hebdo


Cara, ora faccio finta che mi ascolti, e guardandoti negli occhi ti racconto di come è difficile il mestiere di genitore.

Ogni tanto, soprattutto a pranzo, si discute. Hai presente quei quadretti dove le famiglie si riuniscono a tavola, in quella specie di gran consulto quotidiano dove si prendono le decisioni importanti? Ecco, con Eleuterio (lo chiamo Ele, e tu capisci perché) le discussioni sono, per così dire, di normale dialettica. Anche con Gottar. Ma con la differenza che, essendo lui un talebano che farebbe saltare il mondo, io ci faccio la figura del genitore che mitiga, modera, abbassa i toni: insomma, ci faccio la figura del parruccone conservatore e reazionario, che per me è un’onta irredimibile.
E gli argomenti, che di solito sono attizzati o da una notizia del TG o dalle mozzarelle conservate in frigo, spaziano dalla controversa figura (a suo dire) di Giuseppe Garibaldi (che a me se mi toccano Garibaldi mi sale il sangue alla testa), alla crisi della cultura del sassofrasso nella bassa Val Camonica (che a me, viceversa, non me ne può fregar di meno). Per dire.
Alla fine di queste discussioni surreali (che non hanno una fine: ma Ele è da un pezzo che ci ha mollato), ci si lascia e mi chiedo: di che abbiamo parlato? Sicché mentre faccio i piatti ripenso al tutto, e allora mi viene in mente (sempre) che, quando Gottar aveva due anni appena, gli cantavo una filastrocca (subito imparata a memoria) che lo faceva sbellicare dalle risate, e che faceva più o meno così:
«Ambarabà, ciccì, cucù
tre caccone di pupù,
che facevano i trullotti
con le puzze dei pirotti.

Finita!»

Ecco, ti dico, in quei momenti lì mi chiedo se non ho sbagliato veramente tutto.
Io ho finito di parlare, avrei un sacco di altre cose da dirti. Ora ti lascio, i bicchieri sono vuoti e io ho il cuore tra i denti. Mi sembra di sentire la tua voce che arrotonda le parole come fossero le carezze di una mano calda e lieve. Ma tutto finisce. Ci sarà altro tempo, quello che non finisce mai. Ti saluto.  Garf

Una matita al di sopra della barbarie


L’editoriale del 15 ottobre 2012 di Charb – direttore di Charlie Hebdo

Dipingi un Maometto glorioso, e muori.
Disegna un Maometto divertente, e muori.
Scarabocchia un Maometto ignobile, e muori.
Gira un film di merda su Maometto, e muori.
Resisti al terrorismo religioso, e muori.
Lecchi il culo agli integralisti, e muori.
Prendi per cretino un oscurantista, e muori.
Cerca di discutere con un oscurantista, e muori.
Non c’è niente da negoziare con i fascisti.
La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà già,
la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.
Grazie, banda di coglioni.

Il settimanale satirico Charlie Hebdo

Il settimanale satirico Charlie Hebdo