Verso a Trilussa n° 2


Secondo capitolo delle trilussate firmate da un poetastro casteddaio che si ostina a restare anonimo. Spacciate in un romanesco più peracottaro che verace, me ne dissocio e prendo le distanze (come peraltro mi affrettai a dichiarare all’esordio di questa squallida saga satirica… della stessa satira). Riparerò, in qualche modo, promettendo  la prossima pubblicazione di una sezione apposta dedicata a Trilussa di alcune sue poesie. Quelle vere. Le autentiche poesie di  Carlo Alberto Salustri, al secolo Trilussa  - tratte dal Libro N. 9 – Le cose, la gente. 

 

Capitolo 2

L’umana rieducazzione

Un’orso, un ciùco, un cacciatore
se ritròveno davanti ar Padreterno
oramai passati a mejio vita
pe’ finì  in paradiso o giù all’inferno.
- Li peccatucci vostri? Sciorinate,
apposta stò a sentirve, e se la pena è pesante
poi,  nun ve lagnate, che colpe so’ le vostre e nun le mie
e che nun serve a gniènte che piagniàte.
Cominci  er ciùco con la confessione
e fai de prèscia  perché de Dio ho da fa’ la professione.

- Io sono ciùco e con gran fatìca
stavo da tirà il caroccio  della legna
in su per la ripida salìta,
er  bìschero in cassetta me bbrucciava la pelle cor bastone
e nun me potevo da lagnà,
perché  il padrone è sempre il mio padrone.
Ma io da ciùco me sono domandato,
ma val la pena questa vita pe’ un poco de fieno
co’ tutta  quanta sta fatica?
E voi sapè che ho fatto?
ho ribartato er carro con bìschero e legname
finaché  da ‘sto inferno me so’ liberato,
e peggio di com’era non sarà
se ce devo da tornà per ‘sto peccato.

- Io so’ cacciatore e me ne vanto,
e se  questa era veramente l’intenzione
le bestie le hai create a mio consumo,
non so’  in cima alla catena dell’alimentazione?
E allora addove  stà er  peccato?
Pe’ quarche orso o cervo malandato
che nun chiedev’ artro de esse’  sparacchiato?
C’aveveno li piccoli?
e che sarà mai! Se devon’ da sveltì
e basta da pensà che sono cuccioli!
- O  omo screanzato, jie disse l’orso.
- Quella era tera mia, quello il mio ambiente
tu sei l’abbusivo, spari e uccidi anche pe’ gniente.

Er Divino trattenne uno sbadiglio,
strapazzò un orecchio dell’umano
e jie disse come se fosse er fjio :
- Ho fatto male,
creare il ciùco ciùco, l’orso orso,
e fètente ‘stò fètente.
Sto meditando che intanto gli animali
so’ mejio de voi umani questo è evidente,
ma so’ ancora in tempo  pè sanà ‘sti mali :
il ciùco lo rimando sulla tera a occuparsi de polittica
così se potrà  fà li cazzi sua
e finalmente scansa’ ogni giorno la fatica;
L’orso pure lo rimando sulla tera
a finire de campà con le creature sue lontano dalla ggente,
‘sto infàme lo butto ner  fònno der girone
a spala’ la  merda dei dannati
tanto è fètente e rimarrà fètente.

- Io  di peccati Io nun ne ho fatto,- jie disse l’orso.
Ho da farte  una semplice preghiera
visto che ho ancora quarche credito a rimborso.
Come sai sèmo una razza in estinzione,
e forse a l’omo potremmo pure fa’
la cosiddetta rieducazzione:
mandalo sulla tèra a farme compagnia,
me pò fa’ cardo nelli lunghi inverni,
ce strigneremo assieme stretti stretti
e  quanno, ner bbujio della grotta,
(e  magari  l’omo non disdegna, )
ce faremo scappà anche la  botta.

