Il libro piagnone


exibartsegnala20119116427 Dovete sapere che oggi non ce l’ho fatta più. Ho messo alle strette il mio libro. Forse, voi almeno che leggete lo sapete, altri ancora lo ignorano. Si dà il caso che il mio libro è un romanzo che ha il suo bel titolo, che per un romanzo è come il nome e il cognome per una persona. Che abbia il suo bel titolo non è sufficiente, è chiaro. Come per una persona, non è sufficiente che abbia una targhetta sulla porta per mostrare il suo valore. Basta, ho detto, sono stufo, dammi una spiegazione convincente: perché non piaci, perché non sei letto? Lui – non ci crederete –  si è offeso. Ma io, duro, non ho avuto pietà. Ho rincarato la dose: sono anni, gli ho detto, che ti mando in giro per le biblioteche del sapere; ti ho trovato posto nelle librerie della città, ho mangiato pane e asfalto per te, anche fuori le mura. Ti ho spedito da giornalisti, scrittori, critici, uomini di cultura, gente dello spettacolo e parvenu sanza lettere. Mi sono svenato, scartavetrato le nocche e i polpastrelli inondando la blogosfera di email. Risultato: briciole, che è come dire: nulla.

Non mi aspettavo di ricevere, questo è certo, lodi, vane quanto il biasimo, ma solo attenzione, niente altro che attenzione. Il romanzo è creazione, è comunicazione, è gioco. L’indifferenza mi dà fastidio, lo capisci? Avrei preferito ti avessero trattato da minus habens, ti avessero detto: sei stato scritto male, l’intreccio non regge, è una chiavica,  e io mi sarei dato alla coltura del sassofrasso e fine della storia. Ma l’indifferenza no, indifferenza è invisibilità. Hai mai visto in giro un libro invisibile? Ah sì? Beh è vero, ce ne sono quanti? cinquemila, diecimila? Di più? Comunque sia, tantissimi. Che non si vedono, come tanti militi ignoti sommersi dal mare dell’invisibilità. Dalla parte di Proust

Che faccio, vuoi andarci anche tu? Tanto ci sei già! Guarda che se non ti mando io, ti mandano gli altri. Dimmi se non ho ragione. Il mio compito è stato quello di scriverti, non di pensare agli affari tuoi dopo che sei stato pubblicato. Potrei fregarmene delle le tue abortite pagine, abbandonarti al tuo destino meschino dentro un vecchio cassetto, dabbasso nella vecchia cantina di mia nonna. Ma non posso. Da quando sei sgorgato con fatica dalla mia penna – eh no!, lo devo dire, non sono stati mica rose e fiori, – si è creato un vincolo d’inchiostro tra te e me. Lo capisci sì o no che se non piaci, la mia immagine di scrittore ne verrà compromessa per sempre?

Dovevi essere interessante. Che so: portare un’emozione, far riflettere, far ridere – piangere – arrabbiare… Che cosa? Dovevo essere io a renderti interessante perché sono io che ti ho scritto? No no no fermati… Cosa? Non è una questione di tecnica, ma una reazione chimica fra forma e contenuto che io non sono riuscito a creare? Ehi fermati: guarda che io ce l’ho messa tutta. Sei tu che te ne stai lì con la tua copertina, bella e invisibile, tu tranquillo a prendere polvere nello scaffale basso, in fondo, nell’angolo buio e dimenticato di una libreria sgangherata tra un libro di piante equatoriali e un atlante della Groenlandia. No no, non va proprio.

vlcsnap-2011-10-08-19h59m20s57E dire che avevo grandi progetti per te. Avrei voluto farti frequentare salotti e set televisivi, farti leggere da columnist unionsordisti, avresti varcato il Tirso sino al Po, ti avrei fatto conoscere anche là dove nessuno ti aveva mai visto, farti palpare da mani sapienti e da mani callose, saresti stata la mia puttana. Ti avrei concesso anche con lo sconto a prezzi popolari, ma con dignità. Come dici? Ho sbagliato io? Ah, insisti allora! Eh no, Ciccio Bello, prenditi anche tu le tue responsabilità. È così che mi ripaghi? Con l’indifferenza dei lettori? Hai dimenticato qual è la tua missione? Ah! Volevo vedere: che ti ho scritto a fare, sennò? Sì, qualcuno ti ha pure letto, ma chi?  Cinque, sei parenti che non l’hanno capito, fanno sempre sì con la testa; tre, quattro amici di quelli che peccato che non c’è più il Costanzo Show; due colleghi di vecchio conio che hanno chiuso alla terza pagina e un eroe per caso a dirmi bravo. Guarda che risultato. Sei proprio un milite ignoto. Senza gloria.

Come farfalla andare!


Una volta zio Giò Giò sognò che era una farfalla svolazzante e soddisfatta della sua sorte, ignara di essere zio Giò Giò. Bruscamente, si risvegliò e si accorse con stupore di essere zio Giò Giò. Non seppe più allora se era zio Giò Giò che sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere zio Giò Giò.