Letture da rivelare


RICONOSCERE È UN DIO di Pietro Boitani


     Riconoscere è un dio
     Piero Boitani
     2014
     Saggi
pp. XII – 476
€ 34,00
ISBN 978880617535

Questo saggio edito quest’anno da Einaudi è stato una gran bella sorpresa, per me. In cinquecento pagine prende in esame le principali opere della letteratura mondiale di ogni tempo per interrogarsi sul posto che in esse occupa il tema dell’agnizione, del riconoscimento. Cioè a dire, di quel meccanismo che, nella narrazione, dalla favola più semplice alla narrazione più complessa, segna il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza, attraverso un processo che non è teorico astratto, ma entra nella carne viva delle emozioni, dei sentimenti e dell’intelligenza degli esseri umani. In questo senso, il lavoro del Boitani è uno straordinario strumento di analisi e di ricerca, una sorta di cassetta degli attrezzi utile a riconoscere da un punto di vista propriamente gnoseologico un’opera (letteraria, teatrale, cinematografica ecc.) nella sua intima essenza. Ci dice che l’agnizione è una scena ricorrente, che tocca l’uomo nella carne e, in buona sostanza, afferma la fede originaria nella propria identità, nella coincidenza dell’apparire con l’essere.

Il tema del riconoscimento, l’anagnorisis dei greci, ha informato e informa la letteratura di ogni tempo, si diceva: questo libro ne esplora le scene e i temi a partire da quella antica: da Eschilo, Euripide e Aristofane passando attraverso Omero e per l’Antico e Nuovo Testamento, sino a quella medievale e moderna, da Shakespeare a Dante, dal Conte di Montecristo di Dumas all’Ulisse di Joyce.

Dunque, il riconoscimento è quel processo di acquisizione della conoscenza quale lo presenta la letteratura, e che ha per oggetto l’uomo. Esso porta a un mutamento nella trama o nei personaggi di un’opera: è il momento di passaggio dall’ignoranza alla conoscenza e conduce, riguardo alle persone, all’amicizia (alla gioia, all’amore) o all’ostilità (al dolore, all’odio). Boitani richiama qui i maggiori testi della letteratura, riferendosi in particolar modo alla Poetica di Aristotele e soffermandosi a lungo e spesso sull’Odissea, un  testo che più di ogni altro incarna l’universo del riconoscimento e del suo eroe Ulisse, figura archetipica insieme al modello tematico del nostos, il ritorno. L’argomento è colto alla radice e come esso si è presentato nel suo succedersi e trasformarsi nel corso tempo.

L’autore fa notare come l’agnizione in letteratura sia stata profondamente segnata dalle idee giudaico cristiane su Dio e sul Figlio, sulla fede e i segni; si sofferma lungamente e in profondità su questo aspetto con un linguaggio accessibile e rigoroso. Il messaggio di Genesi sembra essere che se si vuole riconoscere Dio, bisogna farsi come Abramo. L’occhio dell’uomo però è corrotto dalla terra e non può riconoscere Dio a prima vista. La Genesi ce ne offre un modello attraverso la storia di Giuseppe, dei suoi fratelli e del padre Giacobbe. L’intero racconto costituisce un processo di anagnorisis, di passaggio dall’ignoranza alla conoscenza in senso aristotelico, servendosi di tre strumenti interdipendenti: i segni, l’agnizione, la confessione come coscienza morale, consapevolezza di sé. Questo tipo di anagnorisis rimanda in buona sostanza al processo di rivelazione-riconoscimento di Dio. E Giuseppe stesso avrà nella tradizione ebraica un doppio destino: considerato il giusto, partecipe del bene e del male, d’Israele e d’Egitto, laddove l’uomo riconosce il proprio ruolo.
Il processo di conoscenza passa in rivista tutto ciò che si è appreso attraverso i sensi, la memoria, la ragione e lo si comprende tutto insieme in un riconoscimento vero e proprio. L’affiorare della conoscenza tra persone che si amano, possiede la forza, la sublimità, la gioia o il dolore che per pochi attimi ci fa provare la vertigine del divino. E questo è Euripide.
Da consigliare a coloro ai quali piacciono le favole, a chi scrive o legge una storia, a chi guarda o produce un film.
Un libro che a buon titolo può essere esso stesso una rivelazione.

Devo molto a quelli che non amo


 

Teatro d’Artista: William Kentridge, Ubu and the Truth Commission

Devo molto a quelli che non amo. -
Capisco il vostro orrore, Sentinelle in Piedi.
Capisco il terrore silenzioso che pervade l’animo di chi,
fermo in piedi, -
trema al pensiero
che c’è qualcuno che si muove -
rifiuta i luoghi comuni,
avversa gli stereotipi culturali
combatte la discriminazione di genere.
E si batte per i diritti civili.
Lo capisco, custodi di che.
Capisco il vostro smarrimento immobile,
guardiani della vostra stessa paura immodificabile.
Lo capisco, -
date alla terra una ragione in più -
per avere cura di uno spirito impoverito,
di chi monta la guardia al proprio fantasma
e, tornato a casa,
si scopre
Sentinella dell’Omologazione in Piedi e dell’Orologio Indietro.

Letture senza sconto


Il racconto di Agota Kristof, IERI è la storia di un uomo fuggito dal proprio passato. Quanti di noi fuggono dal passato. Senza sapere di volerlo fare, un istinto inconscio ci porta a cancellarlo, a volte. Per un dolore non sopportabile, per una gioia non riconosciuta, per una macchia che ha percorso un tratto della nostra vita; oppure lo vorremmo, ma pesa sul nostro presente come un fardello troppo grande da sopportare, e di cui non riusciamo a liberarci.
C’è un’infanzia misera e dolorosa da lasciarsi alle spalle, l’emigrazione in un altro paese, i sogni e l’esperienza di un adulto ferito e amareggiato, ma l’oggi non se ne libera. Il futuro è un amore impossibile, di nome Line. Un breve racconto dove la spietatezza della parola toglie il respiro. Lezione di stile. Scarno, duro, durissimo. Essenziale, senza partigianerie. All’osso, senza pietà.

E di un amore senza pietà mi parla l’immensa Marguerite Duras con l’intenso racconto OCCHI BLU CAPELLI NERI. Un Lui e una Lei, personaggi indefiniti, come indefinita è la loro storia,   indefiniti i loro pensieri che si snodano attraverso un ideale palcoscenico, stanze bianche che s’affacciano sul mare. Che amore può essere quello tra un uomo e una donna dagli occhi blu e dai capelli neri, comunione di due corpi che non giungono mai all’atto d’amore, dove amore e desiderio mai si congiungono. Sono pause e silenzi e pensieri quelli che s’intrecciano e si connettono per formare una trama di gesti, di sensazioni, di paure e angosce. Eppure anche questa storia d’amore un giorno finirà, lo sappiamo dall’inizio, quasi ad avvertirci della indefinitezza del tempo, oltreché del rapporto d’amore. Attenzione, non è lo sperimentalismo della sua scrittura in sé ad affascinarmi. I due personaggi esprimono le loro emozioni senza alcun intervento  della scrittrice per mediare, o per giudicare le loro azioni – mi lascia solo, alle mie riflessioni, dentro quegli spazi bianchi che lei mi indica, nei corridoi scenici di una storia, con le sue risa, la sua agonia, i suoi deserti.

Chi era questa scrittrice me lo racconta Sandra Petrignani che traccia una biografia in forma di romanzo con il suo magnifico MARGUERITE. Sì, un romanzo per raccontare la vita straordinaria di questa donna straordinaria che ho amato immediatamente quando l’ho conosciuta grazie a Sandra. Un amore e una conoscenza letteraria, che se l’avessi conosciuta per davvero, me ne sarei innamorato anch’io, ci giurerei, e non me ne sarebbe importato nulla della letteratura e di tutto il resto. Per la bellezza, l’intensità e la ricca densità del suo mondo interiore, o forse per quell’alone di mistero o di misterioso fascino che ha sempre circondato la sua esistenza avventurosa, perché come scrive Sandra Petrignani, tutti siamo condannati all’impossibilità di raggiungere una qualche verità nella vita. Petrignani restituisce un ritratto della scrittrice francese che ce la fa amare ancora di più, come se riconoscessimo in lei la nostra passione e il nostro cuore.