 

Ieri


E il vento bussò come un uomo stanco

E il vento bussò come un uomo stanco

Ieri ho ho vagato per mezza città tutto il giorno senza meta. Sono rincasato alle due del mattino, a nanna alle tre. L’essere invisibile mi dà la sveglia alle sette. In piedi dalle otto, sono un grillo che alle undici sorseggia il caffè. A mezzogiorno, il cielo chiama un corteo di nuvole arrabiose. Mi domando se saranno le stesse che vedrai anche tu alle tredici. E pensare che per oggi avevo previsto una biciclettata epocale da Pirri al Poetto, tuffo in mare e ritorno… per popolare di bronzo la via lattea della mia pelle.
Attendo che i ragazzi finiscano la loro prima colazione, mentre sotto di me la terra sta ferma, pesante. Fuori, di domenica, è un silenzio ancestrale. Mi preparo alle fatiche diuturne e nel frattempo penso (guarda cosa mi vado a pensare…) vita, morte e giganti, cose così sono mute, non parlano; mosche, cicale e rondini vociferano – e valgono.

Un orecchio sui binari


 

 

Chiara Valerio, LA GIOIA PICCOLA D’ESSER QUASI SALVI, Nottetempo

Fa uno strano effetto leggere questo racconto. La piccola Giulia perde la mamma che si butta dal balcone come per raccogliere la scarpetta sfuggita alla figlia. Giulia cresce grazie alla nonna Agata, una donna forte, autonoma, colta che dimentica gradualmente i nomi e le cose, non il suo dolore. Marco e Giulia si conoscono fin da bambini e la loro amicizia riprende anche dopo il viaggio e l’assenza di Giulia. La scrittura corre a mille, il tracciato però non è tortuoso, il ritmo vorrebbe essere sincopato, il traguardo raggiunto è tuttavia un testo scorrevole. Forse anche troppo. Troppe le parole che si consumano. O forse no. Si sa che Marco vuole Giulia, lei vuole e avrà la donna di Marco. Ma è attorno a quell’incomprensibile tragedia infantile mai superata di Giulia e di quel microcosmo che si sviluppa il tema del dolore, quello di un’amicizia e poi di un amore senza speranza. Forse è vero che siamo dentro un grande incantesimo e che per svegliarci aspettiamo il bacio di un principe o di una principessa. Forse è vero che il nostro dolore è il rospo delle fiabe che abita dentro di noi e la nostra esistenza è fatta di alcune piccole gioie che cerchiamo solo per il bisogno di salvarci almeno un po’. Fa uno strano effetto leggere questo racconto. Un orecchio sui binari.


 

 

Impotente a fermare le oscillazioni del gelido acciaio


le_onde

LE ONDE di Virginia Woolf
Ho frequentato di rado le letture di Virginia Woolf, un proposito giovanile non mantenuto, e per una serie di circostanze casuali, solo oggi, in età matura, mi è dato capire come ci sia un filo sottile che a partire da noi stessi dilata le sue maglie sottili fino a invadere gli spazi nebulosi del mondo circostante. E di colpo sono qui con in mano questo piccolo grande capolavoro. Non saprei definirlo. Anzi, non saprei finirlo. Ripiegata l’ultima pagina e richiusa la copertina del libro, la lettura può riprendere dalla prima riga e così via via sino all’infinito, volendo. Cosa che ho fatto, per il vero, leggendolo una seconda volta, parendomi, con mia sorpresa, un altro testo. E una terza ancora: stavolta, però, una lettura più sincopata, saltando paragrafi e capitoli, un levarsi e un cadere, un silenzio e un urlo, un incontrarsi e allontanarsi.
È una non-storia: i sei personaggi, ognuno ben distinto dall’altro, sono seguiti non per le azioni che compiono ma per i pensieri che li accompagnano dall’infanzia sino alla maturità. È il moto perpetuo delle onde (della vita che scorre) che movimenta il loro agire sino al concetto del fluire, come flusso di immagini che scivolano a ritmo una dietro o avanti l’altra.
Le onde è un libro sul tempo, dice l’ottima Nadia Fusini, che introduce il testo per l’edizione 2011 dell’Einaudi. Dunque, un libro sulla vita come puro passaggio, il suo impalpabile eterno consumarsi e conservarsi. E il tempo non è scandito dal logico prodursi e riprodursi di una storia cronologicamente logica, con un inizio uno svolgimento e una fine, ma da un chiarore che irraggia e da un’ombra che illanguidisce. Un eterno ritorno ciclico. Consiglio vivamente per una lettura che è da essere niente altro che consapevole.

Incontro con Neandertal


Grazie alla penna di Italo Calvino e alle voci di Fausto Siddi e Carlo Lugliè incrociamo, al museo dell’Ossidiana a Pau, l’uomo di Neandertal, uno dei protagonisti di Ossid_Azioni <2, l’unico posto al mondo dove le interviste impossibili diventano possibili.
Un posto magico dove l’ossidiana sprigiona la sua prodigiosa potenza ossidante combinandosi con noi e facendoci dono di incontri imprevedibili e spiazzanti con le altre importanti protagoniste, le Macchine poetiche di Lino Fois. Sicché le abbiamo conosciute meravigliandoci come bambini, e ringraziamo perché esserne senza fa tanto poveri. Riduce l’insipienza mentale, accresce la capienza immaginativa: insomma come in un processo di ossidazione.

Sino all’8 giugno.