Dalla Contea di W. Faulkner


 William Faulkner’s Yoknapatawpha County—the Southern setting for classic novels such as Absalom, Absalom!As I Lay Dying and The Sound and the Fury—is a fictional place, but as fictional places go it’s one of literature’s most enduring locales.

Faulkner based Yoknapatawpha on the northeast corner of Mississippi where he lived and   worked, and while the land around Lafayette County (as it’s known in the real world) has changed significantly since Faulkner wrote about it in the 1920s, ’30s and ’40s, photographer George Stewart (MA librarianship ’67) was able to uncover some of the area’s hidden treasures for Yoknapatawpha, Images and Voices: A Photographic Study of Faulkner’s County (University of South Carolina Press, 2009).

The book combines 84 black-and-white photographs of Lafayette County and nearby areas with passages from Faulkner’s writing.

“Attempting to find tangible clues to [Faulkner’s] county can be exciting but also daunting, sometimes tentative and even misleading,” Stewart writes in his acknowledgements. “I hope, however, that my photographic study is not only about Faulkner’s private Mississippi but also a Faulknerian interpretation.”

Stewart’s footnoted commentary on the photos delves into the history of Lafayette County and the relationships between Yoknapatawpha and the real world.

Beneath a stark image of a cell door in an old Mississippi jail, for instance, is an excerpt from Faulkner’s Sanctuary about   a prisoner singing to himself after the sun has set; below that Stewart writes that Faulkner “believed that a jail was ‘the true record’ of a county’s human history. He felt that the old Oxford (Jefferson) jail, built in 1871, had been carefully and tastefully constructed.”

Yoknapatawpha captures an all-but-vanished American South, from stately antebellum homes to ornate graveyards full of crumbling stones,ancient-looking stands of forest to humble church interiors. Stewart, a retired academic librarian who now lives in Georgia, took the photos between 1989 and 1999.

In his foreword, Robert Hamblin, director of the Center for Faulkner Studies in Cape Girardeau, Mo., writes that he finds Stewart’s book superior to previous volumes that attempted to capture Faulkner’s world in photos.

“Stewart’s work strikes me as more balanced, more comprehensive, and more consistent with Faulkner’s artistic design and purpose,” he writes. “… [T]he black and white photography seems perfectly suited to Faulkner’s somber, tragic vision.”

Gramsci, l’incompletezza dell’uomo


La Storia
*articolo non firmato, “Avanti!”, ediz. piemontese, 29 agosto 1916, sotto la rubrica “Sotto la Mole”

* Date pure alla vita tutta la vostra attività, tutta la vostra fede, tutto l’abbandono sincero disinteressato delle vostre migliori gramsci-desk energie. Immergetevi pure, creature vive, sul vivo e palpitante divenire umano, fino a sentirvi tutt’uno con esso, fino a riceverlo tutto in voi stessi, e a sentire la vostra personalità atomo di un corpo, vibrante particella di un tutto, corda sonora che riceve e riecheggia tutte le sinfonie della storia che voi sentite così di contribuire a creare. Nonostante questo abbandono completo alla realtà ambiente, nonostante questo collegare il vostro individuo al gioco complicato delle cause ed effetti universali, sentite all’improvviso il senso di qualcosa che vi manca, sentite dei bisogni vaghi e difficilmente determinabili, quei bisogni che Schopenhauer chiamava metafisici.

Siete nel mondo, ma non sapete perché. Operate, ma non sapete perché. Sentite dei vuoti, desiderereste delle giustificazioni al vostro essere, al vostro operare, e vi pare che le ragioni umane non vi bastino, che risalendo di causa in causa arriviate ad un punto che per coordinare e regolare il movimento, ha bisogno di una ragione suprema, fuori del conosciuto del conoscibile per essere spiegata. Proprio come uno che guardando il cielo e risalendo di piano in piano nello spazio che la scienza ha misurato, sente sempre maggiori difficoltà al suo fantastico vagabondare nell’infinito, e arriva al vuoto e non può concepire questo vuoto assoluto, e allora inconsciamente lo popola di creature divine, di entità soprannaturali che coordinano il movimento vertiginoso eppur logico dell’universo. Il sentimento religioso è tutto materiato  di queste aspirazioni vaghe, di questi istintivi ed interiori ragionamenti senza sbocco. E a tutti ne rimane nel sangue qualche traccia, qualche fremito, anche a chi più fortemente è riuscito a dominare queste manifestazioni inferiori, perché istintive, perché impulsive del proprio io.

Ma è la vita stessa che le vince, è l’attività storica che le cancella. Prodotti della tradizione, depositi istintivi di millenarie epoche di terrore e di ignoranza della realtà circostante, si cerca di rintracciare la loro origine. Spiegarle significa superarle. Farne oggetto di storia vuol dire riconoscere la loro vacuità. E allora si ritorna alla vita attiva, si sente più plasticamente la realtà della storia. Riconducendo ad essa non solo il fatto ma anche il sentimento, si finisce col riconoscere che solo in essa è la spiegazione della nostra esistenza. Tutto ciò che è storificabile non può essere soprannaturale, non può essere il residuo di una rivelazione divina. Se qualcosa è ancora inesplicabile ciò è dovuto solamente alla nostra incompletezza conoscitiva all’ancora non raggiunta perfezione intellettuale. E ciò può renderci più umili, più modesti non già buttarci in braccia alla religione.

La nostra religione ritorna ad essere la storia, la nostra fede ritorna ad essere l’uomo e la sua volontà e attività. Sentiamo questa spinta enorme, irresistibile che ci viene dal passato, la sentiamo nel bene che ci apporta, dandoci l’energica sicurezza che ciò che è stato possibile lo sarà ancora, e con maggiori probabilità in quanto noi ci siamo scaltriti per l’esperienza altrui. E la sentiamo nel male, in questi residui inorganici di stati d’animo superati. E così è che ci sentiamo inevitabilmente in antitesi col cattolicismo e ci diciamo moderni. Perché il passato noi lo sentiamo bensì vivificare la nostra lotta, ma domato, servo e non padrone, illuminatore e non aduggiatore.*

Il verso a Trilussa


Ogni mese ricevo due o tre migliaia di messaggi, solo due o tre possono interessarmi, gli altri li cestino.
Era la fine che stavano per fare le righe in forma di versi che qui sotto vi mostro :

Più tempo passa e più divento saggio
me so’ riletto de lèna er buon Trilussa,
pe’ rubbarne la mettrica e il linguaggio,
te ripropongo, corretta, la poesia
che un poco a suoi testi s’assomiglia,
d’artronde sono solo un poetastro
passami er concetto e così sia.

Non ho capito ancora se l’anonimo facitore di questa parodia di versi ci fa o ci è. Trilussa lo apostroferà da par suo, io me ne tiro fuori; fatto sta che lui mi allega una sua composizione avendo la pretesa di titolarla La fiducia. E siccome lui stesso si è definito un poetastro consegno a voi questa indegna rassegna di sconvenienti rime nominandola:

 

Trilussaggini di un poetastro cagliaritano

Capitolo 1

La fiducia
-Nun te fidà troppo de li umani…-
disse un sorcetto ar gatto de famjia
doppo che s’era messo dar sicuro
d’ esse’ pranzo e ccena der felino,

-Quanno  te cercheno è tutto carcolato
perché fai la gioia e il diversivo der piccino;
quanno sei vecchio e disdegni certi avanzi
se proprio nun te pajion tanto bbòni,
te aprono la porta e gentilmentete
te dìccheno de levarti dai cojioni.-

-Tu parli bene-
ije disse er gatto,
-Te sei fatto una casa da abbusivo,
te rimedi le bricciole der cacio ,
e  se nun te vedono,
fino a che non sei ben sazzio.
Ma mò te spiego perché ancora nun te magno:
finché sei vivo, chiamalo pure vizzio,
sei il mio futuro,
artro che vittalizzio!